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Elementi di titolografia
«La Riforma Sociale», marzo-aprile 1935, pp. 134-137



Ricevo talvolta confidenze di giovani aspiranti a libere docenze od a cattedre universitarie. «Quale argomento debbo trattare? Mi dissero o mi fecero sentire i commissari che i miei scritti, sebbene pregevoli, erano pochi e troppo brevi, che essi discorrevano di uno o pochi punti della materia e non davano prova della mia preparazione e della mia maturità in altri campi importantissimi della disciplina; che la mia trattazione era troppo teorica o troppo concreta, o non faceva luogo sufficiente alle indagini di diritto (ad es., tributario) o non tenevo conto di tutti i punti di vista, principalmente di quelli più vivi, come il punto di vista corporativo».

Poiché ebbi sempre pietà grandissima di me stesso, quando negli stessi frangenti dovevo rispondere alle medesime angosciose domande, così non oso enunciare risolutamente il solo consiglio onesto che importerebbe dare a chi pone la domanda: «opera come il cuor ti detta e canta solo la canzone che ti esce spontanea dal labbro; non badare a scuole, a materie, a punti di vista e scrivi solo se e quando ti paia di aver qualcosa da dire». Chi è senza peccato scagli la prima pietra; chi non è mai stato o non ha mai immaginato di essere costretto, con noia sua indicibile, a scrivere di argomenti che non lo interessavano affatto, solo perché le circostanze gli facevano ritenere necessario di occuparsi di quelle noiosità, pronunci condanna dell'opera dei giovani che la sorte conduce allo sbaraglio dei concorsi accademici.

Ma condanna si deve pronunciare, ma pietre si devono scagliare, finché non rimangano sotto la grave mora seppelliti, contro i giudici i quali dalla esperienza della vita non siano stati condotti alla convinzione profonda che esigenze del tipo di quelle ora dette e che si possono riassumere nelle frasi: «manca la trattazione sistematica» - «manca la dimostrazione della perizia nella diverse parti della disciplina» - «non si tiene conto del tale o tal'altro punto di vista» - non possono essere poste da alcun giudice senza squalificare se stesso per sempre come studioso. Per lo più, i giudici dei concorsi universitari sono intimamente persuasi della nefandezza di siffatte esigenze; e le usano come pretesti, perché ritengono scortese dire la verità o quella che essi ritengono la verità ai candidati: e cioè che essi sono immaturi od inadatti alla cattedra che intendono coprire. In tal modo però essi fuorviano e danneggiano i candidati medesimi, incoraggiandoli a persistere in una via che non è la loro o a disperdere le loro forze in lavori infruttuosi. Epperciò occorre non mai stancarsi di ripetere che quelle esigenze sono nefande e coprono di ridicolo chi le formula.

«Lo scritto del candidato non è abbastanza complesso e sistematico». Chi parla così, come non si vergogna di confessare apertamente di preferire al "saggio," il quale dice qualcosa di personale, il "trattato", il quale per definizione contiene le verità note ed accettate, le sole le quali "servano" alla istruzione dello studente ansioso di imparare tutta la "materia"?

«Il candidato non ha dato prova di possedere tutta la materia». Forseché dalle cattedre universitarie si insegnano materie, ossia si adempie all'ufficio pappagallesco a cui potrebbe bastare un tubo di fonografo sorvegliato, contro i lazzi degli studenti, da un bidello? Se dio vuole, l'università non è così in basso come calunniano i teorici della "materia". Ufficio dell'insegnamento universitario è di formar teste, addestrar cervelli a ragionare, a costruire, a capire. L'attitudine a formar cervelli si può dimostrare con un solo scritto, su un problema solo di una piccola parte della cosidetta amplissima materia; e può non essere affatto messo in evidenza da numerosissimi e svariatissimi e grossissimi scritti sui più diversi oggetti; potendo accadere anzi che dalla varietà e grossezza degli scritti si deduca la piena dimostrazione della inettitudine a dominare la logica propria della disciplina studiata. Semel abbas, semper abbas. Chi, in un saggio lungo o breve, ha dimostrato di vedere entro "un" problema economico, ha dimostrato senz'altro di vedere entro "tutti" i problemi economici. Non esiste il prezzo del frumento come entità logica distinta dal prezzo delle case o del capitale o della terra. Se sul serio si conosce la teoria del prezzo dell'una merce, per definizione si conosce quella delle altre merci. Le differenze stanno nei particolari ed hanno scarsa importanza. L'ignoranza si presume a carico di chi immagini che la teoria dell'un prezzo sia sostanzialmente diversa da quella degli altri prezzi.

«Il candidato non ha studiato il problema dal punto di vista di...». Questa è forse la critica che più danneggia scientificamente chi la pone. Ho acquistato la convinzione della sterilità assoluta, irrimediabile del socialismo italiano nel giorno in cui, all'incirca verso il 1910, i socialisti cominciarono a discutere non sulla verità, ma sul punto di vista dal quale la verità doveva essere studiata; abbandonando per disperato ogni tentativo di discussione e persino di conversazione con qualche amico il quale, quando si discorreva, ad ipotesi, della convenienza economica di un premio di navigazione alla marina mercantile o della eventuale adesione italiana alla convenzione sugli zuccheri di Bruxelles, cominciava: «dal punto di vista del socialismo il premio o il dazio, ecc.». Chi ragiona da un punto di vista è uomo perduto per gli studi. Non che non si debbano mettere bene le premesse di ogni ragionamento, essendo le premesse esatte i nove decimi della fatica e del successo nel ragionare. Il "punto di vista" è un'altra cosa. È il vago, l'indefinito, il non definibile messo al posto della premessa chiara e univoca. È il pretesto per scansare il raziocinio filato e per trovare la scappatoia quando si sia messi al muro dell'errore logico. Oggi gli scansa fatiche trovano comodo di evitare la raccolta e la critica dei dati di fatto, e la analisi rigorosa di essi, appellandosi al corporativismo. Questo, che in sostanza è l'autodisciplina delle categorie economiche nell'interesse generale, ossia è un punto di arrivo, al quale si può giungere attraverso un dibattito aperto fra i gruppi economici interessati, capitalisti, lavoratori, imprenditori e consumatori, sicché si può sapere se una soluzione sia corporativa solo quando la discussione abbia dimostrato essere, fra le tante, quella soluzione la più conforme all'interesse generale, diventa nelle mani dei pigri e degli scemi un punto di partenza aprioristico in nome del quale dovrebbe essere loro lecito di gridare raca alle soluzioni le quali importino una fatica di paragone, di eliminazione, di raziocinio. È comodo dire che la tale forma di salario è corporativa, la tale altra è individualistica o socialistica; ma è anche un dir niente e lasciare il problema insoluto. Il problema si risolve soltanto studiando, se questo sia, ad es., l'oggetto di discussione, le varie forme di salario nella loro concretezza tecnica: a giornata, a cottimo, a scala mobile, a compito, ecc., ecc., ciascuna nelle sue varietà infinite di applicazione, ciascuna nel particolare ambiente agricolo od industriale in cui deve vivere e indagando come ognuna di esse risolva il problema della massima adeguatezza all'interesse del salariato, dell'imprenditore, del gruppo e della collettività. E poiché unico criterio per attribuire ad una data forma di salario la qualifica di corporativo è quello della consecuzione di uno o di più massimi, ben potrà darsi che, alla fine, la qualifica medesima spetti, a volta a volta e di tempo in tempo, al salario a tempo, ovvero a quello a cottimo od ancora al salario a compito. Ma il metodo della discussione ad occhi aperti, sebbene sia preferito da datori di lavoro e da lavoratori, i quali seriamente discutono di cose serie spiace ai tipografi frettolosi i quali, con quattro chiacchiere dedotte da un'idea più o meno cervellotica che essi si son fatti del corporativismo, giudicano e mandano in fatto di salari, di prezzi, di interessi, di banche, di borse "dal punto di vista del...".


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