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Il Problema
«L'Opinione», 23 maggio 1945



Il problema fondamentale della società moderna non sarà avviato a soluzione se gli uomini non si persuaderanno che esiste un solo vero nemico del progresso e della libertà e questo è il mito dello stato sovrano, il mito della assoluta indipendenza degli uomini viventi in un dato corpo politico dagli altri uomini viventi in ogni altro corpo politico. Quel mito e null'altro fu alla radice delle due grandi guerre mondiali, poiché lo stato, ove sia sovrano perfetto, non può non essere autosufficiente in se stesso ed è costretto a conquistare lo spazio vitale bastevole alla sua propria vita indipendente. Deve perciò conquistare il mondo. L'Attila di ieri fu un mero strumento di questa idea infernale. Un pazzo si fece banditore dell'idea, ma l'idea era e rimane radicata nell'animo di molti, di troppi uomini. Sinché non l'avremo strappata dall'animo nostro non avremo pace. Coloro i quali fanno risalire il trionfo della guerra e della pace al prevalere di questa o quella classe sociale, capitalistica o proletaria, non sanno ragionare. Industriali ed operai, proprietari e contadini, professionisti ed artigiani, tutti sono dal proprio interesse costretti a volere la pace; poiché la pace vuol dire arricchimento altrui e quindi arricchimento proprio; vuol dire mercati fiorenti e quindi alta produzione; vuol dire progresso tecnico, epperciò incremento del benessere. Il mondo civile, attraverso guerre che oggi appaiono piccole, ebbe pace dal 1815 al 1914; e mai non si ebbe tanto avanzamento economico in tutte le classi sociali, tra i lavoratori non meno che tra gli industriali, come in quel secolo d'oro.

Ma se gli uomini cadono preda del sofisma dello stato assoluto sovrano autonomo indipendente, essi vogliono logicamente anche lo stato autosufficiente, conquistatore dello spazio vitale, spinto da una forza fatale alla conquista del mondo intero, perché solo con la conquista totale si raggiunge l'autosufficienza e la indipendenza compiuta. Essi vogliono dunque la guerra perpetua.

Perciò coloro i quali ancora restano fedeli alla teoria del non intervento degli stati stranieri negli affari interni di ogni stato sovrano, teoria cara agli italiani nell'epoca del risorgimento per naturale reazione all'Austria, pronta a reprimere i moti insurrezionali negli stati minori italiani, vivono in un mondo di sogni. La guerra mondiale fu combattuta contro la teoria del non intervento. Gli alleati, qualunque sia stata l'occasione della loro entrata in guerra, in verità combatterono per affermare l'obbligo di intervenire negli affari interni di uno stato, il cui regime era una minaccia continua alla loro esistenza. Essi lottarono e sacrificarono vite ed averi per proclamare solennemente che non è tollerabile la persistenza in un qualunque angolo del mondo di uno stato inspirato ad ideali distruttivi tirannici e totalitari. A stento, con repugnanza, trascinati a viva forza, gli alleati dovettero riconoscere che il regime di ogni stato non è un affare interno, che esso invece è un affare il quale interessa lo straniero non meno che il nazionale, perché un regime il quale opprima la libertà umana all'interno è un germe di infezione per tutto il mondo. Perciò occorre armarsi combattere e soffrire per abbattere il regime che, abbandonato a sé, rovinerebbe il mondo intero. Perciò è assurdo pensare che gli alleati possano, dopo la vittoria, disinteressarsi del regime politico interno dei così detti stati sovrani. La vittoria degli alleati è vittoria dell'idea della interdipendenza reciproca degli stati, vittoria del principio che nessuno stato può considerarsi sicuro se non esiste nel mondo intero un comune modo di pensare e di operare nei rapporti fra individuo e stato, fra stato e stato, fra stato e regione, fra stato e chiesa, fra stato ed associazioni. Gli uomini non potranno reputare se stessi veramente liberi, veramente franchi dal pericolo della tirannia, veramente capaci di progresso e sottratti ad ogni pericolo di reazione, se non quando sapranno che il loro proprio stato nazionale sia legato da un sistema di vincoli e reso impotente ad andare al di là dei limiti infrangibili posti dalla volontà comune degli stati appartenenti al mondo civile. L'equilibrio fra stati sovrani, che era un tempo mero rapporto di forze contrastanti, deve oggi nascere dalla licitazione dei poteri degli stati sovrani. La limitazione vorrà tuttavia dire esaltazione. Lo stato, reso impotente ad armarsi contro gli altri stati, a chiudere le proprie frontiere contro gli uomini ed i prodotti stranieri, costretto dal diritto delle genti a rispettare la libertà e la personalità dei propri cittadini, a cui sia nuovamente consentita facoltà di sottrarsi con la emigrazione ai propri governi tirannici, lo stato troverà finalmente lo stimolo e la forza di adempiere ai fini suoi propri di benessere, di cultura, di giustizia.

 

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