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Mirabile opera per la vittoria e mancata resistenza sociale: origine del contrasto
La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana, Laterza, Bari e Yale University Press, New Haven, 1933, cap. I, §13



Cinquant'anni di vita unitaria non erano bastati, dopo tre secoli di dominazioni straniere e di governi paterni, succeduti alle fazioni comunali, a creare un vero stato. Quello che esisteva, governato da uomini probi, eredi delle grandi tradizioni di una classe politica riuscita, tra l'indifferenza delle plebi, a compiere il miracolo del risorgimento, poté vincere la guerra.

Non poté superare il dopo guerra, perché mancava quella consapevolezza nei cittadini di essere parte dello stato, anzi di essere essi medesimi lo stato, che fa considerare ingiuria propria quella arrecata allo stato. Gli uomini che nel 1917, dopo la sciagura dell'Isonzo, seppero difendere sul Piave il suolo della patria invasa e vincere, perché videro famiglia casa e terra minacciate dalla forza esterna nemica, furono incapaci a vedere nei plutocrati assalitori del pubblico erario e delle banche e nei proletari invasori di terre e di fabbriche i nemici della cosa pubblica, ossia i nemici propri, ed attesero dallo stato la difesa. Ma lo stato, privo della forza intima, la quale viene dallo spontaneo consenso del popolo, non esisteva. Questa fu la sostanza della guerra. E questa importa ora narrare, per contrasto tra quel che di mirabile, nel campo economico, facemmo per vincere e lo sperimento vano di trasformazione sociale che innestammo sulla vittoria.

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