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Il fantoccio liberistico
«Corriere della Sera», 22 agosto 1948



Caro Calosso,

la sua lettera, la quale mi ricorda così affettuosamente gli anni ormai lontani delle aule universitarie torinesi, mi costringe ad una risposta. Non, forse, sulla sostanza del problema costituzionale da lei posto; ma sulla impostazione della disputa che ella asserisce esistere fra i liberisti, quale io sono definito essere, ed i loro avversari che un tempo erano detti protezionisti o socialisti ed ora sembra debbano essere più opportunamente detti "pianificatori". Come mai ella, scrittore paradossale, ha potuto parlare di una «ben nota tesi che sta alla base della fede liberista (di Einaudi), secondo la quale i singoli uomini, urtandosi l'un l'altro, finiscono per fare l'interesse proprio e quello generale»? Dico che uno scrittore paradossale, come ella certamente è, non avrebbe mai dovuto far propria quella definizione del liberismo, perché amante del paradosso è colui il quale ricerca e scopre la verità esponendola in modo da irritare l'opinione comune, costringendola a riflettere ed a vergognarsi di se stessa e della supina inconsapevole accettazione di errori volgari. Come mai ella, inventore, nel parlare e nello scrivere, di tanti paradossi suggestivi, ha potuto macchiarsi del volgarissimo errore degli avversari analfabeti del liberismo, raffigurandolo anche lei sotto le spoglie di un fantoccio mai esistito e perciò comodo a buttare a terra? La «ben nota tesi» secondo cui «i singoli uomini urtandosi l'un l'altro finiscono per fare l'interesse proprio e quello generale» è una "invenzione" degli anti liberisti, si chiamassero o si chiamino essi protezionisti o socialisti o pianificatori. Non certo i negozianti, i quali, alla domanda di Colbert: «Che cosa lo stato può fare a vostro favore?», si dice abbiano risposto con la celebre frase: «laisser faire, laisser passer», vollero affermare una "tesi liberistica". Essi volevano semplicemente dire, in quelle circostanze ed in quei tempi e per le branche di commercio da essi coltivate: «Non perseguitateci con tante scartoffie, non proteggeteci troppo, ché ai nostri traffici provvederemo noi!». Quella non era una tesi od una fede; ma l'esclamazione - che mi pare sia anche oggi quella di tanti uomini di ogni parte del mondo - di gente infastidita da rompiscatole e desiderosa di lavorare senza tanti impacci. Nessuno che abbia veramente letto il libro classico di colui che è considerato per antonomasia il prototipo dei liberisti ammetterà mai che si applichi ad Adamo Smith la sua definizione fantoccio del liberismo: ad Adamo Smith, il quale scrisse che «la difesa è più importante della ricchezza» ed assoggettò quindi i cittadini alle imposte stabilite per il bene comune; il quale difese le leggi protezionistiche a favore della marina mercantile; il quale scrisse parole di fuoco contro i proprietari assenteisti ecc. ecc.

Invano gli economisti hanno le centinaia di volte dichiarato bugiardo e calunnioso il fantoccio inventato dai loro avversari; invano ho ricordato infinite volte il titolo di un piccolo libretto, Les économistes classiques et leur adversaires di Schullern Schrattenhofen, nel quale, coi testi alla mano, l'autore dimostra che gli economisti classici, detti comunemente liberisti, hanno, assai prima e meglio dei loro avversari, messo in chiaro i casi nei quali l'intervento dello stato è necessario e vantaggioso per regolare l'attività privata quando questa, se fosse lasciata libera, sarebbe cagione di danno alla collettività. Invano, in tutti i trattati di finanza, il mio compreso, sono elencate e dimostrate le ragioni delle statizzazioni e delle municipalizzazioni, le maniere di esse ed i loro limiti. È così comodo combattere contro un fantoccio!

Vuole, caro Calosso, che anch'io le inventi un paradosso? «Liberisti sono coloro i quali, ragionando, cercano di precisare le ragioni ed i casi ed i limiti dell'intervento dello stato e degli altri numerosi e variabilissimi enti pubblici nelle cose economiche; e pianificatori sono coloro i quali gridano: piani, piani, piani! e producono confusione, facendo un'insalata russa abbominevole dei piani che sono compito dello stato, di quelli che spettano ad altri enti pubblici e di quelli che, dacché mondo è mondo, ogni persona sensata ha sempre fatto, col nome di bilanci, preventivi, progetti, per condurre la propria impresa o la propria famiglia». E, in fondo al paradosso, sta una verità sostanziale: è erroneo e pericoloso seguitare a baloccarsi con fantocci verbali ed a scaraventarseli l'un contro l'altro. Purtroppo non è possibile ubbidire all'insegnamento di Vilfredo Pareto e sostituire a parole equivoche le semplici lettere dell'alfabeto A, B, C ecc. cercando di definire rigorosamente le lettere medesime. Gli uomini, e particolarmente gli uomini politici, non amano le lettere dell'alfabeto, le quali non suscitano emozioni e passioni. Ma forse non è impossibile fare astrazione dai fantocci e cercare di dividersi e di discutere intorno ai problemi concreti, ad uno ad uno, e nel loro insieme considerati. Badi, caro Calosso, che io scrivo "dividersi e discutere" perché non credo, almeno per i problemi economici e sociali, nella unanimità dei consensi e nel 1921, se non erro, scandalizzai i miei colleghi senatori affermando nell'aula che le lotte del lavoro erano feconde; e che non le lotte e le discussioni dovevano impaurire, ma la concordia ignava e la unanimità dei consensi. Né sembra che la esperienza del ventennio fascistico mi abbia dato torto. Ma credo anche che discutendo su problemi concreti e parlo di quelli economici non si possa dimenticare la sentenza di un altro grande italiano: Maffeo Pantaleoni, il quale insegnò che gli economisti si dividono in sole due categorie: di coloro che la sanno (la scienza economica) e di quelli che non la sanno. Era anche quello un paradosso. Ma conteneva una verità essenziale: che in quei problemi nei quali la soluzione può essere trovata col ragionamento esiste una soluzione sola che sia perfetta; e la discussione può impostarsi solo sulla opportunità di adottare quella soluzione perfetta od invece altre imperfette, sapendo che sono tali, ma rassegnandosi ad esse per motivi sentimentali irrazionali. I quali sono invece dominanti in altri problemi, rispetto a cui è inutile interrogare gli economisti, incapaci a rispondere, come tali, su argomenti posti fuori del loro campo.

Gli economisti chiedono solo di essere posti in istato di accusa essi e non fantocci immaginari creati, a scopo di infamia gratuita, dai loro avversari. Certamente essi non potrebbero essere accusati:

di essere contrari a quella che si chiama legislazione sul lavoro;

di essere avversari delle associazioni o leghe dei lavoratori;

di essere fautori della illimitata libera concorrenza in ogni campo;

di essere nemici delle imposte e dei provvedimenti atti a garantire ad ogni uomo la maggiore uguaglianza nei punti di partenza nella vita, la quale sia compatibile con la libertà dell'uomo ecc. ecc.

Non lo possono, perché le migliori e prime difese della legislazione sul lavoro e delle leghe operaie si leggono negli scritti degli economisti detti liberisti della prima metà del secolo XIX (per l'Italia basti citare Camillo di Cavour, giovanissimo illustratore della legge sui poveri); perché la teoria del monopolio è opera di Cournot (1837); perché la teoria della imposta progressiva come strumento di uguaglianza nei punti di partenza si legge in Bentham, gran sacerdote dell'utilitarismo, e fu perfezionata dagli economisti inglesi, e basti citare Wicksteed, il cui libro dovrebbe essere il vangelo dei riformatori sociali, desiderosi di conoscere le ragioni dei sentimenti dettati ad essi in confuso dalla passione politica e sociale.

La passione professionale mi ha spinto a varcare i limiti del riserbo che la carica mi impone? Spero di no; ed in ogni caso la colpa od il merito di avermeli fatti varcare è sua, caro Calosso, e della sua inopinata accettazione di un luogo comune calunnioso per la nostra confraternita.

 

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