menu di navigazione

La guerra. Lo sforzo finanziario
La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana, Laterza, Bari e Yale University Press, New Haven, 1933, cap. II, §§ 14-16



14. - La guerra non avrebbe mutato notevolmente la struttura sociale del paese se le classi dirigenti, compresi in questi gli organizzatori degli operai e dei contadini, avessero avuto una esatta visione del suo costo e degli scopi per i quali volevamo entrare in guerra. Se tutti fossero stati persuasi che la guerra sarebbe stata «lunga e costosa», che per cagion di essa le imposte avrebbero dovuto essere «notevolmente aumentate» e «cadere massimamente sulle classi medie ed alte» e su «consumi voluttuosi e redditi superiori al minimo necessario all'esistenza», e che «scarso compenso diretto finanziario» potevamo «riprometterci dall'annessione delle terre italiane soggette all'Austria»; se tutti fossero stati convinti, che «all'impoverimento economico diretto gravissimo, in vita e in denari, che noi subiremo in conseguenza della guerra» si potevano contrapporre soltanto beneficî inestimabili bensì, ma puramente morali: «il compimento dell'unità nazionale sino ai suoi confini naturali» la «stima conseguita agli occhi del mondo» perché l'esercito italiano avrà dato prova «di saper vincere le asprezze e le difficoltà della guerra», il paese sarebbe stato in grado di far fronte, senza tremare, ai duri sacrifici che la guerra doveva imporre. Sarebbe stato d'uopo, per ridurre al minimo quel costo, sapere chiaramente che la guerra aveva fini ideali, che solo indirettamente ed in un lontano avvenire avrebbero potuto essere fecondi di qualche vantaggio materiale. «Chi crede sia un sentimentalismo vano preoccuparsi se l'Italia abbia ad essere una nazione libera, vivente di vita sua propria e collaborante con altri paesi, anche germanici, all'opera comune di civiltà, quegli riterrà denari spesi invano quelli di una guerra condotta anche per tutelare la libertà del Belgio e della Serbia. Quegli invece che freme di vergogna al solo pensiero di un paese intento unicamente ad aumentare i suoi beni materiali e contento di vivere all'ombra di un qualche grande stato mondiale, colui riterrà lievi i sacrifici sopportati per la difesa dei piccoli stati e compensati largamente dalla preservazione della indipendenza propria ... In un'epoca nella quale si parla quasi soltanto di imperialismi, in cui l'avvenire sembra riservato ai paesi conquistatori, in cui è ridivenuto di moda il motto: il commercio segue le bandiere, noi asseriamo, colla nostra guerra contro l'Austria, voluta malgrado fosse di tanto più comodo e meno rischioso accettare le profferte degli antichi alleati, il valore supremo dell'imperativo categorico di non mancare all'appello dei fratelli trentini e triestini che vogliono venire con noi ... «Noi vogliamo Trieste, non perché essa sia uno dei maggiori porti del mondo, non perché essa possegga una flotta potente e traffici ricchi. La vogliamo perché i suoi abitanti sono italiani e perché essi vogliono unirsi a noi, prima che la sua nazionalità sia snaturata dalla marea slava, che in parte scende dalla montagna per ragioni naturali di inurbamento ed in parte vi è artificiosamente trapiantata dal governo austriaco per soffocare la nazionalità italiana. Per questo noi vogliamo Trieste, e non perché essa sia ricca. Anzi, noi siamo convinti di non avere alcun diritto di ipotecare per noi i vantaggi della posizione e della potenza economica di Trieste. L'Italia è il solo paese il quale, dominando a Trieste per ragioni etniche, possa offrire alle altre nazionalità il modo di giovarsi senza ostacolo dei vantaggi economici del suo porto. Se l'Italia dopo averla conquistata, vorrà conservare Trieste, lo potrà fare soltanto a condizione di non volerne sfruttare il porto a vantaggio esclusivo degli italiani». Parole che sembravano fare dell'Italia il cavaliere errante dell'umanità e delle future generazioni: «Noi sappiamo che la guerra renderà la vita della nostra generazione più dura; noi sappiamo che essa crescerà la fatica nostra e scemerà i nostri godimenti. Ma appunto questo volemmo, mossi dall'ideale di apparecchiare ai nostri figli ed ai nostri nepoti una condizione di vita più elevata e sicura»[1].


15. - Alla stoica concezione degli scopi di guerra avrebbe dovuto corrispondere una altrettanto stoica condotta economica di essa. Oggi è possibile descrivere[2] quale avrebbe dovuto essere quella condotta. Nessuno pensò in quel momento solenne, che la guerra potesse essere combattuta con uomini ancora da nascere; e dalle generazioni giovani e mature italiane fu perciò accettato serenamente il sacrificio della vita. Nessuno avrebbe parimenti dovuto immaginare che la guerra potesse essere combattuta con mezzi materiali diversi da quelli esistenti in paese nel tempo della battaglia. Le vettovaglie, i vestiti, le tende, le munizioni, le armi consumate dall'esercito in campo sono quelle esistenti nel momento in cui si entra nella mischia e quelle prodotte di giorno in giorno mentre essa dura. I beni prodotti in passato ed investiti possono essere consumati in quella tenue proporzione in cui è dato trascurare temporaneamente le riparazioni, le sostituzioni, le migliorie ai terreni, alle case, alle macchine, alle scorte esistenti, per dedicare gli sforzi giornalieri alla produzione di beni di consumo. Né si possono consumare beni futuri, vita e lotta essendo impensabili con frumento nascituro e proiettili non ancor fusi, se non sotto forma di rinuncia al risparmio e cioè a costruire case nuove, a migliorare terreni, ad ampliare imprese, rinuncia decisa per consacrare tutte le opere disponibili alla fatica di produrre strumenti bellici.

Epperciò il flusso di ricchezza destinato alla condotta della guerra non doveva immaginarsi fosse altro dal flusso annuo del reddito nazionale; e se questo si valutava nel 1914 in 20 miliardi di lire annue[3], il problema economico della condotta della guerra stava tutto nel mutare il rapporto tra beni pubblici e beni privati nella ripartizione del flusso del reddito nazionale. Laddove, innanzi guerra, quel rapporto era di 17.5 miliardi dedicati al soddisfacimento di bisogni privati e 2.5 a quello dei bisogni pubblici, d'un tratto innalzavasi il grado finale di utilità dei beni destinati alla condotta della guerra e questi prendevano il passo sui beni privati non assolutamente necessari alla vita fisica dei cittadini. Scadono di pregio beni, per lunga consuetudine, reputati necessari. Si rinuncia al pane bianco e fresco per il desco famigliare per sapere provveduti i combattenti di cibo confortevole. La proporzione dei beni prelevati dallo stato sale da 2.5 a 5 ad 8 e poi a 10 milioni sui 20 del flusso di nuova ricchezza annualmente prodotta; ed il popolo consente e vuole la mutazione. La guerra è condotta crescendo via via le imposte in guisa da coprirne con esse il costo totale corrente. I prezzi delle cose consumate mediamente non crescono, poiché la quantità richiestane non è mutata; ché il potere di richiesta è stato semplicemente trasferito, senza crescere, dai privati consumatori allo stato. Urgendo mutare le cose prodotte, fa d'uopo mutare l'assetto industriale; ma la mutazione si opera tanto più rapidamente quanto più è vivo lo spirito di sacrificio dei cittadini. Non sorgono profitti particolari derivanti dallo stato di guerra, diversi per importanza da quelli che sono conseguenti ad ogni mutazione della domanda; ché lo stato non crea nuovi strumenti monetari né perciò offre moneta nuova contro un invariato flusso di cose e di servigi. Il carico delle imposte diventa durissimo; ma continua ad essere ripartito secondo le regole classiche, e massimamente di quella secondo la quale per brevi periodi di guerra è lecito operare in maniere che sarebbero dannosissime nei lunghi periodi di pace. Se in tempo di pace il tributo gravante sui redditi alti non può essere cresciuto troppo più che su quelli bassi, essendo ragionevole il timore di scemare la spinta al lavoro ed al risparmio; in tempo di guerra le imposte possono essere senza pericolo spinte sui ricchi ad altezze durissime, il contribuente sapendo invero che il sacrificio è momentaneo, compiuto per la salvezza di tutti e propria. Come il mercante fa volentieri gitto di preziose merci durante la burrasca e chi più ha più gitta, così il ricco e l'agiato danno i nove decimi e più, se occorre, del proprio reddito, mentre il mediocre ed il misero danno soltanto dal 20 al 10 per cento. La regola del minimo sacrificio della collettività assume in quei frangenti valore di imperativo categorico; e nessuno si adonta a veder tagliati gli alti papaveri. Dinnanzi alla salute della patria l'avaro si inchina; siccome durante la bufera imperversante sull'Ellesponto, dopo gittate le cose preziose, i grandi persiani, fatto inchino alla maestà di Serse, che volevano salva, impassibili si gettavano in mare per alleggerire il peso della navicella la quale portava le fortune dell'impero[4].


16. - La condotta della guerra non poté essere in Italia, come non fu in alcun altro paese, stoica. Il nostro popolo non abbandonò subito le arti della pace, non rinunciò ai consueti godimenti, non si privò di gran parte del proprio reddito per gittarlo sull'altare della patria per la salvezza dell'esercito in campo e per la grandezza della nazione. Qual popolo fece tanto? Solo un popolo di uomini ragionanti avrebbe attuato lo schema teorico; ma in un mondo popolato tutto di esseri razionali e ragionanti, la guerra non sarebbe sorta, i dissensi risolvendosi col ragionamento. Perciò la condotta della guerra fu assai varia, ricca di virtù, mirabile per sacrifici compiuti, ammonitrice per contrasto di colpe di egoismi di errori. Essa durò a lungo, oltreché per ragioni militari e tecniche, delle quali nel presente volume non si discorre, anche perché in nessun paese si osò dir subito che sarebbe stata lunga. Fu più costosa del necessario, perché prevalse il timore di farne sentire il costo effettivo a tutti. Provocò il sorgere e il divampare di passioni politiche e discordie sociali, anche perché negli uomini di governo fu viva la preoccupazione di calmare gli animi e di conquistare alla guerra il favore delle moltitudini. A differenza di tutti o quasi gli altri paesi, gli uomini politici e i pubblicisti italiani non soggiacquero all'illusione di poter riversare sul vinto il costo della guerra. Pochi fatui sognarono indennità di miliardi; ma non ebbero seguito. Contro la tesi del ministro tedesco delle finanze, dottor Hellferich, che le spese di guerra germaniche dovessero alla fine essere coperte dalle indennità pagate dai vinti nemici, si consentiva in Italia solo nell'altra tesi sua «che quanto più si prolunga la guerra, tanto meno facile riuscirà a qualunque dei due gruppi riesca vincitore, di far pagare una indennità al vinto»; e subito si aggiungeva, anticipando dimostrazioni poi divulgate, «come il pagamento possa farsi, è difficilissimo immaginare (C.d.S., 26 agosto 1915). Se al buon senso nostrano repugnò subito la speranza di far pagare la guerra al nemico, fu più diffusa l'illusione che le spese della guerra dovessero essere sostenute dagli alleati; ed ingiuste crudeli recriminazioni ebbero luogo contro il ministro del tesoro del tempo, il quale non si era fatto garantire dalle potenze alleate sussidi assai più larghi e durevoli di quel primo miliardo, in cui pare consistessero le iniziali promesse di prestito da parte della Gran Brettagna all'Italia. L'uomo concepiva la guerra all'Austria come l'ultima per l'indipendenza e si sarebbe vergognato di far comparire l'esercito italiano quasi prezzolata compagnia di ventura al soldo altrui per ideali non nazionali. I fatti dimostrarono poi che bene l'on. Carcano aveva operato a non chiedere sussidi gratuiti e vistosi; ché prolungandosi la lotta, le nazioni alleate non poterono mancare di aiutarsi l'un l'altra; e, se anche l'aiuto prese nome e forma giuridica di prestito rimborsabile, di fatto il rimborso non poté poi aver luogo[5]. L'aiuto fornito per necessità e non accattato con contratto preventivo, nulla scemò così alla dignità dell'intervento italiano.



[1] Le parole chiuse fra virgolette nel testo si lessero, subito dopo dichiarata la guerra italiana, in uno studio intitolato Guerra ed economia in La Riforma Sociale del luglio-agosto 1915 da p. 456 a p. 482.

[2] La descrizione è già stata fatta, principalmente sotto l'aspetto annonario, da RICCARDO BACHI nelle chiare pp. 504 a 506 della conclusione al volume su L'alimentazione e la politica annonaria in Italia, compreso nella presente raccolta.

[3] Si può far l'ipotesi che la diminuzione di reddito dovuta alla sottrazione alle arti pacifiche di milioni di uomini nei fiore dell'età fosse compensata dal lavoro più intenso dei rimasti, da quello dei vecchi delle donne e dei fanciulli e dalla sospensione dei lavori di riparazione e rinnovazione degli impianti esistenti.

[4] Erodoto, libro VIII, 118, citato da F.Y. EDGEWORTH in A Levy on Capital for the discharge of Debt, Oxford, 1919, p. 8.

[5] Non bisogna farsi ingannare dalle forme poi tenute per la cancellazione dei debiti di guerra, che furono di riconoscimento giuridico del debito e sua compensazione, quasi per mero accidente di fatto, con le riparazioni tedesche. Storicamente il fatto è che il debito non è rimborsato a spese dell’Italia. Se la compensazione con le riparazioni tedesche non si fosse potuta o non si potesse in avvenire operare, il fatto non muterebbe. Sarebbe cambiata solo la motivazione giuridica di esso.

 

> Approfondimento: Mirabile opera per la vittoria e mancata resistenza sociale: origine del contrasto

> Approfondimento: Il dovere degli italiani

> Approfondimento: Come lo schema della concorrenza non risponda alla realtà presente

< torna indietro