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Due specie di monopoli e due metodi di lotta contro di essi
Lezioni di politica sociale
, Einaudi, Torino, 1975, § 12



Si può dire perciò che, mentre il mercato in "concorrenza" è benefico e rende servigio, il mercato in "monopolio" è dannoso e rende disservigi alla generalità degli uomini. Siccome in queste pagine si vuole soltanto "descrivere" il mercato e spiegarne nelle somme linee il funzionamento, non è il luogo di descrivere anche i mezzi adatti a far venir meno o a diminuire i danni dei monopoli. Basti accennare che la lotta contro i monopoli deve essere considerata come uno dei principali scopi della legislazione di uno stato, i cui dirigenti si preoccupino del benessere dei più e non intendano curare gli interessi dei meno. La battaglia contro i monopoli può essere condotta lungo due direttive. Ci sono dei monopoli, la maggior parte a parere di taluni, i quali sono dovuti precisamente ad una legge dello stato. Se lo stato ha stabilito dei dazi doganali, dei contingentamenti, delle proibizioni contro le importazioni estere, dei divieti di stabilire nuove fabbriche ecc. ecc., lo stato "con la sua legge medesima" ha ridotto o distrutto la concorrenza che potrebbe venire dall'estero o da nuovi fabbricanti. In questi casi è chiaro che basta abolire la legge che ha "creato" il monopolio, perché questo sia distrutto. In altri casi il monopolio è dovuto a cause indipendenti dalla legge, a cause quasi tecniche. Ad es., la concorrenza in una stessa città e negli stessi rioni di molte tranvie, di molte imprese di acqua potabile o di gas o di luce elettrica, ed, entro certi limiti, la concorrenza di parecchie ferrovie tra le stesse città, non è possibile e, se tentata, non dura. Siccome qui il monopolio si può dire quasi naturale, non lo si può più abolire, e bisogna regolarlo. Lo stato interviene per fissare le tariffe massime, il genere dei servizi, ovvero può decidersi ad esercitare lui stesso l'industria monopolistica, facendosi rimborsare il puro costo. Purché non ci pigli troppo gusto. Secoli fa, quando si introdusse in Europa la foglia del tabacco, alcuni stati dissero appunto di voler esercitare essi quell'industria a tutela dei consumatori. Finì come tutti sanno, che il tabacco è venduto da certi stati a 3, 4 e in certi casi fin 10 volte il costo della produzione dei sigari e delle sigarette.

Capitò per accidente che i governi, profittando del monopolio del tabacco per farci su un guadagno enorme, fecero cosa inappuntabile. L'imposta che i governi percepiscono per mezzo del monopolio del tabacco è una delle migliori imposte che si possano immaginare. Dato che non possiamo fare a meno di imposte, è meglio che esse colpiscano una merce che è diventata di larghissimo consumo e per molti è necessaria quasi come il pane, ma la quale può tuttavia essere considerata indice di una disponibilità di reddito volontariamente destinato a soddisfare un bisogno considerato dal legislatore di intensità minore di quella da lui attribuita ai bisogni pubblici, disponibilità che perciò lo stato può senza troppo scrupolo colpire con imposta anche forte. Ma non bisogna generalizzare l'andazzo di monopolizzare questa o quella produzione a favore dello stato. Ebbe buoni effetti il "chinino di stato" che del resto non è un monopolio; ma li ha dannosi il monopolio del "sale" che è un alimento di prima necessità. E non è accaduto forse recentemente, quando le vetture automobili e gli autocarri cominciarono a fare una viva concorrenza alle ferrovie con grande vantaggio del pubblico, che parecchi stati proprietari delle ferrovie invece di rallegrarsi del vantaggio generale, si allarmassero per il danno alle proprie finanze e mettessero ogni sorta di bastoni fra le ruote alla benefica concorrenza dei nuovi sistemi automobilistici? Nessun rimedio esiste contro questi pericoli, all'infuori di una vigile illuminata opinione pubblica, capace di scoprire la verità in mezzo all'imbroglio di pretesti o di frasi fatte con cui si riesce ad ingannarla.

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