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Il certo e l'incerto
«L'Italia e il secondo Risorgimento», 16 e 23 settembre 1944



I

Uno dei criteri con i quali taluni fautori di mutazione nei rapporti tra le classi sociali, nel senso di un innalzamento degli umili e di abbassamento dei grandi - e tutti abbiamo ferma opinione di essere fautori di siffatta mutazione e solo differiamo nella scelta dei mezzi per raggiungere lo scopo - credono di distinguere il bene e il male, gli amici dei più ed i difensori dei privilegiati, è il seguente: buoni sarebbero coloro i quali affermano che il possesso di un capitale è un privilegio e che a grado a grado con progressivi esproprii o violentemente con confische ed eliminazione della classe detta capitalistica si debba ridurre il profitto del capitale ad una porzione congrua minima e finalmente a zero. Il principio assume diverse forme, tra le quali una assai grossolana pare sia quella posta a base della socializzazione delle imprese editoriali e giornalistiche decretata nell'Italia neofascista. Per quanto se ne poté capir qui, al capitale sarebbe fissato un interesse determinato e il guadagno o profitto dovrebbe essere distribuito fra redattori, impiegati ed operai, sotto detrazione di una quota destinata a fini pubblici ed assistenziali, che si immagina facilmente che cosa possano essere in regimi totalitari. Altri, che non intendono a farsa, reputano però seriamente che il progresso sociale consista nel tagliar le unghie al capitale e nel ridurre il compenso attribuitogli alla minima percentuale possibile e questa determinata in una misura fissa non superabile. Cattivi invece e difensori dei privilegi sarebbero coloro i quali dubitano della convenienza di siffatta procedura.

Varie sono le origini storiche dell'idea; ma non si va lungi dal vero, affermando che una e forse la principale fonte sia il Capitale di Carlo Marx. Questi non fu un grande teorico e se lasciò di sé larghissima impronta nella storia politica del mondo, non ne lasciò quasi alcuna nella storia delle dottrine economiche. Né egli intendeva a conquistare un luogo eminente fra gli Smith ed i Ricardo. Dottissimo nella conoscenza degli economisti che lo precedettero, si adattò al loro linguaggio ed alle loro concezioni; e, sebbene si possa dubitare che egli abbia colto le linee essenziali della sistemazione logica ricardiana, in fondo egli non si allontana dagli schemi degli economisti classici inglesi della prima metà del secolo scorso, senza apportarvi contributi originali. Mentre egli scriveva, avevano già pubblicato o stavano preparando i loro lavori, i Cournot, i Gossen, i Jevons, i Walras, i Bohm Bawerk e gli altri, i quali hanno rivoluzionato la scienza economica e l'hanno resa una costruzione teorica meglio atta ad interpretare la realtà e tutta diversa da quella che era al tempo di Marx. Se nella scienza economica non si avesse, come nelle altre scienze morali, una ragionata tenerezza per la storia della formazione delle idee, e se gli economisti usassero, come è costume prevalente dei matematici, dei fisici e dei chimici, tenere a portata di mano solo i libri contenenti i principii modernamente accolti delle rispettive scienze, probabilmente nessuno sentirebbe il bisogno di leggere i classici, siano ortodossi od eretici, ed i loro odierni ripetitori.

Una delle parole che suonano nei libri moderni spaesate ed antiquate è quella di "capitalista" usata ad indicare la figura centrale di un ordinamento economico che si suole ancora nel linguaggio volgare indicare come capitalistico. Codeste parole si trascinano tuttora nella letteratura economica germanica; ma hanno perso gran parte dei connotati tradizionali. Oggi la figura dominante nel mondo economico è detta "imprenditore" e l'economia a cui costui presiede dicesi "ad impresa" o di "mercato". Le stesse parole erano già state usate consapevolmente verso il 1730 da Cantillon; ma gli economisti classici le avevano dimenticate. E fu gran peccato, perché ne nacquero numerose confusioni verbali e peggio sostanziali, le quali interessano grandemente il problema posto all'inizio del presente articolo. Una prima confusione è tra "interesse" e "profitto". I classici e sulle loro traccie i marxisti usano promiscuamente le due parole, le quali invece sono differentissime. L'interesse è il compenso che si paga dall'imprenditore o capo dell'impresa per l'uso del capitale. Capitale sono cose materiali; edifici, macchine, scorte, denaro circolante; capitale è uno strumento, un mezzo, di cui si serve colui che fa muovere ed operare l'impresa, combinando i fattori produttivi. L'imprenditore paga un fitto per l'uso del capitale, così come il fittabile paga il fitto per l'uso della terra. Ma il vero motore dell'impresa non è la materia inerte, il capitale, la terra; è l'imprenditore che usa, indirizza, trasforma, costringe a produrre quelle materie inerti.

Dopo aver pagato il fitto od interesse per l'uso del capitale e dopo aver sostenuto tutte le altre spese di produzione, l'imprenditore paragona l'insieme dei costi con il ricavo del prodotto ottenuto e venduto. Se i costi sono superiori ai ricavi l'imprenditore subisce una perdita, se i ricavi sono superiori alle spese, ottiene un guadagno o profitto. Le differenze fra interesse pagato al capitalista ed il profitto ottenuto dall'imprenditore sono dunque grandi. L'interesse è contrattuale; è determinato dal mercato in una percentuale che può variare di tempo in tempo, ma nei casi singoli è fissa per tutta la durata del contratto. Il profitto è incerto. Può essere negativo e dicesi perdita; positivo ed è profitto propriamente detto. L'imprenditore riceve un profitto per due essenziali ragioni: in primo luogo a titolo di compenso per le eventuali perdite. Se le probabilità di perdere sono uguali a quelle di guadagnare e se esse, in rapporto al capitale impiegato, sono del 3%, occorre in media che in 50 casi su 100 si guadagni almeno il 3% per compensare la perdita del 3% negli altri 50 casi. Chi, altrimenti, vorrebbe fare la professione dell'imprenditore, ossia del combinatore dei fattori produttivi a proprio rischio e pericolo? In secondo luogo, l'imprenditore è un lavoratore come un altro. Il suo lavoro consiste nell'acquistare a prezzo fisso i fattori produttivi, nel combinarli, nel trasformarli in prodotti finiti e nel vendere questi nel mercato. Invece di uno stipendio fisso, egli incassa perdite ovvero profitti. Ha uno stipendio incerto e variabile, invece che fisso. Ma il suo profitto, depurato delle perdite, è compenso di lavoro, della stessa precisa natura di tutti gli altri stipendi e salari di lavoro.

I confusionari, che, manco a farlo apposta, non osano metter becco nelle cose relative alla matematica, alla fisica, alla chimica e, per star più vicini alle cose nostre, non invadono il campo dei cultori del diritto romano, del diritto civile, della statistica, perché sanno che sarebbero cacciati dal tempio a frustate; ma imperversano nelle scienze economiche e sociali, usando, ad esempio, a diritto ed a rovescio la parola "profitto" ad indicare concetti assai diversi da quello chiarito sopra, senza curarsi di aggiungere il necessario aggettivo "qualificativo".

A cagion d'esempio, il profitto "di impresa" non si deve confondere col profitto "di monopolio", il quale è una "aggiunta" al profitto propriamente detto, ottenuta da chi impedisce ad altri di farsi imprenditore in concorrenza sua.

In precedenti articoli credo di essermi spiegato ad usura su questa differenza fondamentale. L'imprenditore ordinario, combinando fattori produttivi, rende servizio alla collettività dei consumatori e merita stipendio eventuale che dicesi profitto. L'imprenditore monopolista, il quale si secca di ricevere uno stipendio eventuale e variabile, cerca, per rassodarlo od ingrossarlo, di togliere di mezzo i possibili concorrenti. Se ci riesce, rende "disservizio" e merita di essere preso a frustate, ossia privato della aggiunta monopolistica al profitto d'impresa vero e proprio. Le varianti del profitto di monopolio sono innumeri: da dazi doganali, da contigenti, da brevetti troppo lunghi e non usufruibili liberamente, da divieti legali. Accennerò ad una variante, di cui non ho ancora avuto occasione di parlare: i profitti o rendite da aree fabbricabili. Chi non sa che due case identiche, del medesimo costo, costrutte nello stesso anno, ma l'una alla periferia e l'altra al centro della città, possono rendere la prima 10 e la seconda 30 mila franchi? La causa è nota: la situazione privilegiata della seconda casa in confronto alla prima. Sul problema hanno avuto luogo in ogni paese del mondo discussioni interminabili; e chi scrive ha purtroppo sulla coscienza, nonché articoli di giornali e saggi di riviste, addirittura un libro in proposito. Dopo tanto discorrere, da cinquant'anni in qua, un certo consenso di opinione sembra essersi fatto: ed i più propendono, meglio che verso imposte, verso piani regolatori accompagnati da opportuni acquisti delle aree fabbricabili, intesi a rallentare o rendere meno probabile l'aumento di valore delle aree fabbricabili ed a devolverlo prevalentemente a vantaggio pubblico.

Accanto ai profitti di monopolio, vi sono altri tipi di profitti che importa sopprimere e combattere: ad esempio quelli da cause ritenute immorali dalla coscienza universale, come la vendita di oppio, di bevande alcooliche nocive, l'offerta di spettacoli corruttori. Anche qui, la legge cerca e più dovrebbe cercare volta a volta i mezzi adatti per sopprimere il profitto moralmente condannabile. In una categoria affine stanno i profitti di guerra. Anche se la guerra fu santa, non ne segue che taluno ne debba profittare economicamente. La discussione qui non verte sul punto pacifico che profitti di guerra non debbono essere consentiti; ma sull'altro, ben diverso, del modo di congegnare l'imposta relativa, affinché essa non sia causa di sprechi dannosi alla collettività. Su di che parecchio fu discusso in Italia allorché l'on. Giolitti fece approvare l'avocazione allo Stato di tutto il profitto di guerra: e vedo che il medesimo aggrovigliato e tecnicissimo problema si torna a discutere oggi in Inghilterra e negli Stati Uniti. Come sempre, i faciloni immaginano con una frase di avere decretata la giustizia; ma lasciano ai disgraziati cirenei delle amministrazioni finanziarie il duro compito di applicare alla meglio leggi vaghe, che, se studiate bene subito, avrebbero operato senza attriti.

Junius


II

Depurato degli elementi estranei, il profitto d'intrapresa resta quel che sopra si disse: un compenso incerto e variabile di lavoro compiuto, di servizio reso. La parola "profittatore" dovrebbe essere riservata a coloro i quali traggono lucro da monopoli, da offerte immorali; da avvenimenti, come la guerra, che richiedono sacrifici alla collettività, o che, come la corruzione propria dei regimi totalitari, arricchiscono gli uni a danno degli altri. Ma non è profittatore colui che crea l'impresa e la fa prosperare in concorrenza con altri; colui il quale osa creare qualcosa di nuovo pur sapendo di avere da lottare contro imprese antiche, già salde ed avviate. Se egli vuole ottenere profitto, deve far del nuovo, dell'insolito, del più conveniente per qualità o prezzo. Non c'è via di scampo. Il sarto, il calzolaio i quali producono merce solita ai prezzi soliti, perdono invece di guadagnare. Se vogliono ottenere profitti, occorre che il taglio dei loro vestiti sia più elegante o nuovo od attraente dei tagli soliti; che le scarpe siano dimostrate dall'esperienza dei primi clienti più solide o comode o piacenti di quelle viste in tutte le vetrine. In un paese totalitario, quale editore riesce a conquistare l'affetto e l'attenzione del pubblico? Non certo chi vende le solite apologie dell'uomo provvidenziale e dei suoi accoliti; le consuete parafrasi dei discorsi ufficiali in lode del regime. Il pubblico ha nausea di questa roba e l'acquista solo se forzato.

Ma si rivolge ai libri non conformisti, ai libri i quali aprono orizzonti nuovi alla mente ed alla coscienza. Anche se non vi legge critiche specifiche al regime imperante, perché esse sarebbero represse colla violenza, respira un'aria nuova e diversa, conosce teorie e uomini e fatti i quali acuiscono ed affinano il suo spirito critico. Se l'editore si fa così conoscere e mette le fondamenta ai guadagni futuri, forseché il profitto non sarà poi meritato? Non ha forse egli lavorato, creato, osato, quando gli altri pedissequamente seguivano ed ubbidivano?

Il punto da risolvere non è se il profitto di impresa sia meritato o no. Non vi è ombra di dubbio che il lavoro dell'imprenditore è uno dei più fecondi che si conoscano; che esso è il motore del progresso economico e sociale. Non gli imitatori, i pedissequi, gli esecutori di ordini altrui, hanno fatto marciare innanzi l'umanità e l'hanno condotta dalla miseria antica alla civiltà presente e la condurranno a più alte mete; ma gli innovatori, i ribelli, i capi, che a loro rischio sfidano la gente assisa nei comodi posti e la forzano a innovare o a cadere. Se il mondo fosse composto solo di impiegati e di salariati esecutori, gli uomini vivrebbero ancora nelle caverne dell'età della pietra.

Il punto è un altro: il compenso all'imprenditore deve essere, come è oggi, incerto e variabile o diventare fisso? Deve la legge fissare un massimo percentuale al profitto?

La risposta che razionalmente si deve dare al quesito è una sola: purtroppo le urgenze della vita, la immaginata convenienza dei più, la paura dell'ignoto persuadono gli uomini a preferire compensi fissi a quelli variabili; ma è parimenti certo che la predilezione verso il fisso, verso il certo è una grande sciagura. Si parta da una constatazione indiscutibile: il prodotto totale sociale, la massa dei beni e dei servigi prodotti di anno in anno, di giorno in giorno in un qualunque paese è, per quantità e per valore, incerta e variabile. Variano i raccolti in quantità e prezzo; variano i ricavi delle miniere; variano le quantità di energia elettrica a seconda delle pioggie e delle siccità; variano i metodi produttivi. Nulla vi è e vi sarà mai di stabile nella produzione. Variano i gusti degli uomini; e quel che ieri era grandemente apprezzato, oggi è vilipeso. Domani, finita la guerra, impianti e prodotti oggi preziosissimi, saranno abbandonati ed arrugginiranno senza remissione. Non vi è forza umana la quale possa fermare a 100 il valore totale della torta da dividere fra imprenditori, che hanno organizzato l'impresa e combinato i fattori produttivi, capitalisti che hanno fornito il capitale materiale, salariati i quali hanno dato il lavoro materiale e intellettuale, e, last but not least, lo Stato, il quale ha fornito l'ambiente esterno di sicurezza, giustizia, difesa, educazione, igiene, viabilità entro il quale l'impresa deve pur vivere. Cento e non più è oggi il totale da dividere; domani sarà 120 od 80 e poi tornerà ad essere 100 o forse 105 o 75 o 150. Ogni giorno varia il prodotto da ripartire; eppure, quasi tutti i partecipanti vorrebbero vedere fissata in un tanto non variabile in meno la quota che ad essi spetta. Primissimo lo Stato, il quale, quia nominor leo, fissa d'autorità la quota che gli spetta; e volenti o nolenti gli altri, se la appropria colla forza dell'esattore. Oggi la quota statale non è in quasi tutti i paesi belligeranti minore del 50%; al ritorno della pace difficilmente cadrà al disotto del 30%. Impiegati ed operai, i quali debbono mantenere sé e la famiglia, a ragione insistono nel sapere a priori su che cosa possono contare. Preferiscono 10 franchi sicuri ad 8 ovvero 12 incerti a seconda dei risultati dell'impresa. Il capitalista, anche lui, animale timido per eccellenza, che scappa e si nasconde ad ogni stormir di foglie, preferisce gli investimenti a reddito fisso. Nove su dieci, almeno, i capitalisti preferiscono il 3% delle casse di risparmio ed il 3,50% delle obbligazioni cantonali o federali o statali a qualunque dividendo variabile delle azioni industriali! Quanti lai dei proprietari coltivatori per l'incertezza dei raccolti e la fissità delle spese, degli interessi passivi e delle imposte e quanta emigrazione dalle campagne alle città, dove sui salari e sugli stipendi non piove e non grandina! Tutti vogliono il certo e paventano l'incerto. Il solo che, tratto dalla speranza del profitto e mosso dalla paura di cadere in perdita, si adatti all'incerto è l'imprenditore. Non solo deve assoggettarsi a richieste sempre più gravi di prelievi certi - imposte, assicurazioni sociali, quote assistenziali - ma sul residuo incerto si appuntano i desideri degli altri partecipanti, particolarmente lavoratori intellettuali e manuali i quali, tenendo ben stretto il certo già consentito, vorrebbero per sé in aggiunta la parte più cospicua del residuo eventuale e, per conseguire cotal residuo, vorrebbero trasformare in stipendio fisso anche la quota spettante all'imprenditore. Tutti gli addendi dovrebbero rimanere fissi: stipendi, imposte, interessi (ridotti al minimo) e profitti. In più dovrebbe esserci ancora un resto da assegnare ai lavoratori. Ma poiché il totale balla e seguiterà sempre a ballare, il problema è insolubile.

Non pochi economisti vedono nella contraddizione insanabile, fra un totale (prodotto lordo) variabile ed una somma di addendi fissi la causa dell'irrigidimento crescente dell'economia contemporanea e della sua incapacità a fronteggiare le conseguenze delle crisi. Variazione è sinonimo di crisi. Quando variano i raccolti, i prezzi, i gusti, variano necessariamente i ricavi. Se le quote rimangono fisse, se la struttura economica non li può rapidamente adattare alle variazioni; se le leghe operaie tengono duro alle tariffe stabilite, se gli industriali si trincerano dentro ai loro monopoli, la crisi, la disoccupazione sono inevitabili. Non giova nazionalizzare e socializzare; perché il dissidio fra prodotto totale variabile e somma fissa delle quote rimane. Taluno immagina di uscire dal dilemma attribuendo ad un centro (Stato, ente pubblico, ministero dei piani) il compito di redigere un programma complessivo, che si suol dire organico o razionale, il quale preordini quel che si deve produrre e quel che si deve consumare. A pensarci bene, trattasi di attribuire ad un consesso di tecnici il compito di far coincidere produzione e consumo riducendo al minimo le variazioni impreviste dell'uno e dell'altro. Chi si contenta gode. Nei conventi, nelle caserme, nei reclusori tutto è programmato e non ci sono crisi. Ma tutto è irrigidito. Quello è il contrario della vita, che è il nuovo, l'impreveduto, l'incerto. Non sembra giunto il momento di riflettere al tragico contrasto fra la aspirazione, profondamente umana, al fisso ed al certo e la inevitabilità dell'incerto e del variabile? Uomini di Stato, dirigenti di imprese, capi di associazioni di lavoratori, invece di favorire lo scivolio sul piano inclinato del fisso e del certo, che mena verso l'irrigidimento cadaverico, non dovrebbero urgentemente ritornare alle idee semplici, alle nozioni spontanee inculcate dalla contemplazione della natura? Il contadino, il quale ha dietro di sé la sapienza dei secoli espressa nei proverbi, è rassegnato dinnanzi alla grandine. Sa che non tutte le stagioni sono propizie ai raccolti. Così dovremmo far tutti. Pretendere un punto di partenza sicuro è umano e può essere uno stimolo a volere e ad ottenere un di più incerto. Ma non oltrepassiamo il segno nella esigenza del certo. Se il mondo moderno vuole salvarsi dalla morte per lento irrigidimento progressivo, fa d'uopo che il meccanismo economico ritorni ad essere mobile, elastico, adattabile.

Junius

 

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