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La teoria del non intervento
«Risorgimento liberale», 19 giugno 1945



Le discussioni di San Francisco si trascinano più a lungo di quel che forse una parte della opinione pubblica immaginava, perché in quella città gli uomini si trovano davvero dinnanzi al dilemma essenziale, il quale travaglia e travaglierà ancora per gran tempo le società moderne: debbono queste essere organizzate a forma di stati sovrani, ovvero ognuno degli stati esistenti deve rassegnarsi all'intervento degli altri stati nei propri affari interni?

Il problema fondamentale della società moderna non sarà avviato a soluzione, se gli uomini non si persuaderanno che esiste un solo vero nemico del progresso e della libertà e questo è il mito dello stato sovrano, il mito della assoluta indipendenza degli uomini viventi in un dato corpo politico dagli altri uomini viventi in ogni altro corpo politico. Quel mito e null'altro fu alla radice delle due grandi guerre mondiali, poiché lo stato, ove sia sovrano perfetto, non può non essere autosufficiente in se stesso, ed è costretto a conquistare lo spazio vitale bastevole alla sua propria vita indipendente. Deve perciò conquistare il mondo. L'Attila di ieri fu un mero strumento di questa idea infernale. Un pazzo si fece banditore dell'idea, ma l'idea era e rimane radicata nell'animo di molti, di troppi uomini. Sinché non l'avremo strappata dall'animo nostro, non avremo pace. Coloro i quali fanno risalire il trionfo della guerra o della pace al prevalere di questa o quella classe sociale, capitalistica o proletaria, non sanno ragionare. Industriali ed operai, proprietari e contadini, professionisti ed artigiani, tutti sono dal proprio interesse costretti a volere la pace; poiché la pace vuol dire arricchimento altrui e quindi arricchimento proprio; vuol dire mercati fiorenti e quindi alta produzione; vuol dire progresso tecnico, epperciò incremento del benessere. Il mondo civile, attraverso guerre che oggi appaiono piccole, ebbe pace dal 1815 al 1914; e mai non si ebbe tanto avanzamento economico in tutte le classi sociali, tra i lavoratori non meno che tra gli industriali, come in quel secolo d'oro.

Ma se gli uomini cadono preda del sofisma dello stato sovrano assoluto autonomo indipendente, essi vogliono logicamente anche lo stato autosufficiente, conquistatore dello spazio vitale, spinto da una forza fatale alla conquista del mondo intero, perché solo con la conquista totale si raggiunge l'autosufficienza e la indipendenza compiuta. Sovranità piena politica non è pensabile se non esiste anche la indipendenza economica. Se si debbono chiedere altrui materie prime, carbone, se si deve chiedere altrui licenza di passare attraverso mari e stretti non si è veramente sovrani perfetti. Sovranità ed autosufficienza economica (autarchia) sono indissolubilmente legate l'una all'altra. Chi vuole sovranità ed autosufficienza vuole perciò la conquista senza fine di tutto il mondo conosciuto, vuole la guerra perpetua.

Il mito della sovranità perfetta dello stato è dunque la vera solo causa della guerra. Stati tirannici artistocratici o democratici, individualisti o socialisti, oligarchici od operai, se cadono vittime di questo mito, se rifiutano di riconoscere la verità che l'esistenza propria è condizionata all'esistenza altrui, si fanno inconsapevolmente paladini del principio della autosufficienza economica; e di fatto quasi sempre gli stati, credendosi sovrani, furono ugualmente, senza distinzione di regime, in passato e saranno in avvenire protezionisti contro le merci straniere; vietarono e vieteranno l'immigrazione dello straniero; vietano e vieteranno ai nazionali di conoscere le civiltà straniere se queste siano più alte; mossero e muoveranno alla conquista di fiumi, di mari, di porti e di mercati; furono e saranno conquistatori di terre abitate da altre genti. La teoria dello spazio “vitale” non fu peculiare all'Italia fascista od alla Germania nazista. La vedemmo trionfare in Persia, in Roma, in Egitto, nella Spagna di Filippo II, nella Francia di Luigi XIV e di Napoleone; spingere la Russia comunistica al par di quella zaristica alla conquista dei continenti e dei mari caldi, portare, quasi per caso ed in ossequio a cieche forze elementari, l'Inghilterra nell'India, in Australia, e farle attraversare tutta l'Africa da Alessandria d'Egitto alla Città del Capo. L'uomo di stato il quale crede alla autonomia perfetta dell'idea di stato, è costretto a battagliare senza tregua per toccare la meta ultima irraggiungibile del dominio universale, alla pari di colui che, cavalcando la tigre, non può - ammonisce la leggenda indiana - balzare a terra per la paura di esserne divorato.

Perciò coloro i quali ancora restano fedeli alla teoria del non intervento degli stati stranieri negli affari interni di ogni stato sovrano, teoria cara agli italiani nell'epoca del risorgimento per naturale reazione all'Austria, pronta a reprimere i moti insurrezionali negli stati minori italiani, non hanno imparato la lezione delle due ultime guerre. La guerra mondiale fu combattuta contro la teoria del non intervento. Gli alleati, qualunque sia stata l'occasione della loro entrata in guerra, in verità combatterono per affermare l'obbligo di intervenire negli affari interni di uno stato, il cui regime era una minaccia continua alla loro esistenza. Essi lottarono e sacrificarono vite ed averi per proclamare solennemente che non è tollerabile la persistenza in un qualunque angolo del mondo di uno stato inspirato ad ideali distruttivi tirannici e totalitari. A stento, con repugnanza, trascinati a viva forza, gli alleati dovettero riconoscere che il regime di ogni stato non è un affare interno, che esso invece è un affare il quale interessa lo straniero non meno che il nazionale, perché un regime, il quale opprime la libertà umana all'interno, è un germe di infezione per tutto il mondo. Perciò occorre armarsi e combattere e soffrire per abbattere il regime che, abbandonato a sé, rovinerebbe il mondo intero. Perciò è assurdo pensare che gli alleati possano, dopo la vittoria, disinteressarsi del regime politico interno dei così detti stati sovrani. La vittoria degli alleati è vittoria dell'idea, della interdipendenza reciproca degli stati, vittoria del principio che nessuno stato può considerarsi sicuro se non esiste nel mondo intero un comune modo di pensare e di operare nei rapporti fra individuo e stato, fra stato e stato, fra stato e regime, fra stato e chiesa, fra stato ed associazioni. Gli uomini non potranno reputare se stessi veramente liberi, veramente franchi dal pericolo della tirannia, veramente capaci di progresso e sottratti ad ogni pericolo di reazione, se non quando sapranno che il loro proprio stato nazionale, sia esso vincitore o vinto, sia legato da un sistema di vincoli e reso impotente ad andare al di là dei limiti infrangibili posti dalla volontà comune degli uomini appartenenti al mondo civile. L'equilibrio fra stati sovrani, che era un tempo mero rapporto di forze contrastanti, deve oggi nascere dalla limitazione dei poteri degli stati sovrani. La limitazione vorrà tuttavia dire esaltazione. Lo stato, reso impotente ad armarsi contro gli altri stati, a chiudere le proprie frontiere contro gli uomini ed i prodotti stranieri, costretto dal diritto delle genti a rispettare la libertà e la personalità dei propri cittadini, a cui sia nuovamente consentita facoltà di sottrarsi con la emigrazione ai propri governi tirannici, lo stato troverà finalmente lo stimolo e la forza di adempiere ai fini suoi propri di benessere, di cultura, di giustizia.



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