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La tragedia dell'Europa
«Corriere della Sera», 10 agosto 1924



A L'Europa senza pace ed a La decadenza dell'Europa Francesco Nitti fa ora seguire La tragedia dell'Europa (ed. Piero Gobetti, Torino). Chi ha letto gli altri due, conosce l'idea informatrice di questo nuovo volume. Da quando non è più al governo, Nitti è stato infaticabile nell'affermare che l'Europa si avvia alla rovina, ad una rovina spaventosa in conseguenza dei trattati di pace. In numerosi articoli scritti sui maggiori giornali d'Europa e d'America egli da anni ripete, insistentemente, il medesimo monito sconsolato, ed i suoi tre libri sono l'eco e la ripetizione della medesima idea. La quale ritorna, con le stesse parole e con gli stessi argomenti ad ogni capitolo, quasi ad ogni pagina. C'è della forza persuasiva nel suo stile rotto e ripetuto. A furia di sentirla affermare dieci, venti, cento volte, la connessione tra il trattato di Versaglia e la rovina dell'Europa finisce per diventare una idea dalla quale il lettore resta ossessionato. Il «delitto di Versailles» - l'«ignobile trattato» -la «pace abbominevole» - la «violenza delittuosa del trattato» - la sua «applicazione scellerata di cui il cinismo supera anche la mala fede»: ecco i connotati del trattato ed ecco la premessa del quadro di rovine che è l'Europa:

«Le varie inchieste sulla disoccupazione ne constatano l'estendersi negli ultimi anni. I fallimenti sono in aumento in tutti i paesi; la produzione si restringe, i mercati si disordinano. La disoccupazione porta dovunque aumento nelle malattie, nella criminalità e nella mortalità. L'instabilità dei cambi rende un gran numero di commerci aleatori e manca quasi dovunque ogni senso di stabilità e di sicurezza».

Delittuosi i trattati di pace, perché dopo una guerra combattuta in nome dei principii di nazionalità e di indipendenza dei popoli, tolsero terre indubbiamente tedesche alla Germania, la spezzarono in due monconi, crearono una Polonia imperialista padrona dell'assurdo corridoio di Danzica e delle miniere slesiane create dall'iniziativa germanica; misero nella Ceco-Slovacchia una minoranza ceca contro una maggioranza allogena, abbandonarono fortissimi nuclei tedeschi ed ungheresi alla Romania. La applicazione di questi ingiusti trattati è il trionfo della politica del ferro. La siderurgia francese, bramosa di impadronirsi di tutte le materie prime dell'Europa centrale, spinge alla invasione della Ruhr ed ai tentativi di smembramento della Renania, alla divisione dell'Alta Slesia a favore della vassalla Polonia, arma freneticamente Francia, Polonia, Ceco-Slovacchia e Rumenia, tutte provvedute di eserciti più formidabili di quelli della Germania imperiale, sostituisce alle minacce dell'antico imperialismo tedesco che «erano solo minacce» la realtà dell'imperialismo francese «che non è una minaccia, ma un serio tentativo di realizzazione». Le colpe tedesche per la violazione della neutralità belga impallidiscono di fronte alla colpa dei governanti francesi, i quali, pur negandolo a parole, fermamente attuano un programma deciso di rovina economica e di smembramento della Germania e di egemonia francese sull'Europa. Il piano di dominazione europeo di Luigi XIV e di Napoleone risuscita con Poincaré. Se si guarda in fondo ai mali di cui oggi soffre l'Europa, si vede che la causa ultima è una sola: la politica francese delle riparazioni, politica attuata per mezzo di «idioti che servono plutocrati scellerati»; politica la quale distrugge la produzione, cresce il malcontento popolare, provoca le reazioni delle classi dirigenti e mantiene, se non ci si pone rimedio, l'Europa in uno stato di agitazione perenne, preludio alla rovina ultima, economica e morale.

Non riassumo le pagine, che nello stile spezzettato di Nitti hanno una gran virtù suggestiva e rendono il suo libro di rapida, quasi affannosa lettura, in cui sono narrati i tentativi di snazionalizzazione e di smembramento della Saar, della Renania e della Ruhr, le pazzie nazionalistiche di questa nostra Europa inquieta; le rivendicazioni germaniche di innocenza o di non esclusiva e neppure prevalente responsabilità della guerra. Tutte queste sono sfumature secondarie del quadro. Il problema centrale è: la rovina dell'Europa è dovuta ai trattati di pace? A me pare che questa, che è la proposizione centrale del libro di Nitti, la conclusione dell'opera sua infaticata di scrittore politico, non sia in alcun modo fondata. L'Europa non va verso la rovina; ed i trattati di pace sono, come ogni cosa umana, imperfetti, ma non delittuosi.

Non bisogna farsi impressionare oltre il necessario dalle lugubri statistiche della disoccupazione e dagli acrobatismi dei cambi, che sono le due grandi prove della progrediente rovina dell'Europa. La disoccupazione va dappertutto scemando, persino in Inghilterra, dove aveva raggiunto altezze impressionanti. In certi paesi, come in Italia, in Francia, in Svizzera essa è ritornata normale. Se in Germania e negli stati eredi fa ogni tanto qualche punta all'insù, trattasi di fenomeni temporanei, quasi sempre dovuti ad errori monetari e speculativi. Forse è vero invece che le cifre della disoccupazione sono una prova stupenda della vitalità magnifica di questo nostro tribolato continente. Persino in Inghilterra, il numero dei disoccupati è di gran lunga inferiore all'incremento della popolazione. Lo spirito di intrapresa, nonostante le difficoltà del dopoguerra, nonostante la serrata degli Stati uniti, ha potuto non solo dar lavoro all'antica popolazione operaia, ma ad una gran parte altresì degli operai appartenenti alle nuove generazioni. E questa parte, che trova occupazione, è crescente. L'Europa si sforza e riesce, nonostante ogni difficoltà, a lavorare più di prima. Le lugubri profezie di Nitti sono l'eco del momento di crisi postbellica; momento oggi superato quasi dappertutto. I rapporti commerciali discorrono di nuove iniziative, di traffici in ripresa; non di decadenza. La volatilizzazione del marco tedesco, della corona austriaca, del marco polacco è anch'essa un ricordo del passato. Quasi dappertutto si tende alla riconquista di una moneta stabile. Ci saranno delle ricadute, si attraverseranno periodi di crisi; ma nulla fa ritenere che l'Europa sia votata alla rovina.

I trattati di pace possono aver reso necessario un grande sforzo per creare nuove condizioni di prosperità economica; ed in questo sforzo molta ricchezza può essere andata perduta. Non si restituisce l'Alsazia Lorena alla Francia, non si ridà l'indipendenza alla Polonia, non si disfà quella mostruosa contraffazione della libera Svizzera che era l'impero Austro-ungarico, senza produrre qualche, anche grave, rottura di antichi sistemi economici. Ferro e carbone, ferrovie e porti debbono essere ricostruiti, ricomposti, indirizzati verso mete diverse dalle antiche. E che perciò? Forse che questo sacrificio non è piccolissima cosa in confronto ai beni superiori morali e politici che volemmo raggiungere? Adduco un esempio che nel libro di Nitti non c'è, perché egli, insieme con tutti gli italiani, ha voluto il sacrificio economico per attuare l'ideale nazionale. Forseché Trieste non aveva vantaggio "economico" ad essere lo sbocco marittimo di un grande impero? Forseché la riunione alla patria italiana non cagionò una rottura, economicamente dolorosa, di rapporti economici? Ciò sapevano i triestini e ciononostante vollero il danno economico perché lo ritennero ad usura compensato dal vantaggio morale. Col tempo anche il danno economico si potrà riparare; anzi si sta già riparando. Gli ostacoli dei confini politici si possono superare, quando lo consigli l'interesse reciproco dei popoli confinanti.

Nell'Europa nuova, creata dai trattati di pace, si sta ora compiendo questo lavoro di assestamento. Sarà un lavoro lungo e difficile; ma non v'è ragione di supporre che non si debba toccare la meta. Se i tedeschi avessero vinto, avrebbero annesso all'impero i bacini ferriferi della Lorena francese, subordinando all'interesse economico il principio di nazionalità. Bisogna invece dire ben alto, e bisogna sovratutto che lo diciamo noi economisti, se vogliamo conquistare rispetto alla nostra scienza, che le ragioni economiche sono subordinate alle esigenze della giustizia ed al principio di nazionalità. Perciò sono d'accordo con Nitti quando egli condanna la Francia che tenta di separare la Renania dalla madrepatria ed occupa la Ruhr per favorire i proprii siderurgici. La Francia, così agendo, ripete l'errore tedesco e, se non si ritrae a tempo, lo espierà duramente. Ma da qui a condannare i trattati di pace, ad idealizzare quasi l'Austria solo perché teneva insieme popoli discordanti, a ritenere intollerabile che Germania e Russia non siano confinanti, il passo è grande. Bisogna certamente correggere i trattati in quei punti in cui essi offendono il principio di nazionalità; bisogna lavorare per ridurre le cause di guerra e moderare i nazionalismi estremi dei nuovi stati. Ma tutto ciò deve essere fatto sul fondamento dei trattati vigenti. I quali, nonostante le nuovissime lodi del trattato di Vienna, in cui i potenti della terra rispettarono solo la Francia - e come potevano farne a meno, se erano accorsi in suo soccorso contro l'usurpatore? - sono un grande passo innanzi sulla via della pacificazione europea e del rispetto verso il principio di nazionalità.

Il grande problema sta nel far rispettare dalla Francia l'integrità tedesca e nel dare alla Francia sicurezza contro i tentativi tedeschi di ritoglierle l'Alsazia-Lorena. Il trattato di Versaglia non si condanna, ma si esalta quando si afferma che la giustizia e l'interesse economico consistono appunto nel garantire quel confine che il trattato ha stabilito e nel far cessare ogni usurpazione francese di territori tedeschi. Smascheriamo pure quella forma di ipocrisia la quale affetta di chiedere solo le riparazioni, laddove vuole invece il monopolio del ferro e del carbone del continente; ma affermiamo nel tempo stesso, con il rapporto Dawes, che la Germania può pagare e che, pagando le somme fissate dai periti, i suoi contribuenti non si troveranno in condizioni peggiori di quelli dei paesi vincitori. Eliminiamo dall'applicazione dei trattati di pace tutto ciò che inutilmente distrugge ricchezze dei vinti senza vantaggio dei vincitori; ma non attribuiamo le responsabilità delle catastrofi monetarie tedesche ed austriache a quei trattati. La responsabilità della caduta del marco e della corona è tutta della debolezza politica e sociale dei governi locali. In grande, i governi tedeschi ed austriaci attuarono una politica interna simile a quella nostra del pane, che se non fosse stata all'ultimo momento interrotta, avrebbe parimenti condotto la lira a zero. Quando vollero o vi furono costretti, ben seppero anche quei governi ridare stabilità alla loro moneta. Non ciancino, dunque, di conseguenze fatali dei trattati di pace! Se le classi medie tedesche furono distrutte, non l'Intesa ne è responsabile, ma l'ingordigia dei loro proprii connazionali profittatori del dopo-guerra e le vociferazioni del demagogismo social-comunista.

Il libro di Nitti ha un sottotitolo: Che farà l'America! Gran parte del libro è destinata ad illustrare l'indifferenza americana per le cose europee. Un brivido freddo ci fa tremare quando si legge che «la partecipazione dell'America fu un nobile atto, forse non in tutto prudente perché non circondato da opportune garanzie e si basò su una conoscenza non reale degli avvenimenti e delle situazioni». Per fortuna somma, l'America non pesò le ragioni dell'intervento con la bilancia dell'orafo; ma, appunto perché non le pesò, servì meravigliosamente i suoi interessi. Quando in seguito, seguendo anticipatamente i consigli di Nitti, si trasse in disparte, ostinandosi a rifiutare rinunce ai proprii crediti «fino a quando continuano in Europa i pericoli di nuove guerre e i sistemi adottati dai vincitori», l'Europa e con essa l'America, traversarono durissimi momenti. Invero la tesi di Nitti, che si potrebbe chiamare degli Stati uniti salvatori altruisti nel 1917 di un'intesa immeritevole, ed arbitri oggi di negare o consentire il proprio intervento, parmi una concezione del tutto antistorica.

La tesi che gli Stati Uniti siano intervenuti solo perché ingenuamente posero fede alle affermazioni solenni di giustizia, di libertà, di democrazia, di nazionalità e di autodecisione repugna alla verità storica. Se Wilson fosse stato mosso ad intervenire solo dalla propaganda anti-tedesca, non sarebbe destinato a gran posto nel Pantheon degli uomini di stato americani. Invece, egli grandeggerà perché fu il primo presidente il quale osò rovesciare la tradizionale politica americana di isolamento. Nata, ben prima di Monroe, col trattato di Parigi del 1763, quando il Canada veniva tolto ai francesi ed ogni minaccia di guerra contro gli anglosassoni svaniva nel nord-America, quella politica di isolamento rispondeva ad una situazione di fatto durata un secolo e mezzo. Perché interessarsi dell'Europa, se qui, in America, nessuno ci può offendere? Wilson nel 1914, si avvide che l'America era ridivenuta parte del mondo; che era sorto un sogno di dominazione mondiale e bisognava soffocarlo in sul nascere, se non si voleva che in futuro fosse minacciata anche l'indipendenza americana. Per indurre i suoi compatriotti, di corte vedute e rinchiusi nella formula limitata di Monroe, a combattere, dovette parlare il linguaggio magniloquente della giustizia e della democrazia. Perché irridere a queste formule, quando esse traducono in linguaggio accessibile a tutti gli animi, il bisogno sacro di vivere indipendenti e liberi? Dopo compiuto il grande sforzo, gli Stati Uniti tornarono a chiudersi in se stessi e presentarono il conto dei loro crediti. Dopo essere stati veramente "americani" ridiventarono dei "piccoli americani". Furono, di quando in quando, sebbene assai meno a fondo, imitati in ciò dagli inglesi. Come osano, gli anglosassoni, dopo aver rifiutato alla Francia ogni solidarietà nella difesa dei minacciati confini, come osano, dopo tante insistenze nel chiedere il rimborso dei loro pseudo-crediti di guerra, stupirsi se la Francia sia percorsa da correnti nazionalistiche e affannosamente cerchi nella forza quella tutela militare ed economica che gli alleati le rifiutano? Come possono stupirsi e come Nitti può incoraggiarli a stupirsi se gli altri paesi d'Europa, i quali corsero il pericolo di rimanere schiacciati dal tedesco ed a mala pena si sono liberati ieri dalla secolare servitù, hanno secondato piuttosto la politica francese che quella tedesca?

In verità, bisogna non mendicare aiuto dagli americani, quando abbiamo bisogno solo di giustizia. Le ferree necessità di vita del resto, costringono già gli anglosassoni ad intervenire. La storia non muta; e come essi intervennero un giorno per difendere se stessi, ed insieme gli altri popoli, contro un sogno tedesco di dominazione mondiale, così oggi tornano ad intervenire per collaborare con noi e coi francesi medesimi a sventare un altro sogno di dominio, germogliato in talune anacronistiche classi dirigenti francesi. Ed interverranno ancora in futuro, quante volte sul mondo sorgerà l'ombra di imperi fondati sulla forza; ed ogni volta, per difendere se stessi, dovranno sottoporsi a contributi per la causa comune, senza alcuna speranza di restituzione.


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