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Perché voterò per la monarchia
«L'Opinione», 24 maggio 1946



Non voterò per la monarchia perché io pensi che il Re possa salvare gli averi di coloro che posseggono. Costoro sono bensì moltitudine in Italia: di soli proprietari di terreni si contano 13 milioni, uno ogni tre abitanti e mezzo, più di uno per famiglia. Ma gli averi non si salvano fidando in una forza esteriore. Si salvano solo col lavoro, coll'iniziativa, col risparmio, rinunciando ad ogni monopolio ad ogni privilegio dannoso alla collettività.

Né voterò per la monarchia perché pensi che il Re possa essere le roi des gueux. Non devono più esistere in Italia, come un tempo accadeva, straccioni di cui il Re possa dire di essere il difensore contro la prepotenza dei grandi.

Non voterò neppure per la monarchia perché speri che essa ci salvi dal salto nel buio di una repubblica comunista o socialista. Nessuno può salvare gli italiani dal salto nel buio o nell'abisso se non gli italiani stessi. Se non volessi, assai più che la vittoria della monarchia, la vittoria del bene comune dovrei augurare alla repubblica di iniziare il suo corso nel travagliato momento odierno: col 20% della ricchezza nazionale distrutta, col reddito nazionale totale, ossia coll'insieme della produzione annua totale di beni e servigi, dalla quale soltanto si ricavano salari, stipendi, interessi, guadagni, imposte, ridotto del 45% in confronto all'anteguerra, colle disponibilità liquide (massa totale dei depositi presso le casse di risparmio e banche di ogni specie) nominalmente cresciute, ma in realtà ridotte ad un terzo di quelle esistenti nel 1938. La impossibilità fisica assoluta di mantener le promesse che a gara i partiti vanno facendo, le prove della dura fatica che tutti, appartenenti a tutte le classi sociali, dovremo sostenere, saranno causa di disillusioni acerbissime; delle quali la colpa sarà fatta risalire da molti, forse dai più, all'istituto che avremo scelto per dar forma allo stato.

Ma non voterò per la repubblica, perché temo per l'Italia il pericolo dal quale a grande stento si salvò il 5 maggio la Francia, respingendo il progetto di costituzione che la maggioranza social-comunista aveva costruito. Quel progetto soddisfaceva alla logica astratta dei dottrinari. Se si parte dalla premessa che l'unica, la vera fonte del potere sia la volontà del popolo, è chiaro che da essa soltanto debbano provenire tutte le forze politiche esistenti nel paese. Quando i cittadini hanno eletto una assemblea a suffragio universale segreto, a che pro una seconda assemblea ed un presidente eletti con metodi diversi, dallo stesso popolo, i quali altro non potrebbero fare, se volessero far qualcosa, se non frastornare o ritardare i deliberata della assemblea popolare? Dunque sia unica l'assemblea, sia da questa eletto il capo dello stato e siano da essa e da essa sola dettate le norme relative al mantenimento della giustizia, alla libertà di religione, di pensiero, di stampa, di insegnamento, di associazione. I francesi ricordarono però che le assemblee uniche sovrane sono dominate dai partiti e che questi ubbidiscono, sovratutto in regime di rappresentanza proporzionale, [a] giunte, le quali, impadronitesi della macchina dei partiti, fanno le elezioni; che perciò è sempre imminente la tirannia delle assemblee, non meno dura della tirannia di uno solo. Ricordarono di aver preferito il tiranno alla strapotenza di una assemblea unica sovrana. Ricordarono la dominazione del primo Napoleone, seguita alla Convenzione ed al Terrore, da cui si poterono liberare soltanto grazie alla ritirata di Mosca, ed alle disfatte militari di Lipsia e di Waterloo; ricordarono la rinnovata tirannide del terzo Napoleone, anch'essa funesta a tutte le libertà politiche, seppure largitrice di tranquillità apparente e di prosperità economica. Anch'essa era finita nella sconfitta di Sedan e negli incendi della Comune. Non dimenticarono anche che il signor Lebrun, l'ultimo presidente eletto dalle assemblee elettive, firmò l'atto di morte della terza repubblica.

Neanche la elezione del capo dello stato da parte del suffragio universale diretto e segreto col sistema della repubblica presidenziale, è garanzia di libertà. Conosciamo un solo esempio nella storia contemporanea di repubblica presidenziale stabile: ed è quello degli Stati Uniti. Ma quello è un miracolo dovuto alla coincidenza di molteplici fattori storici, che sarebbe puro caso vedere riprodursi altrove: una lunga ultrasecolare preparazione di governo indipendente nei tredici stati riunitisi nel 1787 in federazione; Washington, il generale fondatore, sceso volontariamente da presidente alla condizione di gentiluomo di campagna, allo scadere del secondo quadriennio; un grande giudice, il Marshall, che fondò e difese l'autorità della Corte suprema contro gli assalti di parlamentari e di presidenti e creò il vero ultimo presidio delle libertà dei cittadini. Le esperienze uniche nella storia non si ripetono. Si ripetono invece le esperienze sfortunatamente ordinarie delle repubbliche centro e sud americane, dove i pronunciamenti militari si succedono e le elezioni sono assalti al potere da parte di capi di fazioni e dove non sono rare le lunghe tirannie dei Rosas e dei Diaz. Accade anche che un presidente eletto dal popolo a tutore della costituzione, secondo i dettami della troppo sapiente carta di Weimar, il maresciallo Hindenburg, consegni il potere al signor Hitler, all'Attila moderno.

No; gli uomini trovano libertà solo in se stessi, nella loro forza d'animo, nella decisa volontà di resistere nelle carceri dello Spielberg all'austriaco dominatore, nei reclusori e nelle isole al nostro tiranno da palcoscenico, nelle carceri alle tortura tedesche e neo-fascistiche. Ma poiché dobbiamo creare nella carta costituzionale le garanzie della libertà per tutti i cittadini, anche per quelli che, senza essere eroi servono umilmente la patria compiendo il proprio dovere, dico che, accanto alle due assemblee legislative, accanto ad un capo del governo, che goda la fiducia dell'assemblea popolare, perché la sua elezione è parte della elezione di questa, acanto ad una magistratura autoreclutantesi e indipendente da governi e da assemblee politiche, accanto ai consigli elettivi regionali, provinciali e comunali, forniti, nei limiti dai proprii ben definiti e bene ragionati compiti, di piena autonomia dal governo centrale, accanto alle chiese e massimamente alla chiesa della grande maggioranza degli italiani che è la chiesa cattolica, accanto alle fondazioni ed alle associazioni, accanto alla scuola, istituti tutti volti ad opere autonome di bene, deve esistere un capo di stato, il quale tragga ragioni di vita da una fonte diversa dalla elezione.

Questa fonte è una forza storica costituita da tradizioni, da opere compiute in passato attraverso secoli di lotte e che non possono essere distrutte da errori commessi in un tempo recente, che è un attimo nella vita dei popoli. Noi non possiamo dimenticare che il Piemonte e la Casa Savoia con una lotta secolare avevano respinto da un lato, sino al Ticino, spagnuoli e tedeschi e dall'altro lato, sino alle Alpi, i francesi, i quali pur vantavano diritti su Casale e su Asti e per lunghi anni avevano dominato la capitale dello stato sabaudo da Carmagnola e da Pinerolo, conquistando all'Italia quei confini naturali sulla cima della montagne che oggi, per la sventura a la discordia della due nazioni sorelle, ci sono nuovamente contesi. Noi non possiamo dimenticare che fu così foggiata quella spada, furono fondati ed agguerriti quei reggimenti senza di cui la idea dalla unità d'Italia sarebbe rimasta vana aspirazione di pensatori e di poeti.

Il patrimonio delle tradizioni e delle glorie avite è patrimonio di tutti, che dobbiamo trasmettere intatto ai figli ed ai nepoti. Lo dobbiamo trasmettere cresciuto e rinnovato. La monarchia, forza storica, potere posto al disopra dei partiti, deve diventare quell'istituto di cui in Inghilterra si dice che non se ne parla mai.

Se ne parlò un giorno quando nel 1649 la testa di Carlo I cadde nella sala dei banchetti di Westminster e di nuovo quando nel 1689 Giacomo II fu costretto a prender la via dell'esilio. Ma nel 1689 un parlamentare, cappello in testa, lesse a Guglielmo nipote del re decapitato ed a Maria, figlia del re esiliato, una dichiarazione nella quale era detto che mai più gli inglesi avrebbero tollerato che il loro re esigesse imposte non votate dal parlamento, traesse in arresto cittadini senza il mandato ed il giudizio del magistrato ordinario, sospendesse l'applicazione delle leggi senza il consenso del Parlamento, intralciasse la libertà di parola e di voto dei membri delle due camere. Sono passati 256 anni da quel giorno memorando; ed i re inglesi hanno imparato la lezione e sono oggi il simbolo della unità della comunità delle nazioni britanniche un simbolo di cui non si parla mai e che non si invoca se non quando accada che una Camera dei comuni divisa e discorde in se stessa non riesca a designare chiaramente al capo dello stato colui che dovrà essere il primo ministro.

Questa è la monarchia per la quale noi votiamo; una monarchia la quale nei giorni ordinari sia il simbolo rappresentativo dell'unità della patria e della concordia dei cittadini, circondata da una corte austera, i cui membri siano scelti dal Re e dalla Regina sentito il parere conforme del primo ministro, ed adempia all'ufficio di tutrice della costituzione e di organo della volontà del popolo nei momenti supremi della vita della nazione, quando le altre forze politiche si dimostrano incapaci ad esprimere un governo stabile.

A quel re, memori delle parole che un tempo i compagni delle battaglie comuni contro gli arabi indirizzavano in terra di Spagna ai sovrani nuovamente assunti al trono, noi diciamo, cappello in testa: «Noi, ognuno dei quali è uguale a te e che tutti insieme siamo più di te, dichiariamo e vogliamo che tu sia Re per la difesa di tutti noi contro chiunque di noi si eriga ad oppressore nostro e contro la follia di noi stessi se per avventura ci persuadessimo a rinunciare alla nostra libertà. Se tu sarai Re per difendere noi e le nostre libertà, noi ti saremo fedeli perché saremo, così facendo, fedeli a noi stessi ai nostri avi ed ai nostri figli. Ma se tu non sarai il Re che noi vogliamo, sappi che non basterà più l'oblio dell'esilio volontario a lavare la tue colpe». Così e non altrimenti ha il dovere di parlare chi si accinga a dare il suo voto per la conservazione della monarchia.

 

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