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La formula di Robespierre
«Corriere della Sera», 11 marzo 1905



Robespierre trionfa. La piccola, invidiosa anima del paglietta rivoluzionario deve fremere di gioia al vedere l'Italia prosternata ai piedi di discepoli suoi infinitamente più piccoli di lui. Egli aveva predicato tutta la vita il verbo giacobino della distruzione dello Stato e dell'onnipotenza del popolo "virtuoso", ossia dei clubs di fanatici e di intriganti e dei Comitati irresponsabili di salute pubblica. Ed oggi chi protesta contro le teoria di coloro che vorrebbero legare le mani allo Stato, distruggerne ogni autorità, mettere il signor Branconi a far le veci del ministro dei lavori pubblici? Lo Stato abbia il dovere di pagare puntualmente gli impiegati il giorno di San Ventisette; ma quanto a comandarli, a punirli, se ignavi o protervi nella indisciplina, mai no. Gli impiegati ed i ferrovieri non possono mai essere puniti, non possono essere licenziati; ed essi invece debbono poter abbandonare ad ogni momento il lavoro, obbedire ai cenni di autorità irresponsabili; ed appena si fa cenno di richiamarli alla coscienza dei loro doveri di pubblici funzionari, subito si grida: Dalli ai capitalisti, ai succhioni, ai borghesi! così come ai tempi di Robespierre contro ogni avversario personale gridava: abbasso l'aristocratico! Quasiché allora fossero aristocratici quelli che aveano il torto di non voler essere ghigliottinati dal Comitato di Salute pubblica, ed oggi fossero capitalisti quelli i quali pensano che lo Stato, assumendo la gestione delle ferrovie, debba assumerla nell'interesse della collettività e non soltanto nell'interesse momentaneo ed effimero dei ferrovieri! Son ragionamenti che parrebbero incredibili se le nostre classi elevate e medie non avessero paura della propria ombra e non credessero di salvare sé stesse buttandosi in braccio al nemico ed aguzzando quelle armi che dovranno ferire insieme borghesia e proletariato.

Robespierre aveva detto: 3.000 lire all'anno sono più che sufficienti per un francese "virtuoso": dunque confischiamo tutti gli stipendi, le rendite, i guadagni che delittuosamente sorpassano quel limite. Oggi l'ineffabile pedante del giacobinismo può consolarsi dell'insuccesso colossale della sua idea guardando alla rabbia famelica con la quale socialisti ed agitatori ferrovieri si son gettati contro i grossi stipendi degli alti funzionari delle ferrovie e li additano come la preda opima che dovrà essere spartita fra le decine di migliaia di agenti inferiori e che dovrà bastare a saziarne l'appetito. È il signor Branconi che sull'Avanti! agita dinanzi agli occhi dei suoi seguaci la somma fantastica di 3.602.000 lire percepita da soli 708 funzionari della Mediterranea; è il Tempo che ci accusa di avere bugiardamente affermato essere troppi i ferrovieri, quando dovevamo sapere come in Italia si spenda eccessivamente per l'esercizio non perché i ferrovieri sono troppi, ma perché i magnati dell'amministrazione sono troppo ingordi.

Dunque riduciamo tutti gli stipendi al massimo delle 3.000 lire robesperriane, facendo tutt'al più qualche eccezione per i macchinisti, i conduttori, ecc., cari al cuore del Branconi e del Tempo. Avremo ottenuto un bel risultato in verità! Noi non sappiamo da qual fonte abbia il Branconi ricavata fuori la cifra dei 3.602.000 lire che si spartiscono fra 708 funzionari sedentari; già l'on. Colajanni l'ha dichiarata falsa; e le statistiche della Commissione Saporito dicono soltanto che i funzionari dell'Amministrazione centrale della Mediterranea erano nel 1898 ben 1.910 e costavano in tutto 5.568.322 lire, ossia 2.968 lire in media. Ma supponiamo pure che Branconi abbia ragione e che nessun funzionario - dal direttore generale al segretario - guadagni né più, né meno di 3.000 lire. Saranno circa 2.100.000 di spesa residua ed 1.500.000 di risparmio all'anno. Si faranno grassi i 48.556 agenti inscritti sui quadri della Mediterranea: 30 lire ed 89 centesimi a testa di più all'anno! Se è solo per ottenere questa somma che essi hanno tenuto in orgasmo l'Italia da un anno, che hanno fatto l'ostruzionismo e minacciato lo sciopero, potevano dirlo subito: e sarebbero stati contenti senza tante chiacchiere. Anzi sono già stati contentati, perché somme ben più egregie giunsero gli aumenti di paghe del 1902 e giungeranno i miglioramenti promessi nel progetto Tedesco di esercizio di Stato. Sempre gli stessi questi Robespierre in sedicesimo: seminatori di invidia contro quelli che sono saliti in alto, quasicché l'abbassare i pochi intellettuali che dirigono fosse un mezzo per innalzare i moltissimi che devono essere guidati.

Che cosa avrete ottenuto quando avrete ridotto gli alti funzionari alla porzion congrua e tutt'al più avrete consentito al direttore generale di percepire il massimo delle 9.000 lire che lo Stato italiano largisce ai suoi più alti funzionari civili? Che nessun tecnico di vaglia vorrà entrare nella amministrazione governativa, ben sapendo che nell'industria privata possono guadagnare dieci o venti volte tanto; e tra un imprenditore privato il quale sa che 25 o 50 o 100 mila lire pagate ad un direttore di primo ordine valgono spesso risparmi o guadagni di somme dieci volte superiori nell'organizzazione commerciale o tecnica della sua impresa e lo Stato, avaro largitore di aumenti sessennali, di 300 o 500 lire per volta, non ci sarà ombra di dubbio nella scelta. Alle ferrovie di Stato rimarranno solo i frutti secchi della burocrazia, gli emarginatori di cartacce da archivio, i politicanti che, non essendo buoni a niente, accoglieranno come una manna gli stipendi non superiori alle 9.000 lire quando si arriva al baston di maresciallo. Ed avremo la continuazione del sistema che lamentavamo l'altro giorno: la continua crescenza della burocrazia ferroviaria sedentaria e viaggiante. Poiché è inutile che il Tempo faccia dei giuochi di spirito, e tenti di gabellare per media quelle cifre che erano invece delle semplici proporzioni fra quantità assolute. In quale altro modo vorrebbe il giornale socialista che noi calcolassimo il coefficiente d'esercizio? L'unico metodo conosciuto è quello di fare il rapporto fra spesa totale ed il prodotto lordo. Se il rapporto è del 68 o del 71 o dell'88 per cento, mentre sulle ferrovie private francesi varia dal 47 al 51 per cento, non c'è santi che tengano: bisogna concludere che in Italia si spende di più che in Francia: e se poi si osserva che il rapporto fra la spesa del personale e la spesa totale varia in Italia dal 58 al 63 per cento, mentre in Francia varia dal 45 al 60, bisogna concludere ancora che una delle cause per cui si spende troppo in Italia è la spesa del personale. Ma ciò non vuol dire - e lo capiscono perfino i paracarri delle strade, malgrado il Tempo faccia finta di non intendere - che debbono essere diminuiti solo gli agenti bassi e non alti, che debba essere lasciato invariato il numero di quelli che scrivono e scemato solo quello dei fuochisti e dei cantonieri. Anzi! debbono scomparire tutti gli agenti inutili e scomparire tanto più presto quanto meno valgono. Ad un'impresa conviene di più avere pochi impiegati pagati bene che molti mantenuti a stecchetto. Questo è il nostro concetto e sfidiamo chiunque a sostenere che non sia infinitamente più democratico e più moderno di tutti quelli che non vorrebbero mettere nessun freno all'aumento incessante del numero dei ferrovieri. E che siano in troppi non siamo soltanto noi a dirlo. Se noi potessimo supporre gli agitatori capaci di studiare sul serio e non solo di vomitare invettive, vorremmo indicar loro lo studio accurato che a pag. 103 e seguenti del volume quarto parte seconda dell'inchiesta Saporito è fatto dalle possibilità di risparmio nelle spese di esercizio. Sono indagini queste complicate che non si possono neppure lontanamente riassumere in un giornale politico; ricorderemo come secondo calcoli dell'ing. Rossi sulle tre Reti italiane vi siano da 15.537 a 17.880 agenti di più di quelli che dovrebbero esservi teoricamente, basandosi sulle esperienze di otto grandi Reti straniere. Secondo altri calcoli, la quantità eccessiva di agenti varierebbe da 10 a 18 mila su un totale di 98 mila, sulla base dei dati francesi, svizzeri, tedeschi ed austro-ungheresi.

Pretenderà forse il Tempo che tutti costoro sieno direttori, ispettori generali, capi-servizio e scribi beniamini delle Amministrazioni? E ci siamo limitati a fare il confronto con le ferrovie europee! Che se si paragonassero le ferrovie italiane, francesi, svizzere, tedesche ed austro-ungheresi da una parte con quelle degli Stati Uniti dall'altra si dovrebbe ricavare la conseguenza sbalorditiva che a parità di traffico e di estensione di linee, quel servizio che in Europa richiede un milione di agenti, in America ne richiede appena 500.000. E l'Italia è inoltre il paese d'Europa dove il numero dei ferrovieri è proporzionalmente massimo. Noi non pretendiamo che da noi si seguano i criteri prettamente industriali d'America; ma desideriamo che qualcosa si faccia su questa via, sovratutto nell'interesse del personale. Il quale acquisterà così veramente diritto a migliorare le proprie paghe; assai più - lo creda il Tempo - che non tentando dei raids nelle saccocce dei contribuenti. Ci pareva di aver parlato chiaro: ma sembra che le cose chiare debbono essere ripetute.



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