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Prefazione
Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Einaudi, Torino 1959, vol. II, pp. XXXVII-XL



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Non vorrei che quel che scrivo oggi nella prefazione e sovratutto quel che si legge nel testo potesse essere interpretato come un giudizio negativo su tutta l'opera economica e politica dell'uomo che resse la somma delle cose nel primo decennio del secolo. In primo luogo, i problemi economici e sociali discussi nel testo, pure se agli occhi miei rilevantissimi, sono alcuni soltanto di quelli che furono materia di dibattito in quell'epoca. In secondo luogo, delle questioni politiche, militari, religiose, scolastiche, nazionali e internazionali, che affaticavano gli uomini di stato, qui si fa cenno solo di passata.

Non di tutto quel che accadde nel settennio il merito o la colpa può essere del resto data agli uomini di governo. Anche allora, come in tutti i tempi ed in tutti i paesi, quel che accade non è massimamente, anzi è solo in piccola parte, dovuto all'opera dei governi; e questi, quando si attribuiscono meriti di accadimenti prosperi, fan spesso come le mosche cocchiere, le quali ai buoi aggiogati all'aratro con sicumera comandano: «ariamo». Forseché, se il reddito nazionale cresce in un paese di anno in anno del cinque per cento, è agevole dimostrare, salvoché col sofisma del post hoc propter hoc, che l'incremento è dovuto al governo, il quale aveva per l'appunto pianificato o, meglio, previsto un incremento uguale? Già dissi sopra che gli anni del secolo nuovo erano caduti in una fase del ciclo economico collegata dall'euforia dei cresciuti mezzi di pagamento aurei; sicché del prospero andamento dell'economia mondiale male può essere dato merito ai governanti dei singoli paesi, i quali pur attuavano politiche economiche diversissime.

Se si bada soltanto a quella che dalle pagine del testo risulta essere stata l'azione dello stato in materia economica e sociale negli anni dal 1903 al 1909, non si trae davvero ragione di conforto sulla sua fecondità. Proponevano bensì talvolta gli uomini dei governi giolittiani riforme dette “coraggiose”, per esempio in materia tributaria; ma le proposte non erano sostenute a fondo, sicché cadevano volentieri, in seguito a mutazioni di governo o ad elezioni generali. Sotto il suo regime si attuarono talune cose grossissime, come la rivoluzione, la quale sostituisce alla proprietà privata delle miniere di zolfo la gestione da parte di un pubblico consorzio, gestito sovratutto da organi statali; o quell'altra, non condotta a termine, che confiscava, a pro dei comuni, con indennità negativa, la proprietà privata delle aree fabbricabili. Ma le novità grossissime si attuarono in mezzo alla disattenzione universale; laddove altre novità pur grosse, come l'esercizio ferroviario di stato, erano decise tumultuariamente sotto l'urgenza dello scadere delle convenzioni antiche e senza provvedere alle esigenze del grande mutamento. Talvolta le incertezze furono lasciate trascinare a lungo, come nel caso di quel nido di vipere quali erano per fermo le convenzioni marittime; ma non si avvertì abbastanza che se la politica, prediletta dall'on. Giolitti, del rinvio riusciva non di rado ad evitare soluzioni affrettate e dannose, talvolta invece aggravava il male. Auguravo, (cfr., qui, p. 743) il 6 luglio del 1909, che l'on. Giolitti, coll'autorità del nome e coll'appoggio della sua fida maggioranza, consentisse a studiare meglio il problema, non nell'intento di aumentare i voti a lui favorevoli, grazie alla concessione di approdi e agevolezze a minimi interessi locali, ma perché lieto di una manifestazione di fiducia del parlamento nella sua capacità a tutelare gli interessi più alti del paese. La sua, veramente insigne, capacità di semplificare i problemi, nascondeva forse la insofferenza verso i politici ed i pubblicisti, troppo disposti a dar rilievo a questioni che a lui sembravano ad arte ingrossate e complicate. A lui bastava affrontare i quesiti che ogni giorno la realtà gli poneva, quesiti diversissimi gli uni dagli altri in un paese tanto vario come il nostro.

Pur avendo dovuto dare, sul fondamento esclusivo e parziale di quel che scrivevo allora, un giudizio non laudativo dell'opera dello statista, debbo dire che dura nell'animo mio la impressione ricevuta quando verso il 1899, nella stanza di Luigi Roux, direttore della Stampa, con giovanile improntitudine chiesi a lui, non ancora ritornato al governo, ma già capo della opposizione, che cosa bisognasse fare per trarre il paese dai mali passi ai quali si era condotto dopo le giornate del maggio 1898 ed egli rispose nel nostro dialetto vënta gövernè bin. Alla quale regola del dovere di governare bene, nel senso di esatta conoscenza ed opportuna scelta degli uomini, dominio fermo e cortese di essi, conoscenza precisa della pubblica amministrazione, regolarità metodica nelle ore del lavoro, del riposo, dei pasti e della ricreazione; assiduità scrupolosa ai lavori parlamentari; chiarezza e brevità lapidaria nel discorrere pubblico (rimase famosa la risposta ad un deputato novellino suo corregionale, il quale gli chiedeva consiglio sul momento e sul modo opportuni del suo debutto: «quando avrà qualcosa da dire, chieda la parola ed, ottenutala, esponga il suo pensiero. Quando avrà detto il necessario, si segga»); perizia consumata nei dibattiti in assemblea, nei quali eccelleva la sua abilità nel ridurre, passando sopra medesimamente ai grovigli complicati ed alle obbiezioni sostanziali, i problemi al nocciolo più consentaneo alla sua tesi; vita morigerata esemplare, sicché nessuna accusa di indole finanziaria mai poté essere rivolta contro di lui e la modesta fortuna da lui lasciata ai figli fu quella sola che, insieme coll'eredità avita accuratamente conservata, nella lunga vita di ottantacinque anni egli ritenne suo dovere di mettere da parte col risparmio quotidiano e con la prudente maniera, allora possibile, di investirlo. La lode all'uomo pubblico e privato si conchiude con la domanda: visse ed operò in quel tempo altro uomo di stato meglio capace dell'on. Giolitti a governare quegli italiani che allora vivevano e dovevano essere governati? La risposta è necessariamente siffatta da costringere i critici più ostinati di quel tempo ad inchinarsi rispettosamente alla sua memoria.



> Approfondimento: Dalla Prefazione al vol. III delle Cronache

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