Il socialismo e il risparmio

«Energie nove», 20 giugno 1919, pp. 77-82

Le lotte del lavoro, Torino, Piero Gobetti, 1924, pp. 129-144


Due sono i problemi fondamentali che una organizzazione collettivista della società dovrebbe risolvere: quelli della popolazione e del risparmio. Intorno al primo fu vivace un tempo il dibattito tra i seguaci delle dottrine collettiviste; ed interessanti documenti di tale dibattito si leggono nelle vecchie annate della «Critica sociale» del Turati. Non mi pare che i socialisti abbiano finora veduto a sufficienza l’importanza del secondo problema, non meno fondamentale: quello del risparmio.

In questi pochi anni o mesi di vita il collettivismo russo ed ungherese si è già trovato di fronte a taluni gravissimi problemi di produzione; e le sue esperienze in proposito sono una curiosa dimostrazione della verità e della utilità delle dottrine economiche. Queste, in sostanza, altro non sono se non il riassunto fatto da osservatori pazienti, da fini intelletti e talvolta da uomini di genio sovrano delle esperienze compiute nei secoli dall’umanità e la loro riduzione a leggi generali. Non v’ha differenza alcuna fra Copernico, Galileo, Newton, Laplace e Adamo Smith, Malthus, Ricardo e Jevons: tuttavia se nessun astronomo riterrebbe di buon gusto ignorare i grandi che fissarono le leggi della scienza, e ricominciare gli studi dai primi erramenti degli astrologhi babilonesi e assiri; è di assai buon gusto tra ministri degli approvvigionamenti italiani, francesi, inglesi, tra commissari ai combustibili e sovraintendenti all’economia nazionale, tra i Giuffrida e i De Vito italiani, ignorare e svillaneggiare le leggi della scienza economica. Qual meraviglia se presumono di farne astrazione i Lenin, i Bela Kuhn, i quali posson almeno addurre a discolpa della loro negazione il proposito di voler riporre il mondo su altre basi?

Ad ogni modo, è interessante vedere come, a forza, i comunisti siano indotti a persuadersi che il governo della produzione non può essere cambiato ad un tratto ed organizzato secondo gli schemi della dottrina collettivista, senza cagionare inconvenienti molteplici e non trascurabili. Di qui adattamenti, transazioni, che i comunisti dicono provvisoriamente necessari nella fase di passaggio dalla vecchia alla nuova economia, ed in realtà sono il frutto delle lezioni che i dirigenti vanno faticosamente imparando dal libro vivo dell’esperienza, mentre avrebbero potuto risparmiare tempo e fatica, quando avessero consentito ad apprenderle nei semplici libri in cui quelle esperienze sono interpretate, commentate e ridotte a leggi generali.

Ma le difficoltà più gravi che i governi comunisti sono destinati ad incontrare sono quelle relative alla ricchezza esistente. Espropriare i possessori attuali di terreni, di case, di fabbriche, di scorte, di mobili, di gioielli, di libri non è impresa semplice, provoca resistenza e richiede adattamenti. Ma, al postutto, è cosa possibile. Con decreti e con la forza – dittatura del cosidetto proletariato – ci si può riuscire. Si possono anche costringere o persuadere gli antichi proprietari a lavorare come dirigenti o impiegati delle imprese socializzate o sindacalizzate (sovietizzate). Si può dare così una prima spinta alla macchina della produzione. Tutto ciò però è nulla in confronto alla difficoltà dell’opera che attende in seguito gli organizzatori della produzione. Impadronirsi delle ricchezze esistenti è men che nulla se non ci si assicura un regolare sviluppo di ricchezza nuova, la quale prenda via via il posto di quella quota della ricchezza esistente, che ogni anno, ogni giorno, ogni istante si consuma, sfuma, si volatizza.

Le case debbono essere riparate, tenute in buono stato. Altrimenti in dieci anni diventano un rudere, inadatto ad offrire ricovero agli uomini. L’acqua penetra attraverso i buchi del tetto, il vento attraverso le finestre e le porte rotte; i pavimenti si guastano, le tappezzerie vanno in brandelli; un fetore di muffa si diffonde dappertutto; la casa diventa antigienica, ricettacolo ed agente diffusore di malattie contagiose.

Nuove case debbono essere costruite per prendere il posto di quelle vecchie che non si possono più riparare e per dare ricovero alla eccedenza dei vivi sui morti.

Le terre debbono essere conservate in stato di fertilità. Se si cessa di immettere concimi capaci di fertilizzare il terreno anche oltre l’anno, di tenere in ordine i canali irrigatori, di rinnovare le piantagioni di piante da frutta, viti, se non si rinnovano i boschi tagliati, se non si riparano gli edifici rustici, la terra in assai meno di dieci anni ridiventa una brughiera, una landa e dove prima vivevano agiatamente 100 uomini 10 campano a stento.

Le macchine delle fabbriche diventano ferraccio o oggetti da museo di antichità se non rinnovate continuamente. Prendere una fabbrica agli attuali proprietari è prendere cosa la quale fra cinque anni avrà un valore zero, se nuovi investimenti non siano fatti di continuo per somme cospicue. Vi sono macchine che si devono ammortizzare, ossia sostituire con macchine nuove, in 20 anni. Altre debbono essere rinnovate in 10, alcune in 5. Durante la guerra, in certi casi il periodo del rinnovamento si ridusse ad un anno.

Dovunque si volga lo sguardo, si osserva ripetuto il medesimo processo: il capitale esistente è nulla in confronto al capitale nuovo che incessantemente deve rinnovarlo, vivificarlo. Il capitale esistente è la forza morta; il capitale nuovo, che si deve ancora formare, il capitale futuro è la sola cosa viva. Il vivo rivivifica il morto. Assai prima che il capitale esistente sia ridotto a valore zero, assai prima che esso sia distrutto, esso diventa inerte, improduttivo se un flusso continuo di capitale nuovo non interviene a mantenerlo in vita, a dargli l’anima che gli manca.

Questa è la tragedia dell’organizzazione collettivistica della proprietà privata. Credevano i socialisti di impadronirsi di una cosa viva e si sono impossessati di una cosa morta, di una entità irreale, che sfuma tra le loro mani. Avevano combattuto per tanti anni il «capitalismo» e si accorgono che hanno combattuto contro un mulino a vento, si avvedono, con stupefazione, che il «capitalismo» non esiste, si dilegua appena afferrato. Hanno conquistato l’ombra, ma l’anima del capitalismo è loro sfuggita. Quest’anima si chiama lo spirito di risparmio: e bisogna ricrearla, bisogna ridarle vita se si vuole che la società collettivistica, che una qualunque società viva e progredisca.

Ora, in regime di proprietà privata, il capitale esistente è alimentato dallo spirito di risparmio così:

  1. gli uomini in genere pensano alla possibilità di diventare ammalati, invalidi, infortunati, disoccupati, e mettono da parte una somma per i giorni di mancato guadagno e di cresciute spese;
  1. sanno di diventare vecchi e provvedono alla vecchiaia, accantonando risparmi nella giovinezza e nella età matura;
  1. i padri si preoccupano della sorte riserbata ai figli nel caso che essi muoiano prima del giorno in cui l’educazione dei figli sia compiuta e questi non siano ancora in grado di provvedere a sé colle proprie forze;
  1. lo stesso fanno i mariti per le mogli, i figli per i genitori vecchi sprovveduti;
  1. l’industriale ha l’ambizione di ingrandire la sua impresa, il proprietario di comperare il campo del vicino infingardo o di migliorare il campo già suo; epperciò rinuncia a godere l’intero reddito presente e provvede, accantonandone una parte, a soddisfare la sua ambizione. Ciò è valido per il piccolo e il grande industriale, per il contadino lavoratore e per il proprietario di un importante podere;
  1. il risparmiatore che ha accumulato 10.000 lire desidera di giungere a 100.000 lire; chi ne ha 100.000 di arrivare al milione, chi ha il milione pensa a primeggiare sui suoi colleghi arrivando a 10 milioni. E poi nasce l’ambizione del miliardo. Talvolta l’ambizione è quella dell’avaro che aggiunge soldo a soldo; talvolta, più spesso, è l’ambizione di essere il primo nel villaggio, nella città, nella regione, nello Stato, nella industria a cui si appartiene. È la stessa ambizione che fa sognare al giovane ufficiale il bastone di maresciallo, allo studente la consacrazione della fama scientifica, all’oratore da comizio operaio la presidenza del Consiglio dei ministri. Da tutte queste fonti nasce il flusso continuo del risparmio che mantiene viva la ricchezza esistente. Talvolta il risparmio è fine a sé stesso. Nei casi dall’1 al 4 si risparmierebbe anche senza interesse o con interesse negativo. Negli altri casi spesso la prospettiva di un interesse è una condizione necessaria del risparmio. E se per ottenere la produzione di quella certa quantità di risparmio, la quale è necessaria per mantenere in vita il capitale esistente, per accrescerne la massa e la fecondità, fa d’uopo pagare un interesse dell’1, 2, o 3, o 5, o più per cento, è utile pagarlo. Né il pagarlo nuoce ai lavoratori perché se esso non fosse pagato, il risparmio prodotto sarebbe minore di quello che invece si produce, gli imprenditori non avrebbero sufficiente capitale per le loro imprese, farebbero minor domanda di lavoro e il salario sarebbe minore di quello che di fatto è quando si paga un interesse ai capitalisti.

Una diminuzione del saggio d’interesse verso lo zero è possibile, ma ha oggi per condizione l’accentuarsi dei motivi dall’1 al 4 del risparmio ed il prevalere nei motivi 5 e 6 dell’elemento morale dell’ambizione, della brama di primeggiare, sul desiderio di veder crescere la propria ricchezza per l’accumularsi degli interessi. Il verificarsi di queste condizioni non è escluso; anzi il cosidetto «incivilimento» è caratterizzato, dal punto di vista economico, dal prevalere del senso della previdenza, della preoccupazione dell’avvenire, dei calcoli per il futuro lontano, dell’egoismo di specie sul senso del presente, del godimento immediato, dell’egoismo individuale. Vi è una distanza straordinaria fra l’uomo selvaggio e l’uomo civile, fra chi non concepisce l’idea del domani e chi subordina il presente all’avvenire. Si può asserire che a mano a mano che il senso della previdenza si diffonderà fra gli uomini e diventerà quasi universale, riducendo ad una proporzione decrescente e piccola il numero degli imprevidenti, degli scialacquatori, nella stessa misura il saggio dell’interesse tenderà a scemare e ad avvicinarsi a zero. Non è esclusa la possibilità del verificarsi dell’ipotesi di una produzione così abbondante di risparmio per motivi non connessi colla speranza di ottenere un interesse da far sì che la quantità così prodotta sia largamente sufficiente a coprire la richiesta di risparmio da parte degli imprenditori. In quel giorno il saggio dell’interesse sarebbe ridotto a zero.

Qual è la posizione del collettivismo di fronte al fenomeno del risparmio? Esso non abolisce certo la necessità della sua continua ininterrotta produzione. Ma poiché esso probabilmente inaridisce le fonti attuali della sua produzione, conviene che il principio collettivista crei altri moventi di produzione del risparmio diversi da quelli odierni.

È probabilmente inevitabile che in regime collettivista le fonti attuali del risparmio si inaridiscano. L’uomo non ha più la necessità di provvedere alla vecchiaia, alla malattia, alla invalidità, alla disoccupazione, poiché organi statali o sindacali dovrebbero pensare a quei casi. Previdenze pubbliche dovrebbero del pari togliere le ansie della educazione dei figli, del mantenimento dei genitori vecchi e dei parenti invalidi.

Cesserebbe l’ambizione di primeggiare nelle industrie, nei commerci. L’impresa appartenendo alla collettività o al gruppo, l’individuo non sarebbe stimolato a rinunciare volontariamente a godimenti presenti per ingrandire l’impresa non sua. L’avaro avrebbe ancora la brama di contemplare e far risuonare dischi d’oro e d’argento o di quell’altro segno monetario che in una società collettivista potrebbe permanere per gli scambi – buoni di lavoro o buoni di acquisto di merci -; ma non avrebbe più la possibilità di accrescere il suo tesoro mercé l’aggiunta degli interessi.

In breve, verrebbero meno tutti i moventi volontari del risparmio, che sono quelli da cui oggi sgorga quasi interamente il flusso del risparmio nuovo.

Sarebbe giocoforza sostituire ai moventi volontari individuali altri moventi ed io non saprei caratterizzarli diversamente se non chiamandoli obbligatori pubblici.

Lo Stato o il sindacato, o l’ente dirigente la produzione dovrebbe ogni anno dal prodotto totale sociale prelevare una quota, un decimo, due decimi; sottrarla al consumo immediato e destinarla a capitalizzazione. E cioè, per spiegar meglio la cosa con altre parole, dovrebbe far produrre ad uno o due decimi dei lavoratori del paese cose utili per l’avvenire: macchine, piantagioni, costruzioni di ferrovie, di ponti, di strade, ecc. Siccome questo decimo o questi due decimi di lavoratori e le loro famiglie non potrebbero alimentarsi, vestirsi, ecc., in genere soddisfare ai loro bisogni presenti col frutto del proprio lavoro, perché questo sarebbe indirizzato a produrre cose utili solo in avvenire, così essi dovrebbero essere pagati o mantenuti con un prelievo sul frutto del lavoro degli altri nove o otto decimi della popolazione.

Nessuno potrebbe ottenere, neppure in una società collettivista, l’intero frutto del proprio lavoro, perché esso dovrebbe essere decurtato di una quota parte destinata a provvedere all’avvenire. il quesito, il terribile quesito è: saranno lo Stato, i Sindacati, gli enti dirigenti, la società collettivista capaci di fare sulla produzione corrente prelievi abbastanza forti da garantire la continuazione ed anzi l’incremento della produzione avvenire?

Gli economisti, quasi unanimi, reputano che la probabilità di ottenere da parte di organi pubblici una produzione sufficiente di risparmio sia piccolissima. Cito, per tutte, l’opinione recentemente manifestata da uno dei più insigni economisti inglesi, l’Edgeworth, che illustra oggi la celebre cattedra di Oxford: «Nella fretta di abolir il capitalista privato (i politici in cerca di popolarità) non hanno imparato che egli compie una funzione indispensabile, che in realtà senza di lui, se dovessimo fidarci dei dicasteri governativi o dei Comitati sindacalisti per provvedere al futuro col risparmio – ciò che finora è stato fatto per motivi di interesse egoistico e di affetti familiari – la collettività probabilmente sarebbe ridotta ad uno stato di malessere estremo, se non forse all’estremo dell’inedia».[1]

L’esperienza storica del passato sembra confortare lo scetticismo profondo, invincibile degli economisti, che si sono dedicati in modo particolare all’approfondimento di questi problemi. In passato furono numerosi gli Stati che fecero debiti, che profusero miliardi, che alienarono i beni appartenenti al loro patrimonio. Rarissimi i capi di Stati i quali abbiano tenuta una condotta opposta, dando incremento al loro patrimonio. Si conoscono Stati che costrinsero Opere Pie, Enti Morali ad alienare il loro patrimonio, a convertirlo da terreni in titoli di credito sullo Stato e che annullarono poi, attraverso i secoli, il valore dei titoli stessi. Hanno poco peso in confronto i capi di Stato che furono di vantaggio alla ricchezza degli Enti pubblici minori. Se questi coll’andare del tempo videro ciò nonostante aumentare le proprie risorse, ciò accadde per il flusso incessante del risparmio privato, una parte del quale alla morte dei testatori è devoluto da questi a fini di interesse pubblico. I risparmi compiuti recentemente da cooperative, da istituti di assicurazione sociale sono finora i soli esempi confortanti in tanto squallore; ma sono troppo poca cosa e sono nel tempo stesso connessi così strettamente colla speranza dei soci e cooperatori di migliorare la propria condizione individuale per poterci fare un assegnamento che non sia vaghissimo ai fini di una bastevole produzione collettiva di risparmio.

Affermazioni risolute non si possono fare in questa materia di previsioni intorno alla condotta futura di enti pubblici. La logica comune farebbe supporre che le norme di condotta invalse nel passato non abbiano a mutare se non assai lentamente. Si mutano facilmente le leggi, difficilmente i costumi. Non si vede come rapidamente possa mutare l’abitudine degli uomini politici a promettere molto ai presenti elettori a danno dei futuri non ancora nati. Furono visti, in Italia, ministri del tesoro e dei lavori pubblici scemare la quota di ammortamento degli impianti ferroviari – ossia i risparmi per i quali si poteva sperare di rinnovare in un tempo futuro i veicoli e la strada – allo scopo di avere maggior reddito presente da distribuire in aumenti di paghe ai ferrovieri presenti, senza gravar la mano sugli utenti o sui contribuenti presenti. Sono assai più rari i casi di uomini pubblici i quali resistono ai clamori di miglioramenti immediati per salvaguardare le ragioni dell’avvenire.

Oggi il risparmio è un atto volontario di una parte della popolazione, la quale ha la capacità di vedere il futuro.

Domani il risparmio dovrebbe essere un atto obbligatorio, deliberato da una maggioranza di elettori nei corpi politici o di lavoratori nei corpi sindacali di mestiere. È probabile che le deliberazioni recherebbero la traccia dei vizi e della virtù della maggioranza, la quale, a differenza della parte previdente della popolazione si preoccupa molto del presente e poco dell’avvenire. E questa tendenza delle masse ai godimenti immediati, alle rivendicazioni di aumenti di paghe e di maggior riposo sarebbe probabilmente rinfocolata dai «politici in cerca di popolarità». Sarà sempre molto più facile farsi eleggere deputato ai Parlamenti o ai Consigli del lavoro, direttore amministrativo di un sindacato d’industria a chi prometta larghe paghe e lungo riposo, che non a chi predichi la necessità delle rinunzie, delle falcidie di forti decimi sul prodotto del lavoro a pro delle generazioni future. Sembra ragionevole ammettere che sia necessaria una lenta, faticosa opera di educazione morale e sociale per persuadere la massa ad usare nel governo dell’economia pubblica norme di prudenza e di rinunzia tali da poter consentire risparmi simili a quelli che sono oggi il frutto del meccanismo, che sopra ho tentato di descrivere.

E nel frattempo che cosa accadrebbe? La mente si rifiuta di seguire i risultati di ipotesi, le quali non possono non essere considerate terrificanti: miseria orrenda, regresso a forme di vita quasi barbariche.

Ciò, se non veduto chiaramente, è sentito dai teorici e dai capi del collettivismo, i quali si vedono costretti a transazioni, che essi accettano riluttanti e deprecano col nome di concessioni o sopravvivenze capitalistiche. Fanno parte di tal genere di transazioni: il riconoscimento di interessi ai depositi e ai titoli dei piccoli risparmiatori, le concessioni di ferrovie, di miniere, di acque pubbliche a stranieri, l’emissione di nuovi titoli di debito pubblico produttivi di interesse.

In sostanza si dice: purtroppo non possiamo ancora trovare un surrogato al risparmio prodotto dai privati. Occorre tollerare che il risparmio continui ad essere prodotto dai privati; e per averne a sufficienza, occorre rassegnarsi a promettere ai risparmiatori un interesse. Se è lacrimevole che ciò sia, studiamoci almeno di limitare la padronanza del risparmio sull’economia. Il risparmio non possa più investirsi direttamente in terreni, case, industrie, commerci. Esso sia tutto versato in depositi presso le Banche di Stato o Banche del popolo o imprestato allo Stato o agli altri Enti pubblici. Un po’ come fece lo Stato italiano per i patrimoni degli enti ecclesiastici convertiti in titoli di Stato. Il risparmiatore potrà ancora essere tale, godere interessi, ma a condizione di essere creditore dello Stato. È un compromesso. probabilmente insufficiente, forse dannoso alla collettività. È improbabile che i privati seguitino a produrre tanto risparmio come oggi fanno, colla sola prospettiva di aver tra le mani un titolo di credito verso un Ente pubblico. Il titolo di Stato attrae certe categorie di risparmiatori, ne respinge altre. Vi ha chi risparmia per giungere a possedere una terra, una casa, una fabbrica. Costoro restano gelidi di fronte ad un pezzo di carta. Oggi, inoltre, molti comprano il pezzo di carta perché sanno di poterlo vendere e trasformare in altre forme di ricchezza. Domani, quando sapessero che quello è l’unico impiego, obbligatorio, dei propri risparmi, vedrebbero nell’unicità e nella obbligatorietà i segni precursori della confisca. Sopratutto, quando i titoli di debito fossero emessi da uno Stato, i cui reggitori si compiacciono di sparlare dell’«infame» capitalismo, ed insistono sul proprio rincrescimento per avere dovuto ancora, provvisoriamente, lasciare questa via aperta allo sfruttamento del lavoro da parte dei capitalisti. La produzione del risparmio, in questo regime di compromesso, sarebbe dunque insufficiente. Aggiungasi che il suo costo sarebbe per la collettività maggiore dell’attuale. Sostituire la proprietà di titoli di debito pubblico alla proprietà di terreni, di case, di industrie, vuol dire sostituire un interesse certo ad un dividendo incerto. Lo Stato collettivista – proprio quello che vuol distruggere la proprietà privata – garantirebbe ai capitalisti un reddito certo, fisso e li assolverebbe dal rischio di perdere col pretesto di togliere loro l’alea del guadagno. Sostituirebbe un 4 o un 5 per cento fisso ad una somma multicolore di redditi i quali vanno dal meno 100 per cento al meno 50, al zero per cento, al 5 per cento, al 10, al 20 e anche al 100 per cento e più in un anno. Sono davvero sicuri i teorici del compromesso – necessario – collettivista che nel mutamento perderebbero i risparmiatori e non la collettività? Facciano astrazione da ciò che oggi molto risparmio si produce solo perché si ha la speranza di correre tutte le alee della gamma dei redditi, dalla perdita del capitale intero, attraverso ad infinite gradazioni intermedie, sino al raddoppiamento del capitale in un anno. Ma siamo davvero sicuri che un 4 o 5 per cento fisso sia una quantità minore della gamma odierna dei dividendi variabili? Le indagini statistiche in proposito sono scarsissime e imperfettissime; ma darebbe sicuramente prova di un’audacia ben grande colui il quale rispondesse affermativamente.

Il dubbio è in tal materia plausibile. E se il dubbio fosse, come probabilmente è, fondato, l’organizzazione collettivista della società non avrebbe prodotto altro risultato se non quello di sostituire alla classe attuale di imprenditori e risparmiatori vogliosi di correre alee, di inventare del nuovo, di battere vie sconosciute, una classe di risparmiatori neghittosi contenti di un reddito scarso ma sicuro.  Al capitalismo giovane, vigoroso, promettente, creatore sarebbe sostituito un capitalismo invecchiato, torpido, mandarinesco.

Concludo:il problema della formazione del capitale nuovo è uno dei problemi capitali che deve risolvere una società collettivista. Io non dico, che non si possa, col tempo, forse coi secoli o coi millenni, trovare una soluzione. Ma nego che sia lecito ignorare il problema formidabile; affermo che è criminoso chiudere gli occhi dinanzi ad esso. Perché negare il problema vuol dire precipitare deliberatamente la società in una miseria così atroce, in confronto della quale le tenebre del più oscuro Medioevo sarebbero magnificenze e luce splendidissime.



[1] Da una lettura: La leva del capitale, in italiano nel fascicolo maggio-giugno 1919 di «La Riforma Sociale».