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Un rapporto segreto di Stefano Jacini al Conte di Cavour sul Monte Lombardo-Veneto o
«Rivista di storia economica», I, 1936, pp. 205-213



Nel 1857, Stefano Jacini, poco più che trentenne – era nato a Casalbuttano (Cremona) il 20 giugno 1826 – godeva già di una certa fama, oseremmo dire, di una incipiente celebrità, presso gli studiosi di agraria e di economia politica. Il suo lavoro suLa proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lombardia, dopo aver vinto nel '53 il concorso indetto dalla Società d'incoraggiamento alle scienze, lettere ed arti di Milano (in gara con un altro magistrale saggio di Carlo De Cristoforis), aveva già avuto l'onore di tre edizioni, e fruttato all'autore, colla nomina a membro effettivo dell'Istituto lombardo ed a membro corrispondente dell'Accademia dei Georgofili di Firenze, i rallegramenti di uomini insigni, come il Ridolfi e il Ferrara in Italia, il Courcelle-Seneuil, il Lavergne in Francia, il Laveleye nel Belgio, lo Czörnig in Austria, il Gladstone in Inghilterra, ed altri molti. Era bastato un altro suo piccolo e meno noto opuscolo su Gli interessi cremonesi e lombardi nella questione delle strade ferrate, pubblicato nel '56, per indurre il governo austriaco, pur così lento e tenace nelle sue decisioni, a modificare sensibilmente il tracciato già fisso della costruenda rete ferroviaria della Valle Padana. Le letture del Jacini all'Istituto lombardo, che pure costituivano, come altrove abbiamo documentato [1], una netta affermazione d'indipendenza nazionale, avevano attirato l'attenzione dell'arciduca Massimiliano, e lo dovevano indurre l'anno successivo ad offrire al giovane economista l'incarico di un'inchiesta sulle condizioni della Valtellina; incarico che il nostro avrebbe tranquillamente accettato e svolto in modo, per comune consenso, mirabile, attirandosi da un lato nuovi plausi da parte degli economisti liberali stranieri, ma dall'altro le ire della contessa Chiarina Maffei e del costei cenacolo, e andando quasi a rischio di esserne espulso come "massimilianista", alla stregua di un Cesare Cantù o di altri simili elementi, improvvidamente conciliatori.

Ma vi erano uomini, in Italia ed all'estero, che vedevano più a fondo nelle cose. Fin dal 20 maggio 1856, G. Harris, console generale d'Inghilterra a Venezia, si era rivolto al Jacini chiedendogli un promemoria riservato (che sappiamo essere stato redatto, ma del quale, pour cause, non rimane traccia) intorno alla situazione economico-commerciale del Lombardo-Veneto o. Due anni più tardi, lo stesso funzionario britannico avrebbe condotto l'ex ministro tory lord Malmesbury a lungo colloquio in casa del nostro; mentre, fra i wighs, il Gladstone doveva, nei primi mesi del '59, largamente utilizzare per i suoi celebri articoli italiani della Quarterly Review i lavori summenzionati del Jacini, contenenti, a suo dire, «constatazioni accuratamente ragionate e specificate, senza alcuna infusione di passioni e di invettive» da parte di un gentiluomo «di alta posizione e intelligenza»; ossia proprio quella sorta di testimonianza sulla quale il pubblico inglese poteva «discretamente riposare». Onde non è esagerato affermare che gli studi economici del Jacini, insieme con quelli politici del Farini e del Salvagnoli, e con quelli tecnici di Valentino Pasini e di altri, abbiano avuto non piccola parte nel determinare quel profondo rivolgimento dell'opinione pubblica britannica, che, dall'avversione alla causa italiana, così diffusa in ogni ceto prima del '59 e tipicamente espressa nei diari della Regina Vittoria, doveva giungere all'approvazione, più o meno entusiastica a seconda delle diverse sfumature politiche, della protezione accordata nel 1860 da lord John Russell alla spedizione dei mille.

Fra gli italiani, ottimo conoscitore delle cose nostre era, in quegli anni, indubbiamente il Cavour; il quale seguiva con ansiosa attenzione le correnti dell'opinione pubblica in Lombardia, e ne era tenuto a giorno di continuo, ad opera degli emigrati lombardi e di quei patrioti – uomini e donne – che sotto l'uno o l'altro pretesto varcavano il Ticino, facendo la spola tra Milano e Torino – primo e più autorevole fra tutti Cesare Giulini della Porta –; mentre, dalle notizie in tal modo raccolte, il ministro si valeva con sottile abilità per agire sull'opinione pubblica d'oltralpe, e particolarmente sulla stampa e sul governo francese. Il suo scopo, in tale schermaglia, era triplice: a) anzitutto, nella dannata ipotesi che la questione italiana dovesse trattarsi e risolversi sul terreno diplomatico, apprestare i materiali atti a dimostrare l'intollerabilità della dominazione austriaca nel Lombardo-Veneto o; b) per contro, nella ipotesi auspicabile di una guerra vittoriosa, predisporre la futura amministrazione delle nuove provincie per modo che non sembrasse importata ed imposta dal di fuori, ma quasi connaturata all'indole loro; che non distruggesse quanto di buono l'amministrazione austriaca aveva fatto, e soprattutto non desse luogo, specie nel ceto rurale, a recriminazioni od a rimpianti, in così gravi momenti oltremodo inopportuni, e che i nemici d'Italia avrebbero potuto sfruttare a nostro danno; c) subordinatamente, impedire che l'Austria, nelle future trattative di pace, si valesse della sua superiore conoscenza delle istituzioni del Lombardo-Veneto o per danneggiare gli interessi delle popolazioni redente insieme con quelli dello stato vincitore.

Orbene, la buona contessa Maffei e gli uomini del Crepuscolo, allorché così aspramente criticavano il Jacini per aver accettato un invito dell'arciduca, si sarebbero oltremodo stupiti se avessero potuto sospettare che proprio in quegli stessi mesi il nostro, senza chiasso, prendeva risolutamente posto fra gli informatori segreti del Cavour. I documenti che Stefano Jacini inviò in tale qualità a Torino fra il '57 e il '59 furono, a quanto ci risulta, quattro.

Del primo non abbiamo che vaghe notizie. Doveva trattarsi di una memoria in francese intorno alla situazione del governo austriaco nel Lombardo-Veneto o, da utilizzarsi in via diplomatica; memoria che il Jacini dettò con grande premura nel 1857 ed inviò a Torino, dopo averla fatta tradurre in francese dall'amico prof. Giuseppe Arnaud. Del contenuto di essa nulla sappiamo, ad eccezione di quanto ebbe a dircene lo stesso Jacini in una lettera al Pungolo del 14-15 settembre 1880; fortunatamente però, la maggior parte dei dati che servirono al nostro in detta occasione vennero da lui stesso utilizzati per un'altra memoria richiestagli nell'aprile del '59 da Sir James Hudson, ministro d'Inghilterra a Torino, e dal Jacini comunicata preventivamente al Cavour; della quale ci rimangono almeno due copie, una all'archivio di Stato di Torino [2] e un'altra, – nella doppia redazione italiana e francese – nell'archivio Jacini a Casalbuttano. Nell'inverno 1858-59, pel tramite del Giulini, il nostro inviò al Cavour altre due memorie, così da lui stesso descritte in una lettera indirizzata, subito dopo la liberazione della Lombardia, al gabinetto del conte di Cavour, nella speranza, rimasta allora delusa, di ricuperarne il testo; la prima doveva trattare «delle risorse economiche della Lombardia e del modo di meglio trarne profitto per la causa nazionale»; la seconda «del debito pubblico nel Lombardo-Veneto o, considerato nel suo sviluppo e nella sua condizione presente». Alla prima si riferisce, senza dubbio, la seguente lettera di Cesare Giulini al Cavour, in data 22 gennaio 1859 [3]:

«Quando fui ultimamente a Torino il signor Correnti e il signor conte Oldofredi mi dissero che l'E.V. desiderava di avere delle notizie finanziarie sulla Lombardia e più ancora delle informazioni sui prodotti agricoli del paese e le scorte di esso, e ciò nella vista di approvvigionamenti militari. Reduce a Milano mi occupai subito della cosa e trovai che per aver le notizie più esatte conveniva rivolgersi a persona competente. È questi il signor Stefano Jacini, nome che certo Le è noto per importanti pubblicazioni. Oltre alla specialità degli studi. Egli ha per informarsi un privilegio, ed è che in occasione di un lavoro sulle condizioni della Valtellina commessogli dal Governator generale, ebbe dalla Luogotenenza il permesso di far ricerche ne' dicasteri, ed è quindi il solo de' nostri amici che possa attingere alle fonti ufficiali le più diverse. Udito il desiderio di V.E., il signor Jacini prese ben volentieri l'incarico e mi consegnò poc'anzi la memoria che unisco. Mi pare che sia molto importante e che si avvicini possibilmente all'esattezza dei dati quando non può garantirli come precisi. Se occorrono de' complementi o delle dilucidazioni, abbia l'E.V. la compiacenza di farmelo sapere e si metterà il massimo impegno a soddisfarla. Il signor Jacini però domanda il massimo segreto; siccome la memoria è di suo pugno, così prega di volerla far copiare e distruggere l'originale».

Al medesimo lavoro allude certamente il Massari, quando nel suo diario[4] sotto la data del 28 gennaio 1859, scrive: «alle tre pom. vado dal conte Cavour al ministero degli affari esteri. È assai contento di un lavoro di Jacini sulla Lombardia». Il quale giudizio ci fa doppiamente rimpiangere che la memoria in parola debba, allo stato degli atti, considerarsi smarrita. Esiste infatti, nel medesimo archivio di stato torinese, una lettera al Cavour, in data 20 marzo, a firma dell'avvocato Francesco Guglianetti (il quale, dalla prima alla nona legislatura, fu deputato di Novara II e di vari altri collegi); con detta lettera il Guglianetti chiede al conte comunicazione dello scritto del nostro, affermando di doversene servire per la compilazione di un memoriale sulle requisizioni militari, commessogli dal conte medesimo. È pertanto probabile che, avuta comunicazione del lavoro, il Guglianetti non siasi creduto in obbligo di restituirlo al ministero; e che dunque la memoria, se pure esiste, sia oggi sepolta in qualche archivio famigliare. Auguriamoci che basti il presente accenno a trarnela fuori! Ad ogni modo, è sicuro che detta memoria del Jacini non è identificabile con un altro scritto voluminoso, Sull'amministrazione austriaca della Lombardia che figura pure, anonimo, fra le stesse carte dell'archivio di stato torinese, contrassegnato col N. 7; lavoro di ben 69 colonne, non di mano del nostro e comunque redatto in un tono arido e scolastico, troppo discordante dall'agile e nervoso stile di lui.

Veniamo ora all'ultimo degli scritti sopra ricordati, ossia a quello integralmente pubblicato qui appresso, e il cui rinvenimento ha dato occasione al presente articolo. Trattasi di un lavoretto di 31 pagine manoscritte, intitolato: Il monte Lombardo-Veneto o. Promemoria. Non reca né data né firma; ma è di mano del Jacini, e quanto alla data, possiamo arguirla da quest'altra nota del diario Massari (8 marzo 1859) [5]: «la signora Elena [Litta) … che giunge da Milano … mi ha pure recato un pacco di lettere di Giulini: ce n'è una per il conte Cavour, con una memoria di Jacini sul debito pubblico in Lombardia. Cosa confidenzialissima». Confidenzialissima era infatti, come potrà convincersene il lettore; e tale che, se la polizia austriaca avesse potuto metterci sopra le mani, ed individuarne l'autore, questi avrebbe probabilmente passato un brutto quarto d'ora. Gli scritti che fanno paura ai governi tirannici non sono mai le declamazioni, per infiammate che siano, dei retori; ma le requisitorie spassionate, dense e positive; e tale è senza dubbio la memoria del Jacini, in quanto documenta in modo irrefragabile il malgoverno fatto dall'Austria del debito pubblico del Lombardo-Veneto o fin dai primi tempi della propria gestione, ossia fin dal 1814; e la vera dilapidazione compiutane fra il '48 ed il '59; dimostrazione supplementare, se pure ancora ne fosse sussistito il bisogno, di quanto fosse falsa l'affermazione, ad arte diffusa in tutta Europa, secondo la quale il solo appunto che gli abitanti del Lombardo-Veneto o potessero rivolgere contro la dominazione austriaca consisteva esclusivamente nell'essere quella una dominazione straniera. La sagacia scientifica e la portata politica delle sobrie parole del Jacini non sfuggirono certo al conte di Cavour; egli anzi diede prova di averne apprezzato tutto il valore, allorché risalendo al potere il 16 gennaio 1860 e combattendo colla sua imperiosa bonomia le riluttanze del giovane lombardo, lo volle, a tutti i costi ministro delle Finanze; e in seguito alla di lui recisa ripulsa, insistette per affidargli almeno – come di fatto gli affidò – il dicastero dei Lavori Pubblici; preferendolo così ai brillanti patrioti da salotto, che due anni innanzi si erano tanto sbizzarriti a blaterare sul suo conto.

Il Jacini che, per ovvi motivi, non aveva conservato la minuta del proprio lavoro, ne fece ricerca come si è detto nei primi mesi dopo la liberazione della Lombardia, con lo scopo, evidentemente, di pubblicarlo; e, non avendolo rinvenuto, lo ritenne smarrito. Egli indusse così nell'errore anche noi, suoi discendenti e biografi[6]. Ma a richiamarci alla realtà intervenne un'opportuna, gradita segnalazione di Alessandro Luzio, mentre era ancora sovraintendente dell'archivio di stato di Torino. Il testo, che qui appresso pubblichiamo, ci venne di recente comunicato, con perfetta cortesia, dal conte Giancarlo Buraggi, attuale sovraintendente; il quale si munì a tal uopo della necessaria autorizzazione della Commissione reale per i carteggi cavouriani; all'uno ed all'altra i nostri vivi ringraziamenti. I tecnici apprezzeranno il valore di questo promemoria dal punto di vista della scienza economica. A noi è sembrato utile segnalarlo, in quanto illustra un aspetto poco noto della accuratissima preparazione cavouriana alla vittoriosa campagna liberatrice del 1859.

Erba, settembre 1936.
Stefano Jacini


Alle parole introduttive del nipote e biografo di Stefano Jacini aggiungo, col cortese suo consenso e quasi invito, una nota sommaria sul valore tecnico del rapporto Jacini. Non sappiamo con precisione se esso sia stato tenuto presente dai due commissari sardi cav. Francesco Luigi Des Ambrois de Nevache e cav. Alessandro Jocteau nelle discussioni le quali ebbero luogo a Zurigo per la determinazione dell'ammontare del debito pubblico che, essendo giudicato spettante alla Lombardia, doveva essere assunto dallo stato successore.

Nella relazione che accompagnava il progetto di legge presentato alla camera elettiva nella tornata del 12 aprile 1860, per la convalidazione del r. decreto 1 dicembre 1859 relativa ai due trattati conchiusi, il primo tra la Sardegna e la Francia e il secondo tra la Sardegna la Francia e l'Austria, sottoscritti ambidue a Zurigo il 10 novembre 1859, il conte di Cavour, ministro per gli affari esteri, poneva lapidariamente i principi della ripartizione del debito pubblico fra stato il quale cede e stato il quale acquista territorio. O la Lombardia poteva essere considerata «paese di conquista», ed avrebbero dovuto cadere a suo carico i soli debiti provinciali, quei debiti cioè che potevano chiamarsi speciali al paese e inerenti al territorio. Ovvero essa era ceduta in virtù di componimento internazionale e sorgeva in tal caso la questione se lo stato successore non dovesse assumere una quota del debito generale dell'impero, di cui essa faceva parte. Gli stati sono grandi associazioni, i cui membri, quando vengano a rompersi i vincoli sociali, debbono naturalmente dividere i benefizi e i carichi del corpo intiero. La base più giusta e più semplice di tal divisione, dovrebbesi desumere o dalla popolazione o combinando insieme i due elementi della popolazione e della ricchezza.

Il conte di Cavour forse propendeva, nel caso della Lombardia, al principio del «paese di conquista». Occupata dalle armi alleate di Francia e di Sardegna, la Lombardia era stata il prezzo di ripetute vittorie. Riguardo alla alleata francese in seguito ad un verbale affidamento dato, a quanto sembra, da Napoleone terzo al ministro degli affari esteri austriaco, avevano consigliato il governo sardo del tempo, di cui il conte di Cavour non faceva più parte, a non insistere sulla teoria della conquista e ad accettare il principio che, in aggiunta alla quota lombarda del Monte Lombardo-Veneto o, lo stato successore dovesse accollarsi una parte del debito pubblico generale austriaco. La difesa sarda contro le pretese austriache ripiegava così su posizioni arretrate, che il rapporto Jacini dimostra non meno solide.

I negoziati ebbero diverse fasi. Una prima tesi austriaca faceva appello al precedente della ripartizione del debito pubblico del Regno d'Italia in virtù del trattato di Vienna del 1815, quando la ripartizione ebbe luogo in funzione composta della popolazione e della ricchezza. Poiché la Lombardia era lo stato più ricco fra quanti componevano l'impero, ad essa sarebbero spettati 250 milioni di fiorini (moneta di convenzione, il fiorino equivalendo a lire italiane 2,592592), sui 2.286 milioni di fiorini del debito generale austriaco, oltre ai tre quinti, quota lombarda, dei 101,258,000 fiorini di debito amministrativo dal Monte Lombardo-Veneto o. In totale 310 milioni circa di fiorini, equivalenti a 796,968,750 lire italiane d'allora ed a circa 5 miliardi di lire italiane attuali. L'esorbitanza del risultato costrinse la delegazione austriaca a non insistere sulla cifra ed a ripiegare senz'altro dal criterio composito della popolazione e della ricchezza a quella semplice della popolazione. Ne risultava pur sempre un carico per la stato successore di 175 milioni di fiorini per la quota del debito generale e di 60,750,000 fiorini per i tre quinti del Monte Lombardo-Veneto o: 614 milioni di lire italiane del tempo e 3,7 miliardi di lire italiane attuali.

I delegati sardi, attraverso ai plenipotenziari francesi (i negoziati avevano luogo tra Francia ed Austria, i delegati sardi rimanendo nel retroscena), andarono subito sino all'estrema delle concessioni offrendo: i tre quinti del debito proprio al Monte Lombardo-Veneto o e la quota del prestito del 1854 sedicente volontario ed in realtà forzato, la quale era stata attribuita alla Lombardia. Lo Jacini nel suo rapporto calcolava la quota Lombardo-Veneto a del prestito del 1854 a circa 200 milioni di lire austriache (173 milioni di lire italiane). Argomentavano i commissari sardi (dispaccio del 22 settembre 1859 da Zurigo del cav. Des Ambrois al ministro Dabormida a Torino) che l'Austria non poteva contemporaneamente trarre vantaggio da due principii opposti: quello della separazione finanziaria tra la Lombardia e il resto dell'impero consacrato con la creazione del Monte Lombardo-Veneto o e quello della fusione dei due debiti, lombarda ed imperiale. Pare di vedere qui un'eco della calzante dimostrazione dello Jacini. Il Monte Lombardo-Veneto o non essere un debito puramente territoriale, creato per provvedere ad esigenze locali. Erede degli antichi monti dello Stato di Milano e del Regno d'Italia, quando questi provvedevano a spese proprie di stati sovrani, oberata ripetutamente dall'Austria con debiti creati per fini generali e persino per conservare la propria sovranità minacciata dal di fuori e male accetta ai lombardi, il Monte Lombardo-Veneto o amministrava debiti di natura statale. Aggiungere al debito del Monte una quota parte del debito generale austriaco avrebbe dato luogo evidentemente ad un doppio di calcolo. Potevano i delegati sardi consentire ad accollare alla Lombardia la quota, già assegnata ad essa, del prestito austriaco del 1854, sebbene non amministrata dal Monte, per la medesima ragione per la quale si accettavano i debiti del Monte: la ripartizione compiuta dall'amministrazione imperiale medesima dell'importo totale del prestito del 1854 fra la Lombardia e gli altri stati dell'impero era nuova prova che il debito generale austriaco dividevasi in due quote: l'una propria delle provincie Lombardo-Veneto e (debiti del Monte e quota del prestito del 1854) e l'altra propria delle restanti provincie. Assumendo la prima quota, la Lombardia soddisfaceva pienamente agli obblighi finanziari derivanti dalla sua appartenenza all'impero austriaco.

La tesi sarda trionfò in principio, per l'intervento personale di Napoleone terzo; ma, poiché i plenipotenziari austriaci tenevano duro e parlavasi di arbitrato del re del Belgio, parve opportuno al governo piemontese accedere ad una nuova decisione transattiva dell'imperatore dei francesi, il quale, sapendo l'Austria bisognosa di denaro pronto, fissava in 100 milioni di lire la somma che lo stato successore doveva pagare in contanti a titolo di accollo della quota lombarda del prestito del 1854. E così, con la prestazione di 100 milioni di lire a questo titolo e di 61 milioni circa di fiorini per i tre quinti del debito del Monte Lombardo-Veneto o furono chiusi i negoziati di Zurigo. L'onere totale dello stato successore può calcolarsi in 259 milioni di lire italiane del tempo, pari a circa 1.560 milioni di lire italiane attuali. Se a questo risultato, tanto inferiore alle originarie pretese austriache e tanto più favorevole al nascente stato italiano, abbia specificatamente contribuito il rapporto Jacini, non si può affermare. Sembra tuttavia potersi fondatamente asserire che il rapporto sia stato uno degli elementi fondamentali di giudizio, i quali fermarono l'attenzione del conte di Cavour e dei suoi collaboratori – e tra i ministri del tempo ed i commissari di Zurigo vi erano uomini i quali prima e dopo ebbero dimestichezza col conte ed erano nudriti delle stesse idee – sulla vera indole, che era statale, del Monte Lombardo-Veneto o e sulla sufficienza, anzi larghezza, dei sacrifici che lo stato successore fu chiamato a sopportare accollandosi pienamente la quota lombarda del Monte e del prestito del 1854[7].

Luigi Einaudi



[1] Cfr. S. Jacini, Un Conservatore rurale della nuova Italia, 2 voll., Bari, Laterza, 1926, in cui molte delle vicende qui narrate sono particolarmente descritte; 1, 67 sgg.

[2] Fascicolo di pagg. 56: Sur la situation administrative et financière des provinces italiennes de l'Autriche au commencement de l'année 1859 – Lombardie, le 15 avril 1859. Carte Cavour, mazzo Lombardo-Veneto o, n° 3. Lo scrivente ne pubblicò un largo riassunto nel citato lavoro Un conservatore ecc., 1, pag. 86 sgg.

[3] R. archivio di Stato, Torino.

[4] Giuseppe Massari, Diario 1858-60 sull'azione politica di Cavour, a cura di G. Beltrami, Cappelli, Bologna, s.d., pag. 178.

[5] Op. cit., pag. 230.

[6] Cfr. il citato lavoro: Un conservatore rurale, 1, 84.

[7] I cento milioni di lire furono pagati in contanti dalla Francia all'Austria, con un sovrappiù di 2.5 milioni accordato da Napoleone terzo per troncare un dibattito monetario insorto all'ultimo momento tra i francesi, che sempre avevano discorso di 100 milioni di franchi e gli austriaci che sempre replicavano con 40 milioni di fiorini, importi non equivalenti. Il Piemonte rimborsò la Francia consegnando 112.955.856 lire capitale nominale in titoli di debito pubblico sardo per una rendita di lire 6.147.792,81 valutata al corso del 29 ottobre dell'81,33 per cento. Su questi ed altri particolari dei negoziati di Zurigo e di Parigi e sulle curiose peripezie, anche materiali, dell'invio dei titoli a Parigi (sei casse affidate ad un funzionario senza scorta, rimaste, sotto la sorveglianza di pochi carabinieri assiderati, nella neve a San Giovanni di Moriana durante la notte dal 24 al 25 dicembre 1859, non ricevute subito, all'arrivo a Parigi, dai funzionari del ministero delle finanze e rimaste per un'altra notte all'aria libera e senza custodia, «perché contenenti mercanzia qualunque» nel cortile di un albergo, si confrontino i ricordi del funzionario medesimo Francesco Mancardi, divenuto poi direttore generale del debito pubblico italiano: Reminiscenze storiche edite ed inedite documentate, Torino, 1890, L. Roux e C., vol. primo, parte prima, capitoli sesto e settimo (pagg. 101-147) e in appendice i documenti citati nel testo e principalmente quelli ai nn. 40, 41, 49, 50, 58, 66 e 67. Dello stesso cfr. per una relazione ufficiale sullo stesso argomento i Cenni storici sull'amministrazione del debito pubblico del regno d'Italia e sulle amministrazioni annesse, Roma 1874, parte prima, pagg. 84-119, e parte terza, pag. 14-33.



> Approfondimento: Il pensiero economico sociale in Piemonte

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> Approfondimento: Cavour 1861-1961

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