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La situazione finanziaria
«Corriere della Sera», 11 novembre 1923



Dopo un anno, le critiche alla finanza del governo presente si vanno facendo insistenti e vive, sì da costringere anche chi è stato ed è ancora estimatore dello sforzo grande compiuto dall'on. De Stefani per il risanamento del bilancio a rimeditare se e quanto in quelle critiche vi sia di vero. Un bilancio si giudica da due punti di vista: delle entrate e delle spese. Dico subito, per riassumere in una frase la mia impressione ultima, che le critiche rivolte alla politica delle entrate mi sembrano infondate o poco rilevanti, mentre appaiono invece legittime le preoccupazioni intorno all'andamento delle spese.

È naturale che si possano avere opinioni disparate intorno al modo che si sarebbe dovuto tenere per riformare l'assetto dei tributi. L'on. De Stefani preferisce le riforme a spizzico a quelle organiche del tipo, per intenderci, del progetto Meda. E poiché egli preferisce il primo sistema, si assevera da molti che sarebbe stato più conveniente procedere ad una grande ed ardita riforma organica del nostro sistema tributario. Il problema non può essere risoluto sulla base di preferenze generiche. L'elemento decisivo è dato dalle possibilità pratiche di agire. Una grande ed organica riforma tributaria si può attuare con efficacia in un periodo di moneta stabile, come era quella in base a cui era stata concepita la riforma Meda. In tempi di moneta instabile o, se anche praticamente da tre anni stabilizzata, come accade in Italia, intorno al quarto del suo valore nominale aureo, continuamente minacciata di instabilità per fattori perturbanti stranieri e per vaghe aspirazioni di rivalorizzazione o pericoli di ulteriori deprezzamenti all'interno, una grande riforma è votata all'insuccesso. Ci sono nel progetto Meda-Tedesco-Soleri degli articoli che possono essere considerati logici in tempi normali, ma sarebbero fonte di iniquità in tempi di moneta non ancora assestata. Del resto, in quale paese del mondo furono concepiti e scritti nelle leggi piani così radicali di imposizione come nella Germania postbellica? In qual paese si pretese di applicare tante imposte magnifiche sulla carta allo scopo di operare la saldatura tra il vecchio e il nuovo? Il risultato fu, sotto la pressione monetaria, assolutamente nullo. Eppure quello è il paese in cui fu attuata, ai suoi bei tempi, la riforma Miquel, prototipo di tutte le riforme venute poi in Europa e in America. Tutto ciò che si poteva ragionevolmente chiedere a De Stefani, era che egli concepisse le sue riforme a spizzico in un quadro generale, sicché esse potessero essere considerate come armate convergenti, sia pure in modo apparentemente disordinato, allo scopo di ricostruire un sistema più armonioso di quello che la guerra ci aveva lasciato in eredità. Non si può onestamente affermare che egli ciò non abbia fatto. Credo che, qua e là, ci siano stati un po' di fretta e un po' di inutile rigidismo esteriore. Per poter dire di avere irreggimentato non so quanti milioni di nuovi contribuenti all'imposta di ricchezza mobile, il De Stefani ha insistito troppo su una superflua e forse dannosa modalità di esazione dell'imposta sui redditi agricoli, mentre avrebbe potuto riscuotere la stessa somma dalla terra senza quasi nulla spendere. C'è in certe tasse di bollo, negli inasprimenti delle tasse giudiziarie e di quelle scolastiche talvolta un eccesso che alla lunga porterà ad una diminuzione del gettito tributario.

Ma trattasi di difetti rimediabili. L'opera sostanziale complessiva, che si chiama: blocco delle sovrimposte e riordinamento di taluni altri tributi comunali, riforma del sistema dei dazi-consumo comunali - riforma fondamentale che ha davvero messo ordine in una materia inestricabile e feconda di ingiusti arricchimenti a privati, e di abusi a danno dello stato - conversione delle varie tasse di lusso in una tassa generale sugli scambi, riordinamento delle tasse di bollo, revisione delle varie specie di redditi ai fini delle imposte dirette: tutto ciò resta e darà col tempo buoni frutti. Su due punti soli si può oppugnare non i particolari ma il principio stesso dell'azione del ministro per le finanze in materia di imposte: di cui il primo è l'abolizione dell'imposta di successione. Era una cosa che nessuno chiedeva, che non durerà e che porterà ad un privilegio per i fortunati eredi del tempo corso tra l'abolizione e il ristabilimento. Al posto del necessario ed urgente alleviamento delle aliquote il ministro fece il gran passo ardito dell'abolizione. Gli effetti non si sono ancora veduti sulle entrate, perché non sono ancora passati i sei mesi di rito dalla riforma; ma era davvero opportuno rinunciare oggi ad una entrata non irrilevante in momenti di disavanzo? L'altro punto è quello della eccessiva timidità nella riduzione dei dazi doganali, unico mezzo per fare aumentare il gettito di questo e di tanti altri rami di imposta. I dazi doganali sono per nove decimi una imposta privata esatta a favore di singoli agricoltori od industriali. Tutto ciò che esigono questi privati è sottratto ai contribuenti ed è minor materia imponibile per lo stato. L'on. De Stefani ha fatto parecchie cose lodevoli in questo campo; ma sono piccolissime cose le quali fanno a pugni colla firma di avallo posta a quella cosa mostruosa che è la tariffa doganale del luglio 1921, eredità di passati governi, che si poteva ripudiare.

Ma qui passiamo, quasi senza accorgercene, all'altra parte del bilancio pubblico: quello della spesa. Consentire che continui su gran scala l'imposizione privata mascherata di dazi doganali vuol dire spendere miliardi che non figurano né all'entrata né alle spese nei pubblici bilanci. Ha usata parimenti il ministro sempre e dappertutto la necessaria resistenza all'incremento od alla continuazione delle pubbliche spese? Questa delle economie, checché oggi torni di moda riaffermare sia tra i fautori che tra gli oppositori al governo, è davvero la pietra di paragone dell'opera di un ministro delle finanze. È saggio istituire imposte buone e bene ripartite; ma, dopo tutto, il merito di pagarle non è del ministro, ma dei contribuenti. Se oggi le imposte accennano nel loro insieme a stabilizzare il proprio gettito, la colpa o il merito prevalente non è di ministri o di funzionari; è dei contribuenti, i quali non possono probabilmente pagar di più. Le entrate effettive battevano nell'ante guerra sui 2.500 milioni. Oggi sono previste in quasi 17 miliardi. Sono quasi sette volte tanto; ossia sono cresciute più di quanto in media comporti l'elevazione apparente monetaria dei redditi.

Le economie invece sono in parte opera del governo; e, se fatte, debbono essere ascritte a suo merito. L'on. De Stefani vuole, su di ciò non v'ha dubbio, le economie fino all'osso. Le ha cercate con insistenza, con passione. Ha fatto lavorare alcuni uomini ostinati e duri; ha avocato a sé le ragionerie dei ministeri, per controllare direttamente l'opera dei ministeri della spesa; ha iniziato la pubblicazione mensile di un quadro degli accertamenti di entrata e degli impegni di spesa. Ha fatto insomma cose per le quali il paese gli deve essere assai grato. Ma sono forse questi stessi suoi sforzi di pubblicità i quali danno luogo ad inquietudini. Per esprimersi in parole semplici, si ha l'impressione che mentre il ministro con i suoi controllori corrode e lima e riduce per uno, forze più potenti di lui lo persuadono a rassegnarsi a spese di centinaia di milioni. Io non mi impressiono molto nel vedere che su 19,4 miliardi di spese effettive ordinarie e straordinarie previste se ne siano già impegnate nel primo trimestre dell'anno ben 16,8 miliardi, dimodoché ne rimangono disponibili per gli altri nove mesi solo 2,6 miliardi. Bene farà De Stefani a spiegare tali cifre che, a chi le legge, danno a tutta prima una impressione sconcertante. Forse sarebbe stato opportuno chiarire il significato della parola "impegni", che nel linguaggio tecnico-amministrativo non corrisponde sempre al significato ordinario. Per certi capitoli, la parola non dà luogo ad alcuna preoccupazione. Ad esempio, se in organico è previsto lo stipendio di un impiegato per 12 mesi a 1.000 lire al mese, la tabella porta fin dal primo giorno dell'anno l'impegno di tutte le 12 mila lire; di guisa che su quell'articolo non rimane più fin dal primo giorno neppure un centesimo disponibile. Il che è ragionevole e non deve portare ad alcun giudizio catastrofico. Ma il significato della parola "impegno" è dappertutto, in tutti i capitoli, altrettanto innocuo? Cosa vuol dire, ad esempio, che il ministro dei lavori pubblici, al 30 settembre, tre mesi appena dopo il principio dell'esercizio, aveva impegnato già 146,2 milioni su 205,7 nella parte ordinaria e 470,2 su 490,5 nella parte straordinaria, restando per gli altri nove mesi con la disponibilità di 59,5 e di 20,2 milioni rispettivamente? L'on. De Stefani ha fatto bene a dare con questa sua tabella i mezzi di allarmarsi all'opinione pubblica. Ma quel che si vorrebbe sapere è se davvero ci dobbiamo allarmare o no. Grati a lui del segnale di avviso datoci, noi vorremmo essere assicurati che i 20,2 milioni ancora assegnatigli basteranno all'on. Carnazza per soddisfare le innumeri richieste di lavori pubblici che arrivano sino a lui con intensità crescente dal giorno in cui si sono annunciati sui giornali grandiosi programmi di "organici" lavori pubblici, per 500 milioni a Messina e per centinaia di milioni in altre parti d'Italia. È deciso l'on. De Stefani a resistere ad ogni costo alle pressioni che si eserciteranno su di lui per aggiungere altre centinaia di milioni a quelli già esauriti in sì breve volger di mesi?

Qual significato dobbiamo altresì dare a queste altre cifre di ministeri che non hanno il loro bilancio tutto assorbito da spese fisse di interessi su debiti e di stipendi (in milioni di lire):

Spese bilanciate per l’anno

Impegnate nei primi tre mesi

Disponibili per gli altri nove mesi

Esteri

ordinarie

38,0

35,2

2,8

straordinarie

34,5

33,9

0,6

Colonie

ordinarie

186,0

183,1

2,9

straordinarie

68,7

68,6

0,1

Guerra

ordinarie

1.687,9

1.279,7

408,1

straordinarie

210,2

189,4

20,8

Marina

ordinarie

907,3

651,8

255,5

straordinarie

141,8

59,1

82,7

Se per la marina le disponibilità appaiono discrete, non si può nascondere qualche preoccupazione per gli altri ministeri. Basteranno le esigue somme residue a fronteggiare il residuo fabbisogno di impegni? Le preoccupazioni potrebbero essere infondate; ed io non oserei pronunciare un giudizio sicuro, mancandomi la conoscenza del valore preciso pratico attribuito agli "impegni" nei documenti ufficiali. Tanto più grande appare l'urgenza che il ministro chiarisca tali dubbi e dimostri che le previsioni non saranno contraddette dai fatti.

Ce n'è tanto maggior bisogno, in quanto la diminuzione del disavanzo, che si annunciò a Milano ridotto a 2.616 milioni di lire per il 1923-24 e logicamente decrescente sino a zero negli esercizi successivi, è minacciata da alcuni fattori di valore incerto, che hanno radice in provvedimenti già venuti alla luce: 75 milioni per i pensionati, 55 milioni ai cantieri navali in più dei 125 del decreto Belotti, prolungo sino al 1930 dell'accantonamento della tassa straordinaria di circolazione, riforma burocratica sulla base delle classi di rango. Lo spavento di quanti guardano alle economie come alla vera, alla sola opera di salvezza del bilancio è che le economie, faticosamente ottenute con la resecazione di rami, che non tutti giudicavano secchi, della giustizia, della istruzione, e di altri servizi fondamentali dello stato, siano ingoiate ed al doppio e al triplo dall'incremento delle spese militari per il mantenimento di ordinamenti non rispondenti alle somme disponibili ed accettate dai ministri militari responsabili, e peggio dalla burocrazia, dai salvataggi bancari, dai sussidi alla marina mercantile, da lavori pubblici inutili o prorogabili. Se il pericolo esiste, è utile farlo capire. Il paese intiero starà, concorde, dietro il ministro e il governo che lo vorrà fronteggiare.

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