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Relazione del governatore sulle operazioni fatte dalla Banca d’Italia nell’anno 1946. Considerazioni finali
Adunanza generale ordinaria dei partecipanti tenuta in Roma il 31 marzo 1947, Roma, Banca d’Italia, 1947



Questa è l'analisi contabile delle principali partite del bilancio dell'istituto di emissione. Importa ora compiere dei fatti accaduti una analisi che direi economico morale. Come mai accadde che il governatore della Banca d'Italia abbia assistito, senza reagire, ad un aumento della circolazione tra la fine del maggio 1946 ed il 20 gennaio 1947 - data successiva alla chiusura del Prestito della ricostruzione - uguale a 103.817 milioni di lire, quasi esattamente corrispondente (ove non si tenga conto, quasi fosse una partita di giro, dei 10 miliardi sottoscritti dalla Cassa depositi e prestiti) ai 102 miliardi del gettito in contanti del prestito della ricostruzione? L'impressione prima che queste due cifre fanno su chi le legge è che da un lato il tesoro dello stato abbia potuto impinguare di 102 miliardi il suo conto corrente presso la tesoriera Banca d'Italia; e che avendo questa inoltre nel periodo considerato emesso quasi 104 miliardi di lire di biglietti in più, si sia creato un fondo di 206 miliardi, il quale dovrebbe essere a disposizione del tesoro per il raggiungimento dei fini della ricostruzione. Noi sappiamo già che, contabilmente, ciò non accadde. Usando per un momento un linguaggio informato ai concetti di colpa e di responsabilità, si deve constatare:

1) che il tesoro dello stato non ha alcuna responsabilità diretta dell'aumento della circolazione: fra anticipazioni ordinarie e straordinarie, ex operazioni speciali del Consorzio valori (che erano una forma particolare di anticipazioni al tesoro), contropartita delle am-lire in emissione (altra specie di anticipazioni della Banca allo stato) e servizi diversi minori, il tesoro era debitore della Banca per 502.604 milioni alla fine del maggio 1946 e per 503.401 milioni al 20 gennaio 1947. La differenza in più (di 797 milioni in cifra assoluta e di poco più dell'1 per mille in proporzione relativa) è davvero troppo piccola cosa e così agevolmente spiegabile per l'intreccio delle variazioni delle numerosissime partite di dare e di avere fra il tesoro e la Banca, per potere, su di essa, istruire un'istanza di responsabilità a carico di un qualunque ministro del tesoro;

2) che la Banca d'Italia, non ha, come istituto esercente secondo l'indole sua il credito, neppure essa alcuna responsabilità nell'incremento della circolazione. Raccolse, tra il maggio 1946 ed il 20 gennaio 1947, 11.327 milioni in più di depositi volontari sotto varie forme e ne impiegò in più solo 8.577, ritirando perciò 2.750 milioni dalla circolazione. Il governatore della Banca d'Italia è dunque perlomeno altrettanto innocente quanto il ministro del tesoro dell'aumento della circolazione;

3) di chi dunque la colpa? Per ora, contentiamoci di attribuirla a quel personaggio misterioso che gli antichi chiamavano fato; e del quale in seguito si cercherà di precisare le caratteristiche attuali.

Poteva la Banca, innanzitutto, rifiutare di somministrare agli alleati i fondi in biglietti, che essi si procacciavano prima emettendo am-lire? La convenzione del 24 gennaio gliene faceva obbligo; e quella convenzione era parsa ed era di fatto vantaggiosa al paese, consentendo all'istituto di emissione di controllare compiutamente la circolazione. Tanto meno poteva poi l'istituto nostro rifiutarsi di consegnare biglietti suoi, in quanto oggi la consegna è la premessa necessaria per l'accreditamento in dollari negli Stati Uniti. Tra il maggio ed il 20 gennaio le somministrazioni aumentano da 11.834 a 22.492 milioni, con un sovrappiù di 10.658 milioni di lire.

Poteva la Banca rifiutare di riscontare la carta degli ammassi obbligatori di cereali ed altre derrate ritenute di prima necessità? La legge attribuisce ai consorzi la funzione degli ammassi e li costringe a procacciarsi i mezzi di pagare subito agli agricoltori il prezzo del frumento mercé sovvenzioni di istituti autorizzati al finanziamento degli ammassi. Ma poiché cotali istituti non posseggono mezzi sufficienti, essi sono costretti a riscontare la carta presso l'istituto di emissione. Nel periodo anzidetto, l'importo dei risconti ammassi obbligatori - il risconto degli ammassi volontari è una ordinaria operazione commerciale e fu inclusa nelle operazioni comuni di banca di cui si disse dianzi - crebbe di 31.377 milioni di lire.

Poteva la Banca rifiutarsi di versare all'Ufficio italiano dei cambi le somme ad esso bisognevoli per acquistare dagli esportatori italiani i dollari, le sterline, i franchi svizzeri, i pesos e le altre valute pregiate che gli esportatori sono dalla legge obbligati a consegnare al cambio ufficiale (oggi sino a concorrenza del 50 per cento) all'Ufficio italiano dei cambi? Tanto varrebbe dire che si proibiscono le esportazioni; ché gli industriali italiani, esportando, hanno d'uopo di ricevere il prezzo in lire delle merci esportate per far fronte all'acquisto delle materie prime, al pagamento dei salari, alle spese generali e diverse. Dalla solita fine maggio 1946 al 20 gennaio 1947 sono 27.607 milioni di lire uscite per tal modo dalle casse della Banca. Supporre che la Banca potesse comportarsi diversamente voleva dire che la Banca poteva arbitrariamente sospendere l'attività delle industrie esportatrici, mettere sul lastrico centinaia di migliaia di lavoratori, privare il paese di crediti notabilissimi in valute pregiate, che già oggi stanno diventando strumento necessario per lo svolgimento della vita economica italiana.

Ancora: poteva la Banca, depositaria per legge di ingenti depositi degli istituti di credito, rifiutarsi a rimborsarli, quando a loro volta le banche dovevano far fronte a ritiri di depositi da parte della clientela? A citare solo un esempio, certo il più caratteristico, come avrebbero potuto i risparmiatori sottoscrivere al prestito della ricostruzione, se non ritirando parte dei loro depositi presso banche e casse di risparmio?

Nonostante superficiali impressioni contrarie, il più dei risparmiatori non tiene in casa biglietti inoperosi; ma li deposita presso enti in cui abbia fiducia; e per sottoscrivere a prestiti, deve forzatamente trarre sul proprio conto corrente; ed a loro volta le banche debbono trarre sui loro depositi vincolati presso l'istituto di emissione. Se questo non avesse eseguito il rimborso, avrebbe compiuto atto illegale ed estremamente nocivo, scatenando una crisi di credito la quale avrebbe cagionato danni gravissimi al paese. La vita economica dipende dall'adempimento dei propri impegni da parte di chi gode della fiducia altrui, ed al vertice degli enti il cui credito deve essere immacolato sta l'istituto di emissione. Perciò questo ha rimborsato in passato, anche in tempi di moratoria, e rimborserà in futuro ad ogni costo i depositi ricevuti. Dal maggio al 20 gennaio i depositi vincolati delle aziende di credito scemarono da 125.447 a 90.986 milioni di lire, con una riduzione di 34.461 milioni di lire.

Finalmente, può la Banca d'Italia, tesoriera dello stato, rifiutare di versare allo stato le somme che questo ha a suo credito nel conto corrente presso la Banca medesima? E chi terrebbe un conto corrente se non potesse tirare su di esso a suo piacimento? Perciò la Banca, che al 31 maggio 1946 aveva un saldo debitore verso il tesoro di 45.598 milioni di lire, pagò al tesoro o su ordine di esso l'importo necessario a ridurre quel saldo a 41.042 milioni, con una uscita di 4.556 milioni di lire.

Tiriamo le somme:
Versamenti agli alleati
10.658
Risconto ammassi
31.377
Acquisti valute
27.607
Rimborsi depositi bancari vincolati
34.461
Diminuzione saldo creditore del conto corrente del tesoro
4.556
Il totale ammonta a
108.659


Le uscite di biglietti così elencate e sommate in 108.659 milioni di lire bastano ed al di là a spiegare l'aumento di 103.817 milioni nella circolazione. Le altre variazioni minori nel bilancio della Banca danno ragione del perché si siano emessi per qualche miliardo biglietti in meno di quel che sarebbe stato giustificato dalla somma delle erogazioni elencate.

Dovute davvero al fato? Sì, se si riconosce, come riconoscere si deve, che per virtù di premesse poste fuori dell'azione della Banca, questa non poteva non osservare obblighi ineluttabili. Non c'era libertà di scelta: o crescere la circolazione o creare il caos economico. Mali amendue; ma di gran lunga peggiore il secondo.

No, se noi neghiamo che un fato ineluttabile prema su di noi e ci costringa a compiere necessariamente le azioni nostre. Dobbiamo proseguire l'analisi intrapresa e guardare che cosa sta dietro allo stato di necessità in cui si è trovata la Banca d'Italia di emettere in sette mesi e venti giorni ben 104 miliardi di biglietti in più.

Assumiamo un esempio: l'ammasso grano. Sui 31,4 miliardi in più di carta ammassi obbligatori, ben 28,7 provenivano da carta riscontata per l'ammasso del frumento. Aggiungendo i risconti già in essere a fine maggio ed ancora vivi al 20 gennaio 1947, a questa data il risconto frumento ammontava a 32,9 miliardi per la sola Banca d'Italia. A questi debbono essere aggiunti circa 30 miliardi di lire di carta ammasso grano che alla stessa data erano stati scontati dagli istituti di credito autorizzati a finanziare gli ammassi e non erano stati presentati al risconto alla Banca d'Italia. In totale oltre 60 miliardi di lire erano stati anticipati dal sistema bancario italiano ed a questo non restituiti, alla data del 20 gennaio 1947, per consentire l'ordinato trapasso del frumento dagli agricoltori ai consumatori. A chi erano anticipati i 60 e più miliardi? Si noti che i mulini pagano nella campagna corrente 1946-47 ai consorzi ammassatori lire 900 per quintale di frumento; e poiché la gestione degli ammassi è fatta nell'interesse dello stato, 900 lire per quintale sono tutto ciò che lo stato recupera dalla vendita del frumento; poco più di quanto occorre per compensare le 240 lire di spese di gestione degli ammassi, le 175 lire di spese dell'UNSEA, le 400 lire di spesa di trasporto. Se si aggiungono le spese di panificazione e di macinazione, si può dire che lo stato non ricupera neppure le spese vive di trasformazione e distribuzione del frumento ed assume a suo carico per intero il prezzo medio di lire 2.700 versato ai produttori.

Qual è il significato "bancario" di queste cifre?

Esso si deve distinguere in due parti: quella dovuta al fatto "ammasso obbligatorio" e quella dovuta al fatto "prezzo politico". Il fatto "ammasso obbligatorio" distintamente dal fatto "prezzo politico". Il fatto "ammasso obbligatorio" distintamente dal fatto "prezzo politico" significherebbe soltanto un maggior lavoro, con relativo compenso di interessi e di provvigioni, attribuito artificiosamente, per mera virtù di legge, alle banche. Quando non esistevano ammassi, il servizio di trasporto nel tempo e nello spazio del frumento, durante il passaggio dagli agricoltori ai consumatori, era compiuto direttamente dalle categorie degli agricoltori, dei mugnai e dei fornai e massimamente dai primi. L'agricoltore vendeva a poco a poco le sue scorte e, invece di interessi, lucrava, per il servizio di conservazione e di trasporto nel tempo, un premio psicologico consistente nella contemplazione del proprio frumento nei granai e nel senso di sicurezza alimentare da ciò derivante ed un premio pecuniario consistente nel valore della speranza di fruire, aspettando, di un aumento di prezzo delle proprie scorte. L'ammasso obbligatorio ha sostituito a un tipo di remunerazione un altro tipo: al compenso certo di soddisfazione psichica e incerto di aspettativa di lucro positivo o negativo ha sostituito per l'agricoltore la sicurezza del ricavo immediato in lire e per le banche il lucro di interessi e provvigioni.

Non è compito dell'osservatore imparziale giudicare quale delle due quantità sia maggiore al punto di vista dell'interesse generale. Forse si può fondatamente dire che la variazione del tipo di compenso ai ceti interessati nel trasportare nel tempo e nello spazio il frumento dal produttore al consumatore è un esempio di una variazione più generale: dal compenso incerto e variabile al compenso certo e fisso. In regime di mercato libero, agricoltori, mugnai e fornai operavano in base a previsioni su prezzi futuri variabili; oggi, esistendo gli ammassi, fanno calcolo su prezzi certi assicurati dallo stato e su compensi di trasporto, macinazione e panificazione altrettanto certi garantiti da patti sindacali e da prezzi di impero. La speranza nell'avvenire faceva prima contentare gli uomini di compensi incerti e talvolta puramente psicologici; la certezza odierna tende a far fissare i compensi sulla base delle esigenze delle imprese lavoranti ai costi più alti. Agli alti costi si è aggiunto un costo prima quasi inesistente: il costo del servizio bancario: utile agli istituti che finanziano gli ammassi ed all'istituto di emissione; non ugualmente vantaggioso alla collettività. Al cosiddetto "profitto" si è sostituito il salario fisso degli agricoltori, dei mugnai, dei fornai, dei banchieri, pagati per fortuna ancora a cottimo e non a giornata. Probabilmente il costo del compenso fisso è notabilmente più alto del profitto variabile; e la differenza vuol dire spreco di lavoro e di tempo e quindi riduzione del prodotto sociale collettivo; riduzione di reddito per i molti, non compensata dai salari guadagnati dai pochi e giudicati, a giusta ragione, dai pochi insufficienti a remunerare un'opera socialmente inutile. La variazione dal tipo di "profitto" psicologico ed economico incerto e variabile al tipo del salario certo e fisso per i ceti sociali occupati a fornire pane all'umanità è uno dei tanti casi di irrigidimento progressivo del meccanismo economico contemporaneo. Nulla gli uomini odiano tanto quanto il progresso tecnico ed economico, che è mutazione, che è incertezza, che è ansia continua. In questa lotta fra i pochi inventori ed innovatori, i quali amano l'alea, anelano all'alto, anche se l'anelito vuole talvolta dire rovina, e la grandissima maggioranza, la quale vuole quiete e certezza, anche se la quiete vuol dire stasi e costi alti e vita mediocre, gli ammassi sono un episodio di vittoria delle maggioranze umane. Noi osservatori ci limitiamo a constatare che gli uomini pagano a caro prezzo il loro bisogno di star quieti, mormorando contro chi non è in grado di fornire ad essi al tempo stesso quiete ed abbondanza.

Ma il fatto "prezzo politico" ha aggiunto al fatto "ammasso obbligatorio" nuovi ulteriori connotati degni di attenta meditazione. Sia il prezzo del pane economico ovvero politico, tutto ciò che dallo stato e dai consumatori viene pagato agli interessati nella produzione del pane (le 2.700 lire versate agli agricoltori, le 2.300 e più lire per quintale versate ai trasportatori, agli ammassatori, ai mugnai ed ai fornai), viene dagli agricoltori, dai vettori, dagli impiegati agli ammassi, dai bancari, dai mugnai e dai fornai speso in acquisto di beni diretti di consumo o di beni strumentali. Tutte le, supponiamo, 5.000 lire per quintale vengono così reimmesse nella circolazione, salvo quelle modeste quantità che i contadini usavano e, dopo una punta all'insù nel 1944-45, usano di nuovo tesaurizzare; e, una volta immesse, esercitano la loro influenza sui prezzi.

Quale influenza? Qui nasce la differenza tra il regime del prezzo economico e quello del prezzo politico. In regime di prezzo economico tutte le 5.000 lire circa per quintale di frumento trasformato in pane e paste alimentari sarebbero rimborsate dai consumatori; e, perdendo via via le porzioni spettanti alle fasi intermedie della produzione, risalirebbero ai fornai, ai mulini, ai vettori ed agli enti ammassatori; da questi, ridotte alle 2.700 lire versate originariamente agli agricoltori, tornerebbero agli istituti finanziatori e, per gli effetti riscontati, all'istituto di emissione. Pertanto, in regime di prezzo economico, la circolazione tocca i minimi dell'anno verso la fine della campagna granaria. Nella campagna 1940-41 il risconto ammasso frumento, iniziatosi in agosto con 901 milioni, saliva in ottobre al massimo di 1.603 milioni e gradatamente ridiscendeva a 82 nel giugno 1941; nella campagna 1941-42 da 496 milioni in agosto si toccava il massimo di 1.296 in ottobre e si ridiscendeva a 218 nel giugno successivo; nella campagna 1942/43 da 1.067 in agosto si saliva al massimo di 1.768 in ottobre e si calava di nuovo a 410 milioni nel giugno successivo. Era un moto ciclico regolare e prevedibile.

Nel 1945-46, prima per l'accumularsi di arretrati e poi per l'inavvertito ritorno del prezzo politico, invano momentaneamente abolito, per la seconda volta nella sua vita, dal compianto Soleri, il minimo si presenta nel maggio 1945 con 2.701 milioni e il massimo dell'anno si prolunga con 6.054 milioni sino al novembre; poi decresce lentamente. Nel maggio 1946 siamo per il solo frumento scesi solo ad un minimo di 4.220. Dopo di allora è un crescendo senza requie. La consistenza totale dei risconti per ammassi obbligatori presso l'istituto di emissione fu:



a fine maggio 1946 5.097 milioni
a fine giugno 1946 5.332 milioni
a fine luglio 1946 12.064 milioni
a fine agosto 1946 19.022 milioni
a fine settembre 1946 23.494 milioni
a fine ottobre 1946 24.994 milioni
a fine novembre 1946 25.711 milioni
a fine dicembre 1946 33.229 milioni
a fine gennaio 1947 36.474 milioni


Chiaro è ora il significato delle cose accadute. Delle 5.000 lire circa per quintale di frumento trasformato in pane versate ai diversi gruppi interessati alla produzione, forse solo la metà vengono pagate dagli acquirenti di pane, e, consumate dalle spese, non riescono a ritornare indietro sino agli istituti bancari i quali avevano anticipato il costo del frumento. Le 2.700 lire rimangono un debito dello stato. I biglietti non tornano indietro.

Se noi supponessimo per ipotesi deprecata, che il prezzo politico si perpetuasse, al debito attuale del tesoro verso la Banca d'Italia e gli altri istituti bancari, che è di 63 miliardi (33+30), ogni anno si aggiungerebbe un debito nuovo. La circolazione aumenterebbe a gradini ad ogni nuova campagna e non subirebbe mai alcuna flessione. I biglietti così immessi nel circolo e non ritornati eserciterebbero il loro inevitabile effetto sui prezzi, e con moto accelerato darebbero impeto alla svalutazione della moneta. Urge perciò che il proposito manifestato dal governo attuale di porre fine al prezzo politico del pane e di porvi fine in modo radicale, senza alcuna possibilità di ritorno e senza eccezioni per questa o quella classe sociale, eccezioni le quali ridiverrebbero ben presto la regola, abbia pronta attuazione. Periculum est in mora. Urge che al fato, il quale costringe la Banca d'Italia ad emettere ognora nuovi biglietti, sia tolta una delle armi più potenti le quali ci costringono, volenti o nolenti, a malfare.

Dopo il lungo discorso sulle conseguenze del risconto ammassi obbligatori, non occorre indugiarsi sulle altre due ragioni di fuoruscita di biglietti: le somministrazioni di fondi agli alleati: 22.492 milioni al 20 gennaio 1947 tra consistenza originaria nel maggio 1946 ed incremento successivo; e gli acquisti di valuta: 36.925 milioni alla stessa data. I biglietti ristagnano e crescono, perché il tesoro non è in grado, come per gli ammassi di frumento, di ricavare dalle imposte e dal mercato monetario (prestiti lunghi e brevi) i mezzi per far fronte alla spesa dell'acquisto delle valute degli esportatori italiani ed oggi anche alle spese fatte in paese dagli alleati con lire da noi somministrate.

Il ragionamento fatto per il risconto ammassi è valido anche che per queste altre cause di fuoruscita di biglietti. Qui si potrebbe osservare che l'emissione non è fatta a vuoto. Contro il debito di 63 miliardi di lire del tesoro per ammasso frumento non sta, è vero, nulla, perché il pane è già stato consumato e per quel che era il loro debito fu dai consumatori interamente pagato; laddove contro alle lire fornite agli alleati ed agli esportatori di merci italiane stanno le valute pregiate a noi accreditate. La differenza è fondamentale; ma perché essa avesse un riflesso benefico sulla circolazione sarebbe necessario che le valute fossero realizzate con acquisto di beni essenziali ed il ricavo di questi fosse impiegato nel rimborsare le anticipazioni in lire ricevute dall'istituto di emissione. Anche se il rimborso avvenisse con qualche ritardo ed anche se il ristagno dei biglietti nella circolazione producesse il suo consueto nefasto effetto, il danno non sarebbe permanente ed i prezzi, attraverso oscillazioni temporanee, tenderebbero a ritornare al livello antico.

Due rischi tuttavia si incorrono durante il processo di ritorno che prende la forma: lire - valute - beni stranieri - lire realizzate con la vendita dei beni. Il primo si è che i beni esteri acquistati con le valute non siano venduti a prezzi economici, ma a prezzi politici, calcolando le valute non ai corsi corrispondenti alla realtà del momento della vendita in Italia dei beni esteri, ma a corsi storici, ad esempio per il dollaro di 100 o 225 invece che 400. In tal modo il tesoro non si impingua di lire atte a pagare stipendi e forniture ai saggi e prezzi attuali od a coprire i costi attuali delle nuove esportazioni italiane. Nasce una perdita per l'erario o per l'economia nazionale, che qualcuno dovrà pure sopportare.

Il secondo rischio sta in ciò, che le lire incassate dalla vendita dei beni esteri non siano adoprate per rimborsare l'istituto di emissione che ha anticipato le lire, ma siano destinate a coprire spese correnti. Se ciò accade, l'emissione originaria di lire da temporanea diventa permanente e, come peso morto, consacra in modo definitivo la spinta all'insù dei prezzi.

L'anno scorso, chiudendo l'esame dell'anno 1945, si poteva essere sereni. La circolazione dei biglietti della Banca d'Italia e delle am-lire era aumentata bensì da 312.485,1 milioni a fine 1944 a 382.049,9 a fine 1945, con un incremento di 69.564,8 milioni; ma della massima parte dell'incremento potevamo, con orgoglio, dar colpa ai tedeschi, ai neo fascisti ed alle spese allora non rimborsate degli alleati. Il libero legittimo governo italiano aveva nell'incremento una responsabilità così piccola da essere trascurabile. Oggi non possiamo più ostentare la serenità di ieri. Quello, che dianzi fu detto fato, in verità ha un nome assai più semplice e noto, sebbene meno antico e meno tremendo, ed è il disavanzo nel bilancio dello stato. Sino a quando non si sarà provveduto a coprire, senza ricorrere ai biglietti, tutte le spese pubbliche, comprese quelle che paiono operazioni di investimento, noi non avremo allontanato da noi lo spettro dell'inflazione.

I mezzi per allontanarlo sono noti. Non esistono in materia di finanza rimedi nuovi miracolosi. Con i giochetti scritti sulla carta, con il cambiar nome alle cose ed ai pezzi di carta non si ottiene alcun risultato sostanziale. La sostanza ha due nomi soli: imposte e prestiti. Imposte vere e non apparenti. Prestiti ricavati non da giri contabili, ma dal risparmio del paese. Se lo stato e gli enti territoriali minori hanno bisogno di 800 miliardi di lire all'anno, uopo è che i cittadini diano allo stato prelevandoli sul loro reddito, ossia sul prodotto annuo lordo del loro lavoro, della loro industria e dei loro capitali, 800 miliardi di lire all'anno. Non ha nessuna importanza sostanziale il nome dato alle imposte, se sul reddito o sul capitale o sul consumo; non ha oggi neanche importanza decisiva la forma dei prestiti, se perpetui o redimibili o a scadenza fissa, breve o lunga. Ciò che importa è che gli italiani diano i miliardi a titolo di imposta o prestito prelevandoli sul flusso corrente del loro reddito. In questa sede non è luogo a discutere la proporzione corretta fra imposte e prestiti. L'ideale sarebbe che con imposte si provvedesse alle spese correnti a fondo perduto e con prestiti alle spese in conto capitale atte a fruttare direttamente o indirettamente i mezzi per il loro servizio; ma se anche nei nostri tempi tumultuosi la proporzione ideale fosse violata, il danno non sarebbe gravissimo. Purché sia salvo il principio di ricorrere unicamente al flusso del prodotto nuovo nazionale. Per quanto ha tratto alle imposte, gli auspici sono favorevoli:

(in milioni di lire)
PERIODO Incassi per entrate effettive NUMERO INDICE delle entrate effettive NUMERO INDICE dei prezzi all'ingrosso
Media mensile 1 semestre
14.267
100
100
Luglio
4.655
33
103
Agosto
20.527
144
108
Settembre
16.866
118
117
Ottobre
26.660
187
124
Novembre
23.940
168
131
Dicembre
30.869
216
142


Le entrate da imposte sono dunque aumentate non solo in quantità assoluta; ma la velocità del loro incremento è stata anche maggiore della velocità dell'incremento dei prezzi.

L'aumento è notevole nel gettito nominale, ma vi è pure un aumento sostanziale nella quantità dei beni e servizi che con quel gettito si può acquistare.

Non così per il gettito dei prestiti, intendendo per prestiti tutto ciò che il mercato monetario ha fornito al tesoro a breve od a lunga scadenza. Nel secondo semestre del 1946 si nota invero un rallentamento apprezzabile nel gettito dei mezzi volontariamente messi dai risparmiatori a disposizione del tesoro (in miliardi di lire):

I semestre 1946 II semestre 1946
Gettito effettivo in contanti del prestito della ricostruzione dal 20 novembre al 31 dicembre 1946
--
56
Ricavo dei buoni ordinari del tesoro versati in sottoscrizione al prestito della ricostruzione
--
10
Buoni ordinari del tesoro
61
15
Aumento del saldo del conto corrente della Cassa depositi e prestiti e degli istituti di previdenza presso il tesoro
34
27
Aumento del saldo del conto corrente del Banco di Napoli e di altri istituti di credito presso il tesoro
22
-13
Aumento dei depositi vincolati delle aziende di credito presso la Banca d'Italia
6
-25
Sovvenzioni al tesoro da parte degli istituti autorizzati a finanziare gli ammassi
─────
─────
123
100


(Naturalmente, il confronto non include il gettito ulteriore del prestito della ricostruzione nella prima parte del gennaio 1947). Entro i limiti di tempo indicati, il quadro dimostra che il mercato monetario è unico; e che quelli che sono chiamati "prestiti" non hanno e non possono avere lo scopo di dare al tesoro mezzi che altrimenti esso non otterrebbe; ma l'altro, ugualmente importante, di consolidare apporti di fondi che avrebbero luogo ugualmente ma in modo precario ed infido. Non è che coloro i quali diedero dal 20 novembre al 31 dicembre all'erario i 56 miliardi in contanti del prestito abbiano dato denaro veramente fresco o nuovo. Essi trassero sulle loro banche e queste per adempiere agli ordini ricevuti dai clienti dovettero ridurre di 38 miliardi (13+25) i saldi dei loro conti correnti presso il tesoro medesimo e la Banca d'Italia. Quel che monta è l'ammontare complessivo dei fondi messi a disposizione del tesoro: 123 miliardi nel primo semestre e 100 nel secondo semestre del 1946. A spiegare il fatto giova ricordare che durante il 1946 si è accentuata una mutazione profonda nelle disposizioni dei risparmiatori verso gli investimenti pubblici in confronto alla condotta tenuta nel periodo dal 1940 al 1943 e che in parte si mantenne fino al 1945.

Durante la guerra fascistica la cosiddetta politica del circuito dei capitali vietava o grandemente limitava gli investimenti in immobili, in azioni, in nuove iniziative industriali, obbligando il risparmio forzatamente a volgersi verso i buoni del tesoro o i depositi in banca. Era d'altra parte assai difficile approvvigionarsi di materie prime e di beni strumentali sia all'estero che all'interno. I prestiti statali venivano perciò alimentati da fondi provenienti dalla liquidazione delle scorte di magazzino o costituiti dalle quote di manutenzione, di ammortamento e di rinnovamento, le quali non potevano trovare di fatto impiego nelle imprese industriali, agricole e commerciali. Non ricostituire i fondi di magazzino, non rinnovare e non riparare le macchine, non attendere alla ordinaria e straordinaria manutenzione delle case non vuol dire risparmiare, ma trasformare il capitale investito in fondi liquidi; vuol dire non reinvestire quella parte del ricavo dei beni prodotti, la quale avrebbe dovuto servire alla conservazione del capitale esistente. Se, poi, quel denaro liquido si riversa, attraverso i buoni ordinari del tesoro od i depositi bancari, nelle casse dello stato e serve ai fini della guerra; per altrettanta somma diminuisce, non ricostituendosi, il capitale preesistente. Il paese in sostanza si impoverisce; ma l'impoverimento assume l'apparenza di un gettito più abbondante del mercato monetario a favore dell'erario. Alla domanda così frequente: come mai il tesoro, così prodigo nello spendere illimitato durante la guerra, diventa improvvisamente in pace inetto alle assai più moderate opere della ricostruzione? si risponde: sì, si potrebbe continuare; ma sarebbe opera di Sisifo: si consumerebbe da una parte il capitale privato esistente ed investito e si tenterebbe d'altra parte di ricostruire altro capitale privato o pubblico. Si distruggerebbe 100 per ricostruire 50 o 20 o forse anche meno; ché quel che si perde nel distruggere vale spesso di più di quel che si ricupera ricostruendo. Sì, si potrebbe continuare, se fosse possibile continuare indefinitamente a non rinnovare macchinari ed impianti, a non ricostruire case, a non rifornire magazzini esausti. Ma poiché tutto ciò non appartiene al mondo delle cose possibili, è evidente che trascorso il momento del consumo, per cause di guerra, dei capitali esistenti, giocoforza è rassegnarsi a guardare esclusivamente al risparmio nuovo come alla fonte da cui traggono alimento le spese straordinarie dello stato e gli investimenti privati. Ridotta la dimensione del fondo e ritornato in scena, in concorrenza con lo stato, l'investimento privato, è ovvio che ad un certo momento, e il momento per noi fu il 1946, l'apporto del mercato monetario al tesoro abbia dovuto subire una flessione.

All'arricchimento temporaneo del tesoro nel tempo di guerra e nell'immediato dopoguerra contribuiva altresì il razionamento e la impossibilità di spendere. L'oscuramento, le incursioni aeree, gli sfollamenti costringevano alla vita ritirata e parca. Essendo impossibile od inutile spendere il reddito eccedente il costo delle razioni, il sovrappiù trovava forzato sbocco nei depositi bancari e nei titoli di stato a breve scadenza. In tutti i paesi del mondo l'anno 1946 segnò una ripresa nello spendere; che fu frenetica altrove, ma non ignota anche fra noi. Gli incassi crescenti dei cinematografi, dei luoghi di divertimento e di scommesse rendono testimonianza dello scemare del risparmio e quindi del diminuito flusso volontario di denaro al tesoro.

Più oscura, ma forse più potente, è stata l'azione esercitata, sulla formazione di disponibilità monetarie, dal lento graduale aumento della circolazione. Di una immissione sul mercato di nuova capacità di acquisto si avvantaggiano anzitutto i profitti, elemento marginale nella distribuzione dei redditi prodotti dalle imprese. Ne soffrono invece temporaneamente i redditi di lavoro, i quali subiscono un processo di adattamento ritardato, e permanentemente i redditi dei creditori di somme monetarie fisse, i grandi come i moltissimi piccoli. Ne soffrono, per questa loro condizione, lo stato creditore delle imposte, e con esso le aziende pubbliche e semipubbliche, quelle esercenti servizi pubblici, soggetti tutti che, per la loro natura o per i controlli che subiscono, sono lenti a variare le loro fonti di entrata.

Nella misura in cui una siffatta redistribuzione avvantaggia quella che suole definirsi la situazione finanziaria delle imprese private; in cui assicura una maggior parte del prodotto sociale a ceti che hanno una maggiore propensione al risparmio; in cui allevia l'onere delle imposte, essa può essere fonte di disponibilità monetarie che cercano investimento nei prestiti pubblici.

Lo stesso sforzo, da parte dei creditori di somme fisse di moneta, di ricostituire il valore reale dei loro possessi, eroso dall'inflazione, può agire in pari senso; nel tempo stesso in cui quella erosione rende facile il risparmio ai loro debitori.

Ma, come una curva che si appiattisce avvicinandosi al suo asintoto, questa sequenza di effetti gradualmente si esaurisce. Il vantaggio residuo, che i debitori di imposte e di somme fisse di moneta possono trarre dalla prosecuzione della inflazione, si riduce in ragione della riduzione subita dal valore reale dei loro debiti per effetto della inflazione precedente. Il debitore di 100 lire ha un vantaggio di 50 se la potenza di acquisto delle 100 lire si riduce al 50 per cento; ma di 25, 15, 5, 2 soltanto se, per successive svalutazioni, quella originaria potenza d'acquisto si riduce al 25, al 10, al 5 ed al 3 per cento. Per gli impianti e le scorte, si pone ad un certo punto il problema di ricostituirli. Il risparmio forzato delle classi lavoratrici trova un limite nelle esigenze minime di vita. Per giunta, l'inflazione in atto finisce con l'essere avvertita dagli imprenditori e dai dirigenti sindacali; sicché con avvedimenti di scala mobile od altri l'adeguamento dei salari alla svalutazione monetaria diventa immediato e talvolta in sull'inizio riesce persino a migliorare il salario reale percepito dai lavoratori. Se poi accada che l'inflazione sia avvertita anche dal grosso pubblico, questo eviterà di costituirsi detentore di moneta o di crediti in moneta. Se non si ponga ostacolo immediato al propagarsi della malattia, questo è il principio della fine. Noi sappiamo invece che la fine della lira non deve venire. Lo sappiamo perché i dati del problema che abbiamo esaminato conducono alla conclusione logica della possibilità e quindi del dovere di mettere il fermo all'inflazione.

Riassumiamo quei dati.

Il primo è il rapporto fra incremento della circolazione ed incremento del gettito tributario (entrate effettive). Nel secondo semestre del 1946 la circolazione aumentò del 28 per cento in confronto alla fine del primo semestre; ma le entrate effettive furono nel dicembre superiori del 116 per cento alla media del primo semestre.

Se anche in avvenire faremo sì che l'incremento nel gettito delle imposte sopravanzi l'incremento dei segni monetari, un valido argine sarà opposto al progredire della inflazione.

Ma la cura delle imposte non basta. Ancora per non pochi anni è ovvio che il gettito delle imposte non sia bastevole a coprire il totale ammontare delle spese. Una parte, che possiamo anche chiamare straordinaria, di esse dovrà continuare ad essere coperta con i debiti. Ma qui ci troviamo dinnanzi al fatto contrario: il mercato monetario, ossia il risparmio nuovo, dà al tesoro somme decrescenti. Le ragioni sono talune di segno positivo ossia vantaggiose all'interesse collettivo: cessazione del consumo dei capitali esistenti e ripresa delle iniziative industriali, agricole e commerciali; ed altre di segno negativo. Queste sono una conseguenza dell'inflazione medesima. Alla lunga, l'inflazione già accaduta distrugge la propensione a risparmiare. Perché risparmiare, se il frutto del risparmio è destinato a volatilizzarsi in mano nostra quanto a capacità di acquisto? Sono invincibilmente scettico intorno al valore concreto delle teorie moderne, le quali fanno supporre che vi siano paesi e circostanze nelle quali il risparmio possa palesarsi dannoso, reputando che il succo di verità contenuto in quelle dottrine si riduca ad antiche e pacificamente accettate proposizioni intorno alla convenienza della ricerca dell'ottima proporzione fra consumo e risparmio.

Ma in Italia è opinione probabilmente unanime che la proporzione fra consumo e risparmio, fra produzione di beni diretti e di beni strumentali debba oggi essere corretta a favore del risparmio e dei beni strumentali. Troppo grande è il bisogno di ricostruire, perché non sia conveniente, osservate le esigenze della sanità fisica e della vita morale, di dare opera all'incremento del risparmio ossia alla produzione dei beni strumentali. Ma il risparmio è una funzione della fiducia nella unità monetaria. Il mercato monetario darà al tesoro le somme necessarie a colmare il vuoto fra gettito delle imposte e totale delle spese statali solo se la produzione del risparmio - che è una produzione come ogni altra, frutto di atti volitivi dell'uomo - appaia agli occhi dei risparmiatori siffattamente conveniente da indurli a fabbricare risparmio in quantità sufficienti agli investimenti privati e pubblici. Normalmente i risparmiatori compiranno l'atto volitivo del risparmio soltanto se spereranno di ricavare da esso una qualche soddisfazione morale ed economica. Possono contentarsi e spesso, in molti casi, si contentano di redditi modesti dello 0, del 2 o del 3 per cento, ma è dubitabile se essi siano oltremodo incoraggiati a risparmiare dalle minacce di espropriazione, dalle male parole e dalle prospettive di messa al muro. Per quel che concerne la moneta, i risparmiatori sono positivamente scoraggiati dai timori di svalutazione; ed essi identificano la svalutazione con le eccessive spese pubbliche; eccesso il quale dà luogo ad emissione di biglietti. L'analisi del bilancio della Banca ha dimostrato che l'identificazione è esatta: durante il periodo dal maggio al 20 gennaio essendosi avuti 104 miliardi di aumento della circolazione contro 108 miliardi di fuoruscita di biglietti per ragioni dipendenti da spese di ragion pubblica (somministrazioni agli alleati, risconto ammassi, acquisti valuta, riduzione dei depositi vincolati delle banche e del saldo del conto corrente del tesoro).

Ma le preoccupazioni dei risparmiatori sono dimostrate valide anche per un altro verso. Se si pon mente all'accelerazione nei pagamenti diretti ed indiretti del tesoro durante il primo e il secondo semestre del 1946 si ottengono i seguenti risultati (in miliardi di lire):

I semestre II semestre
Pagamenti diretti per spese effettive
207
244
Pagamenti indiretti
60
per sconto ammassi
-----
24
84
per acquisti valute
7
-----
----
214
328


Trattasi qui di pagamenti effettivi in conto degli impegni assunti sulla competenza dell'esercizio e sui residui passivi degli esercizi precedenti, come pure, per i pagamenti indiretti, in conto erogazioni fuori bilancio. Ed invero, per quanto ha tratto ai prezzi, le erogazioni effettive hanno maggiore importanza degli impegni di bilancio, dei quali l'effetto si intravvede solo per l'avvenire. I numeri indici dei fatti esaminati sono i seguenti (base il primo semestre del 1946):

I semestre 1946 II semestre 1946 dicembre 1946
Pagamenti diretti
Totale pagamenti diretti e indiretti
Entrate effettive
Mezzi forniti dal mercato monetario
Circolazione
Prezzi all'ingrosso
100
100
100
100
100
100
118
153
144
81
116
121
144
--
216
--
132
142

La sorte della lira dipende dalla velocità rispettiva dei diversi corridori in lizza: da una parte la spesa pubblica, la quale da un semestre all'altro passa in totale da 100 a 153 ed è aizzata a corsa sfrenata dal crescere rapido degli stanziamenti di bilancio, fortunatamente non seguiti sempre dalla erogazione effettiva; dall'altro lato le entrate, di cui quelle tratte dal mercato monetario (prestiti e conti correnti) danno segni evidenti di stanchezza contraendosi da 100 a 81, mentre invece le entrate effettive aumentano da 100 a 144 e danno segni di velocità crescente ascendendo a 216 nel mese di dicembre.

Ma al punto al quale siamo arrivati è vano sperare solo sullo zelo crescente dei contribuenti nel pagare imposte. Occorre agire contemporaneamente per frenare l'impeto ascendente delle spese. Non è compito dell'istituto di emissione segnalare le vie per cui debbano crescere le imposte e diminuire le spese. La scelta delle imposte da crescere e delle spese da diminuire è opera del politico.

Qui basti segnalare quale è il momento critico dell'inflazione: quello in cui il suo effetto diventa negativo anche per un governo che, ignorando i suoi spaventosi costi indiretti, si limitasse a considerarne il gettito immediato di cassa.

Teoricamente quel momento si avrebbe, quando le spese pubbliche fossero uguali al doppio dell'ammontare della circolazione e volendosi compiere novelle spese, l'unico mezzo all'uopo offerto fosse l'aumento della circolazione medesima. Suppongasi che la spesa pubblica sia all'inizio dell'anno di 1.000 miliardi di lire e che la circolazione sia alla stessa data di 500 miliardi di lire; e suppongasi pure che si intenda durante l'anno spendere in più 100 miliardi e che tutti i 100 miliardi siano richiesti al torchio dei biglietti. È manifesto che, a parità di altre condizioni, e non si vede come nella ipotesi fatta le altre condizioni debbano mutare, se al principio dell'anno i prezzi erano 1, alla fine dell'anno, essendo aumentata la circolazione di un quinto, da 500 a 600, i prezzi saranno parimenti aumentati di un quinto, da 1 ad 1,20; e durante l'anno saranno in media arrivati a metà strada: ad 1,10.

Di qui segue che al principio dell'anno, lo stato poteva acquistare, spendendo 1.000 miliardi, al prezzo di 1 lira per unità, 1.000 miliardi di unità di beni e di servizi; ma, durante l'anno, se lo stato spende 1.100 miliardi di lire, ma paga 1,10 lire per ogni unità di beni e servizi, esso acquista medesimamente gli stessi 1.000 miliardi di beni e di servizi che acquistava al principio dell'anno prima di ricorrere al torchio dei biglietti. Vi è cioè un momento nel quale lo stato chiedendo biglietti all'istituto di emissione per far fronte ad un aumento di spese, non ottiene più nessun vantaggio dalla maggiore spesa. La stampa dei biglietti è fatta a vuoto. Prima di giungere a quel punto, lo stato ricava dal cartalismo ancora qualche vantaggio reale, dapprima notevole e poi a grado a grado riducentesi, finché esso diventa uguale a zero quando la spesa pubblica sia uguale al doppio della circolazione.

Dopo quel punto, il cartalismo produce un effetto negativo. Se, invero, la spesa iniziale dello stato fosse di 1.200 miliardi, ossia più che doppia della circolazione di 500 miliardi, al prezzo iniziale 1, lo stato acquisterebbe 1.200 miliardi di unità di beni e servizi. Ma crescendo la spesa a 1.300 e procacciandosi lo stato i 100 miliardi in più coll'aumentare la circolazione da 500 a 600 miliardi, i prezzi, al solito, aumenterebbero alla fine dell'anno ad 1,20 e durante l'anno in media a 1,10. Ma con i 1.300 miliardi di lire dovendosi pagare i beni e servizi a 1,10 per unità, non si acquistano più neppure i precedenti 1.200 miliardi di unità di cose; ma fatti i conti, appena 1.181 miliardi. I 100 miliardi di più in biglietti chiesti al torchio non solo non fruttano più nulla, ma cagionano allo stato una perdita netta in beni ed in servizi reali.

Naturalmente, il ragionamento ha valore tendenziale ed ammonitore. Esso fa astrazione dallo stimolo che, entro il periodo di tempo considerato, l'inflazione può dare alle entrate; e non tiene conto del fatto che oggi le entrate ricavate dalle imposte e dal mercato monetario sono ben lungi dal raggiungere il doppio della circolazione ed appena si aggirano nel momento presente sui 500 miliardi di lire ossia su una somma uguale all'ammontare della circolazione. Si può paradossalmente dire che il disordine stesso, ossia la repugnanza dei contribuenti a pagare imposte e dei risparmiatori a risparmiare, impedisce all'aumento della circolazione di produrre gli effetti sovra descritti o, meglio, li allontana nel tempo. Se lo stato invero incassa e spende 500 miliardi, essendo la circolazione 500 ed il livello dei prezzi 1, esso si procaccia in un primo momento 500 miliardi di unità di beni e di servizi. Se poi esso, rimanendo invariata la entrata, con i biglietti aumenta la spesa a 600 ed i prezzi aumentano, per l'aumento della circolazione da 500 a 600, alla fine dell'anno a 1,20 e durante l'anno ad 1,10, con 600 miliardi di spesa, anche ai prezzi cresciuti ad 1,10, l'erario ha ancora un guadagno netto, ché esso si procaccia 545 invece di 500 miliardi di unità di beni e servizi.

In verità però l'unità di tempo "anno" è una creazione della nostra mente; è un mero strumento comodo per chiudere i conti e ricominciare o credere di ricominciare una novella vita. Le premesse del ragionamento non presuppongono una unità di tempo piuttostoché un'altra. Noi siamo liberi di assumere come unità il biennio; ed allora resta conforme abbastanza bene ai fatti che in un biennio oggi la spesa coperta dalle imposte e dal mercato monetario è di 1.000 miliardi; e che essendo inizialmente la circolazione di 500 miliardi, se si deve, per la rigidità complessiva delle entrate (imposte più prestiti) ricorrere alla inflazione per fare una nuova spesa di 100 miliardi, entro il biennio la catena degli avvenimenti sarà quella sovra descritta.

Ma gli uomini accelerano colla immaginazione antiveggente il corso dei fenomeni e fanno sì che gli effetti, i quali dovrebbero manifestarsi solo entro un lasso di tempo abbastanza lungo e tale da lasciar modo di correre ai rimedi, si producano prima. La immaginazione fa sembrare, a quello che si dice mercato ossia alla mente degli uomini, vicino il fatto lontano e può condurre alla fuga dalla moneta. Quando un simile processo sarà in atto, l'aumento dei prezzi supererà quello della circolazione. Avviene allora che più lo stato spende, meno ottiene in cambio. È l'inizio del precipizio; di quello che si usa oggi chiamare avvitamento. Preso nelle spire della decrescente capacità di acquisto della moneta, lo stato affannosamente cerca di salvarsi dal naufragio, ricorrendo a nuove emissioni e più unità monetarie si emettono meno esse acquistano. Arriva il momento nel quale totali impronunciabili di unità monetarie circolanti hanno una potenza di acquisto infinitamente piccola, quasi nulla.

In Italia ed oggi siamo ancora lontani dal momento di indifferenza, chiamando di indifferenza quel momento nel quale ogni nuova emissione monetaria è vana e non dà più alcun vantaggio all'erario. Ma siamo ad un bivio. Vi è una strada dura e faticosa la quale va verso l'alto, ed un'altra piana ed agevole la quale conduce nell'abisso. La vetta ed il precipizio non sono ancora in vista, ma si sentono. A noi la scelta della via da percorrere. Nessun ostacolo, salvo la nostra volontà, si oppone alla scelta della via dura e faticosa la quale conduce verso l'alto.

Il paese lavora e produce, fervono le iniziative degli industriali, i ceti medi e rurali non hanno perduto del tutto l'abitudine del risparmio ed i lavoratori chieggono lavoro e, ben organizzati, sono pronti a dare opera alla fatica comune. Lo sforzo che siamo chiamati a fare non è neppure uno sforzo sostanziale; è la rinuncia alle spese inutili, alle spese prorogabili, alle spese le quali vengono ultime nell'ordine dell'urgenza e della produttività. Importa mettere un punto fermo inesorabile all'affollarsi di richieste di spesa rivolte a gara all'erario da regioni, da città, da gruppi smaniosi di arrivare per i primi o paurosi di essere secondi nell'assalto al pubblico denaro. Importa che gli industriali non continuino, pretestando pericoli di disoccupazione operaia, a chieder concorsi e prestiti allo stato, che essi sanno essere vani, perché concessi col cartalismo. Importa che gli organizzatori operai veggano il pericolo comune a tutte le classi sociali e massimamente grave per le classi lavoratrici di ricorrere all'incremento dei segni monetari. Importa guardare la realtà con gli occhi chiari, non velati da premesse disformi dal vero. Esiste rispetto ai salari un punto nel quale ogni aumento nominale di essi è causa di diminuzione reale. Se non aumenta il flusso dei beni reali prodotti, l'aumento dei salari, in virtù ad esempio della automatica applicazione della scala mobile, a che cosa serve se non a crescere la miseria dei più sfortunati, di coloro il cui reddito è fisso od aumenta in proporzione minore del medio incremento stabilito dalla scala mobile? In quelle condizioni, la scala mobile è uno strumento di privilegio per i meno e di immiserimento dei più. Ingannati da una fata morgana, gli organizzatori operai si illudono di operare il bene di tutti ed invece inaspriscono le ingiustizie sociali; ripetendo l'errore che, dopo l'epoca gloriosa dell'ultimo decennio del secolo scorso e del primo decennio del presente, aggiogò le organizzazioni operaie, tanto benemerite del progresso economico e sociale italiano, al carro dei monopolisti, degli assalitori della cosa pubblica e dei creatori di discordia fra regione e regione, fra mezzogiorno e settentrione. Finché il pericolo non sia passato e non si sia percorso un buon tratto di strada lungo l'erta via la quale conduce alla salvezza ed alla grandezza, è d'uopo che tutte le classi sociali si assoggettino alla sorte comune. Paghino i ceti medi ed alti, senza troppo mormorare, anzi con letizia di cuore, insieme con le altre, distribuite ed esatte con ragionevolezza, l'imposta straordinaria sul patrimonio che or s'annuncia; rinuncino i ceti di impiegati e di operai a chiedere aumenti di salari destinati a svanire prima di essere goduti.

Inchiniamo riverenti il capo dinanzi a coloro i quali hanno sofferto o sono morti per la liberazione dell'Italia dal nemico e dal tiranno; e poiché siamo oggi chiamati solo a sacrifici materiali, non dimentichiamo che vi sono ceti sociali i quali hanno perduto tutto e stanno perdendo gran parte della loro fortuna e dei loro redditi. Facciasi astrazione da coloro che innanzi all'ultima guerra avevano investito i loro risparmi in titoli di stato ed hanno, in potenza d'acquisto, perso i 29/30 del patrimonio e del reddito; ricordiamo solo che coloro i quali, avendo al principio del 1946 investito il risparmio in titoli pubblici a reddito fisso, durante l'anno furono assoggettati dalla riduzione della potenza d'acquisto della lira ad un tributo, che nel tempo stesso è sul patrimonio e sul reddito, non minore del 25 per cento.

A più riprese in questi ultimi mesi e giorni è stato chiesto sui pubblici fogli: che cosa fa il governatore della Banca d'Italia, che cosa fa quel signore il quale ripete oggi il vecchio grido del 1920: rompiamo il torchio dei biglietti e frattanto firma, senza fine, biglietti della interminabile serie W?

Vi ho esposto candidamente, che cosa quel signore non può fare. Ma al privilegio di conoscere, qualche giorno prima di voi, l'ammontare della circolazione, che praticamente è il solo privilegio di cui egli gode, quel signore vuole aggiungere il privilegio di gettare in quest'aula un grido di allarme: in fondo alla via, che dalla comodità e dal desiderio di popolarità siamo chiamati a percorrere, c'è l'abisso dell'annientamento dell'unità monetaria e del caos sociale. Ma nel tempo stesso vuole anche gridare alto la certezza che, se noi vorremo, quella via noi non la percorreremo. Non occorre molto sforzo di volontà per rinunciare alla via che conduce alle rive fiorite dell'inflazione. Basta ripetere quel che in altri tempi fecero gli uomini della generazione passata. Ricordate le cifre dei disavanzi dell'altro dopoguerra? A pronunciarle sembrano piccole: 23 miliardi nel 1918-19, 11 nel 1919-20, 21 nel 1920-21, 17 nel 1921-22. Piccolissime in confronto al disavanzo che il valoroso ministro del tesoro d'oggi, on. Campilli, ci ha annunciato per l'anno corrente: 610 miliardi di lire. Ma traduciamo, per renderle paragonabili, quelle cifre in lire aventi l'uguale potenza d'acquisto delle lire odierne: e constatiamo che nel 1918-19 il disavanzo fu di 784 miliardi, nel 1919-20 di 331, nel 1920-21 di 539, nel 1921-22 di 481 miliardi.

Eppure qualche anno dopo, nel 1924, il ministro del governo fascista poteva orgogliosamente annunciare che il suo governo aveva riconquistato il pareggio. Vanto bugiardo; ché il pareggio esisteva già, a conti fatti, il 28 ottobre 1922, ed esisteva perché i governi che si erano succeduti dopo la fine della guerra avevano mirato a liquidare l'eredità di essa ed a liberare il bilancio dagli oneri permanenti i quali avrebbero condotto anche allora la moneta al disastro. Marcello Soleri, presidente del consiglio Giovanni Giolitti, riuscì nel 1921 a persuadere il Parlamento ad abolire il prezzo politico del pane ed a porre così le fondamenta del pareggio.

Nell'altro dopoguerra, il disavanzo ebbe il seguente andamento:
Esercizi disavanzo effettivo in lire dell'epoca (milioni) coefficiente di rivalutazione in lire attuali disavanzo effettivo in lire attuali(miliardi)
dai rendiconti consuntivi cifre rettificate[1] dai rendiconti consuntivi cifre rettificate
1918/19
22.776
23.345
33,6
765
784
1919/20
7.886
11.494
28,8
227
331
1920/21
17.409
20.955
25,7
447
539
1921/22
15.760
17.168
28,0
441
481
1922/23
3.029
3.260
26,7
81
87
1923/24
418
989
27,5
11
27

Il coefficiente di rivalutazione impiegato è pari al rapporto tra il livello medio dei prezzi all'ingrosso nell'esercizio 194-47 e quello avutosi in ciascuno dei sei esercizi presi in considerazione.

Signori Partecipanti,

Ho fiducia nei regimi liberi che sono regimi di discussione. Gli italiani di oggi non tollereranno più che un nuovo tiranno, raccogliendo l'eredità dei loro sforzi, possa vantarsi di aver ricondotto il bilancio al pareggio e di aver salvato la lira. La salvarono essi, gli italiani, nel 1920-22 e la salveranno di nuovo oggi.

Ma è necessario che gli italiani non aspettino la salvezza della lira da nessun Messia, da nessun supposto taumaturgo, anche se preposto al governo della moneta; è necessario che essi non credano di dovere la salvezza a nessun altro fuorché a se stessi. La salvezza è sicura, immancabile. Basta un atto di volontà: la volontà di rinunciare alle spese superflue, il che oggi vuol dire a tutte le spese nuove, sia quelle già deliberate sia quelle che fossero proposte in avvenire le quali non siano assolutamente, direi quasi fisicamente necessarie; e la volontà di sopportare i necessari sacrifici di imposte. Non voglio nemmeno porre la domanda: questa volontà noi l'avremo? Non la pongo, perché all'imperativo categorico del dovere si risponde in un modo solo: obbedisco!

Il Governatore
Luigi Einaudi

OPERAZIONI DELLA BANCA D'ITALIA
a) Operazioni commerciali di impiego e di raccolta (milioni di lire)
DI IMPIEGO
DATA (fine mese) Portafoglio sconti ammassi volontari altre operazioni Anticipazioni su titoli merci Prorogati pagamenti Stanze di compensazione
1
2
3
4
1946 - Maggio
4.275
6.341
318
" - Giugno
4.772
7.455
573
" - Luglio
4.474
6.422
120
" - Agosto
7.227
6.669
115
" - Settembre
8.495
7.984
338
" - Ottobre
8.422
8.633
453
" - Novembre
6.690
10.393
448
" - Dicembre
7.084
13.084
1.270
1947 - Gennaio 20
7.590
10.505
1.416
" - " 31
7.590
10.265
1.352
TOTALE
VALORI ASSOLUTI
DATA(fine mese) consistenza Variazione rispetto al maggio Numeri indici della consistenza
1 5 = 2+3+4 6 7
1946 - Maggio
10.934
100
" - Giugno
12.800
+ 1.866
117,1
" - Luglio
11.016
+ 82
100,7
" - Agosto
14.011
+ 3.077
128,1
" - Settembre
16.817
+ 5.883
153,8
" - Ottobre
17.508
+ 6.574
160,1
" - Novembre
17.531
+ 6.597
160,3
" - Dicembre
21.438
+ 10.504
196,1
1947 - Gennaio 20
19.511
+ 8.577
178,4
" - " 31
19.207
+ 8.273
175,7
DATA(fine mese)
Vaglia e assegni
Depositi in conto corrente
Conti correnti vincolati
1
8
9
10
1946 - Maggio
12.108
46.785
1.765
" - Giugno td>
13.808
49.021
4.078
" - Luglio
15.651
51.102
2.072
" - Agosto
14.083
50.034
1.889
" - Settembre
14.469
49.308
2.158
" - Ottobre
15.094
49.160
2.227
" - Novembre
14.783
51.199
2.409
" - Dicembre
15.098
59.119
4.841
1947 - Gennaio 20
15.195
54.296
2.494
" - " 31
15.084
54.595
2.109
DI RACCOLTA
TOTALE
VALORI ASSOLUTI
DATA (fine mese)consistenzaVariazione rispetto al maggio Numeri indici della consistenzaeccedenza delle operazioni
1
11 = 8+9+10
12
13
14 = 11-5
1946 - Maggio ....
60.658
100
49.724
" - Giugno ....
66.907
+ 6.249
110,3
54.107
" - Luglio ....
68.825
+ 8.167
113,5
57.809
" - Agosto ....
66.006
+ 5.348
108,8
51.995
" - Settembre .
65.935
+ 5.277
108,7
49.118
" - Ottobre ...
66.481
+ 5.823
109,6
48.973
" - Novembre ..
68.391
+ 7.733
112,7
50.860
" - Dicembre ..
79.058
+ 18.400
130,3
57.620
1947 - Gennaio 20.
71.985
+ 11.327
118,7
52.474
" - " 31.
71.788
+ 11.130
118,3
52.581
b-1) Operazioni di impiego di interesse generale (milioni di lire)
DATA (fine mese) Titoli di stato o garantiti dallo stato di proprietà Operazioni speciali Consorzio sovvenzioni valori industriali TOTALE
15
16
17
18 = 16+17
1946 - Maggio
886
40.280
41.166
" - Giugno
14.935
25.988
40.923
" - Luglio
14.813
25.039
39.852
" - Agosto
14.813
24.634
39.447
" - Settembre
14.811
24.529
39.340
" - Ottobre
14.810
24.183
38.993
" - Novembre
14.810
24.154
38.964
" - Dicembre
37.760
491
38.251
1947 - Gennaio 20
37.634
491
38.125
" - " 31
37.634
491
38.125
DATA (fine mese) Anticipazioni ordinarie e straordinarie al tesoro Tesoro dello stato contropartita am lire in emissione Servizi diversi per conto dello stato[2]
15
19
20
21
1946 - Maggio
343.697
114.585
3.105
" - Giugno
343.697
114.454
5.059
" - Luglio
343.697
114.453
4.519
" - Agosto
343.697
114.453
4.212
" - Settembre
343.697
114.453
4.736
" - Ottobre
343.697
114.543
3.769
" - Novembre
343.697
114.453
2.177
" - Dicembre
343.697
114.453
6.667
1947 - Gennaio 20
343.697
113.896
7.683
" - " 31
343.697
113.896
7.472
TOTALE
VALORI ASSOLUTI Numeri indici della consistenza
DATA (fine mese) Consistenza Variazioni rispetto al maggio
15
22 = 18+19+20+21
23
24
1946 - Maggio .....
502.553
100
" - Giugno .....
504.133
+ 1.580
100,3
" - Luglio .....
502.521
- 32
100,0
" - Agosto .....
501.809
- 744
99,9
" - Settembre ..
502.226
- 327
99,9
" - Ottobre ....
500.912
- 1.641
99,7
" - Novembre ...
499.291
- 3.262
99,3
" - Dicembre ...
503.068
+ 515
100,1
1947 - Gennaio 20 ..
503.401
+ 848
100,2
" - " 31 ..
503.190
+ 637
100,1
b - 2) Altre operazioni di impiego di interesse generale (milioni di lire)
DATA (fine mese) Somministrazioni di fondi agli alleati Risconto ammassi obbligatori
25
26
27
1946 - Maggio …..
11.834
5.097
" - Giugno …..
12.207
5.332
" - Luglio …..
14.616
12.064
" - Agosto …..
17.448
19.022
" - Settembre ..
19.846
23.494
" - Ottobre ….
19.846
24.994
" - Novembre …
21.166
25.711
" - Dicembre …
22.198
33.229
1947 - Gennaio 20 .
22.492
36.474
" - " 31 .
23.048
36.474
DATA (fine mese) ACQUISTI DI VALUTA
C/c con l'Ufficio italiano dei cambi Disponibilità all'estero U.I.C. c/fondo adeguamento TOTALE
25
28
29
30
31 = 28+29+30
1946 - Maggio ...
1.874
5.351
2.093
9.318
" - Giugno ...
2.336
5.654
3.570
11.560
" - Luglio ...
3.539
5.991
5.648
14.998
" - Agosto ...
4.587
6.354
7.918
18.859
" - Settembre.
4.871
8.170
11.115
24.156
" - Ottobre ..
8.244
8.586
12.912
29.742
" - Novembre .
8.637
8.224
16.820
33.681
" - Dicembre .
8.097
8.689
18.818
35.604
1947 - Gennaio 20
10.260
8.874
17.791
36.925
" - " 31
7.875
8.995
19.280
36.150
TOTALE
DATA (fine mese) VALORI ASSOLUTI
Consistenza Variazione riporto al maggio Numeri indici della consistenza
25 32 = 26+27+31 33 34
1946 - Maggio .....
26.249
100
" - Giugno .....
29.099
+ 2.850
110,9
" - Luglio .....
41.678
+ 15.429
158,8
" - Agosto .....
55.329
+ 29.080
210,8
" - Settembre ..
67.496
+ 41.247
257,1
" - Ottobre ....
74.582
+ 48.333
284,1
" - Novembre ...
80.558
+ 54.309
306,9
" - Dicembre ...
91.031
+ 64.782
346,8
1947 - Gennaio 20 .
95.891
+ 69.642
365,3
" - " 31 .
95.672
+ 69.423
364,5
c) Operazioni di raccolta di interesse generale (milioni di lire)
6C/C DI TESORERIA
DATA (fine mese) Saldo contabile Somministrazioni di fondi agli alleati addebitati al c/c di tesoreria[3] Saldo, depurato delle somministrazioni di fondi agli alleati
35
36
37
38 = 36+37
1946 - Maggio .....
33.764
11.834
45.598
" - Giugno .....
25.106
12.207
37.313
" - Luglio .....
18.526
14.616
33.142
" - Agosto .....
15.106
17.448
32.554
" - Settembre ..
2.658
19.846
22.504
" - Ottobre ....
D 2.992
19.846
16.854
" - Novembre ...
D 8.419
21.166
12.747
" - Dicembre ...
10.096
--
10.096
1947 - Gennaio 20..
41.042
--
41.042
" - " 31..
32.035
--
32.035
DATA (fine mese) DEPOSITI VINCOLATI DELLE AZIENDE DI CREDITO

C/ Divisa estera di proprietà del tesoro

Consistenza
Impieghi in titoli (B.T.O.) per conto del tesoro Al netto degli impieghi in titoli per conto del tesoro
35
39
40
41 = 39-40
42
1946 - Maggio...
125.447
68.000
57.447
--
" - Giugno...
126.326
68.000
58.326
--
" - Luglio...
129.586
68.000
61.586
--
" - Agosto...
135.304
68.000
67.304
--
" - Settembre
141.499
68.000
73.499
--
" - Ottobre..
140.942
68.000
72.942
1.537
" - Novembre.
137.363
68.000
69.363
793
" - Dicembre.
101.158
68.000
33.158
794
1947 - Gennaio 20
90.986
68.000
22.986
796
" - " 31
94.376
68.000
26.376
796
DATA (fine mese) TOTALE
VALORI ASSOLUTI Numeri indici della consistenza
Consistenza Variazioni rispetto al maggio
35
43 = 38+41+42
44
45
1946 - Maggio .......
103.045
100
" - Giugno .......
95.639
- 7.406
92,8
" - Luglio .......
94.728
- 8.317
91,9
" - Agosto .......
99.858
- 3.187
96,9
" - Settembre ..
96.003
- 7.042
93,2
" - Ottobre .....
91.333
- 11.712
88,6
" - Novembre ....
82.903
- 20.142
80,5
" - Dicembre .....
44.048
- 58.997
42,7
1947 - Gennaio 20 ..
64.824
- 38.221
62,9
" - " 31 ..
59.207
- 43.838
57,5
d) Confronto tra l'andamento delle operazioni di interesse generale e quello della circolazione. (milioni di lire)
DATA (fine mese) ECCEDENZA DELLA SOMMA (b1 + b2) su (c) [4]
Valore assoluto Variazione rispetto al maggio Numeri indici del valore assunto
46 47 = (22+32)-43 48 49
1946 - Maggio .......
425.757
100
" - Giugno .......
437.593
+ 11.836
102,8
" - Luglio .......
449.471
+ 23.714
105,6
" - Agosto .......
457.280
+ 31.523
107,4
" - Settembre ....
473.719
+ 47.962
111,3
" - Ottobre ......
484.161
+ 58.404
113,7
" - Novembre .....
496.946
+ 71.189
116,7
" - Dicembre .....
550.051
+ 124.294
129,2
1947 - Gennaio 20 ...
534.468
+ 108.711
125,5
" - " 31 ...
539.655
+ 113.898
126,7
DATA (fine mese) DIFFERENZA TRA SOLO (b2) e (c)
Valore della differenza Sua variazione rispetto al maggio
46
50 = 32-43
51
1946 - Maggio .....
- 76.796
" - Giugno .....
- 66.540
10.256
" - Luglio .....
- 53.050
23.746
" - Agosto .....
- 44.529
32.267
" - Settembre ..
- 28.507
48.289
" - Ottobre ....
- 16.751
60.045
" - Novembre ...
- 2.345
74.451
" - Dicembre ...
46.983
123.779
1947 - Gennaio 20 .
31.067
107.863
" - " 31 .
36.465
113.261
CIRCOLAZIONE
DATA (fine mese) Biglietti Banca d'Italia Lire militari alleate Totale Variazione rispetto al maggio Numeri indici della circolaz. totale
46
52
53
54=52+53
55
56
1946 - Maggio ....
393.593
91.981
385.574
100
" - Giugno ....
300.369
94.333
394.702
+ 9.128
102,4
" - Luglio ....
311.125
96.373
407.498
+ 21.924
105,7
" - Agosto ....
324.826
92.885
417.711
+ 32.137
108,3
" - Settembre .
341.164
90.796
431.960
+ 46.386
112,0
" - Ottobre ...
357.885
87.634
445.519
+ 59.945
115,5
" - Novembre ..
371.863
86.067
457.930
+ 72.356
118,8
" - Dicembre ..
417.230
87.822
505.052
+ 119.478
131,0
1947 - Gennaio 20.
406.067
83.324
489.391
+ 103.817
126,9
" - " 31.
412.068
83.875
495.943
+ 110.369
128,6

 


[1] Da La finanza italiana nel ventennio 1913-32 di F. A. Repaci.

[2] Al netto spese fabbricazione biglietti.

[3] Per i mesi del marzo al novembre, le  somministrazioni di fondi agli alleati erano addebitate al conto del tesoro; e quindi vanno stornate, iscrivendole alla colonna 26 così come si pratica anche contabilmente, a partire dal dicembre.

[4] b1: sono le operazioni di impiego di interesse generale (titoli di stato, operazioni speciali del Consorzio per sovvenzioni su valori industriali, anticipazioni al tesoro, contropartita am lire in emissione a debito tesoro, servizi diversi per conto dello stato). 
b2:   sono le altre operazioni di impiego di interesse generale (somministrazione di fondi agli alleati, risconto ammassi obbligatori, acquisti di valuta). 
c:  sono le operazioni di raccolta di interesse generale (saldo conto corrente di tesoreria, deposito vincolati di aziende di credito, divise estere di proprietà del tesoro).

> Approfondmento: Teoria e pratica di alcune storture intorno all’equazione degli scambi”

> Approfondmento: Risparmio e investimento



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