La crisi e le ore di lavoro

«La Riforma Sociale», gennaio-febbraio 1933, pp. 1-20

Nuovi saggi, Einaudi, Torino, 1937, pp. 269-288

La intervista che il senatore Giovanni Agnelli, Presidente della F.I.A.T., concesse nel giugno scorso alla United Press, provocando una eco mondiale di discussioni, fu altresì occasione di un amichevole scambio di vedute fra l’Agnelli ed il direttore di questa rivista. Poiché da ultimo quello scambio diede luogo ad un breve carteggio, riteniamo opportuno pubblicare quelle lettere. Nelle quali, più che disputare, si volle mettere in carta punti di vista non contrastanti nella meta finale e divergenti soprattutto nella diversa importanza assegnata ai fattori di attrito i quali ostacolano il passaggio da una ad altra posizione di equilibrio nell’economia mondiale.

LA RIFORMA SOCIALE

Torino, 5 gennaio 1933

On. Collega,

Ella mi ha chiesto, un giorno in cui ebbimo occasione di discorrere insieme intorno alla intervista da me concessa alla United Press sulla crisi, di riassumere le mie considerazioni, limitatamente a quella che si suole chiamare disoccupazione “tecnica”.

Partiamo dalla premessa che in un dato momento, in un dato paese, ad ipotesi nella parte industrializzata di questo nostro mondo, vi siano 100 milioni di operai occupati. Sia il loro salario medio di un dollaro al giorno. Scelgo il dollaro sia perché è moneta da parecchie generazioni invariata in un dato peso d’oro, sia perché mi consente di esporre calcoli semplicissimi col minimo uso di operazioni aritmetiche, corrispondendo il salario di un dollaro (19,50 lire, 25 franchi francesi, 5 franchi svizzeri, 3 ½ scellini, ecc.), ad una misura di compenso giornaliero abbastanza accettabile in generale. Sulla base di un dollaro, ogni giorno nasce una domanda di 100 milioni di dollari di beni e servizi, ed ogni giorno industriali ed agricoltori producono e mettono sul mercato 100 milioni di dollari di merci e servizi. Produzione, commercio, consumo, si ingranano perfettamente l’un l’altro. Non esistono disoccupati. Non si parla di crisi. Noi industriali diciamo, nel nostro linguaggio semplice, che gli affari vanno. Alla macchina economica non occorrono lubrificanti.

Ad un tratto – in verità le cose si svolgono diversamente, per sperimenti vari e successivi; ma debbo semplificare – uno o parecchi uomini di genio inventano qualcosa; e noi industriali facciamo a chi arriva prima ad applicare la o le invenzioni le quali promettono risparmio di lavoro e maggior guadagno. Quando le nuove applicazioni si siano generalizzate, risulta che con 75 milioni di uomini si compie il lavoro il quale prima ne richiedeva 100. Rimangono fuori 25 milioni di disoccupati. All’ingrosso, oggi vi sono per l’appunto 25 milioni di disoccupati nel mondo.

Quale la causa? La incapacità dell’ordinamento del lavoro a trasformarsi con velocità uguale alla velocità di trasformazione dell’ordinamento tecnico.

Prima dell’invenzione occorrevano 100 milioni di giornate di lavoro di otto ore l’una fornite da 100 milioni di operai, ossia 800 milioni di ore di lavoro al giorno, a produrre una data massa di merci e servizi. Dopo l’invenzione bastano, per produrre la stessa massa di merci e servizi, 600 milioni di ore di lavoro. Ad otto ore al giorno, è bastevole il lavoro di

75 milioni di operai. Gli altri 25, disoccupati, consumano assai meno. La domanda si riduce al disotto del livello precedente. Dopo un po’ basteranno 70 e poi 60 milioni di operai a produrre quanto il mercato richiede. È una catena paurosa che a noi pratici pare svolgersi senza fine, sebbene voialtri economisti ci abbiate abituati a credere che ad un certo punto si deve ristabilire l’equilibrio. Quel certo punto fa a noi l’impressione, soprattutto quando siamo sulla china discendente, di non arrivare mai.

Il danno sembra a me derivare dallo sfalsamento esistente tra due velocità: la velocità del progresso tecnico, il quale dal primo al secondo momento ha ridotto di un quarto la fatica necessaria a produrre, e la mancanza di progresso nell’organizzazione del lavoro, per cui l’operaio che lavora seguita a faticare le stesse otto ore al giorno di prima. Rendiamo uguali le velocità dei due movimenti progressivi, quello tecnico e quello, chiamiamolo così, umano. Poiché, a produrre una massa invariata di beni e servizi, occorrono 600 invece che 800 milioni di ore di lavoro, tutti i 100 milioni di operai occupati nel primo momento per 8 ore al giorno, rimarranno occupati nel secondo momento per sei ore al giorno. Poiché essi producono la stessa massa di beni di prima, il salario rimarrà invariato in un dollaro al giorno. La domanda operaia di beni e servizi resta di 100 milioni di dollari. Nulla è mutato nel meccanismo economico, il quale fila come olio colato. Non c’è disoccupazione, non c’è crisi.

Dopo essermi creato nella fantasia un mondo economico in cui, pur compiendosi invenzioni, non v’è disoccupazione tecnica e non si verificano i collassi spaventevoli nella domanda a cui noi oggi assistiamo, il dubbio mi assale di avere forse, per essermi voluto tenere al semplice, al pratico, a quanto si vede, trascurato qualcuno di quei fattori invisibili, di cui soprattutto parmi si dilettino gli economisti. Ha il mio dubbio un fondamento?

GIOVANNI AGNELLI al senatore LUIGI EINAUDI, in Torino

Torino, 10 gennaio 1933

On. Collega,

No, il suo dubbio non ha fondamento per quanto tocca la meta ultima alla quale si deve mirare. Il progresso tecnico non avrebbe senso se dovesse servire soltanto a creare disoccupazione, crisi e malcontento sociale. È possibile che gli anni a venire ci facciano assistere ad un nuovo meraviglioso incremento della capacità produttiva del mondo. Negli Essays in persuasion il Keynes afferma che, come nell’ultimo secolo la massa dei beni posti a disposizione di ogni uomo è stata moltiplicata per quattro, così entro un secolo si moltiplicherà almeno per otto, e pochissima fatica, di tre ore al giorno al più, farà d’uopo per ottenere il risultato stupendo di vivere una vita otto volte più larga dell’attuale. Non sono d’accordo col Keynes su tutti i punti della sua tesi e ho detto i motivi del disaccordo in Il problema dell’ozio nel primo fascicolo del 1932 di «La Cultura»; ma non mi pare dubitabile che, se gli uomini vorranno contentarsene, potranno procacciarsi fra un secolo con tre o quattro ore di lavoro al giorno una massa di beni di gran lunga superiore a quella che oggi acquistano con otto e dieci ore. Le macchine non si inventano per il gusto di fabbricare grande copia di beni e neppure per dar maggior guadagno ai fabbricanti; ma perché gli uomini possano faticare di meno a produrre le cose di cui abbisognano ed abbiano tempo libero a dedicare all’ozio od a procacciarsi altri nuovi beni. Al limite noi non vediamo da un lato un milione di uomini possessori ed operatori a gran fatica di macchine ed egoistici esclusivi consumatori dei beni prodotti e dall’altro lato novantanove milioni di disoccupati viventi di elemosina; bensì cento milioni di uomini i quali, con minima fatica per ognuno di essi, godono tutti del prodotto ottenuto grazie al muto ausilio delle macchine. Né questa è previsione; è lieta realtà dell’oggi confrontata con la penuria del passato. Se oggi si lavora per otto ore al giorno per un salario di un dollaro, un secolo fa si lavorava dodici e quindici e talvolta più ore per un salario di venti, di trenta, di cinquanta centesimi di dollaro. Mutazione codesta dovuta in gran parte alle invenzioni tecniche, le quali hanno dato modo agli uomini nei cent’anni corsi dalla fine delle guerre napoleoniche alla guerra mondiale, di migliorare le loro condizioni di vita più che non avessero potuto fare nei sedici secoli trascorsi fra l’aurea età antoniniana dell’impero romano e la rivoluzione francese.

Il dissenso colle sue vedute non riguarda dunque la meta finale ed il corso secolare degli avvenimenti. Esso sta, come per lo più accade, nei tempi brevi e negli attriti secondari.

Consenta ch’io affronti il problema per approssimazioni successive, procedendo per ora da un caso semplice ad un altro più complesso.

Supponiamo di essere all’origine dei tempi nuovi meccanizzati, in un’epoca in cui i beni economici si producevano a mano, non esisteva capitale tecnico, il processo produttivo era breve ed i beni prodotti ripartivansi tutti a titolo di salario ai lavoratori; chiamando salario ogni specie di compenso al lavoro e lavoratori tutti coloro che davano opera alla produzione, dal manovale al direttore dell’opificio. L’ipotesi è fatta non per affermare che in epoche storiche note gli uomini lavorassero colle loro sole mani, ma unicamente per evitare complicazioni. Possiamo immaginare che lo scarso capitale tecnico necessario appartenesse ai lavoratori medesimi, come accade oggi ai fabbri ed altri artigiani di villaggio. Ad un certo momento la prima macchina è inventata; intendendo per macchina qualunque procedimento tecnico atto a risparmiare lavoro; e si trovò anche chi, rinunciando a godere di una parte dei beni prima prodotti o goduti o faticando di più in vista dell’avvenire (risparmio) produsse e fece funzionare la macchina. Suppongasi ancora: che la invenzione operi uniformemente in tutti i campi del lavoro umano e diminuisca ugualmente la fatica di ogni lavoratore; che la macchina sia usata così da produrre maggior copia di quei beni che per l’appunto sono maggiormente desiderati e nella misura desiderata dagli uomini; e che i lavoratori i quali sappiano inventare e risparmiare la macchina continuino a lavorare ed a guadagnare salario ed in aggiunta godano un compenso per il loro merito di invenzione e di risparmio.

In queste condizioni io posso immaginare che la crisi derivante dalla macchina sia lieve e breve durante il passaggio dal primo al secondo momento:

  Prima dell'introduzione della macchina Dopo l'introduzione della macchina
Ore di lavoro giornaliere totale 800 600
Ore di lavoro per operaio occupato 8 6
Numero di operai occupati 100 100
Produzione ( in unità di beni o dollari ) 100 120
Salari agli operai occupati, 1 doll. x100 ( in unità di beni o dollari ) 100 Totale 100 Totale

Compenso agli inventori – risparmiatori (in unità di beni o dollari)

- 100 20 120

La tabellina non richiede molte spiegazioni aggiuntive:

Ho supposto che l’unità di misura della produzione, del salario e della domanda sia un dollaro costante, ossia avente una capacità di acquisto di una unità mista di beni o servizi invariata da un momento all’altro. Salto sopra, in questo modo, a grosse difficoltà di misurazione derivanti dal fattore monetario e dalle variazioni dei gusti degli uomini nei successivi momenti. Salto forse mortale, ma necessario per non complicare subito terribilmente il problema. Suppongo cioè che, aumentando la massa dei beni e servizi prodotti da 100 a 120 unità, si conservi la possibilità di far circolare col nome di un dollaro ognuna di quelle unità di beni e servizi. Non si possano cioè aumentare (o diminuire) le unità di beni o servizi prodotti senza che in qualche misterioso modo, che qui non si indaga, entrino in circolo i dollari necessari ad effettuare gli scambi, in modo che ogni unità di beni abbia sempre il medesimo nome di un dollaro. Faccio l’ipotesi per tener conto dell’abito mentale che hanno gli uomini – gli economisti, a furia di stare attenti nel discorrere acquistano talvolta l’abito contrario di pensare e parlare in termini di unità di beni; ma non possono pretendere che altri si adatti alle loro peculiarità – di pensare e parlare in termini di lire, franchi, sterline, dollari.

Non mi preoccupo, sempre per non complicare il problema, di indagare quale sia la specie dei beni prodotti e consumati; e principalmente non indago se si tratti di beni diretti o pronti per il consumo o di beni strumentali, ossia macchine, edifici, impianti, migliorie, strade, materie prime o intermedie, ecc., ecc. Probabilmente, prima della introduzione della macchina, il ciclo produttivo era breve e praticamente i beni prodotti potevano considerarsi, in una data unità di tempo, soprattutto beni diretti. Dopo la macchina, il ciclo produttivo si allarga, l’importanza dei beni strumentali cresce, gli uomini incoraggiati dai primi risultati della macchina, sono indotti a fabbricarne altre, il che vuol dire a spendere parte del loro tempo a fabbricare mezzi atti a produrre di più in avvenire (risparmio).

A rischio di dar scandalo a qualcuno dei miei amici amanti della raffinatezza nel ragionare economico, – ma essi mi daranno venia pensando che qui non con essi discorro ma con un industriale a ragione impaziente di arrivare al nocciolo dell’argomento – passo sopra alle complicazioni prodotte dalla eventuale manchevole sincronia nella produzione dei beni diretti e strumentali, nel consumo e nel risparmio e mi contento di constatare che la macchina ha avuto parecchie conseguenze notevoli:

  • ha scemato la fatica del produrre da 800 a 600 ore giornaliere e ridotto l’orario dei lavoratori da otto a sei ore;
  • ha conservato agli operai, tutti occupati, lo stesso salario di un dollaro al giorno per una fatica ridotta;
  • ha aumentato la massa totale prodotta da 100 a 120 dollari; i 20 dollari in più essendo il compenso degli inventori della macchina e dei risparmiatori che l’hanno fabbricata. Non importa, ai nostri fini, sapere quanta parte vada agli uni e quanta agli altri. Probabilmente essi vorranno che il maggior prodotto assuma non solo la forma di beni diretti, beni e servizi più fini che inventori e risparmiatori intendono consumare subito, ma quella anche di beni strumentali (risparmio), nuove macchine destinate a futuro ulteriore aumento di produzione.

La situazione descritta sul secondo momento è stabile? Sì, quando siano soddisfatte talune condizioni:

  • che i 20 dollari di maggior prodotto siano dagli inventori e dai risparmiatori ritenuti compenso bastevole alla loro opera di inventori e di risparmiatori. Se così non fosse, le macchine non si introdurrebbero. La cifra di 20 dollari è puramente esemplificativa. La cifra vera dipende da tutte le condizioni le quali influiscono a determinare sul mercato il saggio dell’interesse ed il compenso degli inventori imprenditori; ed è, in ogni momento, un dato noto;
  • che gli organizzatori della produzione (imprenditori) abbiano saputo utilizzare le macchine in modo da produrre precisamente quelle unità di beni e servizi diretti che i 100 lavoratori sono disposti a consumare subito (tenuto conto del fatto che quelli tra essi i quali sono anche inventori – risparmiatori possono e vogliono consumare oltre ad una unità ciascuno di beni – salario, un certo numero di ulteriori unità di beni diretti) ed in aggiunta quel numero di unità di beni strumentali in che gli inventori – risparmiatori ritengono conveniente investire i dollari di maggior compenso che essi hanno deciso di risparmiare.

Le quali due condizioni non vengono naturalmente soddisfatte da sé. Occorrono all’uopo capacità, intuito ed organizzazione. Attraverso a qualche incertezza, a qualche tentativo mal riuscito, ad errori più o meno presto riparabili, non a stati di crisi profonda, un nuovo equilibrio pare possa a primo aspetto essere raggiunto.

Dalla esposizione ora fatta appare invece chiaro perché la soluzione non sia stabile. Mi soffermerò su uno, fra i parecchi, perché principalissimo. Non è conforme a realtà supporre che il progresso tecnico sia generale, ossia diffuso uniformemente in tutti i campi della umana attività. Le macchine si inventano non dico a capriccio od a caso, ma per virtù d’ingegno; e l’ingegno degli uomini si avventa or contro l’uno or contro l’altro degli ostacoli che la natura ad essi oppone senza che di questo avventarsi sia dato delineare un piano ordinato. Le invenzioni vanno ad ondate, irregolarissime per direzione ed intensità.

Semplifichiamo anche qui e supponiamo che la macchina fecondi uniformemente una metà del campo produttivo ed abbandoni a sé l’altra metà. Otteniamo un quadro, anch’esso errato, perché l’irregolarità della fecondazione è enormemente più accentuata, meno errato tuttavia del quadro precedente ed atto a fornirci qualche spunto per la interpretazione di quel che accade intorno a noi.

  Prima dell'introduzione della macchina Dopo l'introduzione della macchina
    Occupazioni stazionarie Occupazioni progressive Totale

Ore giornaliere di lavoro totale

800 400 200 600

Ore giornaliere per operaio occupato

8 6 6 6

Numero di operai occupati

100 66.66 33.33 100

Produzione (in unità di beni o dollari)

100 5 70 120

Salari agli operai occupati ad 1 dollaro ciascuno al giorno (in unità di beni o dollari)

100 TOT: 100 66.66 TOT: 66.66 33.33 TOT: 53.33 100 TOT: 120

Compenso agli investitori – risparmiatori (in unità di beni o dollari)

- - 20 20

Margine attivo o passivo fra produzione da un lato e spese (salario – compenso) dall'altro (in unità di beni o dollari)

  -16.66 +16.66  

Nel primo momento, innanzi alla introduzione della macchina, le condizioni del lavoro e della produzione sono uniformi in tutte le industrie (epperciò si scrisse una colonna sola) ed il conto torna. C’è equilibrio fra entrate (produzione) e spese (salari ai lavoratori, il compenso agli inventori-risparmiatori non essendo ancora sorto). Nel secondo momento, l’equilibrio c’è nel complesso; ma esso maschera il contrasto netto esistente fra i due gruppi.

A differenza di quanto si era supposto prima, la macchina agisce soltanto sulla metà delle occupazioni. Quindi, ferma rimanendo la colonna dei totali, nel primo gruppo (stazionario) le ore complessive di lavoro restano 400 e con esse si ottengono i soliti 50 dollari (unità di beni) di produzione; nel secondo gruppo le ore di lavoro sono ridotte da 400 a 200 e con esse si ottengono 70 invece di 50 dollari di produzione. Se si vogliono occupare tutti i 100 operai disponibili, essendo 600 le ore di lavoro complessive, la giornata di lavoro deve essere ridotta per tutti a sei ore. Ecco che il primo gruppo (lo stazionario) è costretto ad occupare 66,66 operai, laddove il secondo gruppo (quello progressivo con le macchine) ne occupa solo 33,33. Insieme i 100 disponibili. Non c’è per il momento disoccupazione.

Ma il sistema non funziona, perché il gruppo stazionario dovendo pagare il consueto salario di un dollaro al giorno per ogni operaio, è costretto a sborsare 66,66 dollari in salari, mentre il ricavo della produzione è di soli 50 dollari; con una perdita di 16,66 dollari, laddove il gruppo progressivo, pur pagando un dollaro al giorno ai 33,33 operai e 20 dollari di compenso agli inventori-risparmiatori, tiene la spesa nei limiti di 53,33 dollari contro un ricavo-prodotto di 70 dollari, e perciò guadagna 16,66 dollari.

Non io ho posto la condizione che il salario ad orario ridotto sia mantenuto in un dollaro. È condizione essenziale del piano esposto nella Sua intervista. Io mi sono limitato ad aggiungere implicitamente che essa sia una condizione “seria”, ossia che il dollaro, in che i salari siano pagati, sia nel secondo momento lo stesso dollaro del primo momento, ossia abbia la capacità di acquistare dopo la medesima massa di beni e servizi che acquistava prima. Se noi “all’uopo” fabbrichiamo moneta, mutano i dati del problema; i salari continuando a chiamarsi “un dollaro”, ma acquistando solo gli otto od i sette od i sei decimi dei beni che si acquistavano prima con quel nome monetario. Il che assai giustamente Ella non vuole.

Poiché ciò Ella non vuole, è manifesto che il sistema urta contro un ostacolo. Non è possibile che all’introduzione della macchina segua permanentemente il duplice risultato di offrire un guadagno – nell’esempio fatto 16,66 dollari, ma possono essere 166 o 1.666 milioni od altra qualunque quantità – al gruppo progressivo e di multare con perdita equivalente il gruppo stazionario. Nessuno può perdere indefinitamente; ed appena taluno si accorge della perdita e scopre che il perché di essa sta nella forzosa uniformità della riduzione delle ore di lavoro in “tutti” i campi dell’attività umana, subito protesta contro la norma ugualitaria sinché riesce ad impedirne l’attuazione od a farla revocare. Se a tanto non si giunge, è inevitabile la reazione spontanea del gruppo stazionario. I lavoratori appartenenti al gruppo veggono che il loro salario giornaliero di un dollaro (66,66 dollari in tutto) è decurtato da una perdita di 16,66 dollari in tutto, equivalenti a 0,33 dollari ognuno, cosicché il salario netto si riduce a 0,66 dollari; laddove i 33,33 lavoratori del gruppo progressivo, senza alcun merito superiore, guadagnano netti un dollaro l’uno, più un profitto di 16,66 dollari in totale, uguale a 0,50 dollari a testa al giorno; senza calcolare i 20 dollari di compenso agli inventori-risparmiatori.

Perché 0,66 contro 1,50? Le occupazioni stazionarie tendono ad essere abbandonate e quelle progressive a divenire sopraffollate. A meno che si decretino carte di assegnazione forzosa ai diversi mestieri (servitù della gleba), il sistema non può durare. Esiste una crisi, dalla quale non si esce se non abolendo il sistema di forzosa ugualitaria riduzione delle ore di lavoro.

Se ben si osserva, la ragione dell’insuccesso sta in ciò che il gruppo progressivo ha voluto far gravare sul gruppo stazionario la parte maggiore del costo della disoccupazione conseguente alla macchina. Se la norma obbligatoria delle 6 ore universali non fosse stata introdotta, che cosa sarebbe invero accaduto?

Nel gruppo stazionario nulla: 50 operai sarebbero bastati dopo, come prima, ad otto ore al giorno, a produrre i soliti 50 dollari di prodotto; ed ognuno dei 50 operai avrebbe continuato a godere del solito salario di un dollaro al giorno. Nel gruppo progressivo, 25 operai invece di 50 sarebbero stati sufficienti, ad otto ore al giorno, in 200 ore di lavoro complessive, a produrre 70 dollari, ossia 20 in più di prima. Pagando 25 dollari agli operai occupati (un dollaro al giorno, come sempre), 20 dollari a titolo di compenso agli inventori – risparmiatori, sarebbero rimasti 25 dollari disponibili in mano degli imprenditori ed organizzatori dell’industria.

Il sugo del problema è tutto qui: che cosa fare del margine disponibile nel gruppo progressivo, dopo pagato il solito salario agli operai rimasti occupati ed il necessario compenso agli inventori-risparmiatori? Ella, in sostanza, vuole riservarne la massima parte (16,66 su 25 dollari) agli imprenditori di quel gruppo e consente a sacrificarne soltanto 8,33 per pagare la differenza fra i 25 operai che basterebbero a produrre, ad otto ore al giorno, i 70 dollari di produzione ed i 33,33 occorrenti a sei ore. Ma, così facendo, Ella lascia senza lavoro ancora 16,66 operai; e perché lavorino, Ella li accolla al gruppo stazionario, obbligandolo ad assoldare, grazie alla norma delle sei ore obbligatorie e generali, 66,66 operai invece di 50. Vedemmo già che la soluzione così offerta non è duratura. Né poteva esserlo, non essendovi alcun motivo poiché il gruppo stazionario debba prestarsi a perdere affinché il gruppo progressivo ottenga profitti straordinari di intrapresa abbandonando sul lastrico od accollando altrui la maggiore parte dei disoccupati, divenuti tali in conseguenza della introduzione della macchina. Qualunque soluzione voglia darsi al problema dei disoccupati, non certo si può ricorrere a quella che Ella vagheggia, poiché, dico io, ragionando secondo la logica economica, essa non è duratura ed è destinata al fallimento; perché, aggiunge l’uomo della strada, essa non risponde al sentimento comune di giustizia. È forse colpa degli “stazionari”, se gli inventori non inventarono macchine adatte alla loro industria?

Opposta alla Sua, è la soluzione implicitamente patrocinata da un nostro collega, il senatore Federico Ricci, il quale sostiene che il costo della disoccupazione debba gravare esclusivamente o principalmente sulle industrie che vi diedero causa, ossia sul gruppo progressivo. Lo schema Ricci, sulla base degli stessi dati della tabellina precedente, potrebbe essere il seguente:

  Dopo l'introduzione della macchina
  Occupazioni stazionarie Occupazioni progressive Totale

Ore di lavoro giornaliere totale

400 200 600

Ore di lavoro per operaio occupato

8 8 8

Numero di operai occupati

50 25 75

Produzione (in unità di beni o dollari)

50 70 120

Salario agli operai occupati ad 1 dollaro

ciascuno al giorno (in unità di beni o dollari)

50 TOT: 50 25 TOT: 70 75 TOT: 120

Compenso agli inventori – risparmiatori

(in unità di beni o dollari)

- 20 20

Disponibile per sussidi a disoccupati,

guadagno di intrapresa, ecc. (in unità di beni o dollari)

- 70 25

Naturalmente non pretendo che questo mio schema riproduca esattamente il pensiero del collega Ricci. Esso è stato costruito da me allo scopo di mettere in luce che se la macchina è davvero feconda, essa può dare un prodotto bastevole a pagare l’antico salario agli operai rimasti occupati, un compenso agli inventori – risparmiatori ed un residuo disponibile per pagare sussidi ai disoccupati. Altrimenti, perché si userebbero macchine?

La conclusione alla quale mi sembra di poter giungere è che la macchina deve essa medesima sanare le ferite cagionate dalla sua introduzione. Se la macchina è tale e non un gingillo, essa deve dare un maggior prodotto di cui gli usi sono stati e continueranno probabilmente ad essere in avvenire parecchi:

in un primo luogo, fornire un compenso ai suoi inventori ed a coloro che seppero risparmiare ossia faticare per fabbricarla. Questa parte del maggior prodotto si può dire “necessaria” perché se essa non c’è o non si prevede ci sia, gli inventori non inventano – preferiranno, se hanno la testa fatta per inventare, dedicarsi alla teoria pura, la quale dà maggiori soddisfazioni morali – ed i risparmiatori non risparmiano;

in secondo luogo, dare un prodotto agli imprenditori i quali corrono il rischio dell’introduzione della macchina. Il profitto è temporaneo, Poiché, divenuta nota sperimentata l’invenzione, altri imprenditori l’adottano pretendendo compensi sempre minori fino allo zero;

in terzo luogo, dare un sussidio ai disoccupati. Il sussidio può essere gratuito, oppure fornito in cambio di lavori compiuti a pro’ dello stato e di altri enti pubblici (lavori pubblici). Se gratuito, il sussidio sarà notevolmente inferiore al salario corrente, per non far sorgere interesse all’ozio nei lavori; se fornito in cambio di lavori pubblici potrà essere un salario pieno o meno pieno a seconda si ritenga conveniente portare mano d’opera dalle occupazioni private a quelle pubbliche o semplicemente eliminare disoccupati. In qualunque modo fornito, l’aiuto ai disoccupati deve essere siffattamente congegnato da mantenere vivo in essi il desiderio di uscire dalla professione del disoccupato o dell’addetto ai lavori pubblici. Questi sono rimedi provvisori ad una situazione di crisi transitoria. I disoccupati devono cercarsi essi medesimi una nuova permanente occupazione. La massa, che non ha capacità inventive, seguirà i pochi più irrequieti o gli inventori per vocazione, i quali troveranno il nuovo bene o servizio da offrire agli uomini. In passato si è sempre usciti così dalle crisi di disoccupazione tecnica. Ho l’impressione che Ella sia alquanto scettico sulla possibilità di inventare oggi nuovi beni da offrire ai consumatori. Rispondo che non bisogna mai disperare dalle attitudini degli uomini ad arrangiarsi. L’appetito è un grande stimolante dello spirito inventivo. Perché improvvisamente, dopo tante palmari prove della buona volontà degli uomini a considerare urgente l’acquisto di cose che venti anni prima erano ignote o reputate di gran lusso, dovremo disperare della esistenza in futuro di altrettanta buona volontà?

Ho cercato di dimostrare altra volta le impossibilità di riassorbire nella produzione degli “stessi” beni “tutti” gli operai resi disoccupati dalla macchina e la necessità di creare all’uopo una domanda di nuovi beni (nel fascicolo del gennaio-febbraio 1932 di questa rivista lo studio su Costo di produzione, leghe operaie e produzione di nuovi beni per eliminare la disoccupazione tecnica). Ma la domanda nuova non sorge se i disoccupati dormono sonni tranquilli all’ombra di un sussidio permanente largo e sicuro e se i risparmiatori sono certi di dare a prestito a buone condizioni agli enti pubblici tutto il risparmio disponibile. Occorre, perché il nuovo sia cercato e trovato, che qualcuno abbia necessità di trovarlo: i risparmiatori per impiegare fruttuosamente il risparmio, i lavoratori per guadagnare salari pieni invece di sussidi parziali; gli inventori per vendere brevetti agli imprenditori e questi ultimi per conquistare profitti. La disperazione della fame è mala consigliera, ma gran lievito di progresso sono l’onesto malcontento, il desiderio del meglio, l’alea dell’incerto domani!

in quarto luogo, il maggior prodotto della macchina deve anche essere utilizzato sotto forma di ozio. La riduzione delle ore di lavoro, della quale Ella si è fatto paladino seguendo la tradizione dei grandi capitani dell’industria moderna, ha inizio colle industrie progressive. Queste usufruiscono in parte del margine di maggior prodotto creato dalla macchina per ridurre l’orario degli operai. La riduzione delle ore di lavoro al di sotto delle 12 e delle 15 consuetudinarie non cominciò un secolo fa dall’agricoltura o dalle piccole industrie artigiane tecnicamente stazionarie. Ebbe inizio nelle industrie tessili e in quelle meccaniche antesignane del progresso in quel tempo. Via via la rivalità tra le industrie progressive e quelle stazionarie nell’assorbimento degli operai migliori estese la riduzione delle ore di lavoro dalle prime alle seconde. Ma non fu rivoluzione repentina e generale, la quale crescerebbe la massa totale delle rovine; fu lenta trasformazione avvenuta a poco a poco per graduale diffusione così da rendere massimo il vantaggio e minimo il danno della novità tecnica. Il massimo vantaggio si ebbe quando la riduzione delle ore di lavoro ed il contemporaneo incremento del salario giornaliero, ebbero luogo gradualmente, sicché gli operai non furono d’un tratto beneficati da troppo ozio e troppa paga, di cui avrebbero, per ignoranza, forse fatto malo uso – ed era il pretesto cinquant’anni fa per lo più addotto dagli industriali poco intelligenti per contestare i loro rifiuti – ma via via ebbero la consapevolezza di meritare, grazie a prestazioni migliori, l’ozio ed il salario duramente conquistati e conoscendone il valore, seppero trarne buon pro’ con un elevamento del tenore di vita proprio e della famiglia. Il minimo danno si ebbe quando le industrie stazionarie, costrette dalla fuga dei lavoratori verso le industrie progressive (abbandono della campagna e dei mestieri casalinghi poco pagati e corsa alla fabbrica) a ridurre a poco a poco le ore di lavoro e ad aumentare le paghe, si videro ridotte a redditi esigui e talvolta soggette a qualche perdita, sebbene non ancora tratte alla disperazione e furono indotte ad inventare anch’esse, ossia a riorganizzarsi e ad adottar macchine. Il progresso industriale non si compie, se non per eccezione, per grandi mutamenti improvvisi, bensì per imitazione diffusiva, per gentile pressione di fallimenti singoli eliminatori degli incapaci e conseguente sopravvivenza dei più elasticamente adattabili tra gli imprenditori. Una “modesta” multa (di sussidi di disoccupazione, di imposte per lavori pubblici, di riduzione di ore di lavoro) a carico di tutte le imprese, anche di quelle stazionarie, mi pare opportuna. Una improvvisa generale riduzione nella misura sufficiente ad assorbire l’intera disoccupazione tecnica sarebbe disastrosa. Perciò l’onere della imposta di disoccupazione (chiamiamo così l’insieme dei tributi prelevati per dar sussidi o fornire lavori pubblici ai disoccupati) deve essere distribuito sulla collettività nella stessa maniera con cui si distribuiscono in generale le imposte. Discorso litigioso nel quale non voglio inoltrarmi, bastandomi riaffermare di passaggio le mie predilezioni verso un sistema il quale più che i guadagni effettivi tenda a colpire le possibilità oggettive di guadagno, così da lasciare un margine agli imprenditori capaci di rinnovare e da multare gli imprenditori tardigradi. Ecco un punto rispetto al quale mi sento più vicino alle idee implicite nel suo progetto che a quelle derivanti logicamente dalle proposte del collega Ricci, sebbene non tanto vicino da incorrere in quello che a me sembra l’eccesso della uniforme riduzione delle ore di lavoro in tutte le industrie.

Concludendo, il divario fra le nostre opinioni parmi soprattutto relativo al fattore “tempo”. Ella ha fede nelle soluzioni incisive e rapide. Ricordo come Ella un giorno mi parlasse di imprese di ingegneri costruttori a cui oggi un industriale, desideroso di far sorgere negli Stati Uniti come in Italia, in Russia come nell’India uno stabilimento, può rivolgersi; e quelle imprese nel tempo convenuto impiantano lo stabilimento perfettamente attrezzato secondo i dettami della tecnica più moderna, pronto a funzionare al comando dell’imprenditore. Ammiro la prontezza e la sicurezza odierne, in confronto all’empirismo ed ai tentativi d’un tempo. Guai se coloro i quali comandano – ed Ella è comandante di un esercito industriale – non avessero fede nella virtù del comando ubbidito! A me, semplice osservatore, questo nostro mondo economico appare troppo ricco di forze contrastanti e divergenti per poter essere “comandate”, tutte insieme, a muoversi e a progredire nella direzione e colla velocità desiderata dal generale. Enorme è la virtù dell’inerzia; ed a volerne vincere la resistenza con una norma generale si rischia di provocare troppo disordine e troppa rovina. La resistenza si vince meglio agendo sui punti elastici del sistema e costringendo indirettamente i punti rigidi a seguire i movimenti iniziati laddove si osa e si può innovare.

Finora ho sempre parlato di disoccupazione tecnica come se questa fosse la causa unica e principale dei 25 milioni di disoccupati che pare esistano oggi nel mondo. Prima di chiudere la mia già lunga lettera desidero mettere le mani avanti. Non Le pare che questa sia una grossissima esagerazione? Che davvero i disordini militari e politici della Cina, le agitazioni indiane, la chiusura in se stessa della Russia, lo stato di agitazione politica e sociale dell’Europa centrale, il nazionalismo ultra trionfante, creatore di minuscoli impoveriti mercati chiusi, follemente intesi a creare industrie artificiali, le moltiplicate barriere doganali, i disordini monetari, lo squilibrio conseguente fra i diversi gruppi di prezzi, fra salari e profitti fra interessi fissi e dividendi, fra imposte crescenti e redditi calanti non abbiano nulla a che fare con la disoccupazione? Le confesso che la mia meraviglia è non che ci siano 25 milioni di disoccupati nel mondo; ma che in mezzo a tanti malanni, a tanta pazzia collettiva ingigantita dalle vociferazioni di tanti spacciatori di empiastri, i disoccupati non siano molti di più. Fra le tante disoccupazioni, la disoccupazione tecnica da macchina, ossia da progresso industriale, mi pare davvero la meno rilevante fra tutte.

Dio volesse che al mondo ci fosse solo quella varietà di disoccupazione la quale dicesi tecnica! Penso che darebbe pochi fastidi ad industriali e ad uomini di governo. La disoccupazione tecnica non è una malattia; è una febbre di crescenza, un frutto di vigoria e di sanità. È una malattia, della quale non occorre che i medici si preoccupino gran fatto, ché essa si cura da sé. Gravi sono invece le altre specie di disoccupazione; gravi Poiché nate dalla follia umana. Contro di esse non giova il rimedio della riduzione delle ore di lavoro; ché il rimedio tecnico non è adatto a guarire le malattie mentali. Noialtri industriali ed economisti dobbiamo farci da un lato e lasciare il passo ai veri competenti, ai sacerdoti di Dio, ai banditori di idee ed ai reggitori dei popoli. Se costoro non sanno o non vogliono salvare gli uomini, che cosa possiamo fare noi produttori di beni materiali o commentatori delle azioni economiche degli uomini?

LUIGI EINAUDI

al senatore GIOVANNI AGNELLI

Presidente della F.I.A.T. in Torino

Torino, 20 gennaio 1933

 

On. Collega,

Poiché Ella me ne muove invito, ripiglio in mano la penna, non per continuare una discussione, nella quale è ovvio che, come in quasi ogni altro dibattito di questa natura, ad un accordo tra i contendenti, per la diversità dell’abito mentale e degli scopi teorici o pratici dell’indagine è quasi impossibile giungere, ma per mettere innanzi al pubblico qualche punto di vista che non mi sembra Ella abbia toccato od almeno abbastanza illustrato.

Lasciamo, per il momento da un lato le altre cause possibili della disoccupazione, per limitare il discorso a quella particolare specie di essa che dicesi tecnica. Ella dà a questa un peso minore di quanto io non faccia, nella determinazione del complesso preoccupante fenomeno. Impressioni della realtà, ambe forse ugualmente difficili a corroborare con dimostrazioni precise. La guerra, i disordini cinesi e indiani, l’innalzamento delle dogane possono aver anch’essi provocato disoccupazione. Ma forse hanno agito sovrattutto nel senso di inacerbire gli effetti della causa tecnica la quale preesisteva, ad es., alla guerra e da essa fu solo parzialmente modificata. La distruzione di ricchezze provocata dalla guerra, l’enorme fabbisogno di mezzi bellici prima e di mezzi di ricostruzione poscia mascherarono, per dir così, dal 1914 al 1921, il problema della difficoltà di trovare uno sbocco ai prodotti, potenzialmente cresciuti in misura grandiosa, dell’industria progredita tecnicamente. Quando i bisogni di rifornimento delle riserve e di ricostruzione furono soddisfatti, il problema si presentò ingigantito. Il mondo, il quale per una decina d’anni aveva dovuto e potuto assorbire tutti i beni che la tecnica aveva reso disponibili, si trovò d’un tratto dinanzi ad una potenzialità produttiva “straordinaria”, la quale non trovava più la sua contro-partita in una potenzialità straordinaria di consumo. Il consumo “ordinario” non bastò più ad assorbire il fiume di prodotti che l’industria produceva. Se la guerra non si fosse verificata, il problema si sarebbe ugualmente presentato; ma, diluito in lunghi anni, sarebbe parso meno pauroso. Venuto fuori d’improvviso, colse l’umanità di sorpresa, e gli uomini corsero al riparo, chiudendo i mercati interni con alte dogane, con regolamenti monetari e con ogni specie di difese. Fecero bene o male? Non discuto il punto, per non uscir fuori dai limiti posti in questo nostro scambio di vedute. Mi basti di aver giustificato la mia impressione che il fattore tecnico sia, nella crisi presente, fondamentale.

Se così è, il Suo riconoscimento che la disoccupazione da causa tecnica debba “alla lunga” essere eliminata precisamente nella maniera da me indicata, ossia con una riduzione notevole delle ore di lavoro, con la conquista di maggiore “ozio” a favore degli uomini, ozio che gli uomini sapranno utilizzare per il loro elevamento fisico, intellettuale e morale, il suo riconoscimento, dico, parmi decisivo. Ella aggiunge la riserva “alla lunga”, che ho l’impressione sia un po’ divenuta di moda tra gli economisti, i quali non amano pregiudicarsi affermando soluzioni precise ai problemi d’oggi; ed enumera ragioni plausibili della necessità di procedere a gradi, incominciando dalle industrie progredite per passare via via a quelle più arretrate. E sia. Quel che a me soprattutto pare importante non è l’enumerare le difficoltà, le quali si oppongono al raggiungimento immediato di una meta, che Ella medesimo considera fatale e benefica; ma affermare che la meta esiste, che essa deve essere ad ogni costo ed al più presto raggiunta. Penseranno gli interessati a valorizzare ed a ingigantire le difficoltà, anche quelle infondate. Se i fautori della riforma non insistono nel loro ideale di bene, chi supererà le difficoltà e chi appoggerà i governi, i quali, al pari di quello italiano, coraggiosamente hanno affermato nei congressi internazionali la tesi buona?

La difficoltà massima che Ella ha esposto è l’ingiustizia di scaricare sulle industrie stazionarie l’onere della disoccupazione derivante dall’impiego delle macchine nelle industrie progredite. L’onere deve cadere sulla collettività intiera ed essere da questa distribuito, afferma Lei, nel modo con cui si distribuiscono le imposte in generale, ossia sulle spalle di coloro i quali possono pagare.

È Ella davvero sicuro che le industrie “stazionarie” non possano pagare? Il mio pensiero di semplice osservatore corre ai prodotti, i quali non hanno sentito in questi ultimi anni o decenni le influenze delle macchine, ed io vedo che i produttori hanno saputo egregiamente tutelarsi contro il rialzo dei costi della mano d’opera, delle imposte e degli altri oneri. Sono esempi della vita ordinaria che ognuno può controllare: il prezzo della confezione dei vestiti, della confezione e non del panno, né del filo, né dei bottoni, Né della fodera. Forse che il prezzo della confezione non si è moltiplicato per assai più del coefficiente di svalutazione monetaria, il quale dal 1914 in qua oscilla in Italia fra tre e quattro? L’abito che si pagava 70 lire anteguerra non si paga forse, invece di 200-250 come richiederebbe il ragguaglio monetario, ben 300-400 lire? Le verdure, molte specie di frutta, prodotti tipici della mano d’opera, non si sono moltiplicate per quattro, ma per sei e per dieci. I prezzi dei servigi personali, i servigi dei barbieri, ad es., sono aumentati più che in proporzione alla svalutazione monetaria. Nei villaggi i contadini erano giunti nel 1914 a pagare la barba domenicale dieci centesimi, invece del soldo tradizionale del tempo della nostra gioventù, ma ora pagano 50 centesimi, e nelle città si è passati dalle una e due lire, a seconda della finezza del servizio, alle cinque ed otto lire. Nei teatri, i posti, che un tempo si pagavano da una a due lire, ora valgono da cinque a quindici lire.

Lascio a Lei di tradurre le osservazioni da me fatte sulla vita ordinaria nelle formule generali o teoriche proprie degli studiosi di economia. Io ho tentato solo di esprimerle nel linguaggio delle tabelline che Ella ha amato costruire nella Sua lettera, ed, in questo tentativo, la riflessione mi ha persuaso che probabilmente la divergenza nostra sta nella identificazione che Ella pose come assiomatica fra unità di beni e unità di dollari nel determinare la quantità ed i valori della produzione. Sono d’accordo con Lei nel ritenere che il salario ipotetico di un dollaro al giorno debba essere una cosa seria, ossia invariata, in potenza di acquisto, dopo come prima della riduzione delle ore di lavoro. Se la quantità prodotta era prima di 100 unità di beni, venduti in tutto a 100 dollari, e se essa, per effetto della macchina, cresce dopo a 120 unità di beni, cresca altresì a 120 dollari e non più la sua valutazione totale, cosicché con un dollaro si comperi dopo in media tanta merce come si comprava prima. Ma questa è regola relativa all’insieme dei beni, non ai singoli beni. Purché l’insieme delle 120 unità di beni valga 120 dollari, la condizione dell’uguaglianza della capacità di acquisto del dollaro od unità monetaria in genere è soddisfatta. I rapporti di prezzo dei singoli beni tra di loro possono invece variare e di solito variano da un tempo all’altro. Le osservazioni che ho fatto sopra e quelle relative al grande ribasso dei prezzi delle merci prodotte nelle industrie fortemente progredite ed industrializzate mi paiono probanti nel senso di permettere la conclusione: che il valore dei beni in moneta non sia variato nelle medesime proporzioni della variazione delle quantità dei beni medesimi, e che si sia effettuato uno spostamento a danno dei beni prodotti dall’industria meccanizzata a favore di quelli prodotti unicamente o prevalentemente dal lavoro. Rifaccio, secondo questo criterio, la Sua tabella seconda ed ottengo i seguenti risultati:

  Prima

Dopo

 

L’introduzione della macchina

 

400

 

8

 

100

 

100

 
 

100

100

 

-

} 100

 

-

Occupazioni stazionarie

Occupazioni progressive

Totale

Ore giornaliere di lavoro: totale ………………………..

400

 

6

 

66,66

 

50

 
 

60

66,66

 

-

} 66,66

 

- 6,66

200

 

6

 

33,33

 

70

 
 

60

33,33

 

20

} 53,33

 

+ 6,66

600

 

6

 

100

 

120

 
 

120

100

 

20

} 120

 

-

Ore giornaliere per operaio occupato ……….
Numero di operai occupati ……………………
Produzione in unità di beni ………………………….
Produzione in dollari …..
Salario agli operai occupati, ad 1 dollaro ciascuno al giorno (in unità di beni o dollari) …
Compenso agli inventori risparmiatori (in unità di beni o dollari) ………….. 
Margine attivo o passivo fra produzione da un lato e spese (salario e compenso) dall’altra (in unità di beni o dollari) … 

Ella, supponendo che i valori in moneta (dollari) variassero nella stessa misura e nello stesso tempo delle variazioni delle quantità di beni, naturalmente concludeva che le industrie stazionarie, dovendo spendere 66,66 dollari per salari, si trovassero in una situazione insostenibile di fronte ad un incasso di soli 50 dollari, laddove le industrie progressive potevano contrapporre ad una spesa di soli 53,33 dollari un incasso di 70, con lucro ragguardevole. E chiedeva: perché provocare con legge ugualitaria questa che è nel tempo stesso una impossibilità economica ed un’ingiustizia sociale? Io osservo che le forze economiche rimediano spontaneamente al male. Le industrie progressive producendo 70 unità di beni non possono più venderle ad un dollaro l’una, ma devono ribassare il prezzo, riducendo l’incasso, ad es., a 60 dollari. Ma la domanda di merce da parte dei consumatori rimane costante, perché la quantità di moneta disponibile per gli acquisti è determinata in complessivi 120 dollari. Quella parte del reddito totale che non si è dovuto spendere per le merci prodotte a minor costo della industria meccanizzata, resta disponibile per l’acquisto dei beni e dei servigi prodotti dalle industrie stazionarie nelle quali gioca solo il lavoro umano. Possono così crescere e crescono relativamente i prezzi dei biglietti di teatro, dei servizi personali, delle verdure, dei fiori, sicché pur essendo solo 50 le unità prodotte, il prezzo di esse diventa 60. Ad un totale di beni di 120 unità rispondono 120 dollari, ma i 120 dollari invece di dividersi nelle stesse proporzioni dei beni (50 e 70) si dividono in proporzioni diverse (60 e 60), cosicché crescono relativamente i prezzi dei beni prodotti dal lavoro e scemano quelli dei beni prodotti dalle macchine. In questo modo, nel mio schema esemplificativo, la perdita delle industrie stazionarie si riduce a 6,66 dollari, dai 16,66 dollari del Suo calcolo, ed il guadagno delle industrie progressive si riduce parimenti da 16,66, a 6,66 dollari. Con un piccolo ulteriore spostamento dei prezzi non è impossibile giungere al pareggio.

Non pretendo di aver in tal modo dimostrato che la riduzione generale uniforme delle ore di lavoro possa operarsi rapidamente senza inconvenienti. Ho voluto soltanto indicare una delle vie lungo le quali l’aggiustamento può aver luogo. Gli aggiustamenti ed i riequilibramenti non si operano in pieno da sé. Bisogna aiutare le forze naturali. Ai disoccupati, che oggi l’umanità e la legge vietano di abbandonare alla carità privata, bisogna dar modo di seguitare a far domanda di beni. La riduzione proporzionale e generale delle ore di lavoro risolve il problema di distribuire il lavoro equamente fra tutti gli uomini, dando a tutti due ore addizionali di ozio. Si crea così certamente un altro problema: quello dei rapporti di prezzo fra le merci prodotte a poco costo grazie alle macchine e quelle prodotte ad alto costo, perché richiedenti un’alta dose di lavoro. È un problema di riequilibrio di prezzi, il quale si risolverà in avvenire nella stessa maniera come si è sempre risoluto in passato: aumentando il prezzo dei prodotti di alto costo e scemando quello dei prodotti di poco costo. Non è del resto naturale che gli uomini paghino poco le merci che le macchine si incaricano esse di produrre con poca spesa ed invece paghino care quelle che richieggono ancor oggi ad essi fatica di braccia e di mente?

GIOVANNI AGNELLI

al senatore LUIGI EINAUDI

in Torino