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Il problema della pace
«Risorgimento liberale», 4 luglio 1945



Dopo aver letto i 111 articoli della Carta delle Nazioni Unite firmata a San Francisco il 26 giugno, viene spontaneo chiedere: in che misura la carta avrebbe impedito lo scoppio di una delle ultime guerre? La domanda se la pose il direttore del romano Stars and Stripes a proposito della guerra dichiarata da Mussolini all'Etiopia. Ecco la risposta:

«La situazione (derivante dall'invasione) avrebbe potuto essere sottoposta sia al Consiglio di sicurezza come alla Assemblea generale o ad ambedue:

a) dall'Etiopia medesima, sia che essa fosse o non membro delle Nazioni Unite;

b) dal segretario generale;

c) da ogni nazione membro.

Ne sarebbero seguite discussioni, raccomandazioni in vista di un accordo pacifico; e le discussioni e raccomandazioni stesse non sarebbero state "sanzioni" (provvedimenti economici come boicottaggio, embargo, ecc.) il Consiglio di sicurezza avrebbe dovuto agire solo in seguito al voto unanime dei cinque grandi (Cina, Francia, Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti) più due altri voti almeno dei membri del Consiglio. Frattanto la questione sarebbe stata discussa a fondo attraverso la più ampia pubblicità. La opinione pubblica mondiale si sarebbe orientata in modo preciso. Ognuno dei cinque grandi avrebbe avuto il diritto di veto contro qualunque azione, ma si sarebbe messo in una situazione assai difficile dinnanzi alla propria opinione pubblica od a quella mondiale. Alla lunga la pubblica opinione è probabilmente la forza singola massima esistente nel mondo».

Qual'è quell'italiano il quale esiterebbe un istante a conchiudere che, in circostanze politiche e psicologiche nazionali ed internazionali uguali a quelle del 1935, Mussolini sarebbe passato sopra tranquillamente alle discussioni e raccomandazioni e pressioni dell'Assemblea generale e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, così come non si curò delle deliberazioni dell'Assemblea e del Consiglio della Società delle nazioni di Ginevra?

La vera arma la quale renderà impotenti i futuri violatori della pace internazionale non è dunque la carta, ma ciò che farà vivere la carta: ossia l'opinione pubblica interna negli stati aggressori e quella internazionale dei paesi estranei alla contesa. Il che val quanto constatare che la carta aggiunge per sé pochissimo alle forze contrastanti alla guerra. Quel che aggiunge tocca i margini del problema. Istituendo un "Consiglio economico e sociale" composto di diciotto membri eletti dalla assemblea generale, essa crea un corpo, il quale mancava alla Società delle nazioni di Ginevra. Accanto a questa esisteva l'"Ufficio internazionale del lavoro" con compiti ristretti ai problemi operai; e dentro essa si erano costituiti uffici di statistica e di ricerche economiche, i quali molto avevano operato ed operano tuttavia a prò della diffusione di notizie esatte sulla situazione economica mondiale e per il compimento di utili richieste su problemi particolari. L'opera scientifica della Società delle nazioni verrà proseguita dal Consiglio economico e sociale in più vasta sfera: economica, sociale, culturale, educativa, igienica. Il Consiglio potrà anche promuovere il rispetto dei diritti dell'uomo e delle sue libertà fondamentali. All'uopo, il Consiglio riassumerà e ordinerà il lavoro dei corpi specializzati già esistenti. L’Ufficio internazionale del lavoro, l'Istituto internazionale di agricoltura, le nuove ed antiche banche per i rapporti monetari internazionali e per la ricostruzione, gli enti per la protezione della proprietà industriale o letteraria, le unioni postali internazionali e simili potranno, pur mantenendo la propria autonomia, essere coordinati e resi più efficaci della nuova organizzazione mondiale.

Altro problema di margine è quello coloniale che la nuova carta cerca di regolare con la istituzione del "Consiglio fiduciario". Questo è un passo innanzi sul sistema dei mandati escogitato a Versaglia. Qui taluni territori prima spettanti alla Germania vennero affidati a potenze mandatarie le quali li dovevano amministrare in conformità a taluni principii morali ed economici di tutela degli indigeni e di uguaglianza di trattamento; e dovevano periodicamente compilare ed inviare rapporti alla Società delle nazioni. Ora il metodo viene affinato; e si contempla la possibilità che i territori dati in fiducia (vecchi territori di mandato, nuovi territori tolti ai "nemici", territori posti volontariamente in questa categoria ed aree dette strategiche) possano anche, invece che da singoli stati mandatari, essere amministrati dal "Consiglio fiduciario". Scopo dell'amministrazione fiduciaria dovrà essere la progressiva educazione dei popoli detti inferiori al governo autonomo ed allo sviluppo di proprie libere istituzioni.

La carta firmata a San Francisco non poteva oggi dare ai popoli desiderosi di pace nulla di più di un tentativo di ampliare istituzioni esistenti e creare nuovi istituti atti a promuovere la cultura, il progresso economico, i buoni rapporti sociali fra classi e popoli, l'elevamento dei popoli rimasti in uno stadio inferiore di civiltà. È molto, moltissimo; forse è quanto di meglio si possa fare per togliere forza alle cagioni le quali conducono alla guerra. Come si legge nella risposta di Stars and Stripes al quesito retrospettivo sulla invasione mussoliniana dell'Etiopia, la decisione spettava ieri e spetterà domani alla opinione pubblica, non al meccanismo giuridico della "Società delle nazioni" di ieri o delle "Nazioni Unite" di domani. Il meccanismo dà mezzo all'opinione mondiale di manifestarsi; rallenta le decisioni unilaterali e per tale modo apre la via alle conciliazioni. Allontanando lo scatenarsi delle guerre, può darsi le renda meno frequenti.

Non svalutiamo perciò l'importanza del meccanismo. Esso ha un valore morale, ed i valori morali alla lunga dominano la storia. Se le nazioni unite non fossero state mosse da idealità spirituali e morali superiori a quelle di Hitler, non sarebbero riuscite ad utilizzare per la vittoria le loro grandiose energie materiali; e sarebbero state schiacciate, innanzi di aver capito che bisognava combattere.

Riconosciamo tuttavia che il meccanismo giuridico atto a sopprimere le guerre non fu creato neppure questa volta. Il patto di San Francisco soffre, al pari di quello di Versaglia, di un vizio fondamentale. I compilatori dell'atto solenne avevano visto bene che cosa dovevano fare. Quasi con le stesse parole usate dagli uomini illustri i quali nel 1787 avevano redatto nello stesso paese la carta americana, essi nel preambolo della nuova carta mondiale cominciarono col dire: «We, the peoples of the United Nations... Noi, popoli delle nazioni unite». Cominciarono cioè col dire che la carta è un patto fra popoli, ossia fra i cittadini componenti i diversi popoli insieme affratellati. Era la premessa della creazione di un qualcosa diverso dagli stati singoli, emanante direttamente dai cittadini, dai popoli finora disgiunti dalle frontiere statali. Nel 1787 da quella premessa nacque la salvezza; nacque la Federazione nord-americana, rispettosa della sovranità delle 13 colonie che in quel momento si univano, ma fornita di vita propria, di scopi suoi e di mezzi indipendenti.

Nel 1945, dopo la premessa magnifica e la elencazione altrettanto stupenda degli scopi di pace, di progresso, di civiltà che i popoli delle nazioni unite si propongono di raggiungere, il testo del preambolo conclude: «Accordingly, our respective governments ... Perciò i nostri rispettivi governi...». Il dado era gettato. Il patto non è un patto fra popoli, è un patto fra stati sovrani; è un patto basato «on the principle of the sovereign equality of all its members, sul principio della uguaglianza sovrana di tutti i suoi membri». Poiché la forza generatrice della guerra è appunto il principio della sovranità degli stati singoli, dal principio posto non poteva nascere la soppressione della guerra. Nobili sforzi umanitari di creare un mondo nel quale gli uomini persuadano i loro governanti a non far guerre, sì; ma nulla di più. Siamo ancora al limite del problema della pace. La soluzione non è venuta.




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