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Ginevra
«Corriere della Sera», 29 settembre 1925



Il bilancio della sesta assemblea della Società delle nazioni, che ha ora chiuso i suoi lavori in Ginevra, non appare molto brillante. Difficilmente, forse, avrebbe potuto esserlo. L'assemblea di quest'anno doveva registrare lo scacco del protocollo che l'assemblea dell'anno scorso aveva votato all'unanimità. In altre parole doveva fare l'amara constatazione di quelli che sono ancora i limiti, del resto comprensibili per ora, dei suoi poteri e delle sue influenze nel giuoco delle forze internazionali. A parte ciò, si è avuta l'impressione che tutti i suoi lavori si siano svolti quest'anno in un'aria meno ossigenata e in un'atmosfera meno chiara. Abbiamo visto rinascere le stesse difficoltà, le stesse preoccupazioni, le stesse diffidenze. Abbiamo notato lo sforzo di conciliare spesso l'inconciliabile entro formule volutamente indefinite ed oscure.

Prendete Mosul. Era l'unica questione di fatto ed acuta che si doveva risolvere. Ma si è preferito rinviarla per la ragione - o il pretesto - di una dubbia interpretazione giuridica, che la Corte dell'Aja è stata invitata a chiarire. Scontente le parti in causa: scosso il prestigio della Società delle nazioni. Le questioni che vanno troppo per le lunghe diventano serpi e questa di Mosul può diventare anche qualche cosa di peggio. La Turchia minaccia un colpo di testa: l'Inghilterra, incerta fra il mantenimento di un impegno che le costa quattro milioni di sterline all'anno, senza immediati vantaggi, e un abbandono che teme sia interpretato come un segno di debolezza, corre rischio, nel prolungarsi della vertenza, di trovarsi di fronte all'irreparabile. Ci si domanda: che avrebbe potuto fare la Società delle nazioni? Adottare semplicemente il rapporto degli esperti e invitare le parti ad uniformarsi alla sua decisione.

Mosul è una questione particolare. Ma prendiamo quelle generali. La questione del disarmo, ad esempio. L'articolo 159 del trattato di Versailles imponeva per tutti una graduale riduzione degli armamenti. È stata fatta o anche appena iniziata? L'Europa tiene sotto le armi oggi un milione di uomini in più che nel periodo precedente la guerra. L'Europa vittoriosa - s'intende. Si capisce il richiamo a un senso di equità fatto dalla Germania nella sua nota del giugno scorso: richiamo che il conte Appony, parlando per l'Ungheria, non inopportunamente ha ripreso in un suo discorso pronunciato ora nella assemblea ginevrina. Ma - si dice - non si può arrivare al disarmo senza la sicurezza e l'arbitrato. Però la terza commissione ha proposto, e l'assemblea ha approvato, di invitare il consiglio a fare degli studi preparatori in vista di una conferenza di là da venire per la riduzione e limitazione degli armamenti. Se l'Inghilterra avesse ratificato il protocollo la conferenza per il disarmo avrebbe dovuto aver luogo automaticamente la scorsa primavera. Anche dell'arbitrato si è tornato a discutere, ma accademicamente. Si aspetta l'auspicata conclusione del patto renano e dei patti orientali per procedere su qualche cosa di concreto. Intanto fermi lì.

Dove si è venuti a un risultato preciso è stato nella questione dell'Austria. Si è deciso di togliere colla fine di dicembre il controllo internazionale. Qui l'assemblea non aveva che da seguire le sagge conclusioni, a cui era giunta l'inchiesta sulle condizioni economiche dell'Austria, affidata dalla Società al prof. Rist e al direttore dell'Economist di Londra, Mr. Layton. I due eminenti esperti hanno dimostrato che l'Austria, nonostante le sue mutilazioni territoriali, può vivere una vita sana e indipendente, a certe condizioni. «Le condizioni di cui abbiamo parlato qui - dice il rapporto - non interessano soltanto l'Austria. Sono le stesse che, non solo in Austria ma nell'Europa intiera, potranno affrettare il ritorno ad una prosperità più grande. La malattia, di cui soffre l'economia austriaca, è semplicemente il male di cui soffre, dopo la guerra, tutta l'economia europea. Le origini ne sono dovunque identiche: la distruzione, operata dalla guerra mondiale, di quell'insieme di condizioni economiche, le quali, durante la lunga pace del XIX secolo, avevano gradualmente assicurato all'Europa ed al mondo un grado di prosperità probabilmente superiore a quello che nessun periodo anteriore della storia mai conobbe. Fra queste condizioni l'organizzazione del commercio internazionale verso una cooperazione coscientemente od incoscientemente sempre più stretta fu una delle più efficaci. Nessuna ragione, ai nostri occhi, impedisce a questa cooperazione di procedere in perfetto accordo con l'indipendenza nazionale più completa».

Il pensiero qui espresso dai due economisti è stato ripreso e illustrato dal Loucheur il quale si è fatto iniziatore e propugnatore di una conferenza per il disarmo economico. Del suo significato e della sua importanza ha già parlato in queste colonne Luigi Einaudi. Il consiglio, nella sua riunione del prossimo dicembre, dovrà decidere sulla formazione di un Comitato che non sarà semplicemente di studio ma di preparazione della conferenza stessa. Perché la proposta del Loucheur è stata accolta favorevolmente da tutti meno che dall'Inghilterra, la quale ha fatto delle riserve volendo prima consultare i suoi grandi organismi economici interni. La cosa non ha sorpreso. L'Inghilterra, pur troppo, dal principio alla fine dell'assemblea non ha fatto che dare macchina indietro. Si è pronunciata contro ogni controllo sugli armamenti, ignorando l'articolo ottavo del Covenant che impegna a un leale scambio di informazioni in materia tutti i membri della Società; ha affettato un curioso disinteresse per le minoranze che un suo delegato ha definito "una noiosa innovazione"; ha evitato di impegnarsi a fondo in qualsiasi questione; ha voluto circondare ogni decisione di reticenze; non si è preoccupata che di far sentire i suoi dubbi e il suo malumore.

Con tutto questo - malgrado la freddezza della delegazione inglese, così in contrasto col calore che animava la delegazione dell'anno scorso, e malgrado la esiguità dei risultati pratici ottenuti - sarebbe un errore guardare a Ginevra con animo sconfortato. L'assemblea di quest'anno, tenutasi fra lo scacco subito dal protocollo generale e la prospettiva ancora incerta dei patti regionali, doveva inevitabilmente riflettere un senso di sospensione e di attesa, limitandosi, per così dire, a battere il tempo. D'altra parte non sono mancati alcuni segni chiari e suggestivi. Che il protocollo goda ancora la viva simpatia della grandissima maggioranza delle cinquantaquattro nazioni rappresentate a Ginevra ha dimostrato l'accoglienza che l'assemblea ha fatto al discorso di Paul Boncour. Il Motta pure ha detto cose nobili e vere, osservando, tra l'altro, che Ginevra, anche colla semplice riaffermazione dei suoi principii e dei suoi metodi, comincia coll'esercitare una benefica influenza sulle trattative diplomatiche che si svolgono fuori dell'ambito della società. E il Loucheur, dicendosi convinto che la conferenza economica da lui proposta darà i suoi frutti, ha giustamente ammonito gli scettici che tutte le conferenze, anche quelle ritenute sterili, come la conferenza di Bruxelles, hanno fissato alcuni principii che ormai sono operanti.

La taccia di scetticismo ha voluto, ad ogni buon conto, ripudiare per sé l'on. Scialoja in un arguto discorso tenuto in un banchetto offerto a lui e ad altri delegati dai giornalisti. A differenza di Saint Simon che dal letto di morte diceva ai suoi discepoli: «Souvenez vous que, pour faire quelque chose de bon, il faut être passionné», il primo delegato italiano ha detto in sostanza ai giornalisti che lo ascoltavano che per fare qualche cosa di buono in questo mondo bisogna, invece, essere dei critici. Sia come si vuole, egli ha aggiunto di aver fede nell'avvenire dell'umanità e nell'ideale ginevrino - aggiunta opportuna in tempi in cui si va diffondendo all'estero l'impressione che gli italiani si interessino della Società delle nazioni come i medici si interessano della malaria, per combatterla, cioè, e per impedirne la diffusione. Il che non è vero. L'Italia - vogliamo dire l'Italia che può far sentire la sua voce - si interessa del "grosso albergo all'insegna della Società delle nazioni" come di un organismo non del tutto inutile per la transazione di alcune "questioni di dettaglio". Certo, se ha poi la pretesa di occuparsi di guerra e di pace, l'albergo ginevrino deve farlo con discrezione, perché, dopo tutto, la guerra è "creatrice di forza morale" come ha detto uno dei nostri delegati all'assemblea e la pace deve essere giusta, cioè "una pace flessibile", cioè una pace che permetta di correggere eventualmente colle armi "la carta politica del mondo". Pace dinamica, insomma. Pensare diversamente è utopistico. E sono stati gli utopisti, i pacifisti, i liberali, i democratici, che hanno provocato le guerre in passato; così come sarebbe il protocollo che, ove fosse accettato, le provocherebbe in avvenire.

Vista attraverso una simile mentalità, si capisce come alla Società delle nazioni non resterebbe che occuparsi di "questioni di dettaglio". Ma sarebbe ingiusto affermare che non sia vista anche diversamente. Anzi se vi è un fatto notevole e nuovo in Italia, nei riguardi dell'istituto ginevrino, è l'interessamento che ora per esso dimostrano quei partiti che fino a poco tempo fa lo consideravano, con affettato disprezzo, come uno strumento della borghesia internazionale, un sindacato dei paesi vincitori e via dicendo.

Adesso si sono accorti che è un'altra cosa e cominciano ad aver fede nel suo avvenire. L'errore era di pretendere da Ginevra l'inverosimile e di non vedere e di non coltivare in essa il possibile germe di un nuovo ordine internazionale.

29 settembre 1925.


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