menu di navigazione

Prima attuare le economie
«Corriere della Sera», 14 novembre 1922



V'è un punto essenziale che merita di essere bene messo in evidenza intorno a quelle che sono le necessità finanziarie del momento. Forse il pericolo maggiore che oggi si corre è questo: che i propositi eccellenti di una risoluta politica di economie inducano il governo a dare un nuovo vigoroso giro di torchio alle imposte. Il disavanzo è siffattamente grave e preoccupante che si comprende bene come un governo, il quale ha deliberato di conseguire, ad esempio, un miliardo e mezzo di economie, pensi di poter distribuire sui contribuenti un miliardo e mezzo di imposte nuove o cresciute; così da poter colmare in parte notevole il disastroso baratro del bilancio. Il sacrificio nuovo chiesto ai contribuenti sarebbe sopportato, si può osservare, con lieto animo, perché essi vedrebbero che le imposte pagate non andrebbero a favore di nuove schiere di impiegati, ma contribuirebbero, insieme con le rinunce a parte delle spese antiche, al risanamento delle finanze pubbliche. La formula potrebbe essere la seguente: per ogni 100 milioni chiesti ai contribuenti, il tesoro pretenda dai ministeri della spesa 100 milioni di rinunce.

Formula simpatica, che ha in se stessa un principio fecondo. Ma perché la sua capacità di bene possa tutta tradursi in fatti, fa d'uopo che essa sia trasformata in quest'altra: il tesoro chiederà ai contribuenti un sacrificio nuovo di 100 milioni solo dopo che i ministeri della spesa non soltanto abbiano rinunciato a 100 milioni di spese, ma dopo che i 100 milioni di risparmi siano effettivamente conseguiti e consolidati. Se così non si fa, rischiamo di ripetere esperienze invano tentate e chiuse tutte con insuccesso. Quale è quel ministero, il quale, per ottenere l'assenso a nuove imposte, non abbia promesso di introdurre le maggiori economie nei pubblici servizi? Le imposte furono consentite ed esatte, ma le economie rimasero scritte sulla carta. Lo scetticismo dell'opinione pubblica è giunto a tal punto che non appena si sente parlare di riforma nei pubblici servizi e di economie burocratiche, la gente si mette le mani nei capelli e pensa con terrore: di quante migliaia crescerà la falange dei pubblici impiegati, in seguito alla richiesta dei pieni poteri allo scopo di ridurne il numero? Né i propositi ottimi dei nuovi uomini di governo possono affidare: ché i burocratici sono cento volte più astuti dei ministri, e sono capaci di colorire le cose in modo da far fare economie illusorie le quali prepareranno, a breve scadenza, la necessità di nuove spese. Gente navigata e sperimentata è caduta nel tranello teso nelle forme apparentemente più innocenti; perché dovrebbe essere esclusa la medesima sorte per gli uomini nuovi?

Occorre perciò in modo assoluto che i fatti delle economie vengano fuori prima delle nuove imposte. Solo così i contribuenti avranno la sensazione precisa che i loro sacrifici non sono destinati a rimanere vani come furono in passato.

Né si tema di perdere tempo seguendo questa procedura. Il ministro delle finanze ha larghissimo campo da mietere con vantaggio dell'erario occupandosi intensamente per alcuni mesi in una impresa ben più meritoria dello stabilire nuovi balzelli: quella della semplificazione delle imposte esistenti, il che vuol dire conglobare i doppioni, abolire le addizionali e ridurre il sistema tributario alla massima semplicità di formule e di aliquote. Le dichiarazioni pubbliche dell'on. De Stefani farebbero credere che egli intenda porsi su questa via. Ottimamente. Resista egli però con la maggiore tenacia contro il bruttissimo andazzo degli arrotondamenti, per cui una vecchia aliquota del 10%, più il 2% di una prima addizionale, più lo 0,50 di una seconda addizionale, più lo 0,05 di bollo, più lo 0,15 di diritto di riscossione, finora si arrotondava nel 13 o nel 14%. Bisogna avere il coraggio di fare la strada inversa; arrotondando in meno al 10%. Ad esempio, la tassa sul lusso, che oggi è circa il 12%, tra principale ed amminicoli, deve essere arrotondata nel 6%. Questa è la sola, la vera via per ottenere molti milioni in più. Le imposte di ricchezza mobile, le quali oggi nelle categorie B e C, tra principali, addizionali, centesimi locali, e contorno di tasse esercizio e rivendita, ecc. ecc., oscillano tra il 30 e il 35%, bisogna siano ridotte ad un massimo complessivo, tributi locali compresi, del 20% per la categoria B e del 10% per la categoria C. Finché questo non si faccia, le frodi continueranno, perché non si può umanamente pretendere che un industriale, che un professionista corra al suicidio. Lo stesso dicasi delle tasse di successione, le quali sono veramente espropriatrici e rendono vane tutte le minacce di sanzioni feroci di fronte alla necessità assoluta di non essere rovinati. S'intende che, mentre si semplificano, si arrotondano in meno e si conglobano le tariffe riducendole a misura sensata, bisogna prendere provvedimenti immediati per adeguare i valori imponibili alla realtà. Finora, il grande insuperabile ostacolo alla ragionevolezza delle aliquote è sempre stata la paura dell'amministrazione che, applicandosi le nuove ridotte aliquote ai vecchi imponibili, il prodotto dell'imposta si contraesse spaventosamente.

Qui, sì, un po' di giustizia sommaria sarebbe a posto. Con provvedimenti empirici, grossolani, a grandi linee bisognerebbe mettere d'autorità gli imponibili in relazione alla svalutazione della lira. In seguito, cammin facendo, le inevitabili ingiustizie si aggiusterebbero quando, frattanto, il nuovo sistema di basse aliquote e di severità negli accertamenti comincerebbe a funzionare in pieno, dando opima messe al tesoro. Questa è l'opera che urge. Dinanzi a questa passano in seconda linea e possono, anzi devono prorogarsi ad un secondo momento le vere e proprie riforme tributarie. Applicare oggi, sovrapponendola alle imposte esistenti, la imposta sul reddito od una nuova imposta per consumi a larga base, sarebbe un voler costruire sulla sabbia. Prima bisogna, con un lavoro intenso di alcuni mesi, dare ai contribuenti la sensazione che i loro denari non sono buttati (quindi economie in atto, operanti e fruttuose) e che le imposte vigenti sono semplificate e perequate. Solo allora il nuovo sarà accolto con favore ed opererà senza attriti e senza aggiungere, come fatalmente accadrebbe oggi, nuova esca al malcontento ed allo spirito di frode.

> Approfondimento: Sulla buona via

< torna indietro