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Fatti e dottrine economiche alla vigilia del 1848
«Minerva», 16 febbraio 1921, pp. 121-122



Giuseppe Prato, Fatti e dottrine economiche alla vigilia del 1848. L'Associazione Agraria Subalpina e Camillo Cavour. Vol. in 4° di pag. 352, estratto dal vol. IX della biblioteca di «Storia Italiana recente» della R. Deputazione sopra gli studi di storia patria per le antiche provincie e per la Lombardia -– Torino, Bocca, 1920.

Il libro del Prato, condotto con scrupolo di metodo sulle fonti originali dell'epoca, rintracciate con pazienza grandissima nelle riviste e nei giornali, nelle pubblicazioni stampate, nei manoscritti di archivio, ci dà un quadro completo di quel che era il clima intellettuale e sociale in cui si maturò la mente di Camillo di Cavour. L'opera dell'Associazione Subalpina è come la trama intorno alla quale il Prato tesse un vasto disegno. L'Associazione è nota agli studiosi del nostro risorgimento, i quali ricordano che in questo sodalizio Cavour fece le sue prime armi e sostenne le prime battaglie politiche e ne riferiscono il memorando episodio del Congresso di Casale del 1848, in cui Carlo Alberto manifestò per la prima volta, pubblicamente e clamorosamente, il proposito, maturato a lungo in segreto, di bandire la guerra all'Austria.

Ma lo studio dell'opera dell'associazione piemontese ha fornito all'autore occasione di scoprire un terreno quasi sconosciuto e di innovare profondamente la comune opinione sull'opera economica cavouriana. Sotto questo aspetto il lavoro del Prato compie, in un altro campo, quel che Francesco Ruffini ha fatto, rispetto alla sua famiglia, nei volumi sulla «Giovinezza di Camillo Cavour». Il Ruffini ha dimostrato essere una leggenda quella della retriva atmosfera familiare, in cui Cavour sarebbe stato allevato e da cui egli sarebbe arditamente uscito. Il Prato dimostra come, anche per ciò che si riferisce all'ambiente piemontese, sia un luogo comune ed un errore storico ripetere che il genio di Cavour si svolse e si educò in contrasto con l'ambiente in cui egli era nato e cresciuto e sul quale non riuscì ad imporsi se non con uno sforzo straordinario di volontà. Luogo comune ed errore volgare. La verità si è che nel Piemonte prima del 1848 gli studi economici avevano avuto una larga fioritura e che il regno di Carlo Alberto è la vera premessa dell'opera compiuta dal grande statista piemontese dal 1850 al 1860.

A lungo il Prato s'intrattiene sull'opera di eminenti studiosi di politica e di economia, Carlo Ignazio Giulio, Ilarione Petitti di Roreto, Giacomo Giovannetti, Prospero Balbo, Luigi Cibrario, i quali con monografie di alto valore diedero un notevole contributo al progresso della scienza. Ma più che dall'opera di questi eminenti e troppo dimenticati cultori di economia politica, l'ambiente piemontese è messo in risalto dalla diffusione larghissima che gli studi economici e sociali ebbero in quell'epoca preparatoria del risorgimento. L'editore Guillaumin confessa al Gioberti, nel 1849, che il Piemonte era per lui il mercato più proficuo di qualsiasi provincia francese, ed il Guillaumin era l'editore della più grande collezione economica e della maggiore delle riviste di economia politica. La coltura dell'economia politica era diffusissima nelle classi dirigenti. L'Associazione agraria formata di 4 mila soci, ripartiti in 37 sezioni o comizi in tutto il Regno, discuteva i problemi vivi della politica economica e, dai verbali della sede centrale e sopratutto dei comizi locali, risulta quanto fervore di studio, quanto interesse portassero le classi dirigenti piemontesi alla trattazione dei problemi economici.

Il Prato studia in 350 pagine dottissime, ricche di documentazioni, quest'ambiente di cui forse in nessun'altra epoca ed in nessun altro paese d'Italia si vide l'eguale. Forse altrove si ebbero uomini più eminenti per altezza di mente, in nessun luogo vi fu una collaborazione più viva tra studiosi, industriali, grandi proprietari, professionisti. Un vero entusiasmo si notava nel Piemonte per gli studi economici. Il Cobden vi ebbe accoglienze magnifiche; a migliaia accorrevano nel 1846, le persone a sentire le lezioni di economia dello Scialoja, e fra gli uditori si trovavano i due terzi dei soci dell'Accademia delle Scienze, molti ufficiali superiori, alti impiegati, magistrati di prim'ordine e consiglieri di Stato.

Aver dimostrato che la grandiosa opera di trasformazione economica e politica compiuta dal Cavour non fu un atto imperioso di volontà contro un paese repugnante, ma fu invece il coronamento di una lenta trasformazione operatasi negli spiriti attraverso decenni di sforzi perseveranti e di diffusa coltura, e merito grandissimo di questa opera, la quale prende un posto segnalato tra i maggiori lavori intorno alla storia del risorgimento italiano.

La figura di Cavour ne esce non sminuita ma ingrandita. L'opera sua, la quale sembra una strana imposizione, priva di fondamento e di intime forze durature, diventa invece quella del vero uomo di Stato, il quale si giova delle forze esistenti per raggrupparle tutte verso una meta più alta. Il Piemonte era degno di diventare l'iniziatore dell'unità italiana, non solo perché possedeva una dinastia antica, un esercito forte, una burocrazia ben organizzata e devota al proprio dovere, ma anche perché nel patrimonio e nella borghesia esisteva una vera classe dirigente, consapevole del proprio ufficio nello Stato e decisa a fare ogni sforzo per rendersi meritevole della posizione a cui dalla nascita e dalla riuscita nella vita economica era stata chiamata.



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