Ricordi e divagazioni sul Senato vitalizio

«Nuova antologia», febbraio 1956, pp. 173-208[1]


Le note che seguono furono dettate tra il 1946 ed il 1947 ad invito dell’on. Terracini, il quale, essendo presidente dell’Assemblea Costituente, intendeva raccogliere in un volume saggi storici e critici ad illustrare il passato del parlamento italiano. Ma la stesura andò per le lunghe; talché, quando il saggio mi parve, verso la fine del 1947, pronto per la copia, il volume aveva già veduto la luce, rispondendo degnamente ai propositi del suo iniziatore. Finché durò il mio settennato, le cartelle rimasero nel cassetto dello scrittoio; sembrando inopportuno darle alle stampe, quando potevano, sebbene non fossero, essere ritenute volte a sostenere talun particolare criterio elettorale o parlamentare, con offesa al principio della imparzialità propria di chi copriva allora un ufficio, il quale, fuor dei doverosi opinamenti riservati agli uomini responsabili, deve rimanere estraneo alle controversie di parte. In verità, trattasi di meri ricordi di cronaca di chi appartenne per non breve tempo al Senato vitalizio; e se, ai ricordi erano state, scrivendo, mescolate qua e là riflessioni sui pregi e sui difetti dell’ordinamento senatorio d’allora, quelle riflessioni vivono rispetto a quell’ordinamento.

Una nota apposta negli ultimi giorni del 1947 segna la data della revisione del testo dello scritto. Due altre note, del dicembre 1955 e del gennaio 1956, hanno contenuto di mera dilucidazione.

Andò così. Nell’estate del 1919, presidente del consiglio Nitti, discorrevo con Luigi Albertini della necessità di cambiare il titolare della direzione generale delle imposte dirette, degnissimo uomo il quale era giunto a quel posto anche perché aveva condotto alla vittoria, sino alla suprema Corte di cassazione, una tesi, economicamente sbagliata e fiscalmente inutile, sulla tassabilità dei sovraprezzi delle azioni.

Accadeva allora e forse accade ancor oggi che ministri e funzionari delle finanze si ostinino nel far trionfare tesi eleganti, sottilmente ragionate e perdano tempo nel correre dietro a fantasmi invece di occuparsi della sola e vera materia tributaria che è il reddito dei contribuenti. Così fu di quell’idolo, detto sovraprezzo delle azioni, per cui, tra assai andirivieni giudiziari, la finanza riuscì a far trionfare la tesi della tassabilità.

Vittoria vana, ché le società anonime smisero di emettere azioni con sovraprezzo, contentandosi di offrir le azioni nuove ai soli azionisti al valor nominale, senza sovraprezzo e quindi senza pagare imposta. La realtà si vendica così della forma, quando la forma si attacca alle apparenze, dimenticando la sostanza delle cose. Dopo qualche anno, visto che l’imposta non fruttava nulla, fu abolita; ma, per non riconoscere l’errore compiuto, ci si contentò di dire che il sovraprezzo era esente dall’imposta, quasiché si potesse dichiarare esente un reddito che non esisteva. Intanto il vincitore della causa governava le imposte dirette, con nocumento del loro frutto; essendo egli uomo meglio atto ad altro ufficio che ad uno che richiedeva competenza precisa, attitudine a scegliere le mete da raggiungere ed energia di comando nell’azione all’uopo necessaria. Proposi il nome di Pasquale D’Aroma, allora semplice direttore dell’ufficio delle imposte di Torino, ben sapendo che la nomina sarebbe stata una mezza rivoluzione del palazzo di via XX settembre: un giovane direttore di un ufficio esecutivo provinciale, fatto passar dinanzi ai capi sezione, capi divisione, ispettori generali e vice direttori generali del ministero!

Albertini accolse volentieri l’idea di proporre la nomina a Nitti, persuaso com’era di far opera utile al paese, il quale aveva bisogno di una mano energica e ferma in un ramo tributario assai provato da quella prima guerra mondiale: imposte straordinarie sorte alla rinfusa nei frangenti bellici, imposta straordinaria sul patrimonio deliberata ma non ancora attuata e, sotto, le imposte ordinarie, le sole che alla lunga fruttino, scardinate dalla svalutazione monetaria, pur tanto minore della presente. Ma aggiunse: poiché propongo a Nitti questa mezza rivoluzione amministrativa, coglierò l’occasione di fare anche il tuo nome per la prossima infornata al Senato. Si chiamavano infornate le nomine che, ad intervalli più o meno lunghi, quando la morte aveva mietuto a bastanza nelle fila dei senatori, tutti vitalizi, il presidente del consiglio proponeva in blocco al Re.

Così accadde che Nitti accogliesse un mattino alle 8 le due proposte fattegli da Albertini. La prima, quella della nomina di D’Aroma – il suo precedessore fu promosso consigliere alla Corte dei conti, esaudendo un suo antico e giusto desiderio – fu attuata subito dal bravo Tedesco, allora ministro delle finanze, uomo integro, ridotto poi da sventure morali e materiali a rinunciare volontariamente alla vita; sicché l’indomani mattina quando mi recai al ministero per i lavori di una commissione di riforma tributaria, la cosa era già fatta ed il nuovo direttore generale aveva già preso possesso del suo ufficio. D’Aroma, passato poi al posto di vice direttore generale della Banca d’Italia e morto anzi tempo anche per il logorio del lavoro, fu uno dei maggiori successi della burocrazia italiana; come dovevano, a denti stretti, riconoscere i patroni dei grandi contribuenti, taluno dei quali udii poi vantarsi di avere lui proposto quella nomina, che se si fosse potuto disfare, ben volentieri egli avrebbe mosso mare e terra per ottenere l’intento.

La mia nomina tardò maggiormente; e fu soltanto una domenica mattina del tardo novembre che, trovandomi in campagna, un contadino di ritorno da messa mi offerse il giornale e: in paese – soggiunse – non si parla di altro che della bella notizia che la riguarda. Così fu che appresi di essere stato compreso, il 19 novembre del 1919, in una infornata di 56 nuovi senatori. Avevo 45 anni, sicché potevo, per quei tempi, considerarmi uno dei più giovani senatori; sebbene un professore, nominato poco tempo dopo poco più che quarantenne e sicuro della sua prossima elevazione al laticlavio – così, sebbene fosse sprovvista degli opportuni paludamenti, si intitolava allora la dignità senatoria – una sera al caffè Aragno, insieme con le congratulazioni, mi lasciasse intendere che 45 anni erano troppi e non valeva la pena di attendere tanto. Ciononostante, per anni parecchi, i miei capelli scuri seguitarono a fare discreta figura nell’aula dove erano numerosi i capelli bianchi e grigi.

Il senato era composto di membri nominati a vita dal re, in numero non limitato, aventi l’età di quarant’anni compiuti e dovevano essere scelti (art. 33 dello statuto del 1848) in ventuna categoria. Una diligente pubblicazione promossa dal dott. Raffaele Montagna, commissario per i servizi amministrativi del senato, consente ora di conoscere la distribuzione per categorie del 2404 senatori creati fra il primo decreto di nomina del 3 aprile 1848 e l’ultimo del 6 febbraio 1943. Alla prima categoria dei vescovi ed arcivescovi appartennero 7 senatori; uno diventò senatore dopo essere stato presidente della Camera dei deputati (2a categoria); dalla 3a dei deputati dopo tre legislature e sei anni di esercizio derivarono 648 senatori e fu il maggior numero; dalla 4a dei ministri di stato 6; dalla 5a dei ministri segretari di stato 56; dalla 6a degli ambasciatori 33; dalla 7a degli inviati straordinari dopo 3 anni di funzioni 20; dalla 8a dei primi presidenti della Corte di cassazione e della Corte dei conti 47; dalla 9a dei primi presidenti delle Corti di appello 48; dalla 10a degli avvocati generali e procuratori generali della Corte di cassazione, dopo 3 anni di funzioni, 17; dalla 11a dei presidenti di sezione delle Corti di appello, dopo 3 anni di funzioni, 7; dalla 12a dei consiglieri della Corte di cassazione e della Corte dei conti, dopo cinque anni di funzioni, 38; dalla 13a degli avvocati e procuratori generali presso le Corti di appello, dopo 5 anni di funzioni, 27 e così in tutto dalla magistratura 184; dalla 14a degli ufficiali generali di terra e di mare 245; dalla 15a dei consiglieri di stato, dopo 5 anni di funzioni, 44; dalla 16a dei presidenti dei consigli provinciali, dopo tre elezioni, 47; dalla 17a dei prefetti, dopo 7 anni di esercizio, 66; dalla 18a dei membri delle accademie delle scienze dopo 7 anni di nomina, 147; dalla 19a dei membri del consiglio superiore della pubblica istruzione, dopo 7 anni di esercizio, 12; dalla 20a di coloro che con servizi e meriti eminenti avessero illustrato la patria 84; dalla 21a delle persone che da tre anni avessero pagato 3000 lire di imposizione diretta in ragione dei loro beni e della loro industria, 554. Altri 250 senatori non sono agevolmente classificabili, perché eletti per più titoli di appartenenza a parecchie categorie; i gruppi più numerosi essendo i 46 ascritti contemporaneamente alla categoria dei deputati e dei ministri segretari di stato, i 21 ascritti alla categoria dei deputati e dei forniti di censo e gli 11 dei presidenti e consiglieri delle Corti supreme.

La categoria la quale destò sempre maggior sussurro fu la ventesima, di coloro che con servizi e meriti eminenti avessero illustrato la patria. I senatori nominati per il titolo della illustrazione data alla patria si distinguono in due gruppi; ed il primo è quello di coloro che furono nominati anche per altri titoli oltreché per la appartenenza alla ventesima categoria. Sono in tutto 23; e tra questi pochi avrebbero avuto ragione di essere ascritti al Senato se altri titoli non avessero suffragato quello dei «servizi o meriti eminenti». Tra i pochi meritano di essere ricordati i nomi di Massimo d’Azeglio (nominato anche perché già deputato e ministro), di Gino Capponi (ministro di stato), di Enrico Cialdini (già deputato ed ufficiale generale), di Aleardo Aleardi (membro del Consiglio superiore della pubblica istruzione), di Giuseppe Verdi (censo), di Giosuè Carducci (membro del Consiglio superiore dell’istruzione pubblica) e di Giacomo Puccini (censo).

Per gli 84 senatori nominati esclusivamente a cagione della illustrazione data alla patria con servizi e meriti eminenti vien fatto di chiedere: la ragione vera della nomina fu la illustrazione già data alla patria dal nuovo senatore, ovvero l’altra di un omaggio reso ad una data regione o città a mano a mano che si riuniva alla patria comune col chiamare alla dignità senatoria qualcuno dei suoi figli in qualche modo noti o localmente illustri? Scorrendo l’elenco si dubita se questo non sia per il maggior numero il fondamento della nomina. Nella prima infornata del 3 aprile 1848 è nominato per la categoria 20a l’ing. Bernardo Mosca di Occhieppo Superiore (Vercelli); e così di seguito, il 6 giugno l’avv. Ferdinando Maestri di Sale Braganza (Parma) ed il conte Luigi Sanvitale di Parma (poi dimissionario il 28 dicembre 1849); il 19 dicembre 1848 il barone Luigi De Margherita di Torino; il 10 luglio 1849 Guglielmo Forest, savoiardo, dimissionario il 2 ottobre 1860 colla annessione della Savoia alla Francia; il 13 ottobre 1854 Domenico Elena di Genova. Colle successive annessioni, il numero delle illustrazioni aumenta: il 29 febbraio 1860 il conte Luigi Lechi di Brescia erudito ed esule, l’ing. Elia Lombardi nato a Labroque in Francia, il sacerdote Andrea Merini di San Donato milanese ed il prof. Bartolomeo Panizza di Vicenza; il 18 marzo 1860 il prof. Maurizio Bufalini di Cesena ed il prof. Carlo Matteucci di Forlì, il 23 marzo 1860 il prof. Silvestro Centofanti di Calci di Pisa, il prof. Francesco Puccinotti, medico, di Urbino, ed il prof. Ferdinando Zanetti di Monte San Savino (Arezzo); il 20 gennaio 1861 Giuseppe Capone di Altavilla di Arpaise (Benevento), il prof. Annibale De Gasperis di Bugnara nell’Aquila, il marchese Luigi Dragonetti dell’Aquila, il prof. Ottaviano Fabrizio Mossotti di Novara ed il marchese Girolamo Sagarriga di Bari; il 30 settembre 1862 il prof. Paolo Savi di Pisa; il 24 maggio 1863 Gaetano De Castillia di Milano; il 13 maggio 1864 il marchese Camillo Fontanelli di Modena e Giuseppe Scarabelli di Imola; l’8 ottobre 1865 il prof. Carlo Burci di Firenze ed il prof. Giuseppe Fiorelli di Napoli; il 5 novembre 1866 il conte Prospero Antonini di Udine ed il dott. Girolamo Costantini di Belluno; il 6 febbraio 1870 il prof. Pietro Cipriani di San Piero a Sieve (Firenze) ed il barone Casimiro Pisani di Palermo; il 1 dicembre 1870 il conte Giuseppe Manni di Orte, Giuseppe Piacentini di Collevecchio (Rieti) e Pietro Rosa di Roma. Tra il 1870 ed il 1914 le nomine per meriti eminenti si diradano; il 15 novembre 1871 sono premiati il prof. Luigi Porta di Pavia; il 15 novembre 1874 il nobile Antonio Salvagnoli Marchetti di Empoli ed il 16 marzo 1879 Andrea Maffei, di Riva di Trento.

Nel dopo guerra si ricorre nuovamente al titolo 20mo per abbondanti infornate patriottiche: il 24 febbraio 1919 sono nominati per servizi e meriti eminenti il dott. Camillo Hortis di Trieste, l’avv. Alfonso Valerio di Trieste e Vittorio Zippel di Trento; il 30 settembre 1920 l’avv. Felice Bennati di Pirano nell’Istria, Giorgio Bombi di Buda (Udine), l’avv. Innocente Chersi di Cherso (Istria), l’avv. Enrico Conci di Mollaro (Trento), il barone Valeriano Malfatti di Rovereto, Teodoro Mayer di Trieste, il prof. Giorgio Piccoli di Rovigno nell’Istria, Antonio Tambosi di Trento; il 15 novembre 1920 l’avv. Roberto Giglianovich di Zara, Francesco Salata di Ossero (Istria) e l’avvocato Luigi Ziliotti di Zara.

Col fascismo si alternano le nomine patriottiche-regionali con quelle faziose: il 1 marzo 1923 sono nominati il prof. Enrico Corradini di Montelupo fiorentino, il dott. Giorgio Pitacco di Pirano (Istria) e il dott. Conte Ettore Tolomei di Rovereto; il 19 aprile 1923 il conte Antonio Cippico di Zara, il dott. Antonio Grossich da Pinguente (Istria), l’avv. Vincenzo Morello da Bagnara Calabra, il conte Donato Sanminiatelli nato alla Nuova Orleans, e l’avv. Antonio Tacconi da Spalato; il 22 dicembre 1928 il dott. prof. Valentino Varisco da Chiari (Brescia); il 24 gennaio 1929 l’avv. Francesco Marani da Volosca (Istria); il 9 dicembre 1923 l’avv. Natale Krekich da Scordona in Dalmazia; il 24 febbraio 1934 Riccardo Gigante da Fiume; il 23 giugno 1939 il dott. prof. Bartoli da Foligno. il 4 agosto 1939 ha luogo l’immissione dei quattro albanesi Oroshi Marka Gjon, il dott. Mustafà Merlika Kruja, Vaugiel Turtulli da Korizza e Shefqet Verlaci da Elbassan. Il 12 ottobre 1939 è elevato alla dignità senatoria Umberto Silvagni da Perugia.

Sin qui la categoria 20a sembra essere stato un utile attaccapanni al quale appendere nomine volute per ragioni di ordine patriottico o di ossequio a nuove regioni annesse al regno o per difetto di iscrizione ad accademie di uomini altrimenti benemeriti. Negli ultimi anni fascistici la faziosità di partito fu, ad es. nei casi di Corradini, Cippico, Morello e dei quattro albanesi, spinta oltre i limiti del tollerabile.

Di quanti dei senatori nominati per la 20a categoria è, dopo lunghi anni, ancora ricordato il nome con ammirazione? Troppo poco tempo è trascorso per affermare se la posterità consacrerà il giudizio dato il 1 marzo 1923 sullo scultore Leonardo Bistolfi (Casale Monferrato), sull’architetto prof. Giacomo Boni (Venezia), sul dott. Corrado Ricci (Ravenna), sul prof. Adolfo Venturi (Modena); uomini senza dubbio insigni, come del pari l’abate Ferrante Aporti da San Martino dell’Adige (Mantova), educatore illustre, nominato il 19 dicembre 1848; il conte Giovanni Arrivabene (Mantova), patriota, esule e scrittore nominato il 29 febbraio; l’abate Raffaello Lambruschini (Genova) filosofo ed educatore, creato il 23 marzo 1860; Ruggero Settimo dei principi di Litalia (Palermo), dittatore della Sicilia e lo storico prof. Michele Amari (Palermo), creati il 20 gennaio 1861; Antonio Panizzi, di Brescello (Reggio Emilia) esule, salito in Inghilterra all’alto ufficio di direttore del British Museum, nominato il 12 marzo 1868; Luigi Settembrini (Napoli) nominato il 6 novembre 1873; il prof. Francesco Carrara (Lucca), creato il 15 maggio 1876, Luigi Pastro, di Volpago del Montello (Treviso) superstite, grazie alla sua fermezza d’animo, dei processi di Belfiore, nominato quasi nonagenario il 26 gennaio 1910; Giuseppe Cesare Abba garibaldino e poeta dei mille (Cairo Montenotte) nominato il 5 giugno 1910.

In quel Pantheon oltre Verdi e Carducci, nominati anche per altri titoli, il giudizio unanime degli italiani ha collocato sicuramente Alessandro Manzoni, chiamato al Senato il 29 febbraio 1860, Guglielmo Marconi nominato il 30 dicembre 1914 e forse Giovanni Verga (3 ottobre 1920). Ma quanto pochi in confronto al numero di quelli che per questo titolo furono insigniti dell’alto onore! Forse la colpa è delle parole eccezionalmente esigenti adoperate dallo statuto, che si stenta non di rado ad applicare a tutto il folto stuolo degli ottantaquattro divenuti a questo titolo senatori. Neppure nel lungo periodo tra la fine del tempo delle guerre dell’indipendenza (dicembre 1870) e la fine della prima grande guerra mondiale, quando il buon costume parlamentare ridusse al minimo il ricorso alla categoria 20a ed in quasi mezzo secolo si mandarono solo otto illustrazioni al Senato, si scansarono del tutto le postume critiche: quanti degli otto prescelti: Luigi Porta, Luigi Settembrini, Antonio Salvatore Marchetti, Francesco Carrara, Giovanni Andrea Maffei, Luigi Pastro, Giuseppe Cesare Abba e Guglielmo Marconi sarebbero ancora oggi collocati fra le illustrazioni della patria? Eppure non può essere affermato che male si sia apposto il compilatore dello statuto del ’48 ad inserire, colle altre, questa categoria. In realtà essa non poteva avere e storicamente non ebbe l’ufficio di Pantheon dei grandi uomini. I Verdi, i Manzoni, i Marconi non nascono in tal numero da popolare i senati; né si può affermare che quei pochissimi grandi abbiano in verità posseduto o messo in opera le attitudini proprie del buon legislatore. La categoria ventesima volle essere e sopratutto fu un mezzo opportuno per ascrivere alla camera alta uomini che, pur avendo reso servigi notabili al paese, non potevano essere collocati in nessuna delle categorie giuridicamente catalogabili e definibili, in cui di solito sono posti i pari loro. La ventesima fu la categoria generica o di risulta che è bene esista in ogni classificazione la quale non voglia o non possa, come in questo caso non poteva, essere tassativa; e per tale rispetto, ove si faccia astrazione degli abusi del tempo fascistico, essa degnamente può sostenere il paragone con le altre categorie senatorie.

La nomina regia non diveniva perfetta se il Senato non convalidava prima il titolo. Sebbene quello fosse uno scrutinio che quasi sempre si chiudeva favorevolmente, non erano mancati casi di diniego; celebre fu, dopo, il caso di Ojetti, nominato, in mancanza di altri titoli e per la ripugnanza allora non ancora spenta ad usare il titolo delle illustrazioni per servizi o meriti eminenti (cat. 20a), per il titolo del censo (cat. 21a). I tempi e massimamente gli anni della guerra avevano svalutato il requisito dell’aver pagato per tre anni tremila lire d’imposizione diretta in ragione dei beni e dell’industria. Nel 1848 pagare tremila lire d’imposta diretta era davvero, particolarmente in Piemonte, cosa assai rara. Non esistevano allora altre imposte dirette fuor di quelle fondiarie; ed in una regione, dove la grande proprietà da secoli aveva subito un processo di disintegrazione progressiva e dove recenti ricerche sui più antichi catasti hanno dimostrato che già nel 1200 la terra era in parecchi comuni suppergiù, tenuto conto dei metodi culturali e della popolazione, frazionata quasi quanto lo è oggidì (più di un proprietario terriero per ogni famiglia), pagare 3000 lire all’anno di imposta diretta era davvero il privilegio di pochi appartenenti a famiglie di antico lignaggio o nuovamente arricchiti. Coll’andar degli anni i redditi erano cresciuti e la unità monetaria era andata lentamente svalutandosi, sicché dopo la prima grande guerra, serbando la lira una potenza d’acquisto forse neppure la sesta parte di quella del 1848, le 3000 lire nominali equivalevano a malapena alle 500 di prima. Sovratutto alle antiche imposte fondiarie ed a quella sulle patenti, timida progenitrice delle attuali imposte mobiliari, si era aggiunta la imposta sulla ricchezza mobile divenuta la spina dorsale della imposizione diretta italiana. Industriali e commercianti erano entrati al Senato attraverso la allargata cruna dell’ago tributario. Ugo Ojetti fu respinto a piccola maggioranza nonostante la strenua difesa che ne fece nell’aula Luigi Albertini, perché alle 3000 lire ed al triennio mancava non so che cosa. Riportata dopo l’avvento del fascismo la nomina una seconda volta al Senato, Ojetti, avendo compiuta la documentazione, per le lire e per gli anni, del possesso del titolo, si pigliò il gusto di rinunciare alla nomina. Rinuncia dettata anche dalla sicurezza di essere nominato socio dell’Accademia d’Italia, con promessa di maggiori onori.

Dopo di lui le cose mutarono vieppiù, ché, durante il regime fascistico, le 3000 lire d’imposta in ragione dei beni e della industria furono interpretate come se potessero essere lire pagate in ragione di lavoro o di professione, riducendo il concetto del censo pressoché a nulla. Parecchi professori universitari furono nominati per censo, non perché possedessero alcunché, ma perché essendo di grado quarto nella gerarchia degli impiegati statali, le trattenute d’imposta sullo stipendio, grazie anche al crescere della percentuale del tributo sul reddito, raggiungevano le fatidiche 3000 lire. Non ricordo la mutazione avvenuta nell’interpretare il concetto del censo a scopo di biasimo; anzi dico che la mutazione è una delle tante prove le quali si possono dare del fatto importantissimo del mutato significato che allo statuto albertino avevano dato gli uomini del 1848 e quelli vissuti tra il 1900 ed il 1922. Non aveva forse il Senato abdicato tacitamente alla parità perfetta di diritto di cui godeva in confronto alla Camera elettiva – perfetta eccetto il solo punto della priorità di presentazione alla Camera elettiva delle leggi d’imposizione dei tributi o di approvazione dei bilanci e dei conti dello stato – il giorno nel quale Agostino Depretis, presidente del consiglio, colpito da un voto contrario del Senato alla sua politica, alzatosi disse lisciandosi la bianca barba: «Il Senato non fa crisi»? D’allora in poi – e son passati circa sessant’anni – il Senato non ebbe più parte nel determinare mutazioni di governo.

L’esame della validità del mio titolo (art. 60) non importava difficoltà veruna; ché consisteva nella appartenenza da almeno sette anni alla Accademia delle scienze di Torino (cat. 18). Quella appartenenza era e rimase di poi, all’infuori di quelle familiari, una delle poche vere grandi gioie della mia vita. Da anni i soci di quell’Accademia, auspice Francesco Ruffini, mi avevano cooptato attraverso una prova, la quale era reputata ed era davvero tra le più ardue che si conoscessero nel mondo accademico torinese; ché il consenso a passare da quella porta doveva essere dato dai quattro quinti dei soci presenti. Poiché di rado i votanti giungevano ai quindici, talun candidato, sinché la regola dei quattro quinti durò – e fu abolita dai fascisti -, rimase per lunghi anni ad aspettare invano fuor dall’uscio, perché nel segreto inviolabile di una meravigliosa urna di legno, fabbricata nel settecento allo scopo, a giusta ragione voluto, di nascondere qualunque moto della mano nel deporre le palle bianche e nere, sempre si trovarono le tre palle nere bastevoli ad impedire l’ingresso nell’aristocratico corpo; ed un tale che aveva sofferto ripetute ripulse per la mancanza dei tre voti, non seppe mai chi era il terzo suo nemico e sempre lo reputò e forse lo reputa suo patrocinatore.

La cooptazione è uno dei metodi elettorali che più giovarono in passato alla durata degli stati retti a forma repubblicana; e se Venezia durò tanto a lungo, non piccola parte vi ebbero i modi complicati di elezione alle magistrature pubbliche, tra i quali segnalati erano la estrazione a sorte e la cooptazione a mezzo dello sballottamento. La estrazione a sorte, in una lista anche numerosa tra persone provviste di certi requisiti di idoneità, è un omaggio reso alla uguaglianza tra uomo e uomo ed è strumento atto a impedire il perpetuarsi del dominio dei pochi riusciti ad entrare nel recinto sacro delle macchine elettorali di parte in cui sempre si raggruppano gli uomini aspiranti al governo della cosa pubblica.

Caratteristica delle democrazie moderne è invero la necessità della propaganda tra gli elettori, reputati unica fonte della sovranità. Supposizione contrarissima al vero; ché gli elettori non scelgono mai gli eletti; bensì i candidati si autoscelgono singolarmente o raggruppati insieme a forma di parte politica e si offrono agli elettori, i quali non hanno alcuna libertà di scelta, dovendo forzatamente dare il proprio nome a favore dell’uno o dell’altro candidato ed oggi, gli elettori noverandosi a milioni, a favore dell’uno o dell’altro gruppo. La lotta tra i gruppi autofferentisi al suffragio popolare è dunque necessariamente limitata alle persone scelte come candidati dagli uomini i quali siano riusciti ad impadronirsi della macchina, ossia a far parte dei comitati locali e centrali dei partiti. Parlamenti e governi operano bene o male a seconda delle qualità morali, intellettuali e politiche caratteristiche non dei molti elettori, bensì dei pochi componenti i comitati elettorali; sicché il giudizio che si deve dare della classe politica legiferante e governante di un paese dipende in ultima analisi dal modo di reclutamento dei membri dei comitati elettorali. Se noi supponiamo che si diventi membro dei comitati o direzioni o consigli dei partiti in ragione della preparazione culturale politica, dell’amore e devozione alla cosa pubblica, dell’interesse ai dibattiti politici, dell’esperienza compiuta nel lavoro, nella direzione di uffici amministrativi, di imprese economiche o di organizzazioni operaie; se il consenso dei compagni di lavoro o colleghi o concorrenti ha designato quasi spontaneamente chi debba entrare a far parte della macchina del partito, la scelta dei candidati al suffragio popolare

  • scelta definitiva, alla quale l’elettore non può portare alcuna mutazione
  • può essere conforme all’interesse pubblico. Se si suppone invece che nella carriera dei componenti la macchina – macchina è parola americana che vedo ora tradotta in cosidetta lingua italiana con la parola apparato
  • avanzino sovratutto i più abili a preparare le elezioni interne dei segretari e vice segretari di comitati locali e centrali, e primeggino coloro che sanno convocare le assemblee dei soci nella data più opportuna a persuadere a interventi amici fidi, le conclusioni intorno alla formazione della classe politica saranno diverse e pessimistiche.

L’estrazione a sorte degli insigniti di compiti legislativi ed amministrativi da una lista abbondante di persone fornite di requisiti stabiliti nella legge, può dunque, almeno in parte, apparire metodo assai più rispettoso della volontà degli elettori di quello che non siano i comuni moderni metodi elettorali fondati nella finzione della libera scelta da parte degli elettori. Una variante del metodo della estrazione a sorte adatta ai tempi moderni potrebbe essere l’affidare alla sorte la scelta di una non vistosa quota dei deputati o senatori fra tutti coloro che fossero presentati da almeno una millesima parte degli elettori. Chi su 200.000 elettori iscritti in un collegio elettorale non trova almeno 200 uomini pronti a dichiararlo capace a gerire la cosa pubblica, non correrebbe l’alea della scelta; chi invece si, potrebbe vedere il proprio nome messo nell’urna degli eleggibili. Potrebbe da siffatto metodo venir fuori qualche stravaganza; di peso minore tuttavia del rischio di vedere premiate le qualità dell’abilità carrieristica dentro la macchina, invece di quelle della preparazione e passione politica. Il metodo della estrazione a sorte sopravvisse, sino ai tempi fascistici, nella scelta dei giurati in corte d’assise; in omaggio al fatto che quell’ufficio pubblico era sovratutto un onere, al quale l’individuo, attento al suo particolare bene, desiderava sottrarsi.

Il metodo della scelta per cooptazione, usatissimo nelle repubbliche medievali, sopravvive solo più nei consigli di amministrazione delle società anonime e nelle accademie e facoltà universitarie; ed in entrambi i casi fa ottima prova. Esso riposa su un’idea; che i componenti di un corpo numerato – i 40 immortali dell’Accademia di Francia ed i 144 soci nazionali dell’Accademia dei lincei – abbiano interesse a tenere alta la reputazione del corpo di cui essi sono parte. Nell’attuazione del principio si possono certissimamente commettere errori; ma non è mai accaduto che di proposito facoltà ed accademie si siano industriate a chiamare a far parte di se stesse i meno capaci, i più poltroni, i meno produttivi di idee feconde tra i cultori delle loro scienza, allo scopo di infamare il proprio corpo, di allontanare studenti e di fare escludere i proprii atti e rendiconti dal novero delle pubblicazioni di cui si ambisce il cambio da parte dei simiglianti corpi scientifici nazionali e stranieri. Fra i sentimenti umani ve ne è uno, il quale persuade a fare, salvo errore, le migliori scelte: nessuno desidera elevare a proprio eguale colui del quale si ha disistima o non bastevole stima. Ora è caratteristica essenziale del metodo della cooptazione questo: che senz’altro il cooptato diventa l’uguale di chi lo ha chiamato professore della facoltà, socio nell’accademia; pari tra pari. Ognuno dei cooptati può pensare che nessun altro giunga alla sua altezza; ma nessuno ama confessare che il cooptato non meriti estimazione in qualche campo scientifico, anche se diverso dal suo.

Che la cooptazione non abbia conservato un qualche luogo nelle assemblee politiche è per fermo grave danno. Non vale il dire che deputati e senatori debbano trarre la fonte del loro parere dalla sovranità popolare; ché il principio della sovranità popolare non è una buona verità dimostrabile col ragionamento, bensì un utile mito, preferibile per gli intelletti moderni ai miti del diritto di nascita o della grazia di Dio; ma fornito suppergiù di non maggiori attributi di razionalità. Utile mito, dico; perché accettato dagli uomini viventi oggi,[2] ma oramai conclamato mito da quanti studiosi hanno studiato il problema, e basti ricordare, a tacere di Aristotele, di Machiavelli e Guicciardini, tra i moderni Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Ostrogorski, Michels e più recentemente Schumpeter, i quali hanno teorizzato la esperienza universale dei millenni riassunta nel detto «i meno tirano i più» del Giusti. Come dissi sopra, non gli elettori scelgono gli eletti, ma i candidati si offrono agli elettori e ne determinano la scelta esclusivamente nel loro seno. Né il metodo della cooptazione offende il mito; potendosi nei corpi politici contemperare i metodi diversi, cosicché gli eletti dal suffragio popolare, sia direttamente o a mezzo della sorte, abbiano il diritto di cooptare alquanti deputati o senatori, più o meno a seconda si intenda innalzare o non il livello politico intellettuale e morale dell’assemblea.

Il vecchio Senato, di cui nel 1919 entrai a far parte per la categoria 18a, era detto di nomina regia; ma di fatto non era tale. Il Re non aveva alcuna parte nella nomina dei senatori e solo la tradizione e la consuetudine mettevano, accanto a tutte le altre, in particolare rilievo una qualche rarissima raccomandazione regia, presentata al presidente del consiglio per il più alto dignitario della casa reale o per il capo della consulta araldica – ma il barone Antonio Manno dovette, nonostante i buoni uffici reali, attendere il settantaseiesimo anno di sua età a vedere soddisfatta la legittima sua ambizione – o qualche generale particolarmente devoto alla dinastia. Il Senato derivava in verità dalla medesima fonte che sceglieva la Camera dei deputati e la differenza stava soltanto nella complicazione maggiore della scelta. La maggioranza medesima della Camera, la quale era riuscita ad ottenere il suffragio degli elettori, sceglieva i ministri e ne designava il capo col nome di presidente del consiglio; e questi a sua volta proponeva al Re, il quale non poteva non accogliere la proposta, i nomi dei nuovi senatori. I quali perciò derivavano da ultimo la loro autorità dai successivi gabinetti che si erano succeduti nel tempo. Nel 1919 quando entrai in Senato, erano ancora vivi senatori anzianissimi: per età il più anziano era il conte Giuseppe Greppi, il quale nel mezzo di quell’anno aveva compiuto i 100 anni ed un po’ incartapecorito, ma diritto come un fuso, ricordava di aver servito come segretario d’ambasciata Camillo di Cavour; e per nomina Davide Consiglio assunto al laticlavio il 12 giugno 1881. Da quella data, si erano succeduti 5 ministeri di Depretis, 4 di Crispi, 5 di Di Rudini, 4 di Giolitti, 2 di Pelloux, 1 di Saracco, 1 di Zanardelli, 1 di Tittoni, 2 di Fortis, 2 di Sonnino, 1 di Luzzatti, 2 di Salandra, 1 di Boselli, 1 di Orlando, ed 1 di Nitti. Ognuno di questi uomini aveva lasciato la sua traccia nel Senato; cosicché i 364 senatori viventi alla fine del 1919 poteva dirsi fossero stati scelti dal corpo elettorale, il quale, mandando al potere quei presidenti del consiglio, aveva dato modo a costoro di dare al Senato quella particolare fisionomia politica che esso di tempo in tempo aveva. A seconda della data di nomina i senatori rappresentavano, come negli strati geologici, le varie correnti di opinione le quali successivamente avevano prevalso nel paese dal 1881 al 1919; pochissimo numerosi, perché falcidiati dalla morte, i prescelti dai gabinetti più antichi e più folte le schiere inviate dai gabinetti, ossia dalle maggioranze parlamentari, più recenti. Nitti, presidente del consiglio in carica dal 3 giugno 1919, aveva nominato 3 senatori il 31 luglio, 1 il 3 agosto (il conte Carlo Sforza), 56 il 6 ottobre ed 1 (il dott. Carlo Schanzer) il 7 ottobre.

L’essere stati immessi nel Senato da quel capo politico non aveva per effetto necessario che i prescelti dovessero a lui fedeltà perpetua; ed il rito era che, in caso di votazione politica, i nuovi eletti dovessero votare in favore del governo che li aveva creati per la legislatura in corso e durante la vita di quel ministero. Chiusa la legislatura o caduto il governo, il senatore si reputava libero da ogni obbligo anche morale di devozione al suo creatore. Ma si trattava di mero rito, privo di qualsiasi valore, nonché giuridico, persino di legittima aspettativa; riducendosi quasi ad una regola di galateo parlamentare. Una sola volta sentii affacciare dal capo del governo la pretesa al voto del senatore da lui creato; e fu quando, mutato il clima, Mussolini ebbe a lagnarsi delle critiche e del voto contrario di Ettore Ciccotti, da lui inviato al Senato; ma Ciccotti, che era fiero tutore della propria dignità ed era stato fatto senatore da Mussolini perché la nomina faceva sovratutto grande onore a chi si era dimostrato ancora capace di scelte non partigiane, fieramente protestò rivendicando il diritto proprio e di tutti a votare secondo il dettame della coscienza. Poi, i costumi scaddero vieppiù e fu lecito ad un senatore pronunciare minacce contro lo stesso Ciccotti, reo soltanto di avere proposto in pubblica seduta di destinare le somme deliberate ad onorare il primo scomparso tra i quadrunviri, Michelino Bianchi, piuttostochè ad un inutile monumento sulla cima di un monte, alla costruzione di un ospedale o di una scuola di cui la Calabria aveva tanto difetto. Da quel giorno Ciccotti non fu più visto nell’aula, a tacita protesta contro il sopruso patito; sebbene egli seguitasse a frequentare con diligenza le sale di lettura dei giornali e delle riviste e la biblioteca.

La nomina regia aveva così piccola parte nella formazione del Senato, che a me accadde persino di dimenticarmene. Il rito era che, entro un certo tempo dalla convalida, il nuovo senatore dovesse chiedere udienza al Re per porgergli le dovute azioni di grazie per l’onore ricevuto. Così feci anch’io, accattando a prestito il cilindro, che mi si disse essere consuetudine di possedere. Vidi subito di essere stato bene informato dagli amici intorno al valore intellettuale del monarca. Francesco Ruffini, ministro dell’istruzione, aveva dovuto accompagnare all’estero il sovrano in visita ufficiale; e le lunghe ore trascorse forzatamente da solo a solo in un salotto ferroviario, seduti e sballottati fianco a fianco sullo stesso sedile, costretti, dopo pochi preliminari, a non parlare solo del tempo che fa od a trascurare le regole dell’etichetta, avevano fatto concludere a Ruffini che il Re fosse uomo di notevole levatura intellettuale e di vasta e sicura cultura, superiore a quella della maggior parte dei suoi ministri. Il collega Alfredo Frassati dovette anche egli, ambasciatore d’Italia a Berlino, accompagnare il Re dalla frontiera svizzera a quella danese, ad occasione di una visita reale a Copenaghen; e ripetutamente ebbe a dirmi la sua sorpresa nel sentire manifestare al Re un giudizio quasi sprezzante, al punto di vista militare, su Ludendorff ed elogiativo di Hindenburg, in un momento nel quale l’opinione mondiale riteneva ancora le prime grandi vittorie tedesche dovute al genio di Ludendorff, di cui Hindenburgh sarebbe stato quasi solo il simbolo. Poi si vide che il vero militare era Hindenburgh; e Ludendorff un invasato, fondatore di religioni ed aizzatore di moti popolareschi. L’aver visto giusto contro l’opinione dominante era sicura prova di intelligenza politica e storica. Quando entrai al Quirinale pensavo che, in qualità di studioso, potessi solo attaccar discorso su temi numismatici; scienza di gran momento, ma di cui ero digiuno. Vidi subito che la numismatica era per Vittorio Emanuele III la mera forma esteriore della sua dottrina. Ambedue piemontesi; ed io per accidente capitato a scrivere dieci anni prima due grossi malloppi di storia finanziaria della sua casa e del Piemonte, ci trovammo subito affiatati durante un colloquio durato quasi un’ora. Non solo conosceva, come era giusto, assai meglio di me uomini e fatti della storia piemontese, ma il giudizio su di essi era incisivo e sicuro; testimonianza di una cultura storica e di una penetrazione non facili a riscontrarsi in tanti che si dicono storici o credono di essere politici. Se il Re si decidesse a scrivere memorie e se in esse, superando la timidezza che fu sua caratteristica nelle cose civili e politiche – il Re mugugna, anzi manda giù la stizza, trangugiando saliva senza parlare; così corre voce la regina Margherita sintetizzasse il suo giudizio sulla psicologia del figlio – e che gli vietò di dar prova di fronte al tiranno di quel coraggio freddo, che non gli mancò nelle traversie militari durante la prima guerra europea; e se in esse candidamente esponesse il giudizio suo personale sulle vicende politiche e sugli uomini da lui trattati fra il 1900 ed il 1945, quelle memorie diventerebbero per fermo una fonte di valore inestimabile per la storia contemporanea italiana. Ahimè! se il Re avesse oggi l’animo di scrivere memorie degne della sua intelligenza, avrebbe avuto prima un altro ardimento; quello di non trincerarsi dietro la osservanza delle rigide norme costituzionali. Se il sistema monarchico ha valore politico anche nei tempi odierni, il valore sta esclusivamente nell’uso della prerogativa regia; la quale può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo chiede al sovrano di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé non sono capaci ad affrontare o per ristabilire l’osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza anche se ossequiata in apparenza. Se i re non sanno vedere il momento nel quale, una volta ogni 50 anni, la loro parola è desiderata ed è voluta dal popolo, essi condannano le dinastie alla scomparsa. A che pro un re? chiede l’uomo della strada.

Appena uscito dal Quirinale mi accorsi, con mia grande confusione, che non avevo, durante la visita, neppure menzionato l’argomento che mi aveva condotto sin là: che era di ringraziare il Re per l’onore che mi aveva fatto di ascrivermi al Senato. Ma poiché, se la nomina regia era la fonte di diritto dell’ascrizione alla Camera alta, la realtà era tutt’altra, immagino che il Re, avendo trovato diverso argomento di discorso, non si sia punto meravigliato della mia dimenticanza.[3]

Prestai giuramento nelle mani di Tittoni, allora presidente del Senato, accompagnato, in osservanza del rito, da due testimoni che scelsi nelle persone di Francesco Ruffini e di Luigi Albertini, i quali erano stati i miei veri elettori; il primo perché aveva patrocinato la mia cooptazione nella Accademia delle scienze di Torino e mi aveva così fornito il titolo necessario alla nomina, il secondo perché aveva proposto la mia candidatura a Nitti. Questi si era dimenticato della ostinata acerba campagna da me condotta contro la sua proposta di statizzazione dell’industria delle assicurazioni sulla vita – conclusa allo scoppio della guerra libica in un compromesso conforme al genio italiano – e si era ricordato soltanto della antica amicizia, per cui ero succeduto a lui nel 1900 nella compilazione della rivista «La riforma sociale» fondata da Nitti e da Luigi Roux nel 1894, e della colleganza nell’insegnamento della medesima disciplina finanziaria; ed aveva senz’altro fatta sua la proposta, risparmiando a me la noia, che non avrei sopportato, di piatire con visite e lettere quel laticlavio, per conseguire il quale sentivo che taluni miei colleghi avevano subito pene d’inferno.

Nel 1919 non esistevano divisioni del Senato in destra e sinistra. La divisione era resa difficile dalla conformazione medesima dell’aula, rotta in due parti distinte dalla grande porta d’accesso, che spaccava in due i seggi. A stretta ragione, una sinistra ed una destra, guardando al seggio del presidente ed al banco del governo, si sarebbero potute costituire; ma dove sarebbe andato a finire il centro? Al quale tendevano, per la temperanza dell’età matura e spesso assai anziana, la più parte dei senatori; sicché di fatto la distribuzione degli uomini aveva luogo per motivi accidentali. Io andai a sedere a sinistra, più che altro perché da quella parte sedeva Ruffini e stavano i più tra i professori universitari; in alto all’ultimo banco Isidoro Del Lungo, il quale ebbe un giorno a farmi complimento, purtroppo non meritato, per non essersi convinto, dopo un mio lungo discorrere di fitti e dei loro vincoli, quale fosse la mia parlata dialettale.

Ma Albertini sedeva a destra, anche lui accidentalmente tratto ad andare da quella parte per la vicinanza ad amici senatori lombardi. E Croce sedeva quasi all’estrema destra, non so se per sentirsi vicino ad altri napoletani. Chi leggeva sui giornali delle invettive e degli insulti e tumulti della Camera, si compiaceva della tranquillità delle sedute senatorie. Era mancato ai vivi l’anno prima Giuseppe Manfredi, presidente dal 1908 ed un anno solo aveva coperto l’alto ufficio Adeodato Bonasi, a cui era succeduto Tommaso Tittoni il 1 dicembre del 1919. Giungeva, preceduto da due uscieri adorni di mazza, in abito lungo e cilindro; e continuò a presiedere con dignità, anche dopo l’avvento del fascismo. Quando lo si volle sostituire, si dovette per lui fare eccezione alla regola della incompatibilità di fatto tra l’ufficio di senatore e quello di accademico d’Italia, eccezione estesa ai suoi successori nella presidenza dell’accademia, Federzoni e Marconi. L’abito scuro era di rito, sicché, diventati tristi i tempi, nelle sedute, non frequenti, nelle quali gli iscritti indossavano la camicia nera, la distinzione fra i più ed i meno era resa evidente solo dalla camicia bianca di questi ultimi. Prima e dopo, il tono delle discussioni rimase sempre molto dignitoso; e di ciò la ragione principale credo fosse la origine dei componenti il consesso. Fra i senatori di quel tempo 128 su 364 erano stati eletti, perché appartenenti alla terza categoria, dei deputati dopo tre legislature e sei anni di esercizio; ed avrebbero si dovuto essere i più facili e commuoversi; ma se ricordavano talvolta con orgoglio le passate campagne elettorali e le vivaci discussioni alla Camera, più valeva il piacere del tranquillo riposo nella Camera vitalizia e volentieri indulgevano a riposate consuetudini. Forse, nel breve tempo che rimase al Senato, il più frequente interruttore si palesò, con mia meraviglia, Sidney Sonnino che avevo immaginato alto, compostamente signorile all’inglese e contemplai invece alquanto massiccio ed atticciato in volto; che se l’avessi incontrato per strada l’avrei facilmente scambiato per un agricoltore uso alla libera aria dei campi. Se gli ex-deputati erano, per l’età e la stanchezza, alieni dalle risse rumorose, ancor più alieni ne erano gli altri, ammiragli e generali, prefetti, magistrati ed alti funzionari a riposo, professori anziani e venerandi, quasi tutti in età avanzata.

Mancando la ragione del contendere, per l’ammorbidirsi delle passioni politiche, le discussioni volgevano serene e difficilmente si prolungavano nella tarda sera. Iniziate alle quattro del pomeriggio, alle sette od al più tardi alle otto si chiudevano. Quando venne il fascismo a poco a poco i costumi mutarono; sicché un giorno appresi che le sedute dal pomeriggio si erano trasferite al mattino e la ragione vera credo fosse quella di rendere meno apparente la povertà delle discussioni e la loro natura puramente formale. Imperversando i decreti legge per cui i più pensavano «cosa fatta capo ha», le relazioni delle commissioni si riducevano a poche righe e le sedute pubbliche consistevano nella sfilata rituale dei senatori dinnanzi a dieci e fin venti urne dove gettare le palle bianche e nere; rito del quale si sarebbe potuto fare agevolmente a meno, essendo quasi costante il rapporto fra le molte palle bianche e le poche nere. Qualche rumore destarono ancora le ultime votazioni pubbliche a scrutinio segreto per la convalida dei nuovi senatori creati da Mussolini. Un giorno parve che almeno per uno dei nuovi creati l’esito dovesse essere dubbio; ché a carico di lui il generale Zupelli aveva ripetutamente ad alta voce, in seno alla Commissione di verifica e nelle sale di ritrovo, esposto accuse di frode in forniture di guerra, accuse tanto gravi da avere persuaso lo Zupelli, ministro della guerra, a denunciarlo ai tribunali militari; e se assoluzione vi era stata, aveva tratto origine da questioni di forma non da chiara dimostrazione d’innocenza. Quel giorno, era stato seguito con qualche ansietà il computo delle palle; e dal viso scuro degli scrutatori e dalla non immediata dichiarazione dell’esito della votazione da parte del presidente, i più trassero la convinzione che il numero dei sì fosse stato dichiarato superiore a quello dei no, in virtù di qualche sottigliezza di interpretazione, la quale aveva tranquillata la coscienza giuridica degli scrutatori e del presidente, senza che i votanti restassero parimenti convinti. Taluno che poi interrogò ad uno ad uno i colleghi, raccontava di non averne trovato neppure uno che avesse votato per la convalida. Il che non consente di dichiarare che la maggioranza non avesse approvato l’elezione, ma soltanto di constatare che il sussurro fu siffatto da consigliare di non ripetere l’esperienza. Sicché il diritto della convalida fu trasportato, d’allora in poi, dall’assemblea a scrutinio segreto alla commissione per la convalida dei titoli, riempita di senatori ligi alla volontà di Mussolini.

Quella della convalida non fu la sola materia, in cui il ventennio fascistico operò allo scopo di sminuire e poi annullare la libera manifestazione della volontà dei componenti l’alta camera; ed anzi fu forse quella di minore importanza. La trasformazione più profonda si ebbe nel metodo di lavoro dell’assemblea, intesa al fine di annullare di fatto il potere legislativo del Senato. Quando entrai a far parte del consesso, questo si divideva ancora in uffici. Erano in sostanza gli uffici semplicemente quote parti del numero totale dei senatori. A intervalli stabiliti, si imbussolavano i nomi di tutti i senatori e la sorte designava coloro i quali dovevano far parte del primo ufficio e quali del secondo, terzo e via dicendo sino non ricordo più se nove o undici. Accadeva perciò che i componenti degli uffici mutassero periodicamente; e che, sebbene il numero di componenti aritmeticamente fosse uguale per tutti gli uffici, di fatto quel numero potesse variare dall’uno all’altro a seconda della accidentale maggiore o minore frequenza dei componenti l’ufficio. Era invero infrequente il caso che tutti i senatori partecipassero alle sedute. Molti non si vedevano mai, sia perché vecchi, anziani ed acciaccosi; sia perché frastornati da altri doveri e faccende. Direi che difficilmente i presenti giungessero alla metà del numero totale dei membri del Senato; sicché solo per caso i presenti erano in numero uguale nei diversi uffici. La variabilità nella composizione degli uffici e la accidentalità delle frequenze in seno ad essi avevano importanza notevole nella discussione dei disegni di legge. Il governo invero od i gruppi più influenti del Senato non potevano, grazie al metodo della estrazione a sorte dei componenti gli uffici ed alla diversa loro frequenza, disporre sempre della maggioranza necessaria ad assicurare il buon fine dei disegni di legge. I quali dovevano in primo luogo essere presentati ad uffici costituiti accidentalmente o malsicuri; e poi inviati ad ulteriore esame dinnanzi ad una commissione scelta per ognuno dei disegni di legge e composta di nove commissari, eletti separatamente da ciascuno dei nove uffici. Ben poteva darsi quindi che un governo, pur certo di avere una maggioranza nel Senato, non l’ottenesse nella commissione incaricata di esaminare e riferire su qualche disegno di legge. Commissione e relatore potevano trascinare a lungo l’esame di qualche disegno di legge antipatico, tanto a lungo da farlo automaticamente decadere colla chiusura della sessione parlamentare. Chi pensi al par di me che il compito principale dei parlamenti sia quello di scegliere, tra le numerosissime proposte di nuove leggi, dichiarate a grandi grida sommamente urgenti dalla stampa, dai comizi e dalla voce pubblica, le pochissime meno dannose, giudicherà sapiente il metodo di formazione delle commissioni legislative che trovai in onore nel Senato del 1919. Accanto alle commissioni elette volta per volta, nel modo indicato dianzi, per riferire sui singoli disegni di legge, esistevano alcune commissioni permanenti: quella, già menzionata, sulla verifica dei titoli, e quelle giudiziarie preparatorie alla costituzione del Senato in Alta corte di giustizia per il giudizio su accuse mosse ai senatori. Questi non potevano essere giudicati se non dai loro pari, ossia da tutti i senatori, i quali fossero stati presenti dalla prima all’ultima sessione del processo. I senatori residenti per ragioni di ufficio (ad es. insegnamento universitario) fuori Roma malamente potevano soddisfare alla condizione della continua non interrotta presenza a tutte le udienze; sicché a me non accadde mai di dover dar sentenze in materie imbrogliate. Ché i rarissimi processi celebrati dinnanzi all’Alta corte traevano origine, in alcuni di quei pochi casi, dal fatto che qualche senatore capitava ad essere presidente o membro di consigli di amministrazione di società bancarie o industriali coinvolte in faccende di bancarotta od altrimenti soggette ad accuse penali. Né poteva escludersi che finanzieri ed industriali cercassero di avere collega qualche senatore allo scopo di sottrarsi al magistrato ordinario e profittare della giurisdizione macchinosa ed incerta dell’Alta corte di giustizia. Capitò anche a me, non ricordo in quale anno tra il 1920 ed il 1922 di vedermi venire tra i piedi in un luogo di montagna, dove ero con la famiglia, un tale il quale pressantemente mi invitava ad accettare la presidenza di non so che meravigliosa Banca italo-rumena od italo-bulgara od italo-turca. Essendomi posto la regola di considerare incompatibili uffici economici privati con la professione di scrittore di articoli economici, scansai automaticamente il pericolo di vedermi poco dopo trascinato dinnanzi all’Alta corte di giustizia, ché, pochi mesi dopo, i giornali annunciavano che quella tal banca era malamente decotta ed il fallimento risaliva ad epoca anteriore alla offerta fattami della presidenza.

Ma la più importante commissione permanente, la sola di fatto operante in modo continuo era la commissione di finanza, che corrispondeva alla giunta del bilancio della Camera dei deputati. Ne facevano parte uomini sperimentati, i quali per lo più erano stati al governo come ministri o sottosegretari di stato nelle diverse branche della pubblica amministrazione. Era allora presieduta dal senatore Carlo Francesco Ferraris, professore di diritto amministrativo a Padova e ripetutamente ministro dei lavori pubblici. Era Ferraris un monferrino metodico ed esigente verso i suoi collaboratori; e quando, dopo qualche anno, ma innanzi al 1922, fui chiamato a far parte della commissione, subito mi affibbiò il compito di redigere la relazione su uno dei bilanci finanziari. Ma durai poco nell’ufficio; ché giunto al potere il fascismo, anche la commissione di finanza fu mutata e mi vidi recapitare per la posta una striscia maleducata di carta sottile quasi velina in cui si ringraziavano anonimamente i componenti l’antica commissione per l’opera prestata ecc. ecc.

Col fascismo, il sistema degli uffici degenerò. Cominciarono ad arrivare, a mezzo di colleghi zelanti, quelli che poi furono detti ordini di scuderia. Ho ancora il ricordo vivo di una seduta nella quale si doveva esaminare, tra gli altri, un disegno di legge inteso a sottoporre i nuovi impianti industriali ad autorizzazione governativa. Il presidente, assai imbarazzato, cominciò ad esporre non so che parole vuote di senso sulla necessità di rimediare alla crisi economica che in quel torno di tempo affliggeva l’Italia e sulla disoccupazione che ne era la conseguenza e sul vantaggio che a tal fine si sarebbe conseguito col limitare i nuovi impianti a quelli che fossero veramente reputati necessari dai competenti ministeri. Nessuno prendendo la parola, osservai essere un assai strano modo di rimediare alla disoccupazione questo, che in sostanza si riduceva a sottoporre le iniziative private volte a creare lavoro ad una defatigante inchiesta amministrativa e ad un probabile diniego fondato sul motivo caro a tutti coloro che, in Roma e nelle provincie, occupano una posizione: «ce n’è fin troppi di concorrenti, ed un nuovo arrivato non può far altro che guastar la festa». L’esperienza degli anni dal 1919 al 1922 mi aveva insegnato che negli uffici si era per lo più ben lieti che qualcuno prendesse la parola su un disegno di legge per subito concluderne che costui era la perla dei competenti od almeno un uomo pronto a sacrificarsi, sicché gli si doveva affibbiare senz’altro il compito di commissario dell’ufficio con mandato di fiducia, delegato a far parte della commissione incaricata di riferire all’assemblea sull’argomento. Con mio stupore invece il presidente tergiversava, borbottando: come mai Tizio non è ancora arrivato!, è lui che è in lista come commissario dell’ufficio. Finalmente Tizio arriva. Alle mie osservazioni il designato relatore non seppe dire se non: «già, è vero, il disegno di legge non servirà a niente; ma al ministero lo desiderano». E su questa premessa, Tizio fu senz’altro nominato relatore.

Messa in un batter d’occhio all’ordine del giorno una succinta relazione favorevole, ne vidi annunciata la discussione per una certa data alle ore 15. Fidandomi che il solito numero dei minuti occorresse per l’insediamento della presidenza e per la l lettura del processo verbale, giunsi alle 15,10. Non solo era stato letto il processo verbale – capitò che fosse di turno un senatore segretario abilissimo nel mangiarsi tutte le parole intermedie fra la prima e l’ultima di ogni periodo, anzi di ogni a capo – ma anche la discussione sul disegno di legge era stata iniziata e condotta a termine; e, nemine contradicente, era stato approvato con pienezza di mani alzate un provvedimento, il quale prese allora cominciamento dalle sole industrie interessanti la difesa nazionale, ma fu in prosieguo di tempo esteso a tutte le industrie ed ancora sussiste ed aduggia la vita economica italiana.[4] Nessuno toglierà mai più di testa al funzionario incaricato del servizio che gli industriali pronti ad arrischiare il denaro proprio in una qualche impresa siano cospiratori intesi al pubblico danno e che l’opera sua di frenatore coordinatore e disciplinatore non sia indispensabile alla salvezza del paese; e nessuno riuscirà mai più a vietare che nel tempo stesso un altro funzionario, allogato in una stanza vicina, non si sforzi di dimostrare che le cose tutte andranno a catafascio se lo stato non interverrà a portar via il denaro a gente così perversa da voler impiegare il proprio denaro a proprio talento ed a darlo ad altri pronti a investire il denaro altrui in imprese dette di pubblico interesse; dove la significazione usuale delle due misteriose parole consiste nel tenere per sé i guadagni ed affibbiare allo stato le perdite.

La novità maggiore osservata nelle pubbliche sedute del Senato qualche anno dopo il 28 ottobre 1922, fu la difficoltà crescente di trovare chi volesse partecipare alle discussioni. Per qualche anno risuonarono ancora alte solenni le voci di Benedetto Croce, Luigi Albertini, Francesco Ruffini e pochi altri. Poi, soppressa la libertà di stampa, ridotti i giornali a bollettini ufficiali e spenta ogni eco nel pubblico delle critiche pronunciate nell’aula, i più tacquero. Il dittatore professava di desiderare la critica tecnica; ma anche la voce di Federico Ricci, rimasto praticamente solo a compiere metodicamente una accurata critica tecnica dei bilanci preventivi e dei conti consuntivi, era sopportata di assai mala voglia dai ministri. Egli è che, pur muovendosi con abilità inarrivabile al di qua dei confini della politica, le critiche tecniche di Ricci, dimostravano ad evidenza i pericoli ed i danni del governo assolutistico. Ricci era oggetto di somma invidia da parte di tutti i pochi antifascisti del Senato: pareva il gatto soriano che si divertiva, arrivando al limite della critica politica, a lasciar scappare il sorcio, per subito riacchiapparlo con una critica fredda esposta col sorriso sulle labbra in linguaggio tecnico. Sotto sotto anche i fascisti consentivano; e parecchi si azzardavano ad applaudire. I ministri fingevano di non accorgersi delle punture, salvo qualcuno più screanzato, come Ciano padre, il quale con assai mala grazia insolentemente recalcitrava.

Alla fine, anche le critiche tecniche furono insopportabili al governo del tiranno; e fu inventata la divisione del Senato in commissioni tecniche distinte secondo la competenza dei senatori. Gli agricoltori avrebbero dovuto essere collocati nella commissione agricola; gli industriali e commercianti in quella dell’industria; i competenti nelle arti militari in quella della difesa e così via, rendendo generale il metodo delle commissioni permanenti prima invalso solo per la commissione di finanza. Poiché il metodo era stato inaugurato già innanzi al 1922 nella Camera dei deputati, allo scopo di dare equa proporzionale rappresentanza, in tutte le commissioni, ai diversi partiti ed alle varie competenze, giova soffermarsi su di esso un momento, distinguendo quello che nel metodo fu o parve peculiare al fascismo da quel che di essenziale vi è in esso.

Il peculiare del fascismo fu che alle commissioni dette legislative fu attribuito il giudizio definitivo sulla più parte dei disegni di legge, eccetto quelli relativi ai bilanci, ai trattati internazionali ed all’ordine giudiziario. Fu detto che si voleva così snellire la procedura legislativa, evitando di sommergere le sedute plenarie sotto una inondazione di disegni di legge di mero interesse particolare di questa o quella amministrazione, e consentire alla macchina statale di funzionare. Poiché le medesime argomentazioni furono ritenute valide, oltreché per ragioni costituzionali transitorie di gran peso, anche per ragioni sostanziali permanenti, per i lavori della costituente e torneranno a farsi valere per i lavori del parlamento, importa affrontare apertamente il problema. Non è vero che esistano problemi particolari e non è vero che in un parlamento esistano competenze speciali alle quali affidare in modo inappellabile la definizione di qualsiasi problema particolare. Tutti i problemi si toccano l’un l’altro e debbono essere guardati in un quadro generale; e, si aggiunga, dove sono le competenze? I problemi di governo e di legislazione non sono roba da specialisti; e non debbono essere risoluti da specialisti.

Di fatto, durante il tempo fascistico, la composizione delle commissioni per competenze fu una burla; e tale rimase, sebbene involontariamente, nella Assemblea costituente. Non si è competenti in agricoltura, in industria, in banche, in cose militari o diplomatiche solo perché si è iscritti ad un partito o ad un altro. Sovrattutto, se anche si potesse immaginare l’assurdo di commissioni composte di specialisti davvero competenti, bisogna affermare che le leggi non debbono essere decise da specialisti davvero competenti nelle singole materie, sibbene dai politici, ossia da coloro i quali posseggono o presumono di possedere quella particolare competenza che si acquista trattando affari pubblici. Essa è composta di cognizioni positive, le quali si acquistano ascoltando chi nell’aula espone verità o sciocchezze, ricevendo lettere o deputazioni di elettori, sentendo lagnanze, critiche o lodi. Guai a quel paese il quale fosse governato da tecnici specialisti, dai cosidetti sapienti! Costoro degnamente compongono accademie e società scientifiche, tengono congressi, fanno voti e promuovono il progresso delle varie branche dell’attività umana. Ma nessuna legge nuova è buona se non risponde ad esigenze sicure permanenti della pubblica opinione; e le leggi le quali rispondono a quelle esigenze sono rarissime. Il sistema di legislazione per commissioni legislative di competenti conduce alla moltiplicazione delle leggi, ossia al disordine ed alla instabilità nella vita pubblica; laddove il sistema di legislazione in assemblee parlamentari plenarie consente a tutte le voci e particolarmente alla voce dei non specialisti, ossia alla voce di coloro che forse hanno la sola competenza valida, che è quella politica, di farsi sentire. La legislazione per commissioni legislative si fa di solito, anche quando le porte sono aperte, senza l’intervento del pubblico e lungi dall’attenzione della stampa; ed è quindi atta a far passare surrettiziamente provvedimenti a favore di interessi particolari; la legislazione in assemblee plenarie apre la via alle critiche del primo venuto, il quale probabilmente è il solo il quale ha qualcosa di serio da dire ed è esposta al fuoco di fila delle critiche dei giornali, messi sull’avviso tempestivamente dalle proteste dei danneggiati o dalle lodi degli interessati e dagli ordini del giorno di ambedue.

C’è nella attribuzione di una potestà legislativa alle commissioni un piccolo granello di vero. Non più di un piccolo granello; ma poiché c’è bisogna tenerne conto. Molti provvedimenti, che si chiamano leggi, sono invece atti amministrativi, a cui occorre dare forza di legge, poiché altrimenti nessuna Corte dei conti li registrerebbe e darebbe il via alla loro esecuzione. Spesso sono piccole cose, per le quali non occorre far perdere tempo ai due rami del parlamento in seduta pubblica; e bene potrebbero essere decise da commissioni dette competenti composte di abbastanza gente in numero siffatto da dare affidamento che tra esse qualcuno sorga a muovere critiche, se critiche si devono fare. Quale è tuttavia la linea di distinzione tra le vere leggi e queste che si potrebbero chiamare pseudo-leggi? Come si fa a separare le 90 pseudo-leggi, che si potrebbero abbandonare alle commissioni e le 10 vere leggi, le quali debbono essere discusse dal parlamento? Nessuna definizione è immaginabile in materia; e nulla sarebbe così pericoloso come l’ammettere che qualcun altro fuor del parlamento medesimo possa decidere. Posti innanzi al dilemma: rendere obbligatoria la discussione di tutti i disegni di legge da parte delle assemblee plenarie delle due camere e rendere così impossibile il funzionamento del parlamento, sommerso dalle migliaia di provvedimenti resi necessari dal moltiplicarsi moderno dei rapporti giuridici ed economici e dalla ingerenza dello stato in affari un tempo ritenuti privati o restringere la competenza delle assemblee plenarie, aprendo la via al dispotismo del potere esecutivo, altra via di uscita non mi pare vi sia, all’infuori di questa: solo alcune specie di disegni di legge (ad es.: bilanci preventivi, conti consuntivi, trattati internazionali, ordinamento giudiziario) debbano essere obbligatoriamente recati, su relazione della commissione, dinnanzi alla assemblea plenaria delle due camere. Tutti gli altri possono morire, per si o per no, in seno alle commissioni. Con una salvaguardia: un qualsiasi deputato o senatore, uno solo, entro dieci o venti giorni dalla approvazione o dal rigetto da parte della commissione, abbia il diritto di chiedere l’esame da parte della assemblea generale. Dico che il diritto di avocazione alla assemblea generale deve essere dato anche ad uno solo; perché è diritto inalienabile e obbligo non ricusabile di ogni membro del parlamento il discutere e votare secondo coscienza tutti i disegni di legge; e perché, se anche in un primo momento qualche errore potrà essere commesso, l’esperienza insegnerà ad ogni deputato o senatore di non rendersi, per cose piccole o futili, inviso ai proprii colleghi. Se davvero neppure un deputato o senatore obbietta ad una proposta, si può fondatamente concludere alla inutilità di costringere il parlamento a perder tempo nel discuterla. Il lavoro parlamentare sarebbe agevolato e nessun pericolo di abuso del potere esecutivo potrebbe mai sorgere. In verità i fascisti avevano, accanto a quella di alleggerire la fatica delle assemblee parlamentari, una ragione più seria di avvalorare le commissioni legislative; ed era il proposito di sopprimere di fatto il Senato. La Camera era stata oramai ridotta ad una rappresentanza coreografica di marionette ammaestrate. Ma i senatori erano ancora vitalizi; v’erano ancora tra gli anziani nominati prima del 28 ottobre 1922 parecchi uomini indipendenti dal governo e tra i nuovi, qualche ribelle, imitatore di Ciccotti, poteva venir fuori. Qualsiasi voce stonata dava fastidio al dittatore; ed i discorsi di Federico Ricci, ignorati dai bollettini ufficiali, detti giornali, erano letti troppo avidamente da pochi fortunati.

Così fu che in un piccolo articolino del provvedimento istitutivo delle commissioni legislative fu scritto che i componenti delle commissioni sarebbero stati nominati dal presidente del Senato; ed il presidente conte Giacomo Suardo dimenticò, nel comporre le commissioni, gli oppositori. Non osarono non iscrivere nella commissione di finanza Federico Ricci, perché non osarono escludere apertamente si potessero fare critiche tecniche. Ma i nomi di Croce, di Albertini, di Bergamini, il mio e quello di altri pochi non furono inclusi. Di fatto, questi pochi perdettero il diritto legislativo; ché un articolo sornione diede facoltà al governo, in caso di emergenza, di far deliberare dalle commissioni persino i bilanci, i trattati e le poche altre materie riservate alla assemblea plenaria; facoltà di cui il governo fece pieno uso dallo scoppiare della seconda guerra mondiale in poi.

Alla esclusione si aggiunse lo sgarbo; ché dopo qualche tempo mi accorsi di non ricevere più i rendiconti parlamentari, che si usava inviare regolarmente ai senatori che ne avessero fatto richiesta. Recatomi a chiedere notizie del disguido da un funzionario, lo vidi imbarazzatissimo, quasi si trovasse di fronte ad un lebbroso; e se mi sedetti lo feci senza invito, dinnanzi a lui all’impiedi, il quale balbettava che quello era ufficio del presidente. Un usciere dell’archivio mi diede spiegazione più precisa: non essere io noverato tra i senatori attivi e l’ordine essere che gli stampati si dovessero inviare solo a codesti attivi. Fu necessaria una lettera al presidente, che Benedetto Croce stilò mordace ed io ed altri più formale, perché l’invio fosse ripreso.

Quando entrai in Senato, la carica era gratuita. Ciò spiega in parte la numerata frequenza alle sedute, dovuta altresì all’età grave di molti senatori (151 di essi su 364 avevano alla fine del 1919 superata l’età di 70 anni), agli acciacchi ed alle occupazioni di impiego o di professione. Agli occhi di molti il laticlavio era considerata una onorificenza, forse la maggiore alla quale si potesse aspirare dopo una vita consacrata alla politica, agli studi, alla magistratura, agli uffici pubblici civili e militari. Tutti i deputati, salvo i maggiori e quelli sicuri della rielezione, aspiravano al porto tranquillo del Senato. Alcuni membri dell’aristocrazia, alquanti grandi industriali ed agricoltori vi avevano luogo. Il Senato era considerato uno dei più riposanti e solenni e scelti circoli italiani. Nella sala della buvette, si giocava, ma solo al più nobile ed intellettuale dei giuochi, quello degli scacchi; e Federico Ricci era tra gli assidui. Contrariamente all’opinione che mi pare prevalente oggi in alcuni ambienti parlamentari, quello non era però un circolo di ricchi.

La mia impressione era e rimane che i più dei senatori fossero gente di modesta fortuna e forse molti privi affatto di fortuna. I pensionati erano parecchi, specie tra i frequentatori dell’aula, e davano il tono all’assemblea. Se ne ebbe la prova, poco dopo la mia infornata, quando si seppe che la Camera dei deputati stava per superare lo scoglio dell’art. 50 dello statuto, il quale prescriveva che le funzioni di senatore e di deputato non dessero luogo ad alcuna retribuzione od indennità, votando una diaria di presenza per i proprii membri. Fu un discreto sussurrare sottovoce sul grande avvenimento, che si sperava potesse avere un seguito anche per il Senato, nonostante non sussistesse o solo in parte il principale motivo per cui i deputati finirono per votare a se stessi un onorario, a titolo di indennità o rimborso di spese, ed era il costo dei necessari rapporti con gli elettori.

Era antica consuetudine che nella sala della buvette, i camerieri fornissero caffè o caffè latte gratuitamente, ed era noto che quel vantaggio non solo era assai apprezzato dai più, ma era parte del sostentamento di taluni degnissimi uomini di mezzi assai ristretti. Uno si sapeva che, recando in tasca il pane, faceva di quel caffè e latte il principale suo pasto quotidiano, discretamente ripetendolo nel pomeriggio. In prosieguo di tempo, al caffelatte si aggiunsero uno o due biscotti, prima a pagamento e poi, a quel che ricordo, gratuiti. L’indennità senatoria fu dapprima una diaria di cento lire per ogni seduta; e parendo sconveniente obbligare gente veneranda ad apporre la firma in un registro, si usò l’espediente di collocare un usciere innanzi alla grande porta dell’aula, affinché prendesse nota di coloro che entravano. Ma l’espediente fu ancor più indecoroso, perché talun incerto fu visto camminare lentamente dinnanzi all’usciere per scampare il pericolo di non essere visto. Talché alla fine la diaria si mutò in un assegno mensile il quale gradatamente crebbe sino alle 2000 lire e poi scemò, quando il governo fascistico volle fare la faccia feroce verso gli impiegati, a 1550 lire; e finalmente fu, dalla magnanimità del duce, restituito alla cifra delle 2000 lire. E tale rimase sino alla soppressione del Senato, quando agli antichi senatori fu ritirata non solo la carta di libera circolazione ferroviaria, ma tolto anche l’assegno. Che fu una deliberazione presa con poca creanza verso tante degne persone, assolte attraverso giudizi di epurazione; quando l’uso della Camera era di conservare la carta ferroviaria agli ex-deputati con tre legislature e sei anni continui di ufficio, detti perciò senatori ferroviari; e persino i fascisti, che pure avevano espulso gli aventiniani, non avevano osato ritirare la tessera agli oppositori nell’aula. Per non pochi senatori viventi di scarsa pensione, quelle duemila lire al mese facevano ancor oggi tutta la differenza fra saltare o non uno dei pasti quotidiani a base di caffè latte.

L’onorata povertà di non pochi senatori non sarebbe stata bastevole a creare in quell’ambiente un diffuso sentimento che, seguendo una terminologia oggi invalsa, direi di complesso di inferiorità. La durata vitalizia della carica affrancava, è vero, i senatori da obblighi verso gli elettori; e liberandoli dalla servitù della corrispondenza con questi, li esimeva dal piatire favori, sollecitare disbrigo di pratiche, inoltrare raccomandazioni, che era il rovello quotidiano dei deputati; sicché, quando per avventura un senatore capitava nei corridoi ministeriali, gli uscieri, meno abituati alle loro visite, li guardavano con maggior rispetto e procuravano, anche per l’ossequio dovuto all’età, di non farli attendere troppo. Il minor numero, la vita più ritirata, la più rara presenza di essi nei comizi e nelle adunanze faceva si che il titolo di senatore fosse circondato nella pubblica estimazione di un alone a cui il titolo di onorevole non giungeva. Se il pubblico non di rado attribuiva alla figura di deputato i connotati di procacciante, di ambizioso, per non dire il peggio delle accuse di corruzione implicita in chi si pensava dovesse pur rifarsi delle spese della campagna elettorale, ciò accadeva assai più di rado per i senatori, che gli alti uffici coperti in passato, la rinomanza scientifica, le opere compiute e l’età stessa facevano ritenere posti al di là delle ordinarie passioni umane.

Se erano più rispettati nel comune commercio umano, i senatori sentivano che di fatto, se non in diritto, essi contavano poco nella vita politica. Il presidente del Senato nella precedenza a corte veniva si, subito dopo i cavalieri dell’Annunziata e prima del presidente del consiglio dei ministri; ed i senatori erano nei ricevimenti di capo d’anno a corte annunciati prima dei deputati. Ma trattavasi di forma esteriore; di fatto il Senato forniva un numero sempre minore di ministri ai gabinetti; i disegni di legge e gli stessi bilanci venivano, nonostante le rimostranze del presidente del Senato, comunicati tardi alla camera detta alta, così da obbligarla ad una discussione affrettata, che suscitava periodiche querimonie nell’aula, destinate a rimanere senza eco. Il Senato non faceva crisi e non avendo virtù di rovesciare ministeri, le sue sedute apparivano accademiche e rarissimamente i giornali ne davano adeguato rendiconto, con gran stizza di quei senatori i quali preparavano discorsi studiati e degni di seria attenzione, e se li vedevano il giorno appresso riassunti dai giornali in meno di un rigo. Questa stizza contenuta fu una delle cause, e non forse la minore, dello spettacolo non bello dato dalla quasi unanimità dei senatori il giorno che Mussolini, rispondendo ad un preciso quesito posto da Luigi Albertini dichiarò: «Se Sua Maestà il Re mi chiedesse le dimissioni risponderei senz’altro obbedisco! non però così risponderei a sua maestà il Corriere della sera». Fu un applauso spontaneo fragoroso, di cui raramente, in tempi non ancora adusati alle spontaneità ed unanimità apparecchiate con grande arte, mi era accaduto di vedere l’uguale.

Pochissimi si astennero dall’unirsi al consenso dei plaudenti, fatto, oltreché di omaggio al principio del Re fonte del potere e di tacito ricordo al dittatore dell’esistenza di qualcuno posto al disopra anche di lui, di rancore verso il quarto potere, divenuto, innanzi al 1922, espressione di un’opinione pubblica legalmente inesistente, ma di fatto non di rado più forte e decisiva degli stessi poteri legali. Non erano pochi nel parlamento coloro i quali non avevano capito che era sorta nel paese una forza indipendente nel tempo stesso dagli uomini politici e dai gruppi economici e non si erano accorti che a poco a poco erano cresciuti ed ingigantiti giornali viventi di vita propria, ossia del soldino dei compratori, epperciò anche del denaro della pubblicità, come tale conosciuta, i quali potevano liberamente parlare a parlamentari, a ministri, a banchieri, ad industriali, ad armatori, a proprietari e ad operai. Non avendo capito il fatto storicamente nuovo e costituzionalmente rivoluzionario, male soffrivano esistessero organi dell’opinione pubblica che non fossero legati a questo o quel gruppo politico ed immaginavano che essi fossero pagati da qualcun altro e l’altro o gli altri sarebbero stati gruppi di interesse economico. Che, almeno per i grandi giornali aventi una tiratura notevole, era falsa, perché assurda. L’assurdità stava nella circostanza che quei giornali avevano conquistato la grande tiratura perché indipendenti sul serio e non avevano perciò alcun interesse a rinunciare al profitto della propria industria esercitata secondo criteri commerciali per mettersi al servizio di interessi privati, i quali li avrebbero anche finanziariamente rovinati. La indipendenza economica faceva si che quei giornali non si curassero dei singoli uomini politici e delle loro ambizioni e del loro desiderio umano di pubblicità e dessero rilievo ai loro atti ed alle loro parole solo quando ai giornali medesimi sembrava interessasse davvero la cosa pubblica. Il che, a molti uomini politici abituati a reputar vero l’aforisma: «La Camera dei comuni può dar tutto salvo cambiar l’uomo in donna» suonava offesa mortale. Sicché, quando il 3 gennaio 1925 il dittatore annunciò, insieme con altre cose, la soppressione della stampa quotidiana, molti parlamentari in cuor loro ne gioirono, pensando fosse per tal modo tolto di mezzo un potere non contemplato dallo statuto e superiore agli stessi poteri sovrani. Costoro si illudevano che la disciplina imposta ai giornali significasse nuova dignità del parlamento, laddove ne significava la morte. Dovevano imparare a loro spese non esistere via di mezzo fra la illimitata libertà della stampa e la soppressione totale di essa. Dove illimitata vuol dire applicazione severa di pene di carcere e di multe feroci contro i calunniatori, i diffamatori, i professionisti dell’ingiuria; con aggravanti durissime per chi di quei reati si renda colpevole a mezzo della stampa. Quel plauso pressoché unanime a chi manifestava pubblicamente la sua insofferenza della libertà di stampa suonò il rintocco funebre del parlamento e della corona, poteri incapaci a reggersi da sé all’infuori del favore pubblico. I nuovi poteri creati nella costituzione che entrerà in vigore il 1 gennaio 1948 saranno mai sempre labili ed instabili sinché non si sia ricostituito in Italia quel quarto potere indipendente da sussidi di governi, di partiti e di gruppi economici, che lentamente era cresciuto prima del 1922 ed aveva sotto questo rispetto posto il nostro paese all’avanguardia dei paesi liberi, emulo della Svizzera, dell’Inghilterra e degli Stati Uniti e bene al disopra della Francia e della Germania. La tradizione, rotta il 3 gennaio 1925, stenta a riprendere vigore; ché anche i giornali, i quali potrebbero a quella riannodarsi, non hanno, per la «grande paura» che aduggia il continente europeo, il coraggio di dire: «io sono una idea e voglio prosperare perché vendo quell’idea e non un’altra». Per la paura di essere se stessi, gli eredi dei grandi giornali indipendenti d’un tempo corrono alla lunga verso la loro decadenza anche economica.

Il complesso di inferiorità nel quale si travagliava il Senato derivava, oltreché della prevalenza acquistata dalla Camera elettiva, dai connotati psicologici dei senatori. Anziani o vecchi gli ex-deputati, alieni dalle lotte politiche gli scienziati, timorosi di parere difensori dei proprii interessi privati quelli nominati per censo, prevalevano di fatto per assiduità e competenza specifica nella discussione delle leggi, i giuristi, i magistrati ed i funzionari. Ma i giuristi guardavano sovrattutto, ove non siano eccitati dal corpo elettorale, all’aspetto formale delle leggi; ed i magistrati e funzionari civili e militari, giunti ai supremi gradi della loro carriera e per lo più a riposo, avevano acquistato l’abito professionale dell’acquiescenza agli uomini di tempo in tempo posti al governo del paese ed il gusto della critica meramente tecnica. Questo, che agli occhi di taluni era ed è il pregio massimo dell’assemblea senatoria, ne era invece il vizio roditore. Mancando la passione politica, anche la critica tecnica era vana. In quei pochi anni vissuti nel Senato pre-fascista dal novembre 1919 all’ottobre 1922 vidi quanto sia illusoria la formula della critica tecnica come formula ispiratrice di una feconda opera parlamentare. I ministri avevano sempre l’aria di dire: «si, voi avete ragione; in principio farebbe d’uopo accettare i vostri emendamenti e le vostre proposte; ed in verità prendiamo impegno di farli nostri nella legge permanente che ci impegnamo a studiare. Per ora, per ragioni politiche contingenti, giuocoforza è rassegnarsi ad altra soluzione provvisoria, destinata ad essere emendata il più presto possibile». Dove le «ragioni politiche» non erano atte ad essere messe in carta, perché non avevano mai un contenuto razionale e sostanziale e di fatto si riducevano a preoccupazioni elettorali, a timore di critiche rumorose perché analfabete, a resistenze di interessi acquisiti non tanto privati quanto di gruppi economici, di associazioni operaie od impiegatizie. La critica tecnica nulla può contro le ragioni politiche, che sono fatte di tutto e di nulla e sovrattutto dell’imponderabile. Anche perciò il Senato, creato nel 1848 nel quadro delle categorie, quasi ad anticipare le teorie dette moderne della rappresentanza professionale, era politicamente un corpo di scarso peso nella vita politica. Di qui le ripetute proposte ed indagini rivolte a rinnovare la struttura, delle quali la più celebre fu quella che prese il nome dal relatore Arcoleo; e un’altra che innestava il principio elettivo sul sistema della rappresentanza professionale era stata messa innanzi da Francesco Ruffini. Tentativi che forse avrebbero approdato a qualche felice sperimento misto di nomina regia, ossia a suffragio elettivo indiretto, e di elezione diretta in parte territoriale ed in parte professionale. Ma il fascismo interruppe i peritosi tentativi e, pretendendo di innalzare la dignità della camera alta, persino calpestando la norma statutaria della priorità della camera elettiva nella discussione dei bilanci, in realtà l’avvilì grandemente. Soppressa di fatto la garanzia del diritto di convalida dei nuovi senatori in assemblea generale, l’unico freno alle nomine rimase l’esigenza di far parte delle categorie. Ma quella del censo, come dissi sopra, non funzionava più; e delle altre si fece uso per crescere il numero dei funzionari civili e militari. Mai non si videro tanti generali ed ammiragli come nel ventennio; ed i generali sono più atti a ubbidire che a comandare.

Per levarsi di torno postulanti, Mussolini aggiunse di suo nuovi vincoli a quelli statutari; inventando incompatibilità inutili ed elevando, non si sa perché, a 65, parmi, il numero minimo degli anni richiesti per la chiamata al Senato, che lo statuto fissava in 40.

Si disputò a lungo negli ultimi decenni se il cosidetto complesso di inferiorità derivasse anche dalla mancanza del numerus clausus nell’ordinamento del Senato. Per fermo, essendo il numero dei senatori illimitato ed essendo oramai il diritto di nomina trapassato di fatto dal re al presidente del consiglio pro-tempore, questi poteva sempre, contro un Senato recalcitrante all’approvazione di un disegno di legge, usare la minaccia dell’infornata di novelli senatori in numero siffatto da volgere in minoranza la maggioranza avversa al ministero. Perciò il senato sembrava vivesse sotto l’impressione di non essere un vero corpo sovrano, trovandosi alla mercé del capo della maggioranza della camera bassa, fornito del potere di annacquare, ad ogni momento, con nuovi senatori, la composizione politica della camera alta.

In verità la paura era, anche in questo caso come sempre, fatta di nulla o, meglio, di imponderabili estranei al pretesto offerto alla paura. Si paventavano le infornate volte a domare la maggioranza; quando invece non esistevano da tempo maggioranze contrarie al governo del momento. Sin da quando Depretis aveva decretato che il Senato «non faceva crisi», questo si era ridotto o forse si era innalzato al vero suo compito di correttore e ritardatore delle proposte di leggi malvage o male studiate; ed il compito era siffatto che ogni governo, che non fosse di tiranno, doveva augurarsi e in verità si augurava fosse assolto da qualcuno. Non era accaduto mai che il Senato si opponesse testardamente a proposte volute dall’opinione pubblica; e fu sempre riconosciuta la necessità di un corpo che facesse riflettere maggioranze parlamentari improvvisate ed impazienti sulla opportunità di rivedere disegni di legge abborracciati allo scopo di contentare esigenze popolaresche o meramente elettorali.

La minaccia dell’infornata intimidatrice era sminuita di valore dall’uso, il quale vietava che il numero dei novelli senatori superasse una certa variabile proporzione del numero di quelli in carica. Nella vita quasi centenaria della camera alta italiana solo cinque infornate superarono di numero i cinquanta; e furono la prima, iniziale, del 3 aprile 1848 con 58 senatori; la seconda, con 56 del 20 gennaio 1861 dopo la mutazione del regno di Sardegna in regno d’Italia; ed altre tre: di 76 il 4 dicembre 1890 (ministero Crispi), di 59 il 6 ottobre 1919 e di 59 il 3 ottobre 1920 e queste due venivano dopo la lunga parentesi e le numerose morti durante la grande guerra. Del resto se il governo poteva minacciare infornate, un Senato consapevole di sé poteva rispondere con il rifiuto o il ritardo delle convalide dei nuovi senatori eventualmente inviati a scopo intimidatorio; sicché lo spettro delle infornate sembra abbia avuto poca sostanza ed abbia mascherato piuttosto mancanza di quell’autorità e di quella forza, le quali spettano solo alle persone ed ai corpi che da sé si danno autorità e forza. Il che ben si vide durante il primo tempo fascistico quando a vicenda Re e Senato sembrava aspettassero una parola od un incitamento per far atto di rivolta contro il nuovo regime; e ciò significava che nessuno dei due trovava in se stesso la virtù di esprimere una propria opinione contraria.

Tuttavia, seppure si debba concludere che la mancanza del numero chiuso, ad esempio 300, non sia atta a dar conto del «complesso di inferiorità» del Senato, la esistenza di un siffatto limite al numero dei senatori sarebbe stata in se stessa cosa buona. Il divieto di eccedere un numero fisso, suppongasi 300, non avrebbe da un canto limitato troppo la potestà dei successivi presidenti del consiglio di rinnovare se non ringiovanire l’alta camera; ché, per la età media avanzata dei senatori, la morte ha sempre largamente decimato le loro fila; ma avrebbe impedito di eccedere, come accadde negli ultimi tempi, nel numero delle nomine e promosso una più rigorosa scelta tra gli aspiranti; e questa stessa più rigorosa scelta avrebbe dato maggior forza ed autorità al corpo intero. Per altra via e non per quella della paura delle infornate si giunge dunque alla conclusione che, in un Senato non eletto dal suffragio universale, il numero chiuso sia arra di buon funzionamento; che è la conclusione medesima alla quale si è universalmente giunti per i corpi accademici quando per essi si voglia sul serio escogitare garanzie esteriori di autorevolezza, le quali poi danno frutto se gli uomini ne sappiano trarre partito.

Sinchè non fu scelto a presidente il Suardo, il Senato mantenne una certa compostezza; e fu costui il quale, essendo annunciato l’arrivo del duce nell’aula, osò scendere dall’alto seggio e dare nel grido dell’Eja, eja, alalà, viva il duce, A noi! ed altrettali sconcie vociferazioni. Quando vidi un povero vecchio, sorretto a braccia da due uscieri ed impotente a salire i pochi scalini sino al seggio presidenziale, prestar giuramento in basso nella nera divisa di coloro che cantavano l’inno alla giovinezza, mi persuasi non avesse traveduto quel collega veneziano il quale un giorno mi aveva detto: «hai visto? mentre entrava nell’aula, il tale ha piegato il ginocchio al duce!» che fu l’estrema abiezione nell’atteggiamento esterno di cui ebbi notizia. Ma forse altri segni di abiezione s’ebbero di cui non seppi nulla, perché dopo il 1922 la mia frequenza a Palazzo Madama si diradò a poco a poco, per annullarsi quasi completamente; talché quando un giorno andai a sedere al mio posto – nel Senato ogni posto era segnato col nome di colui che aveva il diritto di occuparlo – il vicino, non conoscendomi, in segno di gentilezza mi confortò: «Lei può star tranquillamente seduto, perché il titolare del posto non viene mai!».

Di una esigenza nuovissima si sussurrava parecchio fra i pochi amici rimasti: ed era quella di star sul chi vive nel discorrere, quando si prendeva il caffè attorno al tavolo della buvette; ma l’occasionale attitudine al compito di referendari inconsapevoli fu tuttavia di pochissimi.

Per i più si trattò unicamente di quella libidine dell’ubbidire di cui soffrono gli uomini nelle epoche di tirannide. Non pochi si sentirono astretti al silenzio ed alla passiva acquiescenza dal timore di recar danno a persone care di famiglia; come fu di quell’amico quando, a proposito di un ordine del giorno di plauso all’impresa etiopica, tutti sottoscrivevano ed il numero dei firmatari di avvicinava ai 400 e mancava, alla pienezza del consenso dei membri della camera alta, la firma di appena una dozzina o poco più di senatori, avvicinandomi e stringendo calorosamente la mano a me, che non immaginavo di aver fatto nulla di eroico astenendomi dal sottoscrivere cosa a me ripugnante: «perdonami se stamane quando la sottoscrizione stava per chiudersi, apposi la mia firma che fu forse la quattrocentesima; me ne vergogno, ma i miei figli sarebbero stati segnati nigro lapillo e noi siamo poveri!». Poiché ognuno di noi deve farsi perdonar qualcosa, lascio ad altri, che sia davvero mondo da peccato, il triste compito di gettare la prima pietra contro uomini degni, i quali dovevano rassegnarsi a sembrare di essere vivi quando in verità essi si reputavano già morti alla vita pubblica.

Non so quanti dei senatori creati prima e dopo il 28 ottobre 1922 abbiano resistito alla tentazione di chiedere o ricevere la tessera fascistica. Fuor di quei mezzi indiretti di proscrizione di cui parlai sopra, non si osò durante il fascismo attuare norme legali di discriminazione contro i non iscritti; ed anche quando i loro correligionari furono perseguitati, ai senatori ebrei non furono tolte le prerogative proprie dell’ufficio; sebbene fosse dato ad essi il consiglio di non frequentare palazzo Madama. Il laticlavio valse agli antifascisti notori la sicurezza contro arresti personali ed altre specie di persecuzioni personali. Se la polizia sorvegliava le loro case, si interessava dei loro amici, intercettava le conversazioni telefoniche – un giorno seppi che un ispettore generale del ministero degli interni s’era precipitato da Roma e Torino perché era stata intercettata una mia comunicazione telefonica con un collaboratore della mia rivista e si voleva sapere se un accenno a tutt’altro uomo, autore di scritti diffamatori di carattere finanziario, si riferisse a nostro fratello Arnaldo, in verità estraneo al discorso -; se essa si divertiva ad arrestare e ad inquietare figli e parenti, non mi consta che alcun senatore sia mai stato soggettato a vessazioni personali. Accadde all’amico Sanarelli di essere fermato per qualche ora a causa di una sua aperta conversazione critica; ma ad un suo vivace telegramma di protesta seguì l’immediata liberazione.

Non credo si sia proceduto mai ad iscrizioni d’ufficio di senatori al partito fascista; come invece era accaduto ai pochi accademici d’Italia non iscritti (Jannaccone, Gatti e qualche altro) ai quali un giorno fu annunciato come il duce avesse consentito a che si facesse loro l’onore di ricevere la tessera, inviata d’ufficio. Verso gli ultimi tempi, un collega scrisse private lettere ai più dei senatori non iscritti nelle quali si faceva presente l’opportunità di iscriversi al partito. Parecchi, ai quali cuoceva di non godere dei vantaggi offerti dall’iscrizione, abboccarono all’invito forse desiderato; altri risposero evasivamente. Ma la lettera non fu inviata a tutti; rimanendo esclusi dall’offerta dell’alto onore coloro i quali avevano già l’onore di essere esclusi dalle commissioni legislative.

L’jus murmurandi era esercitato particolarmente nelle belle aule della biblioteca, ricchissima di libri e di raccolte preziose e continuamente alimentata di nuove opere dalla solerzia e dalla scienza dei bibliotecari che di tempo in tempo si erano succeduti nel suo governo; primo di tutti Fortunato Pintor, valoroso e dottissimo, seguito da altri egregi: Corrado Chelazzi, Mario Bori ed oggi Carmine Starace. Non mancavano nelle sale di studio i frettolosi alla cerca di documentazioni e di dati per il discorso che meditavano di fare nell’aula; ma i più erano studiosi seri, ai quali erano riservati il solito tavolo ed i libri necessari al lavoro in corso. Tra coloro con cui avevo maggiore consuetudine, erano assidui Francesco Ruffini, Alessandro Casati, Alberto Begamini. Nei primi anni aveva stanza stabile in biblioteca quel curioso tipo che rispondeva al nome di Giovanni Faldella. Piemontese, nato a Saluggia, giornalista, corrispondente a Roma della Gazzetta piemontese (oggi Stampa), raccolse i suoi innumerevoli articoli in alcuni volumi, che sono e saranno fonte preziosa per la storia aneddotica dell’Italia politica tra il 1870 ed il 1910. Morì nel 1928 ad 82 anni; ed era infaticabile nel riempire schede. Un giorno che, avvicinatomi a lui, con cui simpatizzavo sia per i comuni ricordi giornalistici, sia per la bella parlata dialettale nostrana, gli avevo chiesto con formula di cortesia a quale bel lavoro ora attendesse. Faldella mi diede la più inopinata risposta che potessi attendermi: «Vedi – ed avevo visto infatti che sul tavolo stavano Titi Livii e Cornelii Taciti – rileggo prosatori latini classici e massimamente storici, per trarne frasi da inserire nella storia del risorgimento italiano che sto meditando di scrivere in lingua latina».

Chissà mai dove saranno finite le schede compilate dal buon Faldella in vista di questa sua bizzarra ultima impresa! Giovanni Faldella, vissuto tanti anni nelle acque agitate di Montecitorio, era rimasto ingenuo come quando giovane era partito dalla nativa Saluggia: «Hai visto – mi disse un giorno, con volto stupito e scandalizzato, tra il 1920 ed il 1921 – che alla Camera è persino entrato un imputato di reato comune?». Alludeva ad una domanda presentata in quei giorni di autorizzazione a procedere. Che potesse anche solo essere supposta la possibilità di simiglianti accuse nella aula sacra al parlamento rasentava per Faldella l’incredibile anzi l’assurdo. Ma Faldella apparteneva a quella eletta schiera di uomini integri, ai quali il caffelatte offerto gratuitamente ai senatori era non solo gradito, ma necessario.



[1] Ristampato parzialmente con il titolo La mia nomina a senatore, «Il Resto del carlino » (Bologna), 24 febbraio 1956, p. 3.

[2] A maggior spiegazione del significato da me attribuito al concetto di mito in tema di elezioni, ritaglio alcune mie righe da uno scritto più recente: «Il giorno in cui si riconobbe che il metodo del rompere la testa agli avversari politici era caduto in discredito – ma era durato a lungo, per secoli e per millenni – e si accettò la tesi del contare le teste invece di romperle, l’accettazione non si basò su un ragionamento. Si sarebbe dovuto supporre, per giustificare la razionalità del sistema, che tutte le teste fossero ugualmente atte alla scelta politica; laddove è noto che talune teste sono pensanti e le altre meramente ricettive del pensamento altrui; che le une sono fornite dell’attitudine a pensare, riflettere e giudicare, le altre sono del tutto impulsive; che alcune teste sono preparate e le altre del tutto digiune di qualsiasi voglia e capacità di preparazione alla scelta politica. Ma subito si dovette riflettere che la scelta fra certi tipi di teste e certe altre avrebbe dovuto essere fatta da giudici non solo sapienti ma imparziali ed incorruttibili; sicché, per la difficoltà di valutare le teste, e per il pericolo di ritorno al vecchio sistema di romperle per affidare la scelta politica alle più pure, si preferì, come al minor male, ricorrere al sistema di contarle. Che non è razionale ed è un mito, destinato a durare sinché non se ne inventi uno migliore. Da quel che pare, durerà a lungo, anche perché ha operato tollerabilmente bene in tutti i paesi ed i tempi nei quali si è riusciti, con l’istruzione, l’educazione, l’esperienza e la discussione, a ridurre al minimo il rischio che i non pensanti piglino il sopravvento sui pensanti». (Nota aggiunta a fine del 1955).

[3] Lascio immutate le parole scritte nel testo tre giorni fa. La morte avvenuta ieri al Cairo di Vittorio Emanuele III chiude la vita di un uomo che, meglio della maggior parte degli uomini politici italiani suoi contemporanei, conobbe l’indole dell’uomo politico, ma, sopraffatto da scetticismo critico, non seppe trovare a tempo l’ardire di dominarlo e guidarlo verso il bene. Perciò egli non potrà essere collocato con quei grandi principi della sua casa che, vedessero o non, da Emanuele Filiberto in poi, il fine ultimo della loro opera, hanno luogo nel breve novero dei costruttori dell’unità italiana. (Questa nota è stata scritta chiudendosi l’anno 1947, ad occasione di una revisione del manoscritto nelle ferie tra Natale e Capodanno).

[4] Sia resa lode a I. M. Lombardo, il quale, col non chiedere il prolungo della scadenza, fece cessare lo scandalo (nota del gennaio 1956, rileggendo queste bozze).