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Il contributo del primo che passa
«Corriere della Sera», 15 novembre 1922



Importa spiegare precisamente in che cosa consista l'obbiezione ai pieni poteri in materia di imposte. Non è una difesa delle prerogative della camera né di quelle del senato. Poca cosa, per se stesse, queste prerogative in tempi calamitosi e dinanzi alle esigenze urgenti dell'erario. L'educazione politica è oramai abbastanza progredita nel nostro paese, per comprendere che il parlamento non trae la sua vera ragion d'essere dalla sovranità popolare, dal suffragio universale e simiglianti formule. Non perché composto di eletti del popolo, un parlamento ha diritto di vivere accanto ad un governo. È oramai pacifico, nella scienza e nella pratica, che tutti i parlamenti e tutti i governi sono l'emanazione di minoranze organizzate, secondo la formula di Gaetano Mosca o di élites secondo quella di Vilfredo Pareto. E Giusti aveva già detto nei suoi versi immortali che i meno tirano i più. La vera ragion d'essere dei parlamenti sta nella discussione e nella pubblicità di questa. Ed ancor più a fondo, il valore dei parlamenti sta nella possibilità che, in una pubblica discussione, vengano a galla gli argomenti pro e contro ad una tesi del primo che passa, dell'uomo ignoto, di colui che non conta nulla nella vita pubblica, che non è né consigliere comunale, né deputato, né senatore, né ministro, che non è nulla; che forse non sa nulla fuor di una certa cosa. Una cosa sola. La cosa che egli ha vissuto, che ha sentito, per cui ha sofferto, ha perso, ha guadagnato.

Come siamo ignoranti noi tutti, noi che scriviamo, che legiferiamo, che amministriamo in confronto del primo che passa! Perché la legislazione di guerra, frutto di pieni poteri, elaborata in segreto da uomini, talvolta competenti, quasi sempre versati in un pubblico ufficio, non di rado studiosi, da lunghi anni maestri di una disciplina fu, in media, tanto inferiore alla legislazione dell'anteguerra, elaborata nella piena luce delle discussioni parlamentari? Non già perché deputati e senatori fossero più dotti o più pratici dei ministri, dei funzionari, degli esperti. Probabilmente, anzi certamente, deputati e senatori erano meno capaci, meno competenti, più ignoranti. Ma dietro a loro stava l'uomo che passa, l'uomo ordinario, colui che sa una cosa sola. Costui non può opporsi ad un decreto legge, perché non ne sa nulla. Un consesso di dotti e di esperti elaborò il decreto legge sull'imposta patrimoniale. C'ero anch'io e mi batto il petto per i delitti commessi. Massimo fra tutti l'articolo 56 che sanciva il privilegio dello stato per tutti i beni mobili ed immobili del contribuente. Nessuno ci fece attenzione, perché era ficcato nelle norme procedurali e passò liscio come una semplice ripetizione di una norma consuetudinaria. L'uomo che passa l'avrebbe fermato subito; perché egli si chiamava, in quel caso, notaio, pronto ad accorgersi dell'enormità del vincolo posto ai trapassi; amministratore di credito fondiario, costretto a mettersi le mani nei capelli per l'offesa recata al credito pubblico. Altra volta il "primo che passa" si chiama agricoltore, commerciante, agente di cambio, magistrato, avvocato, ragioniere, scrivano, commesso di negozio, impiegato di banca, agente delle imposte. Ognuno di costoro ha visto bene una cosa; e quando viene alla luce un disegno di legge ne rileva gli errori, le imperfezioni, le lacune. Il parlamento vale qualcosa solo perché è l'eco della gente che non si sa come si chiami, che non conta nulla; ma fa arrivare la sua voce ammonitrice nel breve o lungo intervallo che passa fra il momento in cui un disegno di legge viene depositato sul banco della presidenza della camera o del senato e quello in cui diventa legge. La vera garanzia della vita e della libertà e degli averi dei cittadini sta in quell'intervallo di pubblicità. Qui è la principale virtù dei parlamenti; e questa virtù non possiamo ucciderla. Sia pure breve quell'attimo di pubblicità; sia congegnato come si vuole il metodo per dar la parola al "primo che passa"; ma quell'attimo, quel metodo devono esistere. Un governo forte ama la luce ed il dibattito. Può avere in non cale la voce dei parlamentari; non può ignorare la voce di colui che aveva una osservazione giusta da fare. Certo, la vociferazione dei parlamenti, le ondate di carta stampata dei giornali sono ossessionanti; certo quasi tutto quel che si dice e si scrive non vale il tempo e la carta all'uopo consumati. Ma sinora l'unico metodo riuscito per scernere il frumento dal loglio è stato il dar libertà a tutti di parlare e di scrivere. Il rischio di un governo che, per fare, chiede il segreto e l'assoluzione dai pubblici dibattiti è un rischio troppo forte. Altri ha detto che, se si lascia tempo al pubblico di sapere e discutere ciò che si vuol fare, non si può più far niente, perché gli interessi contrari all'opera buona si coalizzano, congiurano, sommuovono e creano ostacoli insormontabili. È vero il contrario. Il vero ostacolo all'opera feconda sta nel segreto. Sotto la sua egida, i soli che riescono a farsi sentire sono gli interessi dei potenti della terra, degli uomini astuti, delle clientele fortemente costituite. Queste penetrano dappertutto e sanno tutto. Il governo del tempo aveva preteso di circondare di un segreto impenetrabile l'imminente decreto sull'imposta patrimoniale dell'autunno del 1919. Prima che uscisse, viaggiando in treno, mi avvidi che una copia esattissima era arrivata in mano dei potenti che avevano interesse a farlo naufragare. Come infatti accadde.

Il segreto nuoce solo a chi non ha legami, nuoce all'uomo che bada ai fatti suoi e che non saprebbe neppure dove cominciare per informarsi dei pericoli che lo minacciano.

Perciò, non per amore del parlamento, ma per la tutela della gente ordinaria, lavoratrice, dei produttori che creano la ricchezza del paese, di coloro che non intrigano, ma vogliono solo essere lasciati vivere, fa d'uopo che un attimo di pubblica discussione sia garantito. Un governo forte, un governo che sa volere, che vuole salvare il paese, deve, prima di agire nel campo tributario, inchinarsi a chi non è nulla, ascoltare la sua voce. Poscia, la via dell'azione gli è aperta; e gli sarà piana a percorrere.


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