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I disfattisti della vittoria
Gli ideali di un economista, La Voce, Firenze, 1921, pp. 323-329



Non ci sono più disfattisti in Italia. Od almeno sembrano scomparsi. Dopo che già si era delineato il rivolgimento delle sorti della guerra, dopo la battaglia della Piave, e la seconda vittoria della Marna, ma prima del 24 ottobre, i loro discorsi avevano preso l'aria di gemiti sull'immensità dell'opera di ricostituzione economica, sulla difficoltà di sopperire al servizio dei debiti di guerra, sulla situazione favorevole della Spagna nel provvedere all'attuazione di grandiosi programmi sociali col mezzo dei lucri della neutralità. Dopo la distruzione militare dell'Austria compiuta dal nostro esercito, le querimonie sono cessate. Hanno visto che la fiducia della nuova Italia in se stessa basterà a realizzare qualunque programma serio di elevazione intellettuale ed economico. Un popolo che ha durato tanta fatica in quattro anni di guerra, che si è risollevato dopo Caporetto, non può venir meno ai nuovi compiti civili che lo attendono. Perciò i disfattisti intervengono alle manifestazioni nazionali e si sbracciano a plaudire.

Bisogna stare in guardia contro i loro plausi. È la nuovissima tattica che essi adottano per rendere vani i sacrifici compiuti, per distruggere la vittoria conquistata a prezzo di tanto sangue. Essi gridano alle enormi cose che l'Italia nuova potrà fare nel dopo guerra perché sanno che le cose enormi - non le cose ideali che paiono assurde a chi fa i conti della lira, soldo e denaro - sono impossibili e che alle promesse sconfinate seguirà la disillusione ed il malcontento. Non sperano più di venir su per il malcontento dei contribuenti chiamati a pagare gli interessi dei debiti di guerra; e cercano di aprirsi una nuova via al potere ed alla vendetta sfruttando il malcontento di coloro che non avranno saggiato l'intravveduto frutto del paradiso terrestre. Promettendo la felicità a tutti gli uomini, la terra ai contadini, gli alti salari agli operai, i prezzi bassi ai consumatori; e tutto ciò in breve tempo; ed accusando i "conservatori", i "capitalisti" di resistere all'attuazione dei grandiosi piani che la loro immaginazione si compiace di dipingere ai lettori dei lori fogli, essi seminano il germe dell'odio invece che della cooperazione, essi preparano l'esplosione del malcontento per il giorno in cui si vedrà che nemmeno l'Italia unita può compiere in breve ora i miracoli che sono soltanto il frutto della perseveranza, della perizia, della buona volontà di tutti, della attuazione graduale di piani bene studiati e tradotti in atto da tecnici esperti.

Ci sono alcuni strumenti infallibili per scoprire il disfattista, per lo più consapevole, almeno dello scopo suo finale, nell'atto di esporre i suoi piani di palingenesi sociale. Egli dice così: «si è stampata una dozzina di miliardi di biglietti a corso forzoso per fare la guerra; perché non si stamperebbero uno o due altri miliardi per compiere lavori pubblici a favore degli operai disoccupati dopo la licenza dall'esercizio e dagli stabilimenti ausiliari e per dare buoi e strumenti di lavoro, insieme colla terra dai latifondi e delle opere pie, ai contadini?». Chi parla così, semina malcontento e rivoluzione. Perché invece di invocare i soli mezzi onesti per compiere il suo programma, che sono le imposte ed i prestiti, le prime assai meglio, oggi, dei secondi, invoca un mezzo disonesto: la stampa di biglietti. Questa fu una delle caratteristiche finanziare non belle della guerra presente. Tutti i governi vi indulsero, salvo in parte gli Stati Uniti, più o meno in proporzioni superiori a quanto fosse consigliato dalla necessità. Tutti i governi furono deboli nella condotta finanziaria della guerra, valutando troppo timidamente la capacità di sacrificio dei loro popoli. Temettero di parlar franco; e non chiesero imposte a sufficienza, neppure l'Inghilterra: la quale tuttavia, tra i paesi europei, seppe far meglio degli altri. Credettero opportuno di non irritare i popoli già chiamati a duro sacrificio di sangue, creando l'illusione di una ricchezza monetaria crescente, sgorgante senza posa dai torchi delle officine cartevalori. Ed acuirono il caro viveri, ingigantendo, senza necessità, un problema che la guerra sottomarina e le deficienze del tonnellaggio navale e dei carri ferroviari e la mancanza di mano d'opera agricola rendevano già abbastanza grave. Molta parte del malcontento popolare a cagione del caroviveri, dell'irritazione dei redditieri fissi contro i beneficati dalla fortuna i quali possono accaparrare per sé la miglior parte delle derrate disponibili è dovuta alla timidezza dei governi nel non aver osato ordinare imposte a sufficienza. Coloro che oggi invocano la stampa di qualche miliardo di più di carta moneta, in sostanza vogliono che i prezzi continuino a salire. Non paghi di vederli già così alti, vogliono che essi diventino ancor più alti; cosicché la gente minuta dica: a che cosa ha servito la pace, se non è nemmeno stata buona a far ribassare i prezzi? E questo è puro disfattismo. Perciò quando si ode taluno chiedere a gran voce l'attuazione di un programma grandioso bisogna replicare: con quali mezzi?

E con quali uomini? fa d'uopo soggiungere. Di programmi grandiosi non fu mai difetto in Italia. Ne ebbimo a sacchi ed a sporte. Ogni candidato al Parlamento, ogni pubblicista ha avuto in tasca, dall'avvento della Sinistra al potere in poi, il piano bell'e pronto per rigenerare l'Italia. Giornali, riviste, libri ne sono pieni. Se poco si è operato in confronto del molto progettato, la colpa è in gran parte la mancanza di uomini atti a concepire piani sensati ed a tradurli in realtà. Questo è il vero limite infrangibile alla rinnovazione civile ed economica della nuova Italia. Per rinnovarsi e progredire bisogna prima sapere. È vero che le cose si imparano facendole. In parte fu così per la guerra. Si imparò a farla bene, a durarla ed a vincerla, facendola, ricevendo dei colpi, ritirandosi ed avanzando a vicenda. Anche nella vita civile certe cose si imparano facendole. Molte no. Non si può lasciar fabbricare un ponte, costruire una ferrovia, risanare una palude, imbrigliare le acque delle montagne a qualunque uomo di buona volontà, pensando: imparerà facendo. Probabilmente non imparerà nulla e intanto sprecherà milioni. Sarebbe assurdo ricominciare ogni volta da Adamo ed Eva, quando ci sono libri, ci son scuole, ci sono esperienze vecchie, ci sono principî noti, i quali ci possono trarre d'impaccio. Il che vuol dire che la via più corta per rialzare le condizioni economiche del nostro paese, quella che può dare, dopo un periodo di aspettazione, i frutti più grandi, è ancora quella della diffusione dell'istruzione. Istruzione di ogni sorta: scientifica pura, tecnica, professionale. Non è un'impresa direttamente ed immediatamente produttiva, l'impiegare centinaia di milioni in scuole; ma è forse quella più sicuramente redditizia in un non lungo volgere d'anni. Ed il reddito cresce in modo cumulativo. Una nuova generazione più colta non si contenta per i suoi figli del livello raggiunto; ma vuole attingere a vette più elevate. Né per scuole si intenda la sola aula scolastica. Non ci sarebbero oggi abbastanza insegnanti per attuare d'un colpo un vasto programma scolastico. Non si ripeta l'errore del ministero dell'istruzione pubblica, il quale invitò le facoltà di belle lettere a fargli proposte per la istituzione di cattedre di letteratura inglese, in segno di simpatia ai nostri alleati anglo-sassoni. Dimenticava quel ministero che, per coprire una cattedra, ci vuole un insegnante che sappia; e che se si trovano molti camerieri di albergo che sanno parlare inglese, non esistono oggi cultori di letteratura inglese in Italia, salvo pochissimi, quasi tutti già provveduti di cattedra; e che quindi bisogna, prima di coprire le auspicate nuove cattedre, formare gli insegnanti. Impresa non facile e non rapida. Fortunatamente non si impara solo nelle aule scolastiche. Magnifica scuola di disciplina morale, che è il fondamento di ogni serie cultura, fu la trincea. Magnifiche scuole tecniche saranno le fabbriche. Io non troverei strano che, invece di pagare sussidi di disoccupazione agli operai licenziati dalle fabbriche di munizioni ed ai soldati che non trovassero immediatamente occupazione, il governo pagasse un sussidio di tirocinio nelle fabbriche medesime, i cui dirigenti volessero tentare la trasformazione in industrie di pace. Per qualche mese la mano d’opera sarebbe in parte a carico dell'erario, in guisa da rendere meno costoso e rischioso il periodo di trasformazione agli industriali. Il governo dovrebbe garantirsi che quei mesi siano effettivamente utilizzati per la rieducazione tecnica degli operai e dei soldati. In certi rami dell'ingegneria, per cui in Italia mancano scuole specializzate, converrebbe moltiplicare le borse di studio a favore dei giovani ufficiali, aventi certi requisiti di studio, i quali desiderassero passare qualche semestre all'estero. E frattanto apparecchiare le scuole in cui essi dovrebbero, al ritorno, essere utilizzati come insegnanti ed i piani dei lavori, a cui potrebbero essere addetti. Un gruppo di industriali si è già impegnato a trovar lavoro nei propri stabilimenti a quegli ufficiali mutilati che avessero seguito certi corsi di istruzione professionale. Vi è in Italia e fuori una vera fame di uomini capaci a fare le cose umili, modeste e maggiori. Lo spettro della disoccupazione è una chimera, quando non la si provochi con una condotta dissennata e precipitosa. Non vi è un limite fisso al lavoro che vi è da fare in un dato paese in un dato momento. Prima viene il saper fare. Poi quel che si è saputo fare si vende sicuramente. In un dato momento un contadino pigro ed ignorante fa produrre poco il campo, perché adopera un aratro di legno, disprezza i concimi chimici ed utilizza malamente il letame. Costui va scalzo. Egli ed il calzolaio del villaggio, che ha una clientela composta di contadini scalzi, conducono una vita miserabile. Se quel contadino profitta delle lezioni del cattedratico ambulante di agricoltura e dell'esempio del vicino più intelligente e lavora più e meglio il terreno, con un aratro di ferro, voltorecchio, usando concimi chimici e utilizzando convenientemente il suo letame, forseché il suo lavoro più intenso ed intelligente non ha creato da sé un suo sbocco? Egli sentirà il bisogno di scarpe ed il calzolaio gliele produrrà in cambio del suo frumento, delle sue ortaglie, del suo vino, delle sue uova. Contadino e calzolaio staranno meglio. La capacità crea lavoro ed il lavoro crea il suo sbocco. I disfattisti sperano di creare malcontento, spargendo l'idea che lavoro, ricchezza, benessere possono essere un frutto diretto della vittoria, ostacolato solo dall'ingordigia e dall'egoismo delle classi dominanti. Ma la gente vittoriosa d'Italia, che sa di essersi meritata la vittoria con le sue fatiche, colle sue rinuncie, col suo sangue, non bada ai falsi profeti e sa che nessuna meta le è irraggiungibile, purché essa lo voglia e si disponga a fare lo sforzo necessario per giungere alla meta. Essa è pronta a fare lo sforzo. Spetta al governo di apprestare le condizioni, di creare l'ambiente in cui lo sforzo potrà essere fatto.

La Rivista di Milano, 20 dicembre 1918

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