menu di navigazione

Debiti e riparazioni. La politica furba
«Corriere della Sera», 13 febbraio 1923



Il nostro articolo su Lloyd George ed il suo nuovo atteggiamento rispetto ai debiti interalleati non è piaciuto a qualche giornale, il quale ci accusa di leso interesse nazionale, perché avremmo riaperto una discussione di cui noi stessi avremmo riconosciuto l'inopportunità nei rapporti con gli Stati Uniti e perché l'avremmo riaperta nel momento presente ad esclusivo beneficio della Francia.

Intanto è profondamente contrario alla realtà affermare che questo giornale abbia arrestato la propria "imprudente" campagna nei riguardi degli Stati Uniti. Ogni qual volta se ne porse l'occasione, noi seguitammo a difendere la tesi che abbiamo l'orgoglio di avere pubblicamente affermata, primi tra i giornali europei. Era nostro dovere riaffermare la tesi che i debiti interalleati non sono veri debiti ma debbono essere considerati alla stregua di sacrifici sostenuti solidariamente per una causa comune. Era nostro dovere ed è nostro vanto avere, tra i primissimi, sostenuta la tesi della indissolubile connessione tra le riparazioni ed i debiti interalleati. Ben lontani dal non insistere su questo punto essenziale, lo ribadimmo, in confronto di tutti ed anche degli Stati Uniti, ogni qual volta ci parve utile alla causa nazionale. Il sen. Albertini ne fece oggetto precipuo di un discorso al senato, che ottenne larghissimo consenso.

Ed oltre il consenso, raccogliemmo frutti importanti dall'opera ci si permetta di dirlo, tenacemente svolta. Il problema della connessione fra riparazioni e debiti interalleati, che, qualche tempo fa, non era neppure posto negli Stati Uniti, che l'opinione pubblica ignorava, oggi è tra i grandi problemi del giorno d'oltre Atlantico. Può bene il presidente Harding compiacersi dell'accordo con la Gran Bretagna, come del primo indizio del proposito europeo di far fronte ai proprii impegni. Ma cresce il numero degli uomini autorevoli nord-americani, i quali sono convinti che il fair-play invocato da Harding, la lealtà d'azione verso gli amici, richieda imperiosamente di contrapporre ai crediti pecuniari il debito per la causa comune difesa dai popoli del continente europeo con l'estremo sacrificio di vite e di danari. E, di qua dall'Atlantico, restano come punto fermo nella discussione aperta, accanto ai piccoli sarcasmi lloyd-georgiani, le nobili dichiarazioni del governo attuale, le quali a Parigi riconobbero che i debiti furono contratti da Francia ed Italia per la difesa comune e debbono essere considerati da un punto di vista tutt'affatto diverso dai debiti ordinari.

Frutti cospicui sono questi di una propaganda alla quale noi partecipammo, insieme con eminenti uomini d'America e di Inghilterra. Frutti i quali non sarebbero stati conseguiti né maturerebbero col tempo effetti immancabili a beneficio del nostro paese, se tutti avessero seguito la politica "furba" che qualche nostro confratello esalta: quella del prometter lungo e dell'attender corto; del non parlare mai della cosa di propria iniziativa, come se fosse vergognosa, e del promettere, se interrogati, il rimborso certo del capitale e degli interessi, ad una scadenza futura, dolentissimi di non poter nulla pagare per ora, per difetto di pecunia. Politica questa, la quale potrà essere "furba"; ma rinuncia a far valere le ragioni più alte per le quali l'Italia ha diritto di far risolvere a suo favore la questione. Con qual pretesto noi ci sottrarremmo dal pagare, quando, passate le presenti contingenze transitorie, noi potessimo, con un altro giro di vite, togliere ai contribuenti italiani un po’ del loro sangue più vivo per fare il servizio dei debiti stranieri? La partita non si guadagna o si perde colla furberia o col temporeggiamento. Dobbiamo necessariamente portarla sul terreno altamente morale e civile e leale del dovere nostro di discutere le ragioni profonde del preteso debito e i sacrifici rispettivi per la causa comune. Né ciò possiamo fare, né possiamo persuadere americani ed inglesi, altrimenti che con la libera, franca, aperta discussione. Chi discuta lealmente, non può non rilevare l'artificioso contrapposto che viene creato tra riparazioni tedesche e debiti francesi ed italiani verso gli alleati. Noi non vogliamo difendere e non abbiamo mai difeso l'azione della Francia nella Ruhr. Anzi abbiamo costantemente fatto notare quel che la condotta francese aveva di pericoloso per la pace d'Europa e di dannoso per la Francia medesima. Ma fa d'uopo dire che la condotta della Francia non è giustificata, ma forse è spiegata dalla profonda ingiustizia di cui essa, e con essa noi, siamo fatti segno a proposito del tormentoso problema delle riparazioni.

Per molti, per troppi, in Inghilterra e anche in Italia, l'esigere riparazione dalla Germania è un errore, è un torto manifesto, è quasi un atto contrario alla civiltà. È condannabile pretendere che paghi qualcosa - ed oggi anche la Francia si contenterebbe di veder fissata la cifra delle riparazioni a meno dei 50 miliardi che la Germania non si dimostrò un giorno aliena dall'accettare - una Germania, la quale non ebbe in guerra il suo territorio invaso, che conserva gran parte delle sue industrie e della sua capacità produttiva, che ha una ricchezza materiale superiore di gran lunga a quella dell'Italia. Che la Germania discuta, mercanteggi, cerchi di ridurre a zero la cifra delle riparazioni sacrosantamente dovute per territori devastati, per case distrutte, per industrie rovinate - badisi che nei 50 miliardi entrano a mala pena questi elementi di riparazioni per rovine arrecate, né si tiene conto delle pensioni ai mutilati, ai feriti, alle famiglie dei morti -; che la Germania cerchi di non dar nulla di ciò che essa si è obbligata a pagare, per tanta gente è naturale, è giusto, è spiegabile.

Chi pensa il contrario è un germanofobo. Plaudire bisogna alla degradazione del marco con la quale la Germania riuscì a farsi pagare essa riparazioni dai nemici vittoriosi! Ma appena si tenta di discutere sui debiti interalleati ci si intima il silenzio. Sta benissimo che la Germania cerchi di frodare ai danneggiati il dovuto; ma è vergognoso tentare invece di mettere il dubbio sul dovere dell'Italia e della Francia di far fronte ai debiti. Sono debiti d'onore e bisogna pagarli, o promettere di pagarli puntualmente senza battere ciglio. Italia e Francia possono bene versare nelle condizioni finanziarie più gravi sebbene abbiano caricato i proprii contribuenti con imposte sei o sette volte più alte dell'anteguerra. Esse non hanno ancora fatto abbastanza. Debbono promettere di fare molto di più. Può invece la Germania contentarsi di riscuotere dai proprii contribuenti tributi assai più tenui, a parità di pregio monetario, dell'ante-guerra; e bene può condonare a miliardi imposte ai magnati del carbone. Essa ha diritto di non pagare. Essa è la perseguitata, essa è la martire. Noi dobbiamo pagare; e tuttavia essere bollati col marchio dei persecutori e dei tiranni. Noi non lodiamo i francesi per la loro invasione della Ruhr, tutt'altro: ma ci spieghiamo come, dinanzi a siffatta ingiustizia solenne, i francesi si sentano venire il sangue al volto e reagiscano violentemente. Noi italiani dobbiamo resistere allo spirito di violenza; dobbiamo sostenere il governo nella condotta cauta tenuta nelle presenti difficili circostanze. Ma non dobbiamo rinunciare al diritto di agitare il principio della logica indissolubile connessione tra riparazioni e debiti interalleati. Se un rimprovero facciamo alla Francia è di non avere forse appoggiato abbastanza vigorosamente il principio della connessione posto dall'on. Mussolini alla conferenza di Londra. Se quel principio, invece di essere guardato con sospetto e messo in tacere, fosse stato da tempo affermato e sostenuto e fatto trionfare, ben altra sarebbe la posizione della stessa Germania. Questa, invece di trovarsi di fronte nazioni esasperate dalla sua ostinazione nel non pagare ed impotenti a mettere ordine nei loro bilanci, minacciati dalle pretese dei creditori anglosassoni, potrebbe discorrere con un gruppo di nazioni, legate insieme dal nuovo vincolo di solidarietà umana e morale derivante dalla cancellazione dei debiti e crediti reciproci, meno bisognose di aiuto e meglio disposte e moralmente costrette a mostrarsi generose. Coloro che non vedono se non i guai della Germania rendono a questa un pessimo servizio, rinfocolando la sua volontà di resistenza e spingendo alla disperazione le nazioni vincitrici ma gementi sotto il peso delle devastazioni belliche. Fare opera di conciliazione tra la Francia e la Germania è dovere di tutte le nazioni europee; ed è anche un grande interesse nazionale italiano. Ma non dimentichiamo che se altri vicini non hanno tanta forza da preoccuparci, una Germania libera dall'obbligo delle riparazioni, franca da debiti interni, guarderà con occhio bramoso non solo al Reno occupato dai francesi, ma anche ai fratelli meridionali, che ancor ieri inviavano un memore saluto di solidarietà al parlamento tedesco e a Trieste perduta. Conciliazione e pace sono necessarie; ma non si raggiungono se giustizia non è resa a tutti e primamente a noi, che per la causa comune della civiltà affrontammo in proporzione delle nostre forze il sacrificio più duro.

> Approfondimento: Il movimento dei cambi e le sue cause

< torna indietro