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Il problema della pace a Ginevra: l'ora della discussione
«Corriere della Sera», 7 settembre 1924



Memorabile questa discussione di Ginevra, alla quale i popoli del mondo assistono con ansiosa speranza. Quello che in essa può sembrare ad alcuni accademico, ha già tanta vitalità che altri, a ragione, può considerarlo promessa di una nuova pratica nei rapporti internazionali. Amendue gli eloquenti rappresentanti delle concezioni opposte, MacDonald e Herriot, si sono trovati concordi nel constatare che per costruire solidamente bisogna costruire adagio, su terreno sicuro, con idee chiare e precise. Un compromesso verbale potrebbe soddisfare politici comuni, non lascia contenti uomini di stato i quali hanno la responsabilità del governo di grandi stati. Meglio è agitare idee, porle nettamente dinanzi all'attenzione del mondo. Le idee migliori si imporranno; né, fra poco, vi sarà chi vi potrà resistere.

Grandi idee invero sono venute a cozzo dinanzi all'assemblea di Ginevra. MacDonald ha difeso con calore, con religiosa passione, quella dell'arbitrato. Bisogna disperdere la semenza delle idee di guerra, obbligando tutti gli stati, grandi e piccoli, a sottoporre le loro querele, tutte le loro querele, a una corte suprema di giustizia. «Noi siamo, io ve lo dico ponderatamente e con riflessione, noi siamo fautori dell'arbitrato. Io torno a questo punto, perché sono convinto che se non riusciamo a elaborare e a far funzionare un sistema coordinato di arbitrato, noi ci lasceremo ingannare e trascinare da miraggi fallaci, e non otterremo anzi la pace che vogliamo avere».

Pare di sentire un quacchero, l'uomo della opposizione per motivi di coscienza alla guerra, il quale preferisce esporsi inerme ai lavori più pericolosi della linea del fuoco, ma non vuol impugnare le armi contro i suoi simili. Il mondo inglese ha sempre prodotto di questi uomini, idealisti nella generazione presente, i quali diventano i pratici della generazione ventura.

Oggi però MacDonald deve ascoltare Herriot il quale, responsabile della vita di una Francia con la frontiera esposta agli assalti nemici, chiede: «Che cosa farà un popolo disposto ad assoggettarsi all'arbitrato, ansioso esso stesso di ricorrere alla corte suprema di giustizia, il quale venga ingiustamente aggredito dal vicino? Che gli gioverà l'arbitrato, quando le forze soverchianti lo costringano a chiedere mercé alle condizioni imposte dal vincitore?».

L'arbitrato è una magnifica idea per fermo: ma non può andar separata da quella della sicurezza e del disarmo. Bisogna che le nazioni siano sicure entro i proprii confini, bisogna che nessuna nazione possa armarsi tanto da mettere in pericolo la sicurezza delle altre nazioni. Anche Salandra, a nome dell'Italia, concorda in ciò con Herriot: arbitrato non può darsi senza sicurezza. Francia e Italia non affermano questa tesi soltanto perché esse hanno lunghe frontiere esposte alle aggressioni terrestri.

Herriot ha ragione quando ricorda all'Inghilterra, e ricorderà domani agli Stati Uniti che la guerra aerea e la guerra chimica hanno rivoluzionato i concetti di frontiera e di aggressione. Non esiste più alcun paese al mondo il quale possa considerare i proprii confini inviolabili. Ribatte MacDonald con parola accesa e con immagini bibliche:

«Non lasciamoci ingannare da miraggi folli, non ritorniamo a quelle apparenze fallaci che già ci hanno condotto a terribili catastrofi, e che non fanno che preparare una prossima e inevitabile guerra. Lo spirito militare non riesce a dare la sicurezza. Lo spirito militare somiglia a quei cattivi semi che si lasciano crescere senza prestare loro attenzione, non pensando che essi possano diventare pericolosi, e che tuttavia continuano a ingrandire e a salire, e diventano col tempo un albero ricco di fronde che proietta la sua ombra sull'orizzonte. Quell'albero oscurerà l'orizzonte, e la situazione ritornerà qual era avanti il 1914».

Il dibattito grandioso, nel quale si discute e si decide della vita delle generazioni nascenti, delle sorti della civiltà non è finito. Come Salandra ha detto, a una soluzione non si arriva d'un colpo; bensì per via di conquiste graduali.

Sin d'ora si può già affermare che la discussione non è stata infeconda. Alcuni concetti sono balzati in piena luce, e intorno ad essi dovrà a poco a poco essere costruito il nuovo edificio della coscienza internazionale. L'arbitrato repressivo per sé solo è insufficiente. Herriot e Salandra hanno pienamente ragione quando affermano che nessuno stato affiderà mai la propria vita in mano a una corte di giustizia. In un mondo di giusti sì; ma in un tal mondo la corte di giustizia internazionale avrà forse ragione di essere?

Non può subito darsi una sanzione di forza internazionale. Oggi gli stati non sono disposti ad affidare alla Società delle nazioni l'incarico di assicurarli dall'aggressione di uno stato il quale, con apparecchi segreti e con armamenti specialmente forti, si faccia beffa dell'arbitrato e della corte internazionale di giustizia. Gli stati non sono nemmeno disposti a obbligarsi, in seguito alla sentenza della corte, a intervenire contro lo stato aggressore. Non vogliono far ciò perché essi non intendono rinunciare alla propria sovranità, perché non vogliono creare un super-stato, il quale a poco a poco finirebbe per diventare esso solo il vero stato.

Se questi concetti negativi sono oggi chiari, ciò non vuol dire che non si possano affermare alcuni più modesti concetti positivi, destinati con il tempo ad acquistare forza e a condurre a quella meta a cui d'un tratto è impossibile giungere.

Dinanzi alla esistente corte di giustizia gli stati aggrediti o timorosi di esserlo devono poter ricorrere per far dichiarare un altro stato colpevole del reato di aggressione. La forza della sentenza della corte sarà in principio puramente morale; ma grande è anche la forza puramente morale. Nei paesi civili alla forza della pubblica opinione, schierata in appoggio di una causa giusta, non si resiste. È vero che la forza morale non impedirà la decima o la ventesima guerra; ma non è già un grande risultato averne scongiurate 9 o 19?

La forza morale può essere sussidiata dalle sanzioni economiche. O siano le formule elastiche del patto della Società delle nazioni o quella più precisa del progetto americano Shotwell o altra formula studiata ancor più a fondo, si finirà, attraverso una discussione, per raggiungere il consenso degli stati intorno a una specie di messa al bando degli stati aggressori dai vantaggi dei rapporti economici internazionali. Arma tremenda, che nessuno stato affronterà a cuor leggero. La sicurezza può essere data in quanto sia possibile averla dalla limitazione reciproca degli armamenti, e dalla conoscenza pubblica che gli armamenti di uno o di parecchi stati saranno immediatamente usati contro lo stato riconosciuto aggressore. La limitazione degli armamenti è necessaria per impedire che uno stato abbia tanta forza da aggredire gli altri. La conoscenza pubblica che contro lo stato aggressore siano pronti a schierarsi due o parecchi stati, legati fra di loro da accordi speciali, gioverà ad impedire l'aggressione improvvisa. I trattati speciali sono dannosi, quando siano segreti; ma quando essi siano pubblici e registrati dalla Società delle nazioni, come quelli recentemente conclusi dall'Italia, essi recano in sé la prova della giustizia del fine a cui si ispirano. In realtà, finché non esiste una forza repressiva internazionale l'esistenza nota di queste particolari forze repressive può essere un incamminamento alla creazione futura di quella forza.

Tutto ciò sarebbe vano, se i popoli non si persuadessero che non esiste nessuna formula capace di definire per sempre che cosa sia l'atto di aggressione, che cosa siano gli armamenti limitati, e che cosa sia un "patto giusto" di difesa reciproca contro le aggressioni.

Ritorniamo sempre al medesimo punto; quella formula può essere creata a poco a poco soltanto dallo spirito dei popoli, i quali si incontrano e si guardano negli occhi e si parlano col cuore aperto. Oggi hanno parlato MacDonald, Herriot e Salandra ed i capi dei piccoli stati; domani a Ginevra parleranno anche i rappresentanti della Germania, e della Russia, e degli Stati Uniti.

Lavorando insieme, discutendo liberamente e pubblicamente, dissentendo spesso, ma cercando una via di uscita dalle dissensioni, si riuscirà a definire sempre più esattamente il reato di aggressione. Nel parlamento mondiale si creerà una coscienza morale sempre più alta e più avversa ai rei di delitti internazionali. Gli stati che oggi repugnano, perché timorosi di rinunziare ad un atomo della propria sovranità, consentiranno plaudendo a sanzioni economiche contro gli aggressori; un giorno consentiranno anche alle sanzioni di forza. Quello che oggi importa sovratutto non è la soluzione: è la propaganda per la soluzione: è la continuazione e la ripetizione, sempre più accesa e sapiente, di questi solenni dibattiti in cui uomini amanti delle loro patrie rispettive cercano la via di salvarle dalla ruina che tutte le minaccia, se ancora una volta lo spirito di dominazione e di odio abbia il sopravvento.


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