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Soprannazionale, non internazionale
«Risorgimento liberale», 27 dicembre 1945



Dopo Bevin, Pio XII; dopo la parola detta dalla più antica tribuna parlamentare, quella pronunciata dalla più augusta cattedra del mondo. Che i sacerdoti debbono ristringersi a predicare in chiesa la verità della fede e non uscire sul sagrato ad occuparsi delle cose di questa terra è proposizione che sempre piacque ai ripetitori di luoghi comuni, ma che i fatti si incaricano ogni giorno di dimostrare falsa. I milioni di uomini, i quali nella vigilia di Natale udirono Pio XII parlare delle condizioni di una pace durevole e dedurre dall'insegnamento di Cristo «la incompatibilità del totalitarismo dello stato forte con la vera e sana democrazia», impararono ancora una volta che la parola del sacerdote non può restare chiusa entro le pareti materiali del tempio. Chiesa è comunione di fedeli; parlare dal pulpito è un chiamare a raccolta uomini, i quali pensano e credono in un certo modo, hanno un ideale di vita e non possono non ubbidire alla loro fede e non sforzarsi di attuare il loro ideale in tutti gli atti della vita. Chi una volta ha sentito e compreso la parola del vangelo, è forzato a far propri i dieci comandamenti dentro e fuori della chiesa, nella famiglia, nella vicinanza, nella città, nello stato e nella società universale. La ribellione dei preti contro chi li vorrebbe ridurre a maestri di catechismo ai fanciulli in chiuse sacrestie è sacrosanta; essi hanno, se sono veri sacerdoti, il dovere di uscire sul sagrato e diffondere tra gli uomini la buona novella del «siete tutti fratelli» contro i predicatori di materialismo, contro i suscitatori di odii di razza, di nazioni, di classe. Elevando alla porpora di vescovo di Münster mons. Clemente Agostino von Galen, il papa ha onorato l'uomo il quale, quando un silenzio di morte gravava sull'Europa, era uscito dall'episcopio a protestare contro la dottrina della terra e del sangue e, sfidando in lettere coraggiose il tiranno, aveva infuso coraggio ai miseri oppressi, timorosi non potesse più rinnovarsi l'esempio dei pontefici romani che, inermi, osarono sfidare Attila. Quelle lettere di un vescovo armato unicamente della croce pastorale erano giunte anche in Italia ed avevano incuorato a sperare i gementi nella desolazione della notte e del fuoco. Dicevano: non disperate o fratelli; verrà il giorno della resurrezione dello spirito ed il mondo sarà nuovamente libero dalla oppressione del male.

Oggi, il mondo, appena uscito dalla tormenta, teme nuovamente di ricadere nelle tenebre della distruzione. I compromessi fra i potenti della terra paiono labili tregue e l'orizzonte è tempestoso. In questo momento che cosa ha annunciato, attraverso l'aere, il sommo sacerdote ai popoli di tutto il mondo?

Ha detto: anche il governo della chiesa, giù universale per se medesima, deve diventare sempre più universale nel suo organo più alto. Bevin aveva detto che la creazione di un parlamento mondiale dei popoli è una necessità; Pio XII ha rafforzato il carattere mondiale del Collegio cardinalizio. I metodi di selezione e di reclutamento dei membri del futuro parlamento mondiale secolare e di quelli del supremo consesso spirituale sono per fermo diversi. Li accomuna l'assenza di ogni privilegio nella scelta: non privilegi di sangue, di razza, di colore, di classe. Il figlio del povero, l'umile parroco di Riese e l'uomo di colore, il cardinale cinese Tien sono giunti in passato e possono aspirare alla suprema dignità ecclesiastica; sì come attraverso il futuro parlamento mondiale l'uomo della steppa od il contadino di un paese posto sul Fiume giallo potrà diventare il presidente della federazione mondiale. Al disopra della nazione, dei popoli, della lingua, della stirpe - come sono belle le parole adoperate dal papa, appetto a quelle grondanti sangue di razza, di massa e di stato! - si eleva l'idea della soprannazionalità. Quale citazione potremmo fare, noi federalisti, la quale superi in bellezza persuasiva il brano che Pio XII trasse dalla "Città di Dio" di Sant'Agostino?: «La Chiesa chiama da tutte le genti i suoi cittadini, e in tutte le lingue aduna la sua comunità peregrina sulla terra; non cura ciò che è diverso nei costumi, nelle leggi, nelle istituzioni; nulla di ciò essa rescinde o distrugge, ma piuttosto conserva e segue. Anche quel che è diverso nelle diverse nazioni, è tuttavia indirizzato all'unico e medesimo fine della pace terrena, se non impedisce la religione dell'unico e vero Dio». Pio XII ha visto chiaramente il pericolo proprio delle Chiese nazionali; le quali, siano ortodosse o protestanti, perdono tanto più di forza spirituale quanto più si legano ai loro stati nazionali e riacquistano vitalità solo là dove come negli Stati Uniti d'America, esse formano di sé la vita degli uomini, pur non essendo organo dello stato: «Era ed è un sacrilego attentato contro il totus Christus, il Cristo nella sua integrità; ed in pari tempo un colpo nefasto contro la unità del genere umano, ogni qualvolta si è tentato e si tenta di far la Chiesa quasi prigioniera e schiava di questo o di quel popolo particolare, di confinarla negli angusti limiti di una nazione, od anche di metternela al bando. Tale smembramento della interezza della Chiesa ha sminuito e sminuisce - tanto più quanto più a lungo - nei popoli che ne sono le vittime, il bene della loro reale e piena vita».

Nello stesso modo la mancanza di una organizzazione "soprannazionale" di taluni compiti proprii dello stato sminuisce il bene della reale e piena vita degli stati singoli. Questi sono costretti dalla mancanza di una organizzazione soprannazionale, a rivolgere troppa parte dei loro mezzi materiali alla consecuzione di fini, necessari bensì, ma di natura inferiore. È necessaria la difesa contro l'aggressione; e quindi sono necessari eserciti, flotte marine ed aeree, fortificazioni, armamenti costosissimi; ma tutto lo sforzo speso per la sicurezza è sottratto agli sforzi intesi alla elevazione materiale e morale degli uomini. Se una organizzazione mondiale provvedesse a questi fini i quali vanno oltre la nazione singola perché si riferiscono a tutta l'umanità, lo sforzo sarebbe ridotto al minimo; e le nazioni e gli stati singoli sarebbero esaltati, invece che depressi. Gli stati, rinunciando a taluni degli attributi della sovranità non si abbassano. Si innalzano. Dobbiamo essere grati a Pio XII di aver sostituito, nel campo religioso, al concetto di internazionalità, che suppone quello di sovranità delle chiese nazionali, l'idea della soprannazionalità; e di avere affermato che la soprannazionalità della chiesa vuol dire veramente progresso ed arricchimento della vita dell'umanità. La sopravvivenza degli stati nazionali, nel mondo moderno di comunicazioni rapide e di immediati istantanei rapporti di ogni uomo con ogni altro uomo sull'intiera superficie della terra, è un anacronismo tecnico ed economico. Gli stati nazionali non possono durare se non rinunciando a qualcosa di sé, a quel che di se stessi è la parte esteriore, al diritto folle di sopraffazione e di dominazione sugli altri; non possono ove vogliano perfezionare la parte restante, quella migliore, materiale e spirituale nel tempo stesso. Se vogliamo coltivare il nostro giardino, dobbiamo rinunciare a difenderlo colle sole nostre forze; e rassegnarci ad affidare ad altri, posto più in su di noi, il compito della difesa comune del nostro e degli altrui giardini. Applichiamo alle cose terrene quel che Sant'Agostino dice delle cose divine; ed applichiamole perché il divino ed il terreno sono in verità una cosa sola: come la chiesa, anche lo stato soprannazionale «non cura ciò che è diverso nei costumi, nelle leggi, nelle istituzioni; nulla di ciò esso rescinde o distrugge, ma piuttosto conserva e segue». E con Pio XII concludiamo che, al par della chiesa, anche lo stato soprannazionale «in nessun luogo è straniero; esso vive e si sviluppa in tutti i paesi del mondo e tutti i paesi del mondo contribuiscono alla sua vita ed al suo sviluppo».

 

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