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La pace e l'idea della guerra
«Corriere della Sera», 23 maggio 1925



Il nuovo libro di Nitti che ha per titolo La Pace (Piero Gobetti editore, Torino) si chiude con la sensazione angosciosa della guerra fatale che riparerà i torti della torbida pace presente. Nitti propugna, è vero, la nobile causa della pacificazione dell'Europa: ed il mezzo scelto da lui a persuadere il lettore ha una efficacia tragica, che tende a costringere anche i più ciechi a dire: sì, bisogna spogliarci dello spirito dell'odio, della vendetta, del sangue; bisogna ritornare a pensare il tedesco come uomo, simile a noi, dotato delle medesime virtù e dei medesimi vizi; fa d'uopo non dimenticare mai che il sangue genera sangue, la guerra partorisce guerra e che l'Europa è destinata a scomparire se non si trova il modo di restaurare la pace tra le genti che la abitano.

Ma quel mezzo possiede anche una forza perversa, la quale va dirittamente contro allo scopo che Nitti persegue. Ribollono, leggendo il libro, le antiche passioni di guerra; si riaccende l'antica lotta fra neutralisti ed interventisti; la patria è nuovamente vista in pericolo e le querele tedesche sui mali trattamenti subiti dopo la guerra appaiono ancora piccole cose di fronte alla minaccia risorgente del pangermanismo che si riaffaccia al Brennero.

Escono, nel fervore di una santa battaglia, dalla penna dello scrittore frasi le quali fanno spavento: «Benedetto XV, nobile ed incompreso pontefice, che nel fervore del conflitto osò parlare della inutile strage, definendo con precisione mirabile la grande tragedia e divinando gli eventi». Chi, durante la guerra, ha temuto che le parole del pontefice, sia pure dettate da spirito evangelico, potessero contribuire all'abbassamento della forza di resistenza dei popoli, teme oggi che le stesse parole servano a spingere alla vendetta le vittime di quella inutile strage e vuole che il suo animo sia temprato contro l'impulso alla pietà verso i vinti ed alla fraterna convivenza con essi. Nitti vuole persuadere l'Europa a vivere in pace e non trova all'uopo migliore argomento fuor di dire ai vincitori: le vostre colpe nell'aver provocato la guerra non sono minori delle colpe dei tedeschi e la vostra condotta dopo la vittoria non fu meno insipiente né meno feroce di quella che avrebbero tenuto i tedeschi, se avessero vinto. «Gli eccidi, le violenze e le rapine del dopo guerra... più dannosi della stessa guerra». - «Per quanti uomini abbia fatto perire il bolscevismo ne ha fatti perire sempre assai meno di Nicola II». - Affermazioni, come queste, non provate e che, se si conoscessero intieramente i fatti, con tutta probabilità apparirebbero lontanissime dal vero, si alternano ad altre nelle quali si elevano alcuni particolari esatti a principii generali: «Le condizioni che l'intesa ha imposto ai paesi vinti sono infami e disoneste; sono la negazione di ogni precedente impegno e di ogni logica. I vincitori hanno violato tutte le leggi della civiltà e hanno abusato della vittoria nel modo peggiore». Calcoli fantastici di sedicenti istituti scientifici americani: - «La Germania ha pagato circa cinquanta miliardi di marchi oro. È stata la più grande indennità che sia mai stata pagata al mondo ed è stata in gran parte intieramente dispersa» - sono assunti a dimostrare la malvagità dell'ultima guerra rispetto alle precedenti: «Anche nel 1870 la Prussia non pretese né una lunga occupazione né una indennità che non fosse possibile pagare soltanto in qualche mese». Fu possibile, solo perché così volle il patriottismo francese; ché senza di esso i tedeschi sarebbero rimasti lunghi anni in Francia e l'indennità era stata fissata in una cifra enorme per quei tempi appunto nella speranza che i francesi non potessero o non volessero pagare.

La Società delle nazioni è «la santa alleanza dei vincitori, costituita a difesa del trattato di Versailles e di tutti i cosidetti trattati di pace, concepiti come modo di continuare la guerra». Ed i trattati sono quotidianamente violati, appena ciò torni vantaggioso ai vincitori. Di fronte alle malefatte dell'intesa, impallidisce la violazione tedesca della neutralità belga: «Violazione dei trattati, offese al diritto delle genti sono dunque state commesse prima della guerra, durante la guerra e anche dopo la guerra, spesso senza necessità, un po' da tutti. Vi è colpa bilaterale e da parte dell'intesa la responsabilità è anche più grave perché non si tratta di violazioni di antichi trattati, avvenute durante la guerra, cioè nella esaltazione del pericolo, ma di violazioni freddamente compiute di trattati recenti e da essa stessa imposti».

Del resto i trattati cadranno, perché fondati sul falso. L'Austria Ungheria dovrà risorgere, perché le nazionalità che la componevano non possono vivere separate, senza opprimere imponenti minoranze nazionali. La Polonia non può avere uno sbocco proprio al mare, perché la Prussia orientale deve congiungersi alla madre patria, anche a costo di assorbire le popolazioni polacche le quali hanno la disgrazia di vivere dentro il corridoio creato dai trattati. La Bessarabia, tuttoché prevalentemente rumena, deve ritornare alla Russia, la quale la possedeva prima. Gli Stati baltici, benché non russi, non hanno diritto di vivere indipendenti, perché la Russia non deve essere "artificialmente" separata dalla Germania, a cui spetta il compito di ricostruirla.

Io non so in qual modo Nitti speri, così argomentando, di persuadere all'intesa, da lui auspicata, vincitori e vinti. I vinti si esasperano nella sete di vendetta per le ingiustizie sofferte; i vincitori diventano ogni giorno più duri nella difesa del patrimonio sanguinosamente rivendicato. Eppure, le pagine nelle quali Nitti riassume lo scopo del libro sono piene di saggezza e di verità. L'Europa non può vivere se a poco a poco non si trasforma in una confederazione di popoli liberi e se il primo passo verso la futura confederazione non è una unione doganale fra due o più gruppi di stati vicini. Le barriere doganali che vanno erigendosi sempre più alte ai confini dei trentacinque stati europei sono quel che di più mostruoso abbia saputo concepire l'insipienza umana per scemare la produttività del lavoro, per annullare i beneficii della natura, per ridurre al minimo la ricchezza ed il benessere degli europei. L'impero inglese, gli Stati uniti, la Cina ed il Giappone si ergono, grandi mercati di produzione e di consumo, unificati e con tendenza marcata ad una lenta unificazione, veri colossi dell'economia, di fronte ad un'Europa dilaniantesi ed ognora più evanescente come potenza economica e politica. Nitti ha ragione: o l'Europa saprà trovare la via della solidarietà od essa diventerà il più insignificante e miserabile dei continenti. Manca tuttavia al suo libro un concetto fondamentale: che la guerra fu, nella intenzione e nelle tradizioni dei popoli che la combatterono dalla nostra parte, un mezzo per raggiungere l'ideale degli Stati uniti d'Europa. Due vie si aprivano dinanzi agli europei del 1914: sottomettersi all'egemonia tedesca e raggiungere per tal modo l'unità. Potevano diventare economicamente grandi; forse potevano toccare un massimo di ricchezza e di forza politica. Non vollero; poiché la ricchezza e la forza sarebbero state ottenute a costo della perdita di beni spirituali di valore incommensurabile: l'indipendenza della nazionalità ed il suo libero sviluppo autonomo.

Scelsero l'altra via: quella della resistenza all'egemonia tedesca, ad una qualunque egemonia, francese o russa od inglese. Vollero raggiungere l'unità per l'accordo libero fra uguali. Molti errori furono commessi durante la guerra e dopo durante il tentativo, che non è se non all'inizio, di attuare quell'ideale. La Società delle nazioni è appena un embrione e talvolta sembra una deformazione dell'unità. Ma la guerra fu una pietra miliare nella conquista dell'unità fra uguali; e l'idea della solidarietà brillava nel cuore dei milioni degli uomini chiamati a sacrificarsi per essa. L'unità attraverso il trionfo della indipendenza nazionale; la solidarietà nella libera emulazione delle varie energie nazionali, non compresse dalla egemonia di un popolo eletto. La via da percorrere è, chi non lo vede?, grandemente più irta di difficoltà. Il trionfo delle nazionalità ha voluto non di rado significare la vittoria dei nazionalismi più ciechi ed esclusivistici. Che monta? Bisogna non stancarsi mai di ripetere, specialmente noi italiani, che dell'idea di nazionalità, rispettosa dei diritti altrui, fummo gli antesignani, che la guerra ebbe quel grandioso significato storico e che coloro i quali, imitando la Germania imperiale, opprimono popoli e violano trattati, rinnegano e non esaltano lo spirito della guerra.

Noi dobbiamo condannare recisamente, al par di Nitti, le perversità e le atrocità e le insipienze del dopo guerra; ma, diversamente da lui, non dobbiamo rassegnarci a considerarle come fatali conseguenze della guerra. Dobbiamo lottare affinché quelle atrocità e quelle insipienze rimangano le transitorie degenerazioni dello spirito di lotta e di reazione che la guerra ha diffuso nel mondo; e tener sempre alto l'ideale che animò i combattenti della guerra: ideale di difesa delle nazionalità e di pace tra i popoli liberati dallo spirito di sopraffazione e di predominio. Anche questo è l'ideale del libro di Nitti; ma egli pessimisticamente vuol far nascere il bene dalla contemplazione del male, dall'orrore per le colpe e per i misfatti dei vincitori e dei vinti. Da quali forze, da quali idee sarebbero mossi gli uomini a ravvedersi? Il male genera male, il delitto provoca delitto. Non basta, per giungere al porto della vera pace, che sia dimostrata la nequizia universale. Se gli uomini sono stati davvero tutti capaci soltanto di tanto male quanto il Nitti efficacemente descrive, essi saranno altresì solo capaci di sommergere l'Europa in un sanguinoso scannatoio. Solo l'idea li può guidare alla salvezza, che il Nitti con tanta nobile pertinacia e in tanti libri animosamente persegue da anni; e quell'idea è la stessa a cui si inspirò la guerra antiegemonica: la solidarietà e la federazione delle nazioni indipendenti. La nazione la quale saprà porsi a capo del movimento per la realizzazione dell'idea della guerra, quella sarà la vincitrice della guerra. Bene dice Nitti che quella nazione potrebbe essere l'Italia.


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