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Angelo Maria Petroni

Nel cinquantesimo anniversario della morte di Luigi Einaudi [1]




Signor Presidente della Repubblica,
Signor Presidente della Regione Piemonte,
Signora Presidente della Provincia di Cuneo,
Signor Sindaco di Dogliani,
Signora Prefetto della Repubblica,
Autorità,
Signore e Signori,

noi celebriamo oggi il cinquantesimo anniversario della scomparsa di Luigi Einaudi, figlio illustre di questa terra, che per lui non fu soltanto luogo e storia degli affetti ma anche luogo e storia dei suoi valori morali e intellettuali.

Nella terra di Langa Einaudi è ancora figura viva per l'esempio di rettitudine e di moralità che egli diede, e per come seppe riconoscere ed esaltare i valori dell'ordinato vivere civile nel quale eccellono da sempre le vostre comunità.

Egli fu uno dei maggiori economisti dell'Italia unita, ed economista rimase sempre nella sua attività di alta amministrazione e di statista, sino alla suprema magistratura della Repubblica nel cui esercizio, come Ella ha recentemente scritto, Signor Presidente, «Einaudi pose le basi per l'affermarsi del ruolo e del prestigio del Presidente della Repubblica».

Einaudi si formò nella Torino degli anni Novanta dell'Ottocento, nella quale vivissima era ancora l'eredità intellettuale degli economisti del Risorgimento come Francesco Ferrara, patriota siciliano, federalista, maestro di Camillo Benso di Cavour, i quali consideravano l'economia politica come "la scienza dell'amor patrio".

La scienza economica rispecchia la tendenza naturale dell'uomo all'autointeresse ed esprime le leggi oggettive che governano la produzione e lo scambio. Ma per Einaudi autointeresse e necessità nomica andavano sempre visti in connessione con l'elemento morale, che pone l'individuo e le sue facoltà come fine del sistema economico.

Per Einaudi non riusciremmo a spiegare neppure gli stessi fenomeni economici qualora non considerassimo le credenze morali degli individui, le loro aspirazioni ed il loro rispetto di valori che trascendono la ricchezza ed il benessere materiale. Piero Gobetti sintetizzò mirabilmente la visione di Einaudi, definendola «scienza economica subordinata alla morale».

Il mercato ha bisogno di istituzioni, di norme di comportamento, il cui orizzonte funzionale e temporale oltrepassa i singoli interessi individuali. Di qui il ruolo fondamentale che egli attribuiva allo Stato, pur nella forte sua adesione ai principi liberisti per i quali lo Stato medesimo rappresentava una perenne fonte di pericoli.

Questi pericoli Einaudi li evocò chiaramente nel 1899 - aveva appena 25 anni - nel delineare il programma di un partito liberale: «In Italia lo Stato è uno dei più efficaci strumenti per comprimere lo slancio della iniziativa individuale sotto il peso di imposte irrazionali e vessatorie e per divergere gli scarsi capitali delle industrie che sarebbero naturalmente feconde, per avviarli alle industrie che diventano produttive grazie soltanto ai premi, ai dazi protettivi, alle estorsioni esercitate in guise svariate a danno dei contribuenti».

La medesima posizione la manterrà più di mezzo secolo dopo, esprimendo il suo pessimismo per «l'irrigidimento della società economica» causato dal proliferare di quelli che egli chiamava «municipalizzatori, statizzatori, socializzatori». Einaudi giunse a teorizzare l'esistenza di un "punto critico" di non ritorno, diverso per ogni società, eppure esistente per ognuna di esse, oltrepassato il quale il prevalere dello spirito egualitaristico e del dirigismo economico mettevano in pericolo «l'esistenza medesima della libertà dell'uomo». Einaudi riteneva che quel "punto critico" fosse già stato toccato dall'Italia degli anni Cinquanta.

Questa opposizione alle ideologie egualitariste non significa che Einaudi fosse insensibile a quella che, nel periodo della sua gioventù, veniva chiamata "la questione sociale". Tutt'altro. Il giovane Einaudi ebbe ad esempio in grande favore le leghe operaie, e la loro funzione di "riscatto" delle classi povere. Le leghe esprimevano infatti la concreta volontà di elevare la propria posizione attraverso l'etica del sacrificio e del risparmio. Einaudi esaltò sempre il ruolo positivo della dialettica sociale, «la bellezza della lotta», come egli scrisse nel 1924 in polemica sia con il sorgere del corporativismo fascista sia con le visioni tecnocratiche.

E se fu contrario alle ideologie egualitariste di matrice socialista Einaudi, seguace in questo del radicalismo di John Stuart Mill, considerò che principio fondamentale della concezione liberale della società fosse l'eguaglianza nei punti di partenza tra tutti gli individui. Dal che discendeva, tra le altre cose, il suo essere favorevole a significative imposte di successione.

Allo stesso modo Einaudi non riteneva che il paradigma dell'homo oeconomicus potesse e dovesse escludere ampi e sistematici interventi in materia di politica sociale. Permettetemi di ricordare soltanto un passo del 1944: «in una società di uomini perfetti e previdentissimi in cui lo schema della concorrenza si attuasse perfettamente, i salari delle industrie rischiose sarebbero più alti e i lavoratori accantonerebbero di più. Poiché gli uomini non sono né perfetti, né previdenti, giova che l'assicurazione sia obbligatoria».

Einaudi liberale e liberista non fu mai contro lo Stato. Non lo fu innanzitutto proprio per ragioni fondate sulla scienza economica. Come egli scrisse nel 1919, «il massimo di produttività è uno solo e questo si raggiunge con una data combinazione dei vari fattori, quella che l'esperienza dimostra la più conveniente. La teoria economica finanziaria afferma che in quella data combinazione entra anche lo Stato e che quindi il pagamento di una data imposta, quella dimostrata più conveniente dall'esperienza, è condizione necessaria perché lo Stato intervenga nella misura più opportuna, come fattore di quella combinazione complessa, la quale dà luogo al massimo di produttività».

I diversi e spesso contrastanti interessi individuali sono resi compatibili dall'esistenza dello Stato, il quale - come Einaudi affermò efficacemente - non è «una mera società per azioni». Ma lo Stato che Einaudi reputava così necessario era cosa ben diversa dallo Stato come esso si era venuto affermando dalla fine della Belle époque, si era strutturato nel ventennio fascista, ed era per molti aspetti trapassato nell'Italia del dopoguerra: lo Stato neocorporativo.

Egli aveva compreso chiaramente sin dagli inizi del Novecento un fenomeno che le democrazie liberali del secondo dopoguerra avrebbero poi manifestato in tutta la sua ampiezza, cioè che l'interesse generale di una nazione non corrisponde affatto alla pura sommatoria ed alla collusione degli interessi delle singole categorie professionali e dei gruppi sociali ed economici. Il vero interesse generale può essere perseguito soltanto attenendosi a principi e a regole universali.

Per Einaudi erano quindi i valori morali quelli che, a lungo termine, permettevano la libertà e la prosperità delle nazioni.

Ciò è vero anche del principale contributo che alla teoria politica Einaudi abbia apportato, ovvero la sua visione federalista. Egli era federalista nel duplice e coerente senso di volere una struttura federale per lo Stato nazionale italiano, e di volere una struttura federale per l'Europa unita da un autentico pactum foederis, non da meri accordi tra Stati sovrani i quali - come egli scrisse mirabilmente nel 1954 discutendo della Comunità Europea di Difesa, la grande opportunità tragicamente persa dal nostro continente - erano oramai diventati «polvere senza sostanza».

Il suo federalismo aveva due motivazioni fondamentali. La prima era empirica, ovvero l'osservazione che gli assetti federali ovunque nel mondo erano quelli che maggiormente avevano garantito la pace, la democrazia, e la prosperità economica. La seconda era morale, ovvero la considerazione che permettere la sfera più ampia possibile di autogoverno corrispondeva ai principi di libertà e di responsabilità. Quest'ultimo aspetto è illustrato mirabilmente da un passo scritto da Einaudi pochi anni prima della morte: «Se regioni, province, comuni devono ricorrere ad entrate proprie, nasce il controllo dei cittadini sulla spesa pubblica, nasce la speranza di una gestione sensata del danaro pubblico. Se gli enti territoriali minori vivono di proventi ricevuti o rinunciati dallo Stato o vivono, come accade, addirittura di sussidi, manca l'orgoglio del vivere del frutto del proprio sacrificio e nasce la psicologia del vivere a spese altrui».

Signor Presidente della Repubblica,
Signori partecipanti,

nella storia intellettuale prevalente del nostro Stato repubblicano a Einaudi è stata essenzialmente attribuita la figura del "buon amministratore", che guidò con saggezza e rigore la moneta e il bilancio nei primi anni della ricostruzione. Allo statista che rivendicò sempre con orgoglio le sue radici piemontesi, e che faceva suo il motto "gouvernè bin", che - egli ricordava - «nel genuino piemontese della nostra provincia di Cuneo [significa] 'amministrare' con tatto, con sapienza, con competenza», questo ruolo non sarebbe certo dispiaciuto. Ma esso non rende adeguatamente conto del fatto che il liberalismo ed il liberismo di Einaudi non furono, come si è preteso per decenni, una vaga o peggio ancora una antiquata ideologia, residuo del secolo in cui era nato.

La visione di rigore nella gestione della moneta che guidò la sua azione di Governatore della Banca d'Italia, senza cedimento alcuno, e la sua opposizione alla continua espansione della mano pubblica in economia fecero considerare Einaudi come superato dalla generazione degli economisti italiani che prevalse nel secondo dopoguerra, sostenitori di quelle politiche di nazionalizzazione e di deficit spending che egli reputava invece tanto errate sul piano scientifico quanto moralmente inaccettabili. Il risultato è che ad Einaudi è stato riservato il destino di non essere stato ricompreso nella formazione della moderna "ideologia italiana" con il rilievo che egli avrebbe meritato.

Nell'Italia che è così fortemente ostacolata nel suo sviluppo civile ed economico dal permanere di un corporativismo diffuso e da una Repubblica che nella sua struttura e nel suo funzionamento non riesce a coniugare adeguatamente autorità e responsabilità ai vari livelli, nell'Europa che ancora oggi non riesce a darsi un assetto autenticamente federale e liberale, la visione di Einaudi è di una attualità straordinaria.

Lo è anche, e forse soprattutto, perché essa è costituita da un metodo critico di analisi della realtà e di risoluzione dei problemi più che da una teorizzazione sistematica. Einaudi rifuggiva infatti, consapevolmente, dalle "grandi narrazioni" che furono così tipiche dei suoi tempi, e che oggi rivelano tutta la loro caducità e fragilità ideologica. Egli seguì sempre la massima richiamata da Cavour, per la quale nella dialettica intellettuale e politica non si devono mai opporre né fatti a principi né principi a fatti, ma si devono opporre principi a principi e fatti a fatti.

Einaudi, come John Maynard Keynes, come Friedrich von Hayek, riteneva che a guidare il mondo finalmente non fossero gli interessi materiali, ma le idee.

In armonia con questa visione, permettetemi di esprimere l'opinione che il modo eminente di rendere oggi omaggio ad Einaudi è di tornare a leggerlo e a farlo leggere, specialmente alle nuove generazioni. Con ciò comprendendo davvero come individui e come comunità non solo il senso e l'attualità delle sue idee e dei suoi ideali, ma anche della sua straordinaria opera al servizio dell'Italia e dell'Europa che di quelle idee e di quegli ideali fu coerente e coraggiosa applicazione.

Vi ringrazio.



[1] Discorso pronunciato in occasione della Cerimonia commemorativa nel cinquantesimo anniversario della morte di Luigi Einaudi, Dogliani, Palazzo Comunale, 8 ottobre 2011.