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La debolezza dei governi di guerra determinata dal desiderio di pace sociale
La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana, Laterza, Bari e Yale University Press, New Haven, 1933, cap. III, § 65



Lo stato italiano non poté e non poterono gli altri stati belligeranti condurre stoicamente la guerra. Gli uomini della trincea erano giustamente offesi da quella che ad essi pareva dissipazione morale ed economica del paese; ma essi medesimi davano indirettamente occasione alla debolezza dei governi nel mettere imposte capaci di ridurre le popolazioni dell'interno a vita spartana. Temevasi il malcontento tra i parenti dei soldati; e si perseguiva perciò l'utopia di non far sentire o di far sentire il meno possibile i dolori della guerra. Perciò lo stato fu tratto a poco a poco ad esercitare un'azione sempre più profonda sulla vita economica del paese allo scopo di impedire sperequazioni nel sacrificio necessario e di attenuare quel sacrificio. Azione disordinata, la quale toccava i sintomi superficiali di quelli che si riputavano mali ed erano per lo più reazioni necessarie e vantaggiose dello sforzo bellico. Era necessario che i consumi civili diminuissero e la produzione fosse incoraggiata; ma non tollerandosi dal popolo, sovreccitato da pennaioli inconsapevoli del male insipientemente compiuto, l'aumento, a ciò necessario, dei prezzi, fu d'uopo che lo stato intervenisse con calmieri, con requisizioni, con incoraggiamenti, con obblighi di lavoro e produzione. Tutti, ricchi e poveri, dovevano soggiacere ad eguale trattamento di fronte al pericolo della patria; ma, non osandosi o non potendosi adoperare l'unico strumento a ciò congruo, che era la riduzione, con l'imposta, di tutti i redditi al minimo (cfr. sopra §§. 15 a 19) faceva d'uopo dare l'impressione dell'egual trattamento con il tesseramento e le minacce di confisca dei sovraprofitti nuovi e dei patrimoni antichi. Senza volontà deliberata, spinto dalla virtù potentissima dell'invidia sociale, lo stato, da recente esperienza di poco più che mezzo secolo attrezzato a compiere fruttuosamente pochi uffici, si vide indotto ad estendere i suoi compiti a campi affatto nuovi.

La vecchia burocrazia proba, ma perita soltanto delle cose per lunga pratica conosciute, sbalordì dinnanzi alla grandiosità del nuovo compito; la nuova, acquistata per la cieca fortuna dei reclutamenti militari, disusata ai controlli amministrativi, li ignorò e disprezzò. Sorse tumultuariamente, accanto all'antico stato militare, amministratore, giudice ed educatore, un nuovo stato produttore, agricoltore, commerciante all'ingrosso ed al minuto, distributore di vivande di viveri di case e di terreni, regolatore di redditi e di fortune. Pullularono i capi, persuasi di conoscere il segreto della prosperità economica e della pace sociale; e molti politicanti, rassegnati di malavoglia a lasciare ai soldati il governo della nazione in guerra, sognarono di acquistare glorie napoleoniche di vittorie civili. La libera iniziativa e la concorrenza furono tenute in ispregio; e, se la parola era temuta, per riflesso della condotta neutralista dei socialisti, fu onorato di fatto l'idolo del collettivismo.

Il presente capitolo vuole narrare la disordinata storia del paese in guerra verso un modello vie più accentuato di organizzazione collettivistica. Poiché quell'andare fu fatale, questa nostra è cronaca, non sentenza.

 

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