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Federazione europea o Società delle Nazioni?
Gli ideali di un economista, La Voce, Firenze, 1921, pp. 195-203



G. Agnelli e A. Cabiati: Federazione europea o Società delle Nazioni? Un vol. di pp. VII-126. In deposito presso i Fratelli Bocca, Ed., Torino, 1918.

Il libro, che qui si annuncia, scritto in collaborazione da un fine economista nostro collaboratore, il prof. Attilio Cabiati, e da Giovanni Agnelli, industriale, creatore ed amministratore delegato di una delle maggiori e più celebri fabbriche di automobili del mondo, la Fiat, venne in buon punto. Pensato e discusso sin dalla fine del 1916, scritto evidentemente nel primo semestre di quest'anno, quando la Germania, affermato il suo dominio nelle provincie Baltiche, vinta la Russia, schiacciata la Rumenia, pareva avesse trasformato in realtà il sogno della Mittel-Europa da Anversa a Bagdad e sembrava dovesse vincere le ultime resistenze francesi, mentre l'Austria tracotante minacciava dal Piave, è divenuto di ancor più viva attualità oggi che le parti sono mutate e l'intesa ha vinto. La premessa necessaria all'attuazione del loro piano, che gli A.A. pongono in fine del volume: bisogna vincere - è un fatto compiuto. E su questa base si può cominciare a ricostruire. Come? In una recensione non è possibile seguire lo sviluppo compiuto del pensiero degli autori, che è fondato sulla miglior letteratura in proposito e nutrito di appropriati ricordi storici e di sodi ragionamenti. Il «nodo vitale» del problema, come lo chiamano gli A.A., è il seguente: il concetto di "società delle nazioni" è troppo vago, instabile per potere dar luogo ad una creazione politica permanente. L'esperienza storica è lì per provare l'impossibilità di raggiungere fini concreti sulla base di una semplice lega di nazioni: dalla confederazione delle città greche del 470 a.C., alle Provincie Unite del secolo XVIII, dal Sacro Romano Impero (800-1806) alla Confederazione germanica del secolo XIX, dalla Santa Alleanza alla Confederazione nord americana del 1776-87. Tutti insuccessi indisputabili e necessari: perché nessun Stato può esistere laddove manca un potere centrale munito di mezzi pecuniari propri e di un esercito. Se le Federazioni di Stati conducono alla discordia ed alla guerra, resistono e prosperano invece gli Stati federali: Confederazione Svizzera, Stati Uniti d'America ed anche Impero germanico. Bisogna interpretare il concetto della società delle nazioni non nel senso di una società di Stati indipendenti, i quali assumerebbero impegni di buona amicizia e prometterebbero di accordarsi per punire i recalcitranti violatori della pace comune - che è poco più del vecchio concetto della "bilancia delle potenze"; ma addirittura nel senso di una “Europa federale”. Stati indipendenti e liberi di sviluppare in ogni senso le loro attitudini e le loro capacità di vita e di progresso, salvoché in alcuni campi determinati: politica estera, forza armata di terra e di mare, finanza federale, politica doganale. Questi compiti sarebbero affidati ad un potere centrale, ad imitazione di ciò che accade in quei tipi di Stati federali in cui il governo centrale ha quei soli poteri che gli sono assegnati dalla costituzione. Forze potenti spingono alla creazione di questo ente superiore: 1) la impossibilità di poter fare fronte alle conseguenze finanziarie della guerra altrimenti che col ridurre le forze armate alle poche decine di migliaia d'uomini necessari al mantenimento dell'ordine pubblico; 2) la difficoltà di potere diversamente distruggere a fondo le caste militari viventi sulla guerra; 3) la difficoltà di semplificare la vita togliendo gli impacci ora esistenti nei passaggi da Stato a Stato; 4) la possibilità, che vi sarebbe, di risolvere il problema delle colonie, impedendo che queste diventino campo di sfruttamento dei singoli Stati; 5) la necessità in cui sarebbero gli Stati federali più indietro nella legislazione sociale, nella igiene, nella istruzione di portarsi al livello dei paesi più progrediti; 6) i vantaggi enormi della unificazione dei mercati. Qui fa d'uopo riprodurre la bella pagina scritta dagli A.A., non tanto perché essa porta la firma del Cabiati, le cui idee erano ben note, quanto perché essa reca altresì la firma di uno dei più intraprendenti capitani industriali della nuova Italia:

«In Europa eravamo arrivati a questo colmo di assurdo, che ogni fabbrica che sorgeva in uno Stato costituiva una spina nel cuore per ogni altro Stato: che, mentre le superbe invenzioni tecniche del vapore applicato ai trasporti di terra e di mare, dell'elettricità come forza motrice, del telegrafo e del telefono avevano ormai annullato le distanze e reso il mondo un unico grande centro e mercato internazionale, i piccoli uomini si affannavano con ogni loro possa ad annullare gli immensi benefici delle grandi scoperte, creando artificiosamente mercati isolati e piccoli centri di produzione e di consumo. E sembravano non accorgersi che il sistema protezionista aveva finito con l'uccidere se stesso e col rendere il lavoro una tortura e non una gioia. Poiché, volendo ogni Stato proseguire gli stessi fini, produrre di tutto, produrre su vasta scala, mai come nell'ultimo ventennio quella concorrenza che si aveva avuto in mira di evitare si era fatta più acuta, più spasmodica, più raffinata e violenta. Si lavorava in grande, sempre più in grande, a squadre e con fuochi continui, con un margine di guadagno sempre più ridotto, con lo spavento incessante di ciò che faceva, di ciò che pensava, di ciò che inventava l'estero. Solo l'Europa federale potrà darci la realizzazione più economica della divisione del lavoro, con la caduta di tutte le barriere doganali. Basta pensare alla pesantezza dell'armamentario artificioso che oggi grava su quasi tutta l'Europa continentale; ai "doppioni" industriali creati dalla protezione; alla distruzione quotidiana di ricchezze che ne deriva; agli ostacoli contro la rapidità degli scambi e della circolazione dei beni; alla farraginosa legislazione economica che tutto ciò importa, con una non meno farraginosa e costosa burocrazia, per comprendere come basterebbe l'estirpazione di questo cancro dall'Europa, per compensarci in breve degli sforzi a cui ci ha assoggettato la guerra. Quale è la persona ragionevole la quale può, senza timore, prospettare la possibilità che, dopo un conflitto così gigantesco, si possa riprendere una politica economica di preferenze, di esclusivismi, di localizzazione, riversandone il carico sui consumatori esausti? Una economia europea la quale, sostituendosi con prudenza e graduali adattamenti alle economie particolaristiche degli odierni singoli Stati, realizzi in pieno la divisione del lavoro, ci darà, col beneficio massimo dei produttori, quel ribasso dei prezzi che permetta ai consumatori di sopportare gli oneri finanziari della guerra senza un esaurimento delle proprie forze fisiche e creative. Il problema delle ripartizioni delle materie prime, quello dei trasporti, quello dei prodotti alimentari, che affannano tutti i comitati europei per lo studio del dopo guerra, si troveranno automaticamente risolti. E l'ampliarsi gigantesco del mercato da nazionale in continentale farà sì che gli industriali, superato il primo periodo di assestamento, troveranno dinanzi a sé tali capacità insospettate di assorbimento, che le industrie ne riceveranno lo stesso slancio gigantesco di cui diede prova l'industria americana dopo la guerra di secessione».

Quando gli industriali italiani, che la pensano come l'Agnelli, sapranno accordarsi per una linea d'azione decisa o coerente, che sia di freno alle pretese ed agli spropositi dei loro colleghi protezionisti, per lo più tali per mancanza di riflessione?

Sul «punto vitale» non v'è dubbio che hanno ragione gli A.A.; d'accordo in ciò con tutti gli studiosi seri che si sono occupati dell'argomento. Il concetto di "società delle nazioni" è utile come parola d'ordine; è una formula politica conveniente per chiarire le posizioni, distinguere, anche in seno alle nazioni dell'Intesa, coloro che vollero la guerra per fini di sopraffazione, da coloro che vollero conseguiti i fini nazionali, come necessaria premessa al raggiungimento di nuovi alti scopi. Ma è un concetto indubbiamente indefinito. Bisognando cominciare dal dargli un contenuto, l'unico contenuto serio, vitale è quello dello "Stato federale". Non basta una associazione più o meno umanitaria fra Stati sovrani; fa d'uopo un super Stato, fornito di organi propri e di forze finanziarie adeguate. Ma a quale territorio si deve estendere questo Stato federale? Ho paura che nel momento presente lo «Stato federale europeo», quale è prognosticato dagli A.A., sia nel tempo stesso troppo e troppo poco. Troppo, se si pon mente alle profonde differenze nazionali che intercedono fra una contrada ed un'altra dell'Europa. Italiani, francesi, spagnuoli, tedeschi, magiari, slavi del sud, bulgari, greci, polacchi, russi, rumeni, scandinavi sono pronti a mandare rappresentanti ad un parlamento federale, a pagare imposte comuni, a mantenere un solo esercito? Par dubbio; e par dubbio perciò che l'uomo di Stato debba proporsi di raggiungere una meta, la quale non abbia probabilità di essere sentita dai suoi governanti. Il processo di formazione di Stati nazionali, violentemente impedito dall'esistenza di Stati anacronistici, come l'Austria-Ungheria, la Turchia, la Russia deve prima avere il suo compimento. Questo vogliono i popoli che fin qui erano oppressi da popoli stranieri egemoni; e non capirebbero affatto si volesse sostituire al loro presente un altro ideale. Per essi, e forse anche da un punto di vista generale, la costituzione di un'Europa federale sulla base degli Stati preesistenti alla guerra sarebbe stata una sventura. Il "troppo" sta dunque in ciò che un'Europa federale non si può concepire costituita se non da e fra popoli, i quali vi siano spinti da comunanza di interessi, di affetti, di tradizioni, di volontà, di scopi da conseguire. Questa la premessa di tutti gli Stati federali: Stati Uniti, Canadà, Australia, Africa del Sud, Impero germanico, Svizzera. Finora, questa comunanza non si sente se non da una parte dei popoli dell'intesa; una parte, dico, ché dall'intesa si è già straniata la Russia, mentre i legami che l'avvincono ai popoli liberati dalla Russia e dall'Austria sono ancora poco saldi. D'altro canto un'Europa federale è troppo poco. Comprenderemo in essa l'Inghilterra? Ma allora non si può più parlare di una "Europa federale", bensì di un grande Stato mondiale federale comprendente la comunità britannica delle nazioni e le nazioni europee, con le loro colonie. Chi sappia le difficoltà quasi insormontabili che si incontrano per dare una costituzione veramente federale alla commonwealth britannica, impallidisce al pensiero di creare un ente ancor più vasto e complicato. Rimarrà fuori l'Inghilterra? In tal caso, l'Europa federale sarebbe una Europa media ingrandita, in cui dominerebbe probabilmente il gruppo nazionale più compatto, quello germanico. Tra i risultati probabili di una siffatta formazione politica v'ha una futura lotta di supremazia fra l'Europa continentale e il mondo anglo-sassone (Impero britannico e Stati Uniti d'America). Dopo avere lottato a morte e sacrificato milioni di vite e centinaia di miliardi di ricchezze, Francia ed Italia abbandonerebbero i loro fedeli alleati d'oggi e si fonderebbero con chi voleva ridurli a vassalli. In conclusione, il piano di una Europa federale non è abbastanza realistico perché è troppo razionale, troppo economico. Se i popoli sapessero ragionare e ragionassero soltanto dal punto di vista del loro vantaggio, quel piano sarebbe tra le cose attuabili. Non mi pare oggi lo sia, perché non tiene abbastanza conto degli imponderabili; sentimento di nazionalità, tradizioni, amor della indipendenza, decisione a vivere miseramente pur di ricuperare una vetta od un fiume sacro. Il mondo è bello e grande a causa degli imponderabili. Bisogna costruire tenendo conto di essi. In articoli sulla Minerva, scritti a parecchie riprese dal 1915 al 1918, ho delineato quali siano, a parer mio, le vie della ricostruzione. La guerra presente ha rinsaldato una di queste grandi costruzioni di super Stati: la comunità britannica delle nazioni; ed il Beer nel suo classico libro ha descritto le forze le quali spingono alle unione dei popoli di lingua inglese: comunità britannica e Stati Uniti d'America. Dal mondo slavo in effervescenza non si sa cosa verrà fuori; ma non è fuor di luogo immaginare il sorgere di due federazioni slave, l'una del Sud -Boemia, Jugoslavia, Bulgaria - l'altra del Nord Est corrispondente all'incirca all'antica Russia. I tedeschi rimarranno, blocco compatto, al centro d'Europa. Sarebbe un disastro storico se Italia e Francia, ricondotte ai loro storici naturali confini, non riuscissero a ricostruire l'antico impero romano d'occidente. Dopo millecinquecento anni di spinte germaniche dal nord ed arabe dall'oriente, gli eredi delle genti latinizzate da Roma sono riuscite a ricondurre le loro bandiere quasi agli antichi confini. Se la Spagna entrasse nella nuova costellazione politica, il mare mediterraneo diventerebbe nuovamente nella sua parte occidentale un lago latino. Colonie immense da sfruttare, territori politicamente annessi da colonizzare non farebbero difetto: un'opera di secoli da compiere si presenta ai nostri occhi. E tutto ciò senza rinunciare alle nostre caratteristiche di cultura, di lingua, di tradizioni. Irresistibilmente, l'America del Sud finirebbe di aderire ad una Unione latina. La quale non starebbe a paro dell'Unione anglo-sassone; ma neppure troppo al disotto ed, avendo comuni le origini nella medesima guerra di liberazione, difficilmente potrebbe essere tratta a lotta cruenta con essa. Frattanto, se a poco a poco si attiverà la parte veramente sostanziosa dell'idea wilsoniana della lega delle nazioni: unioni internazionali specifiche doganali, coloniali, ferroviarie, fluviali, per gli stretti, monetari, ecc. ecc., simili a quelle già esistenti per le poste, per i telegrafi, per la protezione della proprietà letteraria ed industriale, verranno a poco a poco meno i sentimenti che oggi spingono alla guerra. Quando questa parrà assurda agli uomini, come oggi pare assurdo il cannibalismo ed a molti il duello, la guerra cesserà da sé. E gli uomini faranno, senza accorgersene, l'ultimo passo non verso l'Europa federale, ma verso la costituzione di un organo supremo, che noi oggi non sapremo neppure bene definire, per regolare gli affari comuni a tutti i popoli del mondo. E nessuno dei grandi aggregati politici esistenti: quello anglo-sassone, quelli latino e germanico e slavo e cino-giapponese vedrà una menomazione della propria indipendenza nella creazione di quest'organo comune, perché le menti degli uomini saranno abituate all'idea che non a tutto è capace lo Stato, sia nazionale, sia supernazionale e che, come in uno Stato vi sono comuni e provincie e governo centrale, così nel mondo possono coesistere governi diversi, gli uni applicati a risolvere problemi nazionali, gli altri supernazionali o mondiali.

La Riforma Sociale, novembre-dicembre 1918

 

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