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La crisi dei cambi. Aspetti economici e aspetti politici
«Corriere della Sera», 20 giugno 1925



Nel momento in cui scrivo i provvedimenti ufficiali annunciati allo scopo di arrestare il ribasso della lira, dopo la costituzione dell'apertura di credito Morgan, sono: il rialzo del saggio ufficiale dello sconto e delle anticipazioni dal 6,50 al 7%, l'aumento dell'interesse sui buoni del tesoro annui dal 5 al 6%, e l'apertura di negoziati a Londra ed a New York per il regolamento dei debiti di guerra.

L'apertura dei negoziati ha per iscopo di dimostrare al mondo la forza finanziaria dello stato italiano, il quale non si arretra dinanzi agli impegni a cui ritiene essersi obbligato giuridicamente e moralmente a far fronte. È intuitivo che il ministro delle finanze non può essersi deciso ad un passo di tanta importanza senza averne meditato a fondo le conseguenze e senza essersi preventivamente assicurato che l'Italia nulla avrà da temere dalle iniziate trattative. Alcuni scervellati parlano leggermente dei miliardi di lire che l'Italia può pagare; i fattori responsabili sanno, invece, che la somma pagabile è strettamente collegata e condizionata a quella che l'Italia riceverà dalla Germania; sanno che in ogni caso dovrà essere tenuissima, perché la pressione tributaria è in Italia altissima e non consente ora alcun margine di espansione e, quindi, l'inizio dei pagamenti dovrà essere rinviato al giorno non vicino in cui l'aumento del reddito nazionale e l'assestamento nazionale consentiranno la formazione di tal margine; sanno che nessuna somma ancorché prelevata dai contribuenti, potrà essere versata alle tesorerie creditrici se, ad imitazione di quanto sancisce il patto Dawes a favore della Germania, non è certo che il pagamento non arrecherà la minima perturbazione ai cambi, e finalmente sanno che condizione necessaria, affinché i pagamenti possano farsi, è la stipulazione con le due nazioni creditrici di convenzioni doganali od emigratorie, le quali consentano all'Italia di procacciarsi quei titoli con la cessione dei quali soltanto si può sperare di pagare.

Gli altri provvedimenti - rialzo dello sconto ufficiale e rialzo dell'interesse dei buoni del tesoro - hanno portata esclusivamente interna. Il primo dovrebbe avere per iscopo di restringere la richiesta di danari a prestito da industriali, commercianti, operatori di borsa, laddove l'aumento del saggio di sconto dei buoni del tesoro dovrebbe avere per effetto di spingere il risparmio verso i buoni evitando che siano presentati per il rimborso alla scadenza ed agguerrendo il tesoro di contanti, cosicché sia esclusa qualunque possibilità di aumento di circolazione.

In tempi di eccitazione e di ansia gli effetti previsti possono tuttavia non prodursi. L'aumento del saggio dello sconto può produrre maggiori e non minori richieste di danaro se il pubblico diventa timoroso di ulteriori rialzi e vuole ad ogni costo mettersi al sicuro, con disponibilità liquide. Un saggio di interesse del 6% sui buoni del tesoro può attirare meno risparmi di un saggio del 4% se nel primo caso esiste panico e nel secondo fiducia. La vendita di dollari prelevati sull'apertura Morgan può a sua volta servire soltanto a far passare i dollari in mano di chi vende lire per disfarsene e rimanere privo di ulteriori effetti, se la vendita non ha per risultato di cambiare l'orientamento psicologico del pubblico.

Tutto ciò equivale a dire che i provvedimenti annunciati possono produrre ovvero non produrre i risultati sperati, a seconda del momento in cui cadono e della perizia nel trarne vantaggio. Per manovrare efficacemente in un mare tempestoso, occorre in primo luogo che esista un manovratore. I lettori sanno con quanta oggettività io abbia incoraggiato gli sforzi dell'on. De Stefani per la restaurazione finanziaria del paese. All'economista, il quale, qualunque siano le divergenze politiche, ha cercato di agire secondo le linee tradizionali della scienza economica, io ho il dovere di dire oggi: «nessuno può chiedere ad un ministro, anche se economista, nessuno può chiedere ai funzionarii del tesoro, anche se valenti, nessuno può chiedere ai funzionarii della Banca d'Italia o dell'Istituto dei cambi, anche se esperti nelle operazioni ordinarie di sconto, di anticipazione e di pagamenti all'estero, di essere anche degli uomini di borsa, degli arbitragisti, dei manovratori tra Milano, Zurigo, Parigi, Londra e New York». I provvedimenti sulle borse e mille piccoli sintomi noti ai professionisti persuadono che ministro e funzionarii non sono anche dei manovratori in borsa e in cambi. Ripeto, ciò non è una colpa; e ciò sarebbe vero anche per uomini di qualunque altra tendenza politica. Il ministro fa il ministro, il funzionario di banca o di tesoro fa il funzionario, l'arbitragista fa l'arbitragista. Ognuno deve fare il suo mestiere. La conclusione? Il ministro deve avere il coraggio di cercare le persone capaci di fare il mestiere di cui oggi c'è bisogno. Nessun dubbio che in Italia esistono uomini capaci di tener testa per abilità, per sangue freddo, per fulmineità di manovra, ai più esperti manovratori di cambi di Parigi e di New York. Saranno pochi, ma ci sono; e probabilmente tra questi ce ne saranno di quelli disposti per punto d'onore, per legittima ambizione a servire lo stato. Anche coloro i quali usano lavorare per guadagnare milioni, sentono, quando si fa appello al loro senso di civismo, che in certe ore della vita val meglio servire il paese che guadagnar milioni. Bisogna dare a qualcuno di costoro la responsabilità e l'onore della manovra.

Ma qui viene il difficile. Nessuno, fra i tecnici che in Italia esistono, potrebbe assumersi la responsabilità ed aspirare all'onore di stabilizzatore dei cambi, se non avesse le spalle sicure contro il verificarsi di circostanze perturbatrici, economiche e politiche.

Economiche prima. È sensazione diffusissima quella dell'incertezza intorno a possibili novità improvvise di decreti e regolamenti. Il male che i decreti sulle borse hanno fatto è indicibile. Il pubblico teme oggi le sorprese più inverosimili. Conversione della lira a dieci centesimi, fermo delle valute estere in mano dei possessori, censimento delle valute estere in banca, censimento dei bisogni di dollari e sterline ed assegnazione dei cambi a mezzo dell'Istituto dei cambi, obbligatorietà della cessione delle valute al medesimo Istituto; in breve, tutto l'armamentario bellico dei provvedimenti vincolistici viene rifrugato, studiato con ansia ed ognuno si chiede: sarà questo o quest'altro il provvedimento di domani? Ed ognuno cerca di premunirsi in anticipazione; ognuno calcola i danni personali, l'imbarazzo agli affari, l'incaglio all'industria che il provvedimento immaginato e temuto gli arrecherà. Tutto ciò sconcerta, impaurisce e fa andar su i cambi. Necessità assoluta, primordiale perché il manovratore possa agire è dunque dare la sicurezza assoluta contro qualunque sorpresa: niente decreti, niente regolamenti, niente vincoli, niente monopolii. Bisogna evitare ogni parvenza di ingerenze perturbatrici, che avrebbero per effetto immancabile di spingere i cambi più in su. Veggasi quanto male fecero i decreti i quali pretesero di fiaccare la speculazione al rialzo sui titoli industriali, allo scopo di spingere il risparmio verso il consolidato e verso la lira. Rotto l'incanto della fiducia, la lira, invece di rialzare, ribassò, e i consolidati andarono giù.

Oggi è logico - e su queste colonne dissi tempo fa che sarebbe stato necessario non impressionarsene soverchiamente - che al rialzo del saggio di sconto al 7% segua un certo ribasso dei corsi del consolidato e dei buoni settennali e novennali del tesoro. Si può disputare sulla misura; ma da quella causa non poteva non discendere quell'effetto. È illogico che al rialzo del cambio segua il ribasso dei valori rappresentativi di cose materiali, ossia delle azioni industriali ed immobiliari. Ma il ribasso è, invece, l'effetto inevitabile della situazione di marasma in cui l'incertezza derivante dall'esperienza dei decreti del febbraio e del marzo scorsi ha piombato gli operatori ed il pubblico. I quali, invece di convertire le lire in valori nazionali, pavidamente ricercano solo più sterline e dollari. Van quindi giù, contradditoriamente, i valori rappresentativi di cose e van su i cambi. I valori industriali stanno male, ma nessun utile ne ebbe l'economia del paese. Il pubblico, disorientato, invece di valori industriali, comprò dollari e sterline. Comprerà domani terreni e case. Certo non acquisterà ciò che i decreti volevano fargli comprare. Basta che un decreto consigli di fare qualcosa, perché il pubblico faccia il contrario. Qui non giudico. Osservo. E concludo che è inutile ostinarsi nel guidare e nel disciplinare sì e come piace ad un ministro o ad un funzionario. Gli uomini, in affari di danaro, non intendono consigli e vogliono regolarsi secondo il loro interesse. È possibile calcolare e prevedere le loro azioni, se essi sono liberi di agire come credono. Non è più possibile calcolar niente, se il giuoco è quello di un fuggi fuggi dinanzi ai pericoli immaginari di un intervento imprevedibile. Ma oltre che delle circostanze perturbatrici economiche, bisogna che i manovratori dei cambi abbiano le spalle sicure contro le circostanze perturbatrici politiche. Non pretendo di sostituire il mio giudizio di liberale e di oppositore a quello dei tecnici. Dico soltanto che il ministro delle finanze deve chiedere ai tecnici dei cambi, in cui riporrà la sua fiducia: «credete voi che alla manovra utile al paese giovino o facciano danno i discorsi di Farinacci, i progetti sulla burocrazia e sui decreti legge? quale credete voi sia - all'estero, su chi deve comprare o vendere lire, sui possessori residenti all'estero di tre o cinque od otto miliardi di lire in conti correnti, in consolidato e in buoni del tesoro, su tutte queste persone che ebbero fiducia nell'Italia e dimostrarono la fiducia trasformando i loro dollari in lire - quale credete sia la impressione delle dichiarazioni dell'"ora viene il bello", delle minacce personali contro gli oppositori, degli annunci di avvenimenti straordinari dopo la fine del processo Matteotti, dell'istruttoria De Bono?» Non chieda, no, il ministro al tecnico dei cambi un giudizio politico. Chieda un giudizio sia pure soltanto tecnico: i discorsi, gli articoli, i progetti, le minacce, ecc. ecc. considerati oggettivamente, come fattori di impressioni economiche, è probabile diano impressione di forza, di tranquillità, di pace, di lavoro ovvero impressione di lotta, di oscurità, di incertezza, di instabilità? Se i tecnici diranno essere indifferente per i cambi che un paese sia retto da un governo soggetto alla critica delle opposizioni, come accade in tutti i paesi da cui viene il "la" nelle materie economiche, ovvero sia minacciato ogni giorno, sia pure in articoli di uomini irresponsabili, autorevoli tuttavia perché non sequestrati, da una nuova rivoluzione o da una ripresa o continuazione della rivoluzione lasciata a metà nell'ottobre 1922 starà bene. Ma se essi diranno che ad un paese, il quale voglia raggiungere una situazione economica sana, il quale voglia avere una moneta buona occorre non solo la sicurezza assoluta contro le improvvise novità economiche, ma anche la sicurezza contro le inquietudini politiche, contro le minacce continue al diritto vigente, contro le perturbazioni degli ordini costituzionali; se essi diranno che tutto ciò che rende gli animi timorosi dell'avvenire, che mette in forse la libera e pacifica convivenza di tutte le opinioni e di tutti i partiti nello stato sovrano, che divide i cittadini in eletti e in reprobi semina incertezza e sfiducia; io mi limito a concludere che il ministro delle finanze avrà l'obbligo di trarre le logiche conseguenze dalla constatazione. Chi si trova a governare la nave del tesoro in un momento grave non può rimanere indifferente dinanzi a fatti od a parole le quali contribuiscano a dare l'impressione che essa va alla deriva.


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