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La dottrina liberale
«Corriere della Sera», 6 settembre 1925



Il bel volume che Guido De Ruggiero pubblica nella "Collezione storica" del Laterza (un volume legato alla Bodoniana, pagine 511, 1925) col titolo Storia del liberalismo europeo è, nella Prima parte, una amplissima e dotta sintesi delle correnti di pensiero le quali dal secolo XVIII in poi, in Inghilterra, Francia, Germania ed Italia, hanno creato, sviluppato, perfezionato il liberalismo e, nella seconda parte, una vigorosa sintesi del contenuto attuale del liberalismo in Europa. Delle due, la prima comprende quasi i quattro quinti dell'opera ed è arricchita da una copiosa e scelta bibliografia. Essa è grandemente istruttiva su libri, scrittori, problemi oggi in parte dimenticati; ma è anche quella la quale si presta meno ad un riassunto, essendo essa stessa la sintesi del pensiero di centinaia di scrittori, tra grandi e minori, i quali alla formazione del pensiero liberale hanno dato un contributo. Il De Ruggiero ha compiuto opera assai meritoria, ricordando alle nuove generazioni da quante e ricche e alte fonti scaturisca quel pensiero che di sé ha informato la legislazione e l'arte di governo nell'ultimo secolo nel mondo occidentale; e come i partiti e le correnti d'idee le quali sembravano più avverse al concetto dello stato liberale abbiano invece contribuito ad arricchirlo di un contenuto nuovo. È forse questa una delle conclusioni più interessanti del volume, che il De Ruggiero nella seconda parte a giusta ragione largamente sviluppa. Il socialismo - il quale al liberalismo sembra nimicissimo e di esso si dichiara l'antitesi, il quale con la teoria della lotta di classe e del materialismo storico ha portato nella spiegazione della storia e dei rapporti umani una secchezza, una unilateralità profondamente aliene alla dottrina liberale - ha fornito invece nuovo materiale all'idea ed alla pratica liberale.

«Stringendo insieme gli operai in vista delle contingenze della lotta di classe, il socialismo ha realizzato un valore spirituale permanente: ha elevato una massa di uomini, che aveva trovato in una condizione di servile abbrutimento, al livello umano degli avversari da combattere, ha eccitato in essa un sentimento di dignità e di autonomia, ha favorito il suo intimo processo di differenziamento. Gran parte di ciò che conta oggi un operaio, come uomo e non solo come macchina o merce, è dovuto al socialismo, che ci si presenta, così, come il più grande movimento di emancipazione umana dei tempi nostri, dopo la rivoluzione francese... . Con l'associazione, l'operaio ha realizzato non soltanto questi vantaggi individuali, ma ha imparato anche a coltivare uno spirito di socievolezza, che doveva accrescere i primi guadagni... . Gli operai che della vita sociale non conoscevano che i duri vincoli di dipendenza, hanno imparato a trattare da uomini con altri uomini, sul piede di eguaglianza; quindi a discutere, a polemizzare, a fare opera di persuasione e di critica».

Tutto ciò il socialismo considerato non come dottrina, ma come movimento operaio, ha potuto fare entro l'ambiente creato dallo stato liberale; e si sono venuti creando tra il socialismo e il liberalismo, rapporti ideali, fecondi per amendue:

«Col fatto stesso che il socialismo reclamava libertà per le sue organizzazioni, doveva in qualche modo sottostare alla legge della libertà; e col fatto stesso che esso entrava in rapporto con altre correnti politiche e sociali, nell'ambito di un medesimo stato, doveva anche sottostare al gioco delle competizioni politiche, al quale poteva addestrarlo, più che il suo astratto schematismo dottrinale, l'esperienza già matura e scaltrita del liberalismo. È stata una scuola di inestimabile pregio per il giovane partito socialista: una scuola di vita nel più alto senso della parola, che gli ha dato il senso politico del realizzabile e del chimerico, di ciò che è parziale e di ciò che è totale, di ciò che è amministrazione e di ciò che è governo. Il socialismo ha cominciato ad imparare la sterilità della violenza, l'importanza del consenso e dei fattori morali in genere nel governo degli uomini; l'innovazione profonda che subiscono gli interessi strettamente economici quando sono portati al foco dell'attività politica».

Ma anche il liberalismo ha tratto gran vantaggio del movimento operaio promosso dalla dottrina socialista. Esso «ha potuto constatare che il problema della libertà non si compendiava in un'astratta dichiarazione dei diritti, lasciando, di fatto, ai più forti l'opportunità di far valere i proprii a detrimento di quelli dei più deboli; ma che bisognava integrare la dichiarazione con la sanzione pratica e coi mezzi di far valere quei diritti per tutti».

Anche la chiesa cattolica ha esercitato nei tempi moderni "una grande funzione liberale". Quel compito di difesa contro l'assolutismo che nei secoli XVII e XVIII fu, nei paesi tedeschi e britannici, assolto dal profondo sentimento religioso del popolo, venne invece nei paesi latini assunto dalla chiesa romana, in luogo dei cittadini troppo scettici. La chiesa dovette, per difendere se stessa dall'invadenza dello stato, creare una forza separata dallo stato; e dal suo conflitto con lo stato nacque per la coscienza individuale la possibilità di uno sviluppo libero ed autonomo. A poco a poco, per il moltiplicarsi delle forze sociali, per l'intrecciarsi degli interessi, per il succedersi delle correnti di pensiero e delle fedi religiose, il liberalismo viene a costituire quasi l'ambiente, il terreno comune di cultura, in cui i germi di forze, di idee, di tendenze opposte si incontrano, si fondono in una unità superiore. Assai efficacemente, il De Ruggiero sintetizza il suo pensiero così:

«L'efficacia educativa del metodo liberale sta appunto in ciò, che esso attenua e cancella ogni sentimento di dommatica sufficienza ed ogni prevenzione verso le tesi opposte alle proprie; e così facendo, apre la mente al nuovo, svela motivi profondi di verità nelle tesi avversarie, suscita il convincimento che vi è una collaborazione superiore di tutte le attività, un'intima concordia in tutte le discordie. In questo modo l'orgoglio si contempera di umiltà, e la fiducia si trasferisce dagli individui contingenti e caduchi all'individualità superiore dello spirito che tutti li contempla e li riscatta».

Vuol forse ciò dire che lo stato liberale sia, come è volgare accusa, agnostico, indifferente, impotente? Il De Ruggiero nega; e posto di fronte ad una delle enunciazioni più caratteristiche della accusa, quella dello stato "ateo" così risponde:

«Non si può chiamare stato ateo, quello che, accogliendo sotto la sua legge comune tutti i culti, mostra di riconoscere che v'è in essi una superiore parentela divina, malgrado le differenze dei nomi e delle forme. E siffatto riconoscimento procede non già da una nuova formula religiosa più comprensiva delle altre, escogitata dallo stato, ma unicamente dal rispetto che esso ha per la coscienza degli individui. Posto infatti che solo le manifestazioni spontanee della coscienza possono avere un valore religioso, è posto anche il valore del differenziamento che la libera attività della coscienza pone in essere».

Così è. Lo stato liberale non è agnostico, né in materia di fede, né in materia economica o di morale. Esso ha una dottrina ed in base a questa dottrina agisce. Quando lo stato si astiene dall'intervenire nelle controversie religiose e non vuole sancire la supremazia di una chiesa sulle altre, ciò fa perché sua dottrina è che al senso del divino possa elevarsi solo la coscienza individuale. Perché, così opinando, dovrebbe forzare la coscienza individuale ad una fede? O non invece, come fa, mettere le coscienze individuali in grado di scegliersi e di crearsi quella fede in cui meglio esse si adagiano? Perché dovrebbe, passando all'economia, lo stato sostituirsi all'individuo, creare una organizzazione paternalistica o comunistica della produzione e degli scambi, quando invece è opinione, è principio dello stato liberale che l'individuo possa meglio raggiungere il massimo vantaggio nella produzione e negli scambi agendo liberamente? Quando così opera, lo stato liberale non è agnostico; ma conseguente al suo principio, ma logico nella sua attuazione. Epperciò anche, se si persuade che l'individuo libero di agire, sopraffà altrui e va contro all'interesse collettivo, lo stato liberale non indugia a porre limiti alla libertà assoluta degli individui. Di qui hanno origine le leggi sul lavoro delle donne e dei fanciulli, sul lavoro di notte, sul riposo domenicale, sulle pensioni di vecchiaia e sulle assicurazioni contro gli infortuni e le malattie. Sempre lo stato liberale agisce partendo dalla premessa, la quale è sua fede e sua ragion d'essere, che l'individuo debba essere messo nelle migliori condizioni per sviluppare la pienezza della sua personalità, per arricchire di nuovi beni, materiali e morali, se medesimo e la collettività, per concorrere e collaborare, singolarmente ed associatamente, nelle forme più svariate ed adatte ai singoli fini, con gli altri individui appartenenti alla medesima collettività. Col perfezionarsi e col complicarsi della vita collettiva, crescono i limiti ed i vincoli all'azione individuale; ma il loro crescere ha sempre per iscopo di promuovere lo sviluppo intimo, spontaneo della personalità umana. Il liberalismo si diversifica dal socialismo da una parte e dall'autoritarismo dall'altro, perché queste due dottrine, sebbene opposte, concordano per ciò che fanno dipendere il progresso umano da un impulso venuto dal di fuori, dall'organizzazione, dal governo, dalla legge, impulso che preme sull'individuo e lo spinge ad innalzarsi; laddove la dottrina liberale nega che l'impulso esterno sia efficace, e se consente allo stato, alla forza esterna la capacità di far qualcosa, questo qualcosa sta nel togliere gli impedimenti e nel creare le condizioni, nel segnare le vie, nel marcare i passi, entro cui ed attraverso a cui l'individuo deve da sé trovare, col proprio intimo perfezionamento, collo sforzo faticoso, coll'esperienza vissuta, attraverso a contrasti e ad insuccessi, in contrasto e in collaborazione con altri individui, separati od associati, la via della salvezza. Negare la virtù del paternalismo, affermare la fecondità della auto educazione, vuol forse dire non avere una fede, una dottrina? Mai no. Vuol dire anzi avere una fede virile, una dottrina maschia. Vuol dire credere ed agire affinché l'uomo si innalzi, in società con altri uomini, ognora più in alto, verso un ideale divino.


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