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Il convegno di Ginevra
«Corriere della Sera», 15 marzo 1925



Le discussioni di Ginevra sul protocollo si sono svolte come si prevedeva ed hanno anche avuto il risultato preveduto. Il protocollo - per ora - è messo da una parte. L'Inghilterra si è rifiutata di firmarlo e di ratificarlo e il Chamberlain ne ha esposto le ragioni, indicando, secondo lui, le imperfezioni di quello che voleva essere il perfezionamento dello statuto della Società delle nazioni. Ora non è detto che tutte le ragioni del ministro inglese siano persuasive o che sembrino suggerite da considerazioni d'ordine generale, anziché da alcuni interessi, certo legittimi, ma particolari e contingenti dell'Impero britannico. Questa contingenza si spiega, pensando a quello che è il vero punto debole del protocollo, cioè della stessa Società delle nazioni, così come ora è costituita. Non possiamo, infatti, lusingarci di poter elaborare un patto tale che effettivamente sia capace di prevenire i conflitti armati, se in questo patto non siano prima attratte e vincolate tutte quante le grandi potenze. Fino a quando gli Stati Uniti, la Germania, la Russia rimarranno fuori dalla Società delle nazioni, tutti i nostri sforzi per trovare e imporre nuovi e più rigidi impegni non potranno mai essere decisivi.

Con tutto ciò bisogna riconoscere che, idealmente, la concezione del protocollo è quella che meglio risponde ai fini supremi della pace, così come la formula su cui esso si impernia - arbitrato, disarmo, sicurezza - costituisce, nella sua stessa progressione, un nesso di cui non si può disconoscere la precisione logica. È bene, quindi, constatare che con la sua decisione di ieri l'altro il consiglio ha rinviato il protocollo, ma non ne ha, fortunatamente, compromesso o abbandonato la concezione. C'è in tutti la persuasione che - se si vuol fare seriamente qualche cosa per la pace del mondo - quella è la meta cui bisogna arrivare.

Ma, poiché essa non sembra ancora vicina, molti anche si domandano se, nel frattempo, non si possa migliorare la situazione generale per altre vie. Briand dice benissimo: voi non potete avere la sicurezza se prima non avete il disarmo e non potete avere il disarmo se non avete prima l'arbitrato. Il ragionamento non fa una grinza. Ma ancora una volta, la logicità latina si è incontrata con lo spirito empirico anglosassone. Poiché - dice in sostanza il Chamberlain - è dubbio che si possano ora realizzare effettive misure di arbitrato e di disarmo, vediamo se possiamo accordarci, se non sopra una sicurezza assoluta, su quel tanto di sicurezza che ci lasci tranquilli per l'immediato domani.

A questa tesi ha aderito il delegato italiano, on. Scialoja, il quale, riaffermata la sua fede nei principii informativi del protocollo, non ha escluso che si possano nel frattempo, utilmente prendere in considerazione, accordi speciali, rispondenti a speciali necessità. Si intende che, se conclusi, dovranno essere accordi da inquadrarsi nella Società delle nazioni; atti, eventualmente, a sostenerla e a rafforzarla, non certo a diminuirla.

Ora quali sono, attualmente, le speciali necessità per le quali sarebbe opportuno prendere accordi speciali? La Francia dice: «La mia necessità è di essere garantita sul Reno: facciamo un patto a tre, con l'Inghilterra e col Belgio, e questo patto sarà per me una sufficiente garanzia». Ma le obbiezioni a un patto simile sono note. Esso - malgrado il carattere difensivo che vorrebbe avere - sarebbe fatto contro la Germania e avrebbe per effetto di spingere quest'ultima a cercare per suo conto garanzie altrove. Risultato: l'Europa sarebbe ancora divisa in gruppi di alleanze antagonistiche e però, più che altro, pericolose per la pace. L'Italia - sia detto incidentalmente - non avrebbe nulla di buono da ripromettersi da un tale patto: anzi, non avrebbe che da temere il rinnovarsi di situazioni che le sarebbero di disagio. È naturale, invece, che l'Italia, dato che si debba prendere la via degli accordi particolari, veda di buon occhio un accordo più largo e più comprensivo, il quale miri ad eliminare o almeno a contenere quegli antagonismi che già in passato l'hanno messa nell'imbarazzo di dover conciliare gli interessi della sua posizione continentale e di quella mediterranea. Per questo se - come non è dubbio - le dichiarazioni dell'on. Scialoja hanno voluto significare la nostra adesione, di massima, a quell'accordo speciale che è prospettato nella proposta tedesca, noi ci saremmo schierati per una soluzione consigliabile in sé e opportuna per il nostro paese.

Non bisogna, certamente, farsi illusioni. Cadute ora a Ginevra le probabilità per un prossimo accordo generale sul protocollo, non è a credere che sarà facile arrivare ad accordi speciali. Ma quello che è delineato nella proposta tedesca, sia pure con aggiunte e modificazioni, potrebbe servire, per ora, di base per una feconda discussione. La Germania ne farebbe parte. E questo è l'essenziale. Quale è infatti, la speciale necessità per l'Europa? Quella di cercare che l'antagonismo franco tedesco non rinasca in maniera minacciosa. Ma la cosa non sarebbe mai possibile senza la volontaria partecipazione dei due paesi nello stesso patto. L'accordo di Washington per il Pacifico presenta una effettiva speranza di pace e di sicurezza, appunto perché, rompendo la lunga tradizione delle alleanze di blocchi antagonistici, include ed impegna i due paesi stessi che sono in antagonismo in quella parte del globo. Né solamente la Germania farebbe parte del patto, ma garantirebbe il rispetto della frontiera del Reno come è tracciata dal trattato di Versailles. La Francia non dovrebbe quindi avere obbiezioni alla proposta. E, infatti, la sua obbiezione riguarda non la propria frontiera, ma quella dei suoi alleati di oriente. La Germania riconoscerebbe come intangibile la linea del Reno e si obbligherebbe a regolare amichevolmente eventuali questioni per la rettifica della sua frontiera colla Polonia. Qui, secondo i francesi, sta l'insidia della proposta tedesca. Essi, infatti, non potrebbero acconsentire ad imporre alcun sacrificio ai loro alleati, ma, anche se ciò fosse possibile - anche nel caso, cioè, in cui la Polonia stessa si inducesse a fare questo sacrificio - essi non lo vorrebbero, perché, ammesso il principio che i trattati possano essere modificati, non si sa dove si andrebbe a finire.

In realtà nessun trattato è eternamente intangibile: se così fosse, i trattati finirebbero quasi sempre col portare alla guerra. Ma l'importante si è che le eventuali modifiche di patti solennemente stipulati possano effettuarsi senza turbamento della pace in generale e col pieno consenso delle parti interessate. E questo è ciò che dovrebbe avvenire per un eventuale ritocco, fatto con opportuni compensi, della frontiera polacca.

In conclusione noi crediamo che se, attendendo di poter riprendere con maggior successo il protocollo ci si deve avviare nel frattempo verso accordi speciali, uno che comprendesse, oltre l'Inghilterra, le maggiori potenze continentali, la Francia, l'Italia, la Germania, il Belgio, a cui si dovrebbero aggiungere Polonia e Cecoslovacchia non solo rappresenterebbe una notevole garanzia per il mantenimento della pace, ma determinerebbe subito una provvida détente. La Francia non avrebbe più quelle ansiose preoccupazioni che ora alimentano le tendenze nazionaliste e reazionarie. La Germania sarebbe portata nell'ambito della Società delle nazioni e il regime repubblicano ne verrebbe, per molte ed ovvie ragioni, consolidato. L'Europa tutta troverebbe una sua unità essenziale e comincerebbe finalmente a provare quella sicurezza che è indispensabile alla sua effettiva rinascita economica.


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