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Il dopoguerra
La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana, Laterza, Bari e Yale University Press, New Haven, 1933, cap. IV



I

La rivolta contro il collettivismo bellico

110. - Gli uomini al momento dell'armistizio, ebbero la sensazione del ritorno alla vita. Tolto l'assedio, che costringeva tutti i popoli, vincitori e vinti, a distribuire parsimoniosamente la limitata quantità di beni disponibili, parve riconquistata la libertà di muoversi, di operare, di comperare, di vendere, di contrattare senza i vincoli del tempo bellico, senza il beneplacito delle autorità, delle commissioni, dei calmieri, delle requisizioni, dei tesseramenti. Gli uomini politici, sensibili ai mutamenti della pubblica opinione, non tardarono a farsi eco del grido popolare contro le bardature di guerra. Al proclama del presidente degli Stati Uniti al momento di imbarcarsi per l'Europa, dove era atteso messaggero di pace e di vita, risponde in Italia il ministro del tesoro, on. Nitti, affermando la necessità «che lo stato tolga tutte le barriere inutili interne e svincoli la produzione, dia all'industria sicurezza e stabilità; quanto fu creato per necessità di guerra, deve scomparire con la guerra; tutti gli uffici devono essere ridotti in breve tempo a ciò che erano prima della guerra; presto e coraggiosamente bisogna sopprimere tutto ciò che è superfluo come dannoso; eliminare il più sollecitamente è possibile quanto è stato prodotto da un'economia transitoria e perturbatrice». Un commentatore parafrasava ed integrava: «Sì, ciò di cui l'Italia economica sopratutto ha urgente bisogno nel momento presente, è di potersi liberamente muovere, di non sentirsi più addosso la cappa di piombo dei vincoli, dei divieti, dei permessi, delle autorizzazioni, delle commissioni. Bisogna abolire uffici e commissioni; mandare a casa impiegati e commissari ... Non basta esser più larghi di permessi di fare, di trasportare, di importare, di esportare. Bisogna rinunciare a dare i permessi; bisogna lasciare che ognuno faccia, trasporti, importi ed esporti senza permessi, senza visti, senza bolli, senza inchinarsi a destra o a sinistra, senza fare viaggi a Roma ... A nulla vale il desiderio di fare, quando con le sue ingerenze il governo rende terribilmente costoso fare qualunque cosa. Non solo è necessario sopprimere uffici, controlli e permessi, rispetto alle cose che si devono produrre. Bisogna fare lo stesso rispetto agli uomini i quali devono produrre ricchezza. La pretesa che i ministeri romani, che il commissariato dell'emigrazione hanno di regolare a loro beneplacito, secondo i dettami della loro prudenza e sapienza, l'emigrazione degli italiani all'estero, è inammissibile. Se aspettiamo che i ministeri o i commissariati si siano decisi a vendere in blocco la nostra mano d'opera al più alto offerente, attenderemo mesi ed anni, e frattanto le occasioni di lavoro all'estero saranno venute meno. Il posto vacante nei paesi, Francia e Belgio, dove l'opera di ricostruzione è già incominciata febbrile, sarà stato preso da altri. Col mantenere in paese il sistema dei visti o permessi di emigrazione, la burocrazia produce la disoccupazione all'interno, provoca il malcontento, cagiona un ribasso artificiale di salari, con danno dei lavoratori e con vantaggio di altre classi sociali, le quali non hanno alcun diritto al favore. Come si deve dare alle industrie sicurezza e stabilità con l'abolire la loro sudditanza al funzionarismo, e col chiarire il loro obbligo di imposte per l'avvenire, così bisogna dare ai lavoratori sicurezza di potersi recare liberamente, senza impacci, senza permessi e senza ritardi nei luoghi dove il loro lavoro è maggiormente richiesto e pagato. Finché durava la guerra, era bene, era necessario, che lo stato requisisse cose e uomini, impianti industriali e lavoro umano; oggi si devono riprendere le leggi umane della vita umana. Non abolire i vincoli vorrebbe dire ridurre industriali ed operai a uno stato servile, vorrebbe dire immiserire la produzione della ricchezza, quando è più vivo il bisogno di accrescerla» (C.d.S., n. 15 del 15 gennaio 1919).


111. - Tardando la smobilitazione economica, cresceva l'inquietudine dei produttori. Verso la fine di quel gennaio del 1919, gli industriali italiani tengono a Bergamo, in un teatro, un loro congresso. «Erano in molti, rappresentavano miliardi di capitale investito, milioni di operai occupati. I loro oratori usarono un linguaggio acceso e severo. Contro chi? Contro il governo il quale non mantiene le promesse, impedisce con i suoi vincoli il movimento a coloro che avrebbero voglia di agire, fa perdere quei mercati che gli industriali italiani erano riusciti a conquistare, prepara disastri al paese, accolla sempre nuovi oneri alle industrie, mentre le riduce all'insolvenza non pagando i debiti, fa arrivare i telegrammi per posta, fa ribassare i cambi e poi non li vende a coloro che ne avrebbero bisogno per fare all'estero i pagamenti di roba, la quale potrebbe essere rivenduta a prezzi tripli o quadrupli dopo avere incorporato in sé il valore del lavoro di milioni di operai che si vogliono costringere invece alla disoccupazione... Invece di dare libertà alle industrie, immagina monopoli che poi non sa come amministrare, e mentre esso a nulla provvede, impedisce provvedano i privati sicché tra qualche mese corriamo rischio di trovarci senza petrolio e col carbone inafferrabile, quasi come nel 1917 e nel 1918. Le intendenze e le commissioni militari rimangono padrone del servizio ferroviario; e mentre in certe stazioni centinaia di carri aspettano, come ai tempi delle offensive dell'Isonzo e sugli altipiani, il momento di servire ai fini della guerra, che è finita, migliaia di tonnellate di merci marciscono lungo le calate dei porti ed il servizio dei viaggiatori e delle merci solleva le recriminazioni generali. Il governo inculca la necessità di produrre e frattanto non consente gli approvvigionamenti dei cotoni, delle lane, del ferro, senza di cui non si può produrre o si rifiuta di comunicare prezzi precisi di costo, senza i quali nessun industriale sensato si azzarda a comprare ... Si consiglia agli agricoltori di intensificare la produzione, ma come vuolsi che il consiglio sia seguito se mancano i trasporti, fanno difetto i concimi chimici e calmieri e divieti ancora vietano di vendere la propria merce al più alto prezzo possibile? Gli impiegati ed i pensionati si lamentano della insufficienza degli stipendi e delle pensioni; e si risponde inventando istituti dei consumi, grazie a cui magistrati, professori, segretari di prefettura perderanno il proprio tempo ad annusare formaggi ed a negoziare merluzzi, facendo perdere, per la propria incompetenza invincibile, denaro al tesoro, creando una nuova guardia del corpo ai ministri inventori del bel congegno e distogliendo forze dai servizi pubblici, che sarebbe esclusivo dovere di quegli impiegati far procedere con zelo e con efficacia. Impiegati e persone sprovviste di reddito fisso si spaventano di un possibile rincaro dei fitti? La sapienza governativa non trova miglior rimedio che sopracaricare i proprietari di case di nuovi balzelli sperequati e impedir loro un parziale adattamento delle pigioni al diminuito valor della moneta; sicché l'industria edilizia la quale oggi potrebbe dare lavoro, dopo quattro anni di arresto, a falangi di lavoratori, non osa investire capitali e si provoca la rarefazione delle case. Sarebbero desiderabili la formazione di nuovo risparmio e il suo impiego giudizioso? Si tarda invece ad abolire inconsulti decreti sulla limitazione dei dividendi e sulla autorizzazione di nuove emissioni di azioni che sono la principale causa per cui le società si sforzano ad aumentare il capitale oltre il bisogno, sì da potere legalmente ripartire gli utili conseguiti... Tutto ciò accade perché a Roma spadroneggia un piccolo gruppo di padreterni, i quali si sono persuasi, insieme con qualche ministro, di avere la sapienza infusa nel vasto cervello. Poco sanno, ed ignorano in special modo la verità fondamentale; che ognuno di noi deve confessarsi ignorante di fronte al più umile produttore, il quale rischia lavoro e risparmio nelle sue intraprese. Bisogna licenziare i padreterni orgogliosi, i quali sono persuasi di possedere il dono divino di guidare i popoli nel procacciarsi il pane quotidiano. Troppo a lungo li abbiamo sopportati. I professori ritornino ad insegnare, i consiglieri di stato ai loro pareri, i militari ai reggimenti ..., gli avvocati non si impaccino di fare miscele di caffé e di comprare pelli e tonni. Ognuno ritorni al suo mestiere. Si sciolgano commissioni; si disfino commissariati e ministeri. Nessun decreto luogotenenziale sia prorogato oltre il termine prefisso, sicché un po' alla volta tutta questa verminaia fastidiosa sia spazzata via. Coloro che lavorano sono stanchi di essere comandati dagli scribacchiatori di carte d'archivio. Industriali ed operai sono capaci di intendersi tra loro e si sono intesi anche di recente, come si fa tra gente che lotta e rischia. Ma nessuno si sente più, ora che il nemico è vinto, di sottostare a chi è superiore ad esso soltanto per orgoglio o per incompetenza» (C.d.S., n. 32 dell'1 febbraio 1919).


112. - L'opinione pubblica, desiderosa di liberazione dai vincoli bellici, apprende, in quei primi mesi della pace, con stupefazione che una commissione detta del "dopo guerra", ma tutta presa ancora dalla psicologia bellica, propone la istituzione di un nuovo "ente", quello "nazionale del vino", il quale avrebbe dovuto acquistare a lire 30 al quintale i 70 milioni di quintali di uva mediamente prodotta ogni anno in Italia, «farli trasportare in enopoli regionali tutti provveduti di perfezionati mezzi tecnici, di capaci serbatoi, di vasi vinari, nonché di vaste e bene arieggiate cantine, per la conservazione e l'invecchiamento del prodotto, dove esperti enologi chimici produrrebbero a basso costo vini serbevoli di tipi uniforme e costante invece degli attuali innumerevoli tipi di vino scadente destinato ad andare a male ai primi caldi e dove si darebbe grande impulso all'industria accessoria dei cascami della vinificazione, i quali oggi sono buttati nelle concimaie dagli inesperti contadini»; e rivendendo a lire 100 i 43.4 milioni di ettolitri di vino prodotti avrebbe dovuto guadagnare, senza calcolare i sottoprodotti, al lordo di spese generali, ma al netto delle spese di acquisto delle uve, ben lire 2 miliardi e 240 milioni. La proposta, fondata su un fantastico calcolo di spese d'acquisto delle uve a prezzi poco più alti di quelli d'anteguerra e di vendita del vino a prezzi gonfiati dalla svalutazione monetaria, cadde, perché l'Italia era stanca di enti, di consorzi, di ingerenze di stato. I viticultori preferirono l'indipendenza dallo stato al vantaggio di vendere le uve allo stato, tranquillamente, senza preoccupazioni di crisi. «Gente libera ed indipendente, che sempre si lamenta, ma del cielo, della pioggia e del vento, trasformata in accattoni dello stato, disturbatori di deputati, associati per mandare deputazioni a Roma a premere sui ministri per farsi aumentare il prezzo dei loro prodotti!» (C.d.S., n. 59 del 28 febbraio 1919 e n. 65 del 6 marzo 1919).

L'istituto dei cambi e la giunta tecnica interministeriale degli approvvigionamenti, sorti in un momento in cui era imperativo dare cambi solo a chi aveva avuto facoltà di partecipare all'acquisto della limitata quantità di beni disponibili (cfr. parag. 153 e 74) diventano causa di turbamento ora che si ostinano ad ostacolare le importazioni per la paura di dover vendere divise estere e fare così salire i cambi. Vano era il tentativo di tenere i cambi artificiosamente bassi, e sarebbe stato dannoso ottenere l'effetto. «Ora sono impianti tecnici costosissimi, che hanno richiesto lavori di milioni, i quali rimangono fermi perché non arrivano dall'America certe macchine, già pagate da più di 1 anno e di cui istituto dei cambi e giunta tecnica si rifiutano per mesi e mesi di consentire l'introduzione perché il pagamento avrebbe gravato sulla bilancia commerciale. Ora sono pezzi di macchina, roba fina, tutelata da brevetti che non si fabbricano né si possono fabbricare in Italia, di cui si chiede l'importazione per un certo numero di dozzine e per cui essa è consentita, dopo infinite sollecitazioni per una metà od un terzo di dozzina, suscitando l'ilarità dei produttori stranieri e l'inferocimento dei consumatori italiani, industriali gravemente incagliati nel far marciare stabilimenti che darebbero lavoro a molta gente e produrrebbero cose necessarie al consumo. Convinzione generale fra industriali è che non sia possibile introdurre la più piccola cosa in Italia senza aver fatto ripetuti viaggi a Roma, senza essersi fatti precedere da lettere di deputati e senatori. Non si cede se non a raccomandazioni ripetute e pressanti ed anche allora si riducono le domande, a casaccio, ad una metà, ad un terzo, ad un decimo, rendendo così, spesso, impossibile raggiungere lo scopo che gli interessati si proponevano» (C.d.S., n. 82 del 23 marzo 1919).

La narrazione dei fasti degli istituti bellici, i quali si ostinavano, finita la guerra, a tener strette in mano le fila della vita economica italiana potrebbe prolungarsi a lungo: «Non fu forse negato, a quanto narrano le cronache, il permesso di importazione chiesto dallo stato medesimo per l'impianto di una centrale telefonica? Il pretesto fu, al solito, che non si possono far rialzare i cambi... Intanto l'impianto non può farsi, gli abbonati non crescono, commercianti ed industriali subiscono ritardi nel conchiudere affari; bisogna corrispondere per lettera od andare a piedi o in carrozza e perdere tempo; la produzione è frastornata ... Mentre gli industriali fanno la spola fra Torino e Roma, fra Milano e Roma, fra ogni centro grande e piccolo d'industria e la capitale; mentre coloro che hanno la responsabilità di far marciare industrie e dare occupazione a migliaia di operai sono in ansia per le materie prime che non arrivano, per i permessi di importare carboni domandati da mesi e non ottenuti mai, essi si veggono avvicinare da intermediari senz'arte né parte, da antichi camerieri di caffé, da gente che non ha mai avuto nulla a che fare con quel commercio, i quali offrono pronto permesso di importar carbone o materie prime, purché si paghi l'adeguato premio ... Per il disbrigo delle pratiche occorre l'intermediario, l'uomo usato alle scale ministeriali e ai corridoi degli uffici. L'industriale operoso, il commerciante affaccendato non ha tempo da perdere per inoltrare carte, per sollecitare pratiche addormentate. Occorre lo specialista. Tutto ciò deve scomparire... Le chiglie delle navi che devono prendere il largo per i lunghi viaggi d'oltremare devono essere ripulite da tutte le incrostazioni che vi si sono andate formando sopra durante i riposi nei porti» (C.d.S., n. 109 del 19 aprile 1919).


II

I RISCHI DEL RITORNO ALLA LIBERTÀ ECONOMICA

[…]

115. - In quell'estate del 1919 i dittatori agli approvvigionamenti, ai viveri, ai cambi, i quali erano stati, nell'inverno dopo l'armistizio, minacciati di cacciata, rialzano la testa. «Colla sicurezza di parlare a chi, afflitto da mali presenti, dimentica i peggiori mali passati e non vede la prospettiva di disastri futuri, i capi dei servizi da abolirsi profittano» del malcontento popolare e «della ventata di collettivismo entrata alla camera con le elezioni generali dal novembre 1919 per proclamarsi i soli capaci di salvare la produzione e di avviare il paese a nuove forme di organizzazione sociale». L'iniziale, appena intravisto, ritorno alla libertà delle contrattazioni, simboleggiata dal tramonto dei cambi monopolizzati, è fatto colpevole dei rialzi dei prezzi avvenuti di poi. «Finché lo stato tenne il monopolio dei cambi», afferma l'on. Giuffrida, «questi rimasero bassi. Appena il monopolio fu abolito, rialzarono vertiginosamente ... Dunque la causa del rialzo fu la libertà delle contrattazioni, fu il disfrenarsi della speculazione». Tra i capi dei servizi economici, i quali durante la guerra avevano assaporate le dolcezze di un potere mai più veduto sulla vita e sulla maniera di vita dei loro connazionali, ed avevano provato le vertigini e quasi il delirio del comando, forse il Giuffrida era il maggiore, certo il più volitivo. Di lui il commentatore contemporaneo così tracciava il profilo: «Forte, lavoratore instancabile, dotato di una volontà di ferro e di una sicurezza assoluta in se stesso, il Giuffrida percorse rapidamente tutti i gradi della carriera amministrativa, sino a quelli supremi. È tra i due o tre funzionari italiani che si sentono ricordare da ministri e da uomini politici con ammirazione. Ed hanno ragione. Abituati a vedere direttori generali schivi di ogni responsabilità, trincerati dietro il precedente, il parere del competente consiglio superiore, l'ordine scritto del capo, essi soggiacquero al fascino di questo giovane che pare non dorma mai, che è sempre pronto ad assumersi qualsiasi compito e che mentre gli altri dicono vedremo, studieremo, invocheremo il parere, sottoporremo a sua eccellenza, dice: faccio io, assumo io la responsabilità, non importa sentire il consiglio, la giunta, il ministro ... L'on. Giuffrida è forse il rappresentante tipico, il più forte e più volitivo di tutta una falange di funzionari venuti su dalla guerra, che durante la guerra per necessità di circostanze, per debolezza di uomini di governo, per il plauso delle masse esasperate dal rialzo nel costo della vita, fermamente credettero di avere salvato il paese, di avere essi fatto tutto, di avere frenato la speculazione, di avere tenuto a segno i prezzi, destinati altrimenti a salire ancora più su di quanto non siano saliti. Giuffrida è capace di dire sul serio, in piena buona fede: io salvai l'Italia dalla fame, io impedii che i cambi salissero al 400 od al 500 per cento. Senza di me i pescicani, invece di 10 o 20, avrebbero lucrato 40 o 50 miliardi di lire. Una vera intossicazione si è prodotta nel cervello di costoro che in guerra dominarono, legiferarono, ordinarono, tesserarono, distribuirono a loro talento merci, noli, cambi, ricchezze. Essi sono convinti che, senza la loro opera, l'Italia è destinata alla rovina, al disordine. Essi soli si ritengono capaci di indicare che cosa si deve produrre, come e dove si deve produrre, quali devono essere i costi e i prezzi, quali gli organi della distribuzione... Giuffrida sogna il ministero della produzione, di cui egli sia il capo e che regolerà tutta l'economia del paese» (C.d.S., n. 355 del 25 dicembre 1919).


III

IL MITO DELLA ECONOMIA ASSOCIATA

116. - Mentre i capi dei servizi così repugnano a perdere l'autorità conquistata, anche gli enti pubblici, i consorzi e le cooperative, a cui durante la guerra erano stati affidati compiti di produzione e di distribuzione di merci, gli industriali, i quali avevano tratto vantaggio dalle forniture, sia pure regolate e controllate, all'unico compratore stato, e speravano nuovi profitti dalla liquidazione delle rimanenze belliche, i parlamentari i quali dovevano fornire alle folle, scosse dalla predicazione comunistica, qualche arra di attuazione delle promesse di felicità e di benessere imprudentemente largite nell'ora del pericolo, riluttano al pronto e puro ritorno all'anteguerra. Ciò avrebbe significato ritorno alla lotta, alla concorrenza, ai profitti ridotti a proporzioni normali, al comando esercitato insieme con altri, senza consacrazione dall'alto, per precaria investitura della domanda del mercato. Al mito della giustizia e della libertà per tutte le nazioni che sorresse gli uomini durante i duri anni della guerra contro la minaccia di un nuovo impero mondiale, occorreva sostituire un nuovo mito. La ricerca fu lunga e contrastata. In quel primo anno del dopoguerra prese il nome di «economia associata». Come di tutti i miti non è facile dire che cosa fosse l'economia associata in Italia, la quale aveva tratta la parola e forse la sostanza del mito da ispirazione tedesca [1]. Era un vago associazionismo tra privati e stato, fra enti minori e stato, fra cooperative e stato; sicché le forze individuali e pubbliche agissero a guisa di emanazione e quasi parte della collettività. Invece del comunismo puro, che si intuiva repugnante all'economia italiana, si offriva un ideale che conciliasse od integrasse o superasse il dualismo fra individuo e stato e li componesse insieme in una unità superiore.

Nuovo pareva il mito; ma era la continuazione e l'adattamento del sistema che a poco a poco la guerra aveva foggiato: la economia collettivistica, che era stata la vera creazione bellica, si perpetuava sotto nome nuovo, più gradito a quelli che avevano veduto i difetti di quell'economia bellica collettivistica, ma, non volendo o non osando il ritorno alla libertà, immaginavano esistesse qualche mezzo per conservare quell'economia, così propizia ai profittatori ed ai bisognosi di comando, senza i difetti da essa inseparabili. L'associazione dei comuni italiani nel giugno 1919, pur constatando, in un suo ordine del giorno, che «l'azione degli organi statali di approvvigionamento e consumo è stata disordinata ed insufficiente durante la guerra ed ancor più si è manifestata tale dopo l'armistizio, quando urgevano provvedimenti fondamentali e solleciti, atti ad impedire gli aumenti di prezzo di quasi tutti i generi di consumo», persuasa tuttavia che non giovi o giovi poco ricorrere a sanzioni penali contro i colpevoli di «ingorde speculazioni, frodi ed accaparramenti» vuole che il problema sia affrontato «risolutamente nelle cause che lo determinano e radicalmente risoluto». E il «rimedio non può venire che da un intervento diretto dello stato, il quale, assicurandosi sia con l'acquisto diretto della produzione nazionale sia con la importazione i generi di più largo consumo, li offra direttamente al consumatore a prezzi bassi ed anche inferiori a quelli di acquisto, come è stato già praticato per i cereali». Dunque, estensione del collettivismo bellico dai generi alimentari «a tutti quelli che rappresentano una normale necessità della vita e ne determinano il costo» e purificazione di esso, mercè l'esclusione dalla distribuzione al minuto dei generi forniti dallo stato di chiunque, al pari dei comuni e degli enti pubblici, non affidi «oltreché di equa ripartizione, anche di esclusione di accaparramento e di speculazione». L'associazione dei comuni è persuasa che occorra mettere in vendita «a beneficio del compratore, gli stocks delle merci esistenti a minor prezzo di quelli di costo» e vuole che lo stato renda possibile la cosa ai comuni ed agli enti non speculativi mercè prestiti e sussidi. Prestiti e sussidi invocavano altresì ai primi del luglio 1919 i rappresentanti dei vari enti annonari pubblici e cooperativi convocati a consulto dal sottosegretario agli approvvigionamenti ed ai consumi, on. Murialdi. Essi furono concordi «nel riconoscere la necessità di ritornare alla organizzazione statale per i principali prodotti di consumo» e nel ritenere «impossibile il ritorno alla libertà di commercio, la quale, a giudizio di tutti gli intervenuti, aggraverebbe enormemente i danni che da un parziale ritorno alla libertà si sono avuti in questi ultimi tempi». Approvato senz'altro un elenco «dei generi di prima necessità - cereali e suoi derivati, carni bovine e suine, olii e grassi, latticini, zuccheri, tonno, legumi secchi - pei quali lo stato deve stabilire il regime di intervento». Riconosciuta «la impossibilità di organizzare il monopolio del vino» si invocano «provvedimenti speciali diretti ad infrenarne l'alto prezzo e a disciplinarne la prossima vinificazione». Persuasi che solo la distribuzione d'autorità risponda all'interesse collettivo, i cooperatori chiedono la creazione di una nuova organizzazione grazie alla quale «le merci passino direttamente dai centri di approvvigionamento agli enti distributori in base a tabelle di ripartizione da istituirsi da speciali commissioni ripartitrici». Troppo pericoloso invero sarebbe l'abbandono dei contingenti e dei tesseramenti!

Poiché talora anche dagli enti pubblici e cooperativi si vendeva a prezzi di mercato, sono invocati provvedimenti per radiarli dal novero degli organi di distribuzione autorizzati, quando «vengano meno alle norme fondamentali che ne regolano la vita». A garantire ed a rendere possibili l'attuazione di queste norme, ossia, sopratutto, la vendita al costo o sotto costo, «sia ammessa una rappresentanza dei consumatori nella organizzazione degli approvvigionamenti e sia facilitato grandemente dallo stato il credito alle cooperative ed agli enti, tanto per lo sviluppo della loro organizzazione commerciale, quanto per la loro espansione nelle regioni ove essi difettino e per la creazione di nuovi impianti per la preparazione e conservazione delle derrate alimentari» (Bachi, Alimentazione, 176-77).

Persino la confederazione generale dell'industria, pur invocando nel giugno 1919 la pronta alienazione dei generi di consumo disponibili e di quelli che dallo stato e dagli enti pubblici ancora si potranno acquistare all'estero, a prezzi inferiori al costo, imputandosi all'erario la relativa perdita e pur chiedendo la libertà di importazione per i privati, voleva tuttavia che la distribuzione dei generi alimentari forniti dallo stato e da enti annonari fosse fatta a cura di spacci vigilati e controllati dal governo e da enti pubblici, che si favorissero le cooperative di consumo, ricorrendo anche al concorso di industriali e si incoraggiasse l'organizzazione commerciale dei produttori, specialmente piccoli, per il diretto contatto coi consumatori. (Bachi, Alimentazione, 176).

[…]


IV

ASSALTI DI INDUSTRIALI AL DENARO PUBBLICO

120. - Il mito dell'associazione fra cooperative enti pubblici consorzi di industriali e stato svaniva nel tumulto della lotta bandita dagli organizzatori degli operai e contadini per la conquista non solo dello stato, ma anche della fabbrica e della terra. Ma, prima di dire di questa lotta, giova dire come non i soli cooperatori movessero all'arrembaggio della cosa pubblica. In quel tumultuoso arraffa arraffa, i gruppi della nuova gente arricchita e i dirigenti delle industrie sorte ed ingigantite durante la guerra, non si erano dimostrati meno esperti nell'associare la fortuna dello stato ai propri rischi.

[…]


V

IL MITO DELLA TERRA AI CONTADINI

E LE INVASIONI

126. - La guerra aveva stranamente annebbiate le idee, già prima confuse, delle classi imprenditrici e lavoratrici insieme intorno alle sorgenti del reddito e della ricchezza. Dopo una lunga astinenza di mezzo secolo intorno ad un bilancio pubblico stentato, minacciato continuamente dal disavanzo, a desideri di spese e di sussidi di dimensioni modeste, di poche centinaia di migliaia o di pochi milioni di lire, improvvisamente aveva cominciato a scorrere un fiume di moneta, cartacea, ma moneta; ed a miliardi ed a decine di miliardi si erano contate le forniture, i progetti, gli impianti; ed i profitti erano cresciuti, e nonostante la guerra, vi era stato lavoro per tutti: per i soldati in campo, per gli operai nelle officine, per uomini, donne, vecchi e fanciulli nelle terre non abbandonate. Dunque, non è vero che vi sia un limite alla possibilità di impiego di capitali, di lavoro; il denaro, questa mitica sorgente di felicità agli occhi delle moltitudini, si può creare o prendere dove esiste, per farlo circolare. Vecchie confuse idee monetarie ritornavano a galla, costringendo al silenzio le massime sane ma dure della fatica quotidiana, della rinuncia, del risparmio. A diffondere idee paradisiache avevano purtroppo contribuito le promesse largite dai governanti durante la guerra. La predicazione fatta ai soldati nelle trincee aveva dato prova, negli improvvisati propagandisti più di entusiasmo che di meditazione. «Per mantenere ferma la resistenza, per mantenere alto lo spirito dei combattenti e della popolazione nell'interno del paese, la classe dirigente, a mano a mano che gli anni passavano, ritenne opportuno di ricorrere sempre più largamente a promesse di larghi compensi agli attuali sacrifici: di prospettare alla pubblica opinione i termini di un bilancio, il cui passivo era rappresentato dalla guerra e dai suoi sacrifici, ma l'attivo lo avrebbe largamente superato. La stessa concezione della guerra da parte dei partiti democratici, che avevano ad essa aderito, era tutta penetrata da quell'orientamento di idee. Era, essi affermavano, l'ultima guerra, combattuta per la libertà e la giustizia, contro popoli che della libertà e della giustizia volevano fare strazio: alla vittoria sarebbe seguita la fratellanza universale e con essa la universale felicità, per la quale era ben tollerabile ogni presente sacrificio»[2]. Finita la guerra, del grido del diritto di tutti alla felicità si impadronirono coloro che alla guerra erano sempre stati avversi: «Coloro che non sono riusciti a condurre sino in fondo l'oscuro disastro di Caporetto, coloro che non sono riusciti a bolscevizzare l'Italia, stanno già adottando oggi una nuova tattica; predicano che la vittoria sarebbe stata vana se non avesse la virtù di generare l'abbondanza, la felicità, il paradiso terrestre. Si odono grida: bisogna essere audaci, bisogna non contentarsi di piccole cose, ma mirare alle ricostruzioni a fondo, alla palingenesi sociale» (C.d.S., n. 320 del 16 novembre 1918).

Invano un grande economista, Maffeo Pantaleoni, con ironia mordace scrollava a fondo il mito: «Ogni cittadino presenta una fattura allo stato, in ragione di uno dei tanti innumerevoli effetti prodotti dalla guerra. Orbene, il conto creditore che ognuno presenta allo stato è, in ultima istanza, presentato a un qualche suo vicino, che agita pure una sua fattura in mano. Se tutti vogliono essere pagati della guerra fatta o delle conseguenze dirette o indirette della guerra, quasi che questa non si fosse condotta nell'interesse di ciascuno e di tutti, è ovvio che presso a poco il credito di guerra è annullato dal debito di ognuno, salvo il credito dei poveri figlioli che sono morti o sono rimasti storpiati per la patria!»[3].

Invano, oltre le critiche, si opponevano ai sogni di facili palingenesi sociali programmi moderati: «Noi», dicevasi da talun conservator liberale, «vogliamo differenziarci dai disfattisti di ieri per ciò solo che il nostro procedere innanzi deve essere un cammino sicuro, verso una meta nota, verso l'elevamento sostanziale delle masse, non il precipitare verso mete ignote, dietro programmi privi di contenuto, e parole vuote, dietro cui stanno soltanto il disinganno ed il malcontento. Per non cadere nel disfacimento che è la conseguenza fatale di attuare programmi millenari ed è il terreno fecondo su cui soltanto i Lenin d'Italia possono sperare di mietere, bisogna... ritornare alle nostre vecchie grandi tradizioni del risorgimento... Per vincere il dopo guerra, per emergere più saldi, più forti, più ricchi moralmente e materialmente dalla grande prova civile che ci attende bisogna ritornare alle audacie del conte di Cavour, alle audacie di chi odia i programmi vuoti, le parole retoriche, le promesse aventi un puro basso scopo elettorale, alle audacie fredde, ragionate di chi sa la meta a cui vuol giungere, scarta i mezzi inadeguati e sceglie la via che può essere percorsa senza pericolo di cadere nell'anarchia e nella reazione» (C.d.S., n. 320 del novembre 1918).

[…]


VI

IL MITO DEL CONTROLLO

E LA OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE

137. - Alla occupazione delle fabbriche si giunse in città trascinati da miraggi simiglianti a quelli che nelle campagne avevano condotto alla invasione delle terre. La confederazione generale del lavoro chiede, sul finire del 1918, il trasferimento dal parlamento ai corpi consultivi sindacali della podestà di legiferare intorno ai rapporti fra capitale e lavoro, la socializzazione graduale del suolo e del sottosuolo, la concessione di opere pubbliche a cooperative di lavoratori, il diritto di controllo degli operai sulla gestione delle fabbriche, il frutto integrale del lavoro a chi lo ha prodotto. In attesa, si conquista con una campagna ardente, in pochi mesi del 1919, quella giornata di otto ore che era stata aspirazione ventennale delle classi operaie. L'una dopo l'altra, dopo lieve simulacro di resistenza, l'industria laniera, quella cotoniera, la serica, l'edilizia, la tipografica, la metallurgica, la chimica, quelle della gomma elastica, della carta, della macinazione e del pastificio, del vestiario e di altre categorie minori, cedono, rialzando i salari, in modo da far guadagnare agli operai salario eguale o maggiore a quello di prima. Lo stato accoglie il principio delle otto ore negli arsenali, nelle fabbriche d'armi, nelle ferrovie. Anche nell'agricoltura molti contratti agrari stipulati lungo il 1919 lo accettano, con qualche riguardo alle esigenze delle stagioni e dei lavori urgenti. (Bachi, 1919,401). Dove era stata più rigida la disciplina militare ed avrebbero dovuto sentirsi benefiche le conseguenze delle provvidenze di conciliazione e di fissazione d'autorità dei salari (cfr. parag. 55 a 58), più violenta fu l'agitazione. I metallurgici di Torino ottengono minimi di paga, con forti aumenti nelle mercedi orarie, così da attenuare notevolmente il vantaggio delle mercedi a cottimo. Ma gli industriali lombardi, liguri ed emiliani si rifiutano di accettare il principio di un minimo di paga in relazione all'età dell'operaio, indipendentemente dalla sua abilità produttiva; ed allo sciopero, proclamato dalla federazione metallurgica sul finire del luglio e durato sino alla fine di settembre, partecipano nelle tre regioni 200.000 operai: 100 milioni di lire di salari perduti, perdite ingentissime per le imprese; 5 milioni sottoscritti dalle altre categorie operaie; 8 milioni spesi dalle organizzazioni; un credito di mezzo milione di lire aperto dal municipio socialista di Milano per fornitura di derrate agli scioperanti. Grazie alla mediazione governativa, si giunge ad accettare il principio dei minimi di paga, dell'assorbimento delle indennità di caroviveri nelle tariffe di mercede, della riduzione dell'alea delle mercedi con aumento delle paghe orarie. Frattanto il concordato stipulato in principio del 1919 con il consorzio delle fabbriche di automobili aveva instaurato commissioni interne di fabbrica, i cui membri erano designati dalla organizzazione, rimanendo così estranei alla designazione i non affiliati. Accusata la federazione metallurgica di oligarchia esclusivista, le commissioni interne sono trasformate in consigli di fabbrica o di officina, con commissari di reparto, eletti da tutti gli operai, anche non organizzati: nucleo proletario che si apparecchiava al futuro dominio sulle fabbriche. Gli aderenti alla confederazione generale del lavoro aumentano come valanga. Nei primi mesi del 1919 si parlava di 600.000 affiliati; in ottobre gli iscritti sono saliti a 1.258.343, di cui 457.249 lavoratori della terra. Tra queste masse organizzate si propagano impeti di rivolta. Nell'industria tessile, in cui gli organizzati rapidamente erano saliti da 7 od 8 mila innanzi alla guerra a 35 mila alla fine del 1918 e ad 80 mila nel 1919, per tenui motivi riguardanti i minuti di anticipo o ritardo all'entrata ed all'uscita dallo stabilimento, 35 mila operai si mettono in sciopero. Dopo varie settimane, la questione rimane insoluta, aumentando invece i salari del 40%. Dalle industrie private, in quell'agitato 1919, gli scioperi si estendono ai servizi pubblici, per i quali la pace è comprata a caro prezzo con sacrificio dell'erario. Tra gli agenti dello stato si diffonde l'idea che alle loro associazioni debba essere affidata l'amministrazione della cosa pubblica. La formula «la ferrovia ai ferrovieri», trova largo favore. L'ondata di pigrizia estendendosi ai pubblici funzionari, tra cui sono numerosi gli avventizi assunti durante la guerra, aumenta gravemente il costo dei pubblici servizi. Persino i maestri elementari sospendono nel giugno la prestazione dei loro uffici, sia quelli aderenti all'unione magistrale rossa, sia quelli affiliati all'associazione cattolica Nicolò Tommaseo.

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139. - Questa era la idealizzazione contemporanea di un movimento sociale il quale doveva invece avere atteggiamenti di asprissima lotta, suscitare vastissimi incendi e provocare violente reazioni. Durante il 1919 ed il 1920 antiche forze, ingigantite dalla guerra, operavano a facilitare l'assalto impetuoso delle masse operaie organizzate contro i fortilizi industriali. Tutto ciò che fu narrato nei capitoli precedenti ha provato che uno di questi fortilizi, il massimo agli occhi degli operai e del pubblico, quello siderurgico e metallurgico, non viveva di vita propria, ma delle protezioni e delle ordinazioni statali, e che le industrie meccaniche, delle costruzioni navali e della navigazione, le quali avrebbero potuto esserne indipendenti, avevano, per il congegno dei favori governativi, finito per annodare stretti legami con l'industria pesante. La guerra aveva accentuato la dipendenza dallo stato; un pattolo di moneta sgorgante dalle officine cartacee statali aveva, per necessità di difesa nazionale, consentito a quelle industrie di assoldare maestranze crescenti di numero a salari aumentati; e l'aumento dei salari aveva avuto la consacrazione dei comitati di mobilitazione industriale, organi dello stato.

Contro questi gruppi di industriali, male preparati a resistere, puntò l'esercito operaio organizzato, e gli industriali si volsero per aiuto allo stato. Questo, che non era stato capace a resistere alle domande dei suoi ferrovieri, dei suoi postelegrafonici, dei suoi impiegati e maestri, non fu capace parimenti di consigliare resistenza agli imprenditori; e se non nella misura richiesta da costoro (cfr. sopra parag. 124) facilitò la resa con promesse di forniture a prezzi di favore, di protezione doganale cresciuta, di credito largito a miti condizioni. Le elezioni generali, seguite dopo l'armistizio, avevano cresciuto a dismisura la forza politica dei rossi e dei bianchi, ossia di quei partiti i quali rappresentavano gli interessi delle classi lavoratrici e secondavano e promovevano le aspirazioni verso un profondo rinnovamento sociale, di cui si intravvedevano vagamente le linee; ma, appunto perché vago, il mito era tanto più potente lievito d'azione. Salvo pochissimi uomini, e questi non avevano potere reale, la classe politica non aveva ideali propri, non possedeva una concezione lungamente meditata dello stato. Era persuasa che si dovesse andare indefinitamente "avanti", che si dovesse "progredire " non “regredire”. Pochi osavano dirsi conservatori e liberali; i più si chiamavano "democratici", e vi aggiungevano qualificativi arieggianti al “sociale”, quasi mai al "liberale". Questi erano coloro che un tempo si chiamavano "conservatori". L'uomo più influente nel parlamento, l'on. Giolitti, s'era formata una sua filosofia della storia, per cui si doveva fare ogni sforzo per assorbire le nuove forze operaie e contadine nello stato, innalzarle a forze di governo, farle partecipi della vita pubblica. All'uopo, egli che era digiuno di cose economiche, sebbene praticissimo dell'amministrazione politica e finanziaria dello stato, abbandonava volentieri il governo dei dicasteri economici ai dilettanti di esperimenti nuovi, indulgeva alla demagogia finanziaria, persuaso che lo stato fosse salvo, quando in mani fidate si trovassero la polizia, le relazioni estere, l'esercito ed il tesoro.

La forza di resistenza ai miraggi millenari, alla ondata di ozio, alle aspirazioni tumultuarie verso condizioni di vita improvvisamente più elevate aveva altrove, non nello stato e nei gruppi industriali che ne dipendevano, radici vivacemente autonome: tra i proprietari medi e gli affittuari della pianura padana, tra gli artigiani e gli industriali indipendenti, addetti a quelle numerose industrie e quei mestieri, i quali non conoscevano lo stato se non per le imposte pagate, non chiedevano e non erano in grado di ottenere favori, se non per ripercussione di quelli largiti alla grande industria organizzata in potenti confederazioni. Da costoro, numerosi, sebbene disorganizzati, forti perché vicini ancora alla vanga ed all'arnese maneggiato in gioventù e non dimenticato del tutto, restii perciò a persuadersi della invincibilità della forza altrui, venne la resistenza. Non venne dai maggiori industriali, con cui gli operai si trovarono più direttamente in contatto. Era, tra coloro che maggior profitto avevano tratto dalla guerra, diffusa la convinzione che nulla in Italia potesse farsi senza lo stato, che la vita dell'industria dipendesse principalmente dall'aiuto governativo, dalla legislazione doganale favorevole; e perciò se lo stato era destinato a cadere nelle mani dei rossi, convenisse con questi venire a patti. Tuttalpiù, scetticamente, si pensava non fosse difficile, colla forza del denaro, mutare l'animo dei capi del movimento proletario e renderlo a sé favorevole.

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[1] Per una critica contemporanea del mito dell'economia associata, cfr. la mia prefazione ad un sunto del libro Die Neue Wirtschaft, di WALTER RATHENAU pubblicato da Bruno Alessandrini in La Riforma Sociale, 1919, vol. XXIX, pagina 405 e segg.

[2] SERPIERI, La guerra e le classi rurali italiane, Bari, 1930, in questa collezione, p. 82.

[3] M. PANTALEONI, nel dicembre 1918, ristampato in La fine provvisoria di un'epopea, Bari, 1919, pp. 92-93.

 

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