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Uninominale e proporzionale
«Il Giornale», 11 novembre 1945


Discorrendo di proporzionale e di collegio uninominale con un laureato, uomo colto, vissuto non brevemente, per ragion di studio, all'estero, mi accorsi, per sua candida, spontanea confessione, che egli non aveva idee precise intorno a quel che fossero quei due mostri. Se per lui, nato dopo il 1900, "collegio uninominale" e "rappresentanza proporzionale" erano due "parole" mute, esse sono probabilmente altrettanto mute per la grandissima maggioranza degli italiani, nata durante il secolo presente e priva di diretta esperienza elettorale. Che cosa sta dunque sotto quelle due parole? Nella disputa tra uninominalisti e proporzionalisti, il sugo sta apparentemente in ciò che i primi vogliono che gli elettori siano chiamati a scegliere tra un uomo ed un altro uomo laddove i secondi vogliono chiamare gli elettori a scegliere tra un'idea ed una altra idea.

Perciò i primi vogliono che il collegio elettorale, ossia la circoscrizione territoriale chiamata ad eleggere i deputati, sia "piccola". Se, ad ipotesi, i deputati alla costituente (o, dopo, alla camera) debbono essere 535 e se gli italiani sono 45 milioni, l'Italia dovrà essere divisa in 535 fette territoriali, ognuna delle quali comprenderà in media 84 mila abitanti. In ognuno di questi 535 collegi Tizio si presenterà e dirà agli elettori: «Ho intenzione di rappresentarvi onestamente ed efficacemente: date a me i vostri suffragi»; e così diranno Caio, Sempronio, Mevio e via dicendo quanti saranno pronti a sobbarcarsi al gravoso ufficio. Se, per modestia, Tizio starà zitto, parleranno i suoi amici: «Eccovi Tizio e Sempronio ecc., che noi riteniamo uomo degno di rappresentarvi alla camera».

I secondi, proporzionalisti, vogliono invece che il collegio elettorale sia "grande"; ad esempio, coincida con le regioni storiche: il Piemonte, la Liguria, la Lombardia, la Sicilia, la Sardegna ecc. ecc. Ogni collegio grande o regione sarà chiamata ad eleggere tanti deputati quante volte il quoziente 84.000 abitanti, entra nel numero totale dei suoi abitanti; suppongasi 60 deputati per una regione molto popolosa. L'elettore non è più chiamato ad eleggere un deputato, ma una lista di 60 deputati. Perciò Tizio non si può presentare e dire agli elettori: eleggetemi. Non è assolutamente escluso, ma non è pratico. Nascerebbero una grande confusione ed una grande dispersione di voti.

Perciò è ovvio che nel collegio grande tutti i Tizii, ossia tutti i candidati i quali supergiù la pensano allo stesso modo, si attruppino insieme in una lista e dicano agli elettori: «Noi siano i Tizii, che la pensiamo in un certo modo, ad esempio nel modo democristiano». Parimenti i Cai diranno: «siamo i Cai, che la pensiamo al modo socialista». E così parleranno i Semproni liberali, i Mevii azionisti i Marii demolavoristi, i Livii comunisti, i Sallustii demoitaliani, ecc. ecc.

Ho lasciato nello scrivere, per imparzialità, al caso di un imbussolamento l'ordine di enunciazione dei partiti.

In ambi i casi, i candidati fanno appello agli elettori a causa delle idee che essi professano, del programma che vogliono attuare. Nel collegio uninominale Tizio non dice: «scegliete me perché sono bello o grande e grosso, ma perché sono liberale o socialista o comunista o democristiano ecc. ecc.». Nel collegio grande ci sarà qualcuno, un comitato di amici, il quale per essere composto di molti amici sarà detto comitato centrale o regionale del partito, il quale dirà: «noi vi assicuriamo che tutti i 60 candidati che noi vi presentiamo sono comunisti o socialisti o democristiani o liberali ecc. ecc. di provata fede».

A questo punto nascono le differenze. Nel collegio piccolo, l'elettore non ha gran libertà di movimento. Non può scrivere più di un nome: o Tizio o Sempronio; non una fetta dell'uno ed una fetta dell'altro. Perciò si dice che nel collegio uninominale si battaglia pro o contro il tale o tal'altro uomo. Nel collegio grande, l'elettore scrive anche lui 60 nomi; ma siccome i nomi da scrivere sono molti, quando egli non vuole far la fatica, può anche votare per la lista intera bell'e stampata. A ridurgli la fatica, talvolta ogni lista è contrassegnata da un simbolo; falce e martello, bandiera tricolore, fior di giglio, ecc. ecc.; l'elettore facendo un contrassegno accanto al simbolo, s'intende abbia votato per quella lista intera. Perciò si dice che nel collegio grande si battaglia non pro o contro uomini, ma invece pro o contro idee.

Nel collegio uninominale dovendosi eleggere un solo deputato, bisogna forzatamente considerare eletto chi riporta la "maggioranza" dei voti degli elettori votanti. Qui vi sono due soluzioni: quella inglese, immutata da forse sette secoli, la quale proclama eletto il candidato il quale ottiene la maggioranza "relativa" dei voti dei votanti. Se i votanti sono, supponiamo, 600, ed hanno dato 250 voti a Tizio, 200 a Caio, 120 a Sempronio, 20 a Mevio e 10 a Mario, è proclamato eletto Tizio, sebbene non abbia ottenuto la metà più uno (301) dei voti validi.

Ne segue che i 200 più i 120 più 20 più 10 ed in totale 350 elettori, i quali hanno votato per candidati diversi da Tizio, ossia la maggioranza degli elettori, rimangono delusi. Gli inglesi da 700 anni contemplano il fatto, senza scomporsi: «gli elettori impareranno», paiono dire, «a non frantumarsi in troppe conventicole». Ed, infatti, gli elettori liberali, stufi di perdere i voti dandoli a Sempronio liberale, hanno finito per decidersi a darli ai Tizii ed ai Cai. Ieri i Tizii erano i conservatori con Churchill, oggi sono i laburisti con Attlee.

La soluzione italiana reputa di aver trovato, ma in ciò imitò la Francia, la via d'uscita col ballottaggio. Se nella prima domenica delle elezioni i 600 elettori votanti si sono frazionati così come sopra si disse, si bandisce il ballottaggio per la domenica successiva tra i due - e tra questi due soli - candidati Tizio e Caio che hanno riportato il maggior numero relativo di voti: 250 e 200. Gli elettori saranno costretti a decidersi; che i voti dati ad altri saranno considerati nulli. Se, suppongasi, i 120 dati la prima volta a Sempronio si rovesciassero su Caio, questi vincerà nonostante fosse la prima volta rimasto in minoranza. In ogni caso, una minoranza ci sarà e rimarrà senza un proprio rappresentante diretto.

Il collegio "grande" è preferito da taluno perché rimedierebbe all'inconveniente delle minoranze rimaste in asso. Supponiamo infatti che gli elettori votanti siano nel collegio grande 600.000, i deputati da eleggere 60 e che la lista dei Tizii abbia riportato nella prima ed unica giornata delle elezioni, 250.000 voti, la lista dei Caii 200.000 voti, quella dei Semproni 120.000, quella dei Mevii 20.000 voti e quella dei Marii 10.000 voti, il calcolo da farsi è semplicissimo; poiché il numero dei 600.000 elettori votanti diviso per il numero 60 dei deputati da eleggere dà il quoziente 10.000, è chiaro che ogni gruppo di 10.000 voti ha diritto ad un deputato. I Tizii avranno 25 deputati, i Caii 20, i Semproni 12, i Mevii 2 ed i Marii 1. Ciascun gruppo avendo ottenuto ciò che gli spettava secondo le sue forze, tutti sono contenti. Nell'interno di ogni lista, composta sempre di 60 candidati saranno preferiti ed eletti i candidati i quali avranno ottenuto dagli elettori una qualche distinzione; ad esempio un maggior numero di voti o di segni preferenziali od il collocamento di primi in lista.

L'esempio è stato combinato a bella posta nel modo più semplice possibile. In realtà, gli elettori possono votare per i candidati di parecchie liste, cancellare od aggiungere nomi, scrivere uno o più segni di preferenza. Di solito perciò la proclamazione dei risultati è laboriosissima e talvolta richiede squadre addestrate di aritmetici e di macchine calcolatrici. Ma l'idea è una: impedire la vittoria totale della maggioranza e dare ad ogni gruppo di elettori la possibilità di eleggere un numero di deputati corrispondente alle sue forze.

 

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