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Il liberalismo economico dei pubblicisti lombardi del Risorgimento
«Rivista di storia economica», I, 1936, n. 4, pp. 323-327



Kent Roberts Greenfield, Economics and Liberalism in the Risorgimento. Baltimore. The Johns Hopkins Historical Pubblications. Baltimore, The Johns Hopkins Press, 1934. London, Oxford University Press. Un vol. in 8°, leg. tutta tela ed., di pagg. XIV-365. Prezzo 3 dollari.

Nell'introduzione il Greenfield riconosce il debito spirituale verso i due libri fondamentali nei quali Raffaele Ciasca e Giuseppe Prato indagarono il formarsi tra il '15 ed il '48 di un'opinione nazionale e di una classe dirigente capace di affrontare i problemi economici e sociali del risorgimento italiano; e nella prefazione ricorda l'aiuto amichevole fornitogli da Salvatore Pugliese. Il libro del Greenfield segue, in un campo particolare, l'indirizzo fecondo di studi tracciato da questi pionieri, utilizzando numerose fonti, contemporanee e posteriori, manoscritte e stampate. La osservazione dei luoghi, condotta con occhio di simpatia, giovò altresì a far rivivere la Lombardia agricola della prima metà dell'Ottocento; sicché il quadro della fattoria agricola lombarda condotta sul modello di quella che Stefano Jacini ricostrusse a San Gervasio di Casalbuttano ed alla quale il nipote Stefano consentì all'autore ospitale accesso, è una delle migliori pagine del libro. Una nota bibliografica – la quale però non riproduce le ricchissime notazioni sparpagliate nel testo –, due appendici l'una di appunti biografici dovuti a C. B. Hirschfeld e l'altra sull'influenza di Romagnosi, ed un copioso indice di nomi, di cose e di luoghi agevolano l'uso del volume. Al quale si può forse rimproverare qualche ripetizione, fatale conseguenza della necessità di dare ordine alla varia ricca materia che l'autore si è trovato tra mani scavando in profondità. L'ordine dato dal Greenfield è:

– ambiente: descrizione del clima economico, – agricoltura e progresso agricolo, commercio industria e progresso industriale – nel quale sorsero le idee formatrici del risorgimento intellettuale, morale e materiale della Lombardia;

– fonti: narrazione storica dell'inizio e del fiorire del giornalismo che in Lombardia si fece banditore delle idee liberali proprie del risorgimento italiano;

– idee: ricostruzione del programma nazionale, delle tendenze ideali e dell'influenza esercitata dai pubblicisti i quali avevano in quel giornalismo scoperto il mezzo di azione.

Se il Greenfield fosse stato un materialista storico forse non si sarebbe ripetuto; ché, posto l'ambiente economico a fondamento del divenire storico, i giornali e le idee sarebbero state mera funzione di quell'ambiente. Invece il suo è uno studio di azioni e reazioni; l'ambiente agricolo industriale e commerciale spinge a studiare taluni problemi; ma le idee proprie di quel gruppo di studiosi mutano l'ambiente e creano nuovi problemi e nuove situazioni. Poiché l'autore espone e discute con arte, il quadro riesce vivo, penetrante. Le fonti della indagine erano conosciute; ma convien dire che nessuno aveva intuito la fecondità piena del loro sfruttamento. Tutti conoscevano il Conciliatore (1818-19), molti la Rivista europea (1838-48), parecchi gli Annali universali di statistica (1824-48-1871) ed il Politecnico (1839-45) ma il merito dello spoglio sistematico di quelle grandi riviste e delle altre minori le quali sorsero a Milano attorno od in opposizione a quelle è del Greenfield. Ecco i titoli di alcuni soltanto dei periodici (l'a., conformemente all'uso anglo-americano chiama,«journals» i periodici non quotidiani, settimanali o mensili) scelti tra quelli indipendenti dal governo austriaco, spogliati dall'a.: Annali di commercio, arti e manifatture e mestieri (iniziato nel 1816); Spettatore italiano e straniero (1814-18), Ape delle cognizioni utili (1833), diretta questa, con intenti di larga diffusione, da quel comasco Giuseppe De Welz, il quale s'era guadagnato fama di economista facendosi scrivere (ma la paternità vera non è ricordata dal Greenfield) nel 1824 da Francesco Fuoco La magia del credito svelata e forse anche nel 1826 il Primo elemento della forza commerciale; l'Economista (1841), lo Spettatore industriale (1844), l'Eco della borsa (1836-60); l'Indicatore lombardo (1829) fondato e diretto da Giacinto Battaglia, il Ricoglitore (1818), poi Nuovo Ricoglitore (1825), ambi diretti da Davide Bertolotti, ed in seguito Ricoglitore italiano e straniero, ossia Rivista mensile europea, nel 1838 divenuta Rivista europea, diretta fino al 1844 dal Battaglia e dal 1845 da Carlo Tenca. Nel 1838 Carlo Cattaneo lascia gli Annali e fonda il Politecnico che nel 1845 si fonde con la Rivista europea. Fra i nomi dei collaboratori di questi giornali si leggono, oltreché dei già ricordati, quelli di Gioia, Romagnosi (che dal 1827 al 1835 diresse gli Annali), Tommaseo, Sacchi, (Giuseppe e Defendente), Cantù, Lambruschini, Cavour, Massarani, Tenca, Lampato, Custodi, Correnti, Ferrari, Serristori, Giovanetti.

Grande fu l'influenza delle riviste indipendenti lombarde, ben superiore al numero degli abbonati, il quale oscillò fra 350 e 500 per gli Annali universali di statistica, crebbe da 250 a 700 per il Politecnico e giunse in media a 750 per la Rivista europea. I lettori erano ben più numerosi e potevano ragguagliarsi a dieci volte tanto. Gli uomini colti della Lombardia e parecchi di quelli degli altri stati italiani si formarono a quella lettura. Quando venne il 1848 e più il 1859, si vide che il martellamento di idee durato un trentennio aveva recato buoni frutti e che qualcuno era pronto a prendere il posto degli antichi governanti. I "pubblicisti" – chiamiamo così questi scrittori che il Greenfield dice «journalist» – erano moderati e non attaccavano l'Austria ed i principi. Sapevano che le riveste sarebbero state soppresse ed i redattori mandati allo Spielberg; ed essi non volevano diventar martiri, né farsi esuli, non avendo fiducia nelle cospirazioni e non amando starsene al sicuro all'estero, quando gli amici rimasti in paese sarebbero stati oggetto di sospetti e di persecuzioni. Furono sommi nell'arte di costrurre l'Italia libera, ignorando lo straniero oppressore. Rarissimi i riferimenti e le informazioni sulle altre provincie dell'impero austriaco, scarse e superficiali quelle sulla Germania. Di questa si comincia a parlare solo quando l'idea e l'attuazione della Lega doganale germanica rafforza la speranza che qualcosa possa ottenersi anche per l'Italia. Si discorre molto invece della Francia e dell'Inghilterra, sovratutto esponendone le vicende politiche e parlamentari ed i dibattiti sui problemi sociali. Quando Carlo Alberto promuove riforme amministrative educative ed economiche, il Piemonte tiene nelle riviste milanesi più gran posto delle Venezie e quasi, in certi momenti, della Lombardia medesima. Contro di essi, l'Austria si sentiva impotente. Metternich, ossessionato dalle cospirazioni, contro le quali lotta con tutte le arti della sua polizia – e, per stroncarle, gli sarebbe bastato che tutte le polizie europee fossero state concordi – non vide che il nemico più potente era in casa ed agiva alla luce del sole. Antonio Salvotti, poliziotto, ma uomo colto, vedeva meglio il pericolo: «Questo cosidetto liberalismo può essere considerato altresì una setta sebbene non abbia riti, emblemi, logge; ed è precisamente per ciò più pericoloso perché non lo si può afferrare con mano sicura, non essendo possibile sequestrare parole pensieri ed opinioni» (p. 213). Quando Romagnosi rispondeva al Salvotti, nelle carceri di Venezia, che i suoi scritti erano puramente teorici ed un saggio governo non perseguitava le opinioni ma solo i fatti, Salvotti, pur concludendo alla liberazione per mancanza di prove, non era persuaso. Che cosa intendeva dire Romagnosi, quando nello sconsigliare il Pellico di associarsi ai Carbonari, affermava, avere lui, Romagnosi, in mano le fila della unità italiana? Forsechè le opinioni e non le sette erano la chiave del problema italiano? (176).

Salvotti vedeva acutamente il pericolo. I pubblicisti, volendo ignorare il governo austriaco, furono naturalmente indotti a studiare le maniere d'azione le quali fossero estranee all'opera governativa. Non era difficile, in un tempo in cui i governi, tuttoché sospettosissimi, non si impacciavano di compiti diversi da quelli della polizia, della guerra, delle relazioni esterne e di alquanta educazione, scoprire maniere indipendenti di agire a vantaggio dei popoli. Essi erano liberali; ma erano avversissimi alla libertà dei nuovi industriali di utilizzare a lor piacimento la mano d'opera. Non erano teneri dei vincoli corporativi aboliti dalla rivoluzione francese; ma inorridivano al quadro della nera miseria delle torme di lavoratori, uomini donne e fanciulli, tratti dalle campagne a lavorare nelle fumose agglomerazioni industriali inglesi. Volevano il perfezionamento morale degli individui, liberi da ogni soggezione forzata ad autorità esteriori; ma non concepivano l'uomo solo, anzi lo volevano vivente nella società degli altri uomini. Fautori della iniziativa individuale e dell'«aiutati che Dio ti aiuta», sapevano però che l'iniziativa degli individui cresce a mille doppi se collegata con quella degli altri individui. Favorivano perciò i propositi di associazione in tutti i campi: dalle società anonime per la costruzione di ferrovie e l'impianto di industrie nuove alle cooperative per lo spaccio dei prodotti agricoli, dalle società operaie di mutuo soccorso alle società promotrici di asili infantili, dalle casse di assicurazione per gli incendi e la mortalità del bestiame alle casse di vecchiaia e di invalidità. Con lo strumento, innocente dal punto di vista politico, della associazione libera i pubblicisti moderati lombardi speravano di far progredire il benessere delle masse, di affezionarle ai ceti colti proprietari e di rendere questi capaci di assumere le redini della cosa pubblica quando i tempi fossero maturati.

Quei pubblicisti non si facevano la eco degli interessi della borghesia nascente; anzi si sforzavano di scuotere il torpore dei ceti proprietari addormentati, di svelare agli affittuari il valore sociale dell'opera da essi compiuta e di risvegliare i germi dello spirito industriale e commerciale reso ottuso dalle dominazioni straniere. «Lo scopo immediato dei pubblicisti moderati era di eccitare i loro compatriotti ad andar innanzi quanto più si poteva nel creare un'Italia unita da vitali interessi economici e culturali, un'Italia, la quale, invece di lamentare il proprio fato o battere la testa contro le mura, vivesse vigorosamente tutta la vita che le era consentito di vivere». Ciò che era sovratutto ed in primo luogo necessario in un paese diviso e dormiente era un «cuneo che aprisse la via alla pubblica discussione di interessi fondamentali» e questo cuneo fu creato dai pubblicisti lombardi ad onta della censura. Il loro obbietto era la discussione pubblica di ogni lecito interesse comune. «Dal conflitto delle opinioni nasce la verità» esclamava il Conciliatore. «Lo spirito di associazione non ha mai signoreggiato là dove non è aiutato dalla più larga pubblicità, osservava Cattaneo con forza discutendo della istituzione di una banca di sconto» (301-2). I pubblicisti erano persuasi che «anche quando cooperavano coll'Austria essi promuovevano scopi i quali andavano oltre la politica austriaca. La loro era una cospirazione alla luce del sole. Nel 1848, in gran parte grazie ai loro sforzi, si era formata una opinione pubblica italiana la quale non avrebbe mai più potuto essere governata con successo coi principii e con i metodi dell'antico regime, non tanto perché gli interessi materiali della società italiana erano stati trasformati quanto poiché una nuova concezione di questi interessi era stata trasfusa nel pubblico. I liberali, vinti ed umiliati nel 1848-49, non ebbero bisogno di una nuova educazione economica e culturale, anche in riguardo ad una corretta strategia politica, per essere pronti a seguire Cavour sino al trionfo dei loro ideali» (pag. 328). Alla luce delle fonti, il liberalismo del risorgimento italiano si rileva tutt'altra cosa da un astrattismo individualistico di maniera. Esso nasce fuori e contro lo stato, perché lo stato era l'Austria ed opprimeva il perfezionamento della personalità umana. Ma esso è nello stato, se questo diventi, come i pubblicisti del 1815-48 auspicano, lo stato di tutti gli italiani, lo strumento per la elevazione degli uomini riuniti in una società libera ed indipendente. La tesi storica, oltreché vera, era nota; ma è merito del Greenfield averne dato una dimostrazione precisa documentata ricchissima.



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