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Ancora a proposito di edizioni e di alcuni libri editi da Giuseppe Laterza in Bari
«Rivista di storia economica», III, 1938, pp. 349-354



Negli Scrittori d'Italia:

FRANCESCO GUICCIARDINI, Scritti autobiografici e rari, a cura di Roberto Palmarocchi. 1936. In 8º di pp. 415. L. 30.

- Scritti politici e ricordi, a cura di Roberto Palmarocchi. 1933. In 8º di pp. 391. L. 30.

GIAMBATTISTA VICO, Il diritto universale, a cura di Fausto Niccolini, in tre parti: 1) Sinopsi e De uno; 2) De Constantia Jurisprudentis; 3) Notae, Dissertationes, Nota bibliografica e indici. In 8º di pp. 840. L. 100.

GIUSEPPE BARETTI, Epistolario, a cura di Luigi Piccioni. 1936. In 8º. Primo vol., di pp. 443, secondo, di pp. 387. I due L. 70.

Nella Biblioteca di cultura moderna:

HAROLD J. LASKI, Democrazia in crisi, a cura di Alessandro Schiavi. 1935. In 8ºdi pp. 241. L. 15.

LIONEL CURTIS, Civitas Dei, storia degli ideali dell'umanità, traduzione italiana di Ada Prospero. 1935. In 8º di pp. XXXI-303.

N. KONRAD - N. STAROSELZIEFF - F. MESIN - E. JUKOF, Breve storia del Giappone politico-sociale. 1936. In 8º di pp. 194. L. 12.

GAETANO MOSCA, Storia delle dottrine politiche, seconda ed. 1937. In 8º di pp. 377. L. 25.

GIORGIO WEILL, Storia dell'idea laica in Francia nel diciannovesimo secolo, trad. di E. Omodeo Zona. 1937. In 8º di pp. 363. L. 25.

GIOVANNI DI VALDES, Alfabeto cristiano, dialogo con Giulia Gonzaga, introduzione note ed appendici di Benedetto Croce. 1937. In 8º di pp. XXVIII-179. L. 16.

EDMONDO CIONE, Juan de Valdés, la sua vita e il suo pensiero religioso, con una completa bibliografia delle opere del Valdés e degli altri scritti intorno a lui. 1938, In 8º di pp. 197. L. 14.

FRANCESCO DE SANCTIS, Lettere dall'esilio (1853-1860) raccolte e annotate da Benedetto Croce. 1938. In 8º di pp. 371. L. 25.

VITTORIO IMBRIANI, Sette milioni rubati o 'La croce Sabauda' ed altri scritti inediti, con introduzione e note di Nunzio Coppola. 1938. In 8º di pp. XX-279. L. 22.

BENEDETTO CROCE, Michele Marullo Tarcaniota, le elegie per la patria perduta ed altri suoi carmi. Biografia, testi e traduzioni, con due ritratti del Marullo. In 8ºdi pp. 153. L. 12.

AIMÉE DE COIGNY (La jeune captive), La restaurazione francese del 1814, traduzione di Ada Prospero, con introduzione di A. Omodeo. 1938. In 8º di pp. 127. L. 12.

STEFANO JACINI, La crisi religiosa nel risorgimento: la politica ecclesiastica italiana da Villafranca a Porta Pia. 1938. In 8º di pp. 519. L. 35.

GABRIELE PEPE, Lo Stato ghibellino di Federico Secondo. 1938. In 8º di pp. 163. L. 12.

ERNESTO BARKER, La concezione romana dell'impero e altri saggi storici, trad. italiana di Ada Prospero. 1938. In 8º di pp. 153. L. 13.

Negli scritti di Benedetto Croce:

Varietà di storia letteraria e civile, serie prima (Vol. XXIX degli Scritti di storia letteraria e politica). 1935. In 8º di pp. 342. L. 25.

La storia come pensiero e come azione (Vol. IX dei Saggi filosofici). 1938. In 8º di pp. 329. L. 30.

Nella Collezione storica:

H. A. FISHER, Storia d'Europa, trad. it. di Ada Prospero. tre vol. in 8º leg. in bodoniana. Primo vol. Storia antica e medievale . 1936, di p. 438. Secondo vol. Rinascimento, riforma, illuminismo. 1936, di pp. 398; Terzo vol. L'esperimento liberale. 1937, di pp. 488. I tre vol. L. 120.


1. - Si annunciano questi fra i volumi che il Laterza viene pubblicando, non perché la loro materia sia quella propria della rivista, ma per avere agio, oltreché di rendere testimonianza di onore all'editore colto e tenace, il quale in tempi volti ad altri problemi persegue un alto ideale di cultura, di ribadire talune considerazioni forse non inutili per i cultori della scienza economica.

Si susseguono, osservai in un recente quaderno, le riedizioni o ristampe di economisti classici o minori, antichi e moderni. Perché i benemeriti curatori, prima di accingersi all'opera, non meditano sui testi offerti negli Scrittori d'Italia dal Laterza? De Bernardi ed io, quando abbiamo pubblicato nella mia Collezione di scritti inediti o rari di economisti i saggi praticamente introvabili di Dupuit o la memoria inedita di Malestroit, ci siamo industriati, con la precisione della collazione, con lo scrupolo di non manipolare i testi e di non contaminarli l'uno con l'altro, con i riferimenti bibliografici, i glossari e gli indici, di non stare troppo al disotto dei Niccolini, dei Piccioni, dei Palmarocchi e degli altri accuratissimi filologi ai quali Laterza affida le sue edizioni.

Ripubblicando pagine scelte di Fuoco, Mauro Fasiani ha fatto altrettanto.

Si fa da tutti così? Quando si vedono ristampate cose antiche e moderne senza note, senza indici, senza riferimenti bibliografici, con incuneamenti reciproci di edizioni venute alla luce e talora di pagine scritte in tempi diversi, con correzioni inesplicabili di forma, vien voglia di dire: andate a leggere le note eruditissime apposte dai curatori dei classici Laterza a dar ragione delle fonti, della scelta fra esse, delle lezioni accettate, della grafia scelta; e poi accingetevi alla vostra nobile fatica. Gli economisti sono, è vero, di manica larga; e probabilmente non si accorgono della differenza che passa fra una edizione buona e una cattiva, fra una stampa Laterza ed una di quelle che Notari aveva voluto fregiare, non si sa perché, del nome del buon Luzzatti ed erano cose da pigliarsi con le molle. Ma, batti e ribatti; oramai anche gli economisti son persuasi che i quattro volumi della ristampa delle prefazioni di Ferrara sono abominandi e chi può cita dall'originale. Nonostante la benemerenza grande del curatore, chi può, anche, non essendo sempre sicuro del rigore della collazione, cita i Principii di Pantaleoni dall'originale e non dalla recente ristampa.

Anche gli economisti dovrebbero, ristampando, proporsi di far meglio e non peggio di prima; ed all'uopo, poiché si tratta di un'arte umile ma rigorosa, bisogna rassegnarsi ad andare a scuola. Ottima scuola è questa della meditazione sulle "note" collocate in fine dei volumi Laterza.


2. - Gran vantaggio sostanziale, oltreché formale, possiamo inoltre ricavare dalla lettura di libri che coll'economia paiono non aver nulla a che fare. Qualche volta ci si imbatte improvvisamente in luci ed ombre su uomini della confraternita. Ecco Giuseppe Baretti, nell'epistolario, rivelarsi asperrimo giudice di Pietro Verri, che a ragione noi reputiamo economista di marca, se pur non tra i grandissimi:

«Sarà forse vero che quel conte rivolga in mente pensieri di traditoresca vendetta e da assassino, non potendo smentire quelle prove ch'io ho dato nella Frusta della sua asinità (di Venezia, lì 20 ottobre 1764, in primo, 224)»;

«il poveruomo (economista anch'egli, il Beccaria) s'è limbiccato il cervello per esprimersi in modo da non essere inteso, se non forse da quell'altro cervello buio del conte Verri (di Genova, lì 19 del 1771, in secondo, 63)»;

«che il conte Verri si rimanga in quel nulla nel quale avrebbe dovuto essere lasciato, o che sia portato dalla goffa sorte sul più alto del pinnacolo, a me non cale punto. A me basta far sapere al mondo futuro come un suo contemporaneo, dopo di aver letto quel suo Caffé, non s'è fatto punto scrupolo di dichiararlo a tutti una bestia piena d'albagia come d'ignoranza.... Io non cerco d'offendere i pidocchi come il Verri, e gli altri pidocchi suoi pari, quando li veggio stare in quel modesto buio nel quale ogni pidocchio dovrebbe stare; né veruno d'essi in tal caso, mi caverebbe mai una sillaba di bocca, una sola gocciola d'inchiostro del calamaio. Ma quando s'hanno un tratto salito in sulla cattedra e che s'hanno di quivi dette di molte bestialità, e quando so che quelle bestialità sono approvate dal grosso delle genti, gli è allora che mi scuoto, e che ne li riprendo agramente, se posso farlo subito; e se non posso me la lego al dito, per ricordarmi di farlo quando mi sarà permesso (di Londra, lì 12 d'agosto 1778, secondo, 236 - 37)»;

«Guardatevi dal mandarmi opera veruna di sua (del conte Verri), ch'io non ho pazienza con questa sorte di scrittori gaglioffacci. E chi la può avere con uno che si fa bello del suo non sapere né manco l'ortografia della lingua in cui ha l'arroganza di scrivere? E che apprenderei dalla sua Storia di Milano. E non può far altro costì che dare il sacchegio al Corio, al Giovio, al Morigia, al Ripamonte, al Tristano, al Merula, al Bugati, all'Allegranza, e a cento altri che ce n'hanno già detto cento volte più del bisogno. Quello che il signor conte avrà di suo nel libro saranno le migliaia di franzesismi e di lombardismi, onde farmi recere le budella (di Londra, 12 marzo 1784, secondo, 273)».

Gli odi letterari sono tenaci e rabbiosi; e il malanimo fra Verri e Baretti era sorto a proposito di quei bilanci del commercio dello stato di Milano che ebbi a riesumare alcuni anni fa (primo vol. della Collezione di scritti inediti e rari di economisti). Il Baretti, grande amico, come appare dall'epistolario, del fermiere, poi conte, Greppi, avea cercato di buttar giù il Verri, il quale iniziava la campagna contro la gestione dei fermieri. Si sarebbe pensato che quando Greppi e Verri trovarono la via di lavorare d'accordo e in buona amicizia al bene della cosa pubblica, Baretti divenisse giudice più equanime. Mai no. I vituperi continuarono sino alla morte.


3. - In sogno, don Pasquale Giannattasio, un povero diavolo di professore di anatomia patologica dell'università di Napoli, carico di figli e provveduto del solo stipendio, farnetica di aver rubato sette milioni e di essere, con quelli, divenuto grande capitano d'industria e gran politico, primo ministro, rinnovatore dell'Italietta umbertina, vincitore della Francia, creatore dell'impero. Vittorio Imbriani buttò quell'immaginario sogno in carta, perché rispondeva ai farnetici di tanti i quali piangevano intorno all'80 sull'avvilimento della patria, invocavano il salvatore e non s'avvedevano che frattanto l'Italietta lavorava, faceva le ossa e si apparecchiava alle ascese future.


4. - Il contrasto fra gli ideali di vita che balzan fuori da Democrazia in crisi di Laski e Civitas Dei di Lionel Curtis non potrebbe essere più ammonitore. Laski giudica uomini, partiti, classi, storia alla cote del criterio dell'uguaglianza; Curtis a quello dell'elevazione spirituale dell'uomo. Laski è uno spirito distruttivo, Curtis ha collaborato alla creazione di nuovi tipi di organizzazione politica. Il suo antico volume The commonwealth of Nations e la rivista The Round Table per tanto tempo da lui diretta contarono e contano qualcosa tra i fattori formativi di quello che si chiama impero britannico. L'ideale economico costrutto sulla base politica di Laski è tutto diverso: laddove dall'attuazione del regno di dio curtisiano per mezzo dell'autogoverno di uomini devoti al servizio pubblico vien fuori l'economia progressiva, ricca di uomini liberi economicamente perché liberi spiritualmente; dalla parificazione laskiana di «democrazia» ad «uguaglianza»: vien fuori un'economia comunistica a tipo termitario.

Il libro del Barker si riattacca a quello del Curtis; e forse mette meglio in evidenza talune idee fondamentali. Di cui una principalissima è il contrasto fra l'idea informatrice della rivoluzione francese e quella della rivoluzione puritana inglese. Quella disse onnipotente lo stato; questa affermò l'esistenza di un territorio spirituale, ai cui confini l'impero dello stato cessava. Dalla rivoluzione francese discendono lo stato napoleonico ed il comunismo economico; da quella puritana, la libertà di coscienza e di pensiero, la società economica a tipo di concorrenza, l'unionismo operaio, il regime di discussione con l'ossequio della minoranza alla maggioranza conscia dei limiti del suo potere e consapevole dell'interesse suo ad osservarli, per poter difendere se stessa nel giorno in che sia ridivenuta minoranza.


5. - Tra le altre opere sopra annunciate, anche più di quelle, sotto tanti rispetti così suggestive, di Mosca, di Croce, del Weill, della Coigny (a leggere le parole di questa donna d'ingegno sulla felicità che la Francia si attendeva dal futuro Luigi XVIII, questo «re grasso e debole che sarà costretto a concedere e rispettare ottime leggi» vengono in mente le quasi contemporanee speranze di Sismondi su Napoleone di ritorno dall'Elba, anche lui ingrassato ed anche lui costretto dalla debolezza a governar bene), quella di lettura più vantaggiosa per noi è la Storia d'Europa del Fisher e principalmente il terzo volume di essa. L'autore intitola questo volume «l'esperimento liberale» a significare che la storia europea dopo la rivoluzione francese è caratterizzata prima dalla marea montante degli ideali e degli istituti liberali e poi dal loro ritrarsi su gran parte del continente. L'esperimento è fallito? Quali forze e quali ideali prevaranno? Se nessuno può fare profezie, una verità pare sicura: la storia avvenire non sarà dominata dagli interessi economici. Non sono economiche le forze che oggi inspirano in Italia il fascismo, in Germania il nazismo, in Russia il comunismo, nei paesi occidentali e in Inghilterra il liberalismo o socialismo. Taluno credette che il fascismo italiano fosse l'espressione degli interessi delle classi industriali ed agrarie minacciate dalle agitazioni operaie sovvertitrici del dopo guerra. Che quella spiegazione, meramente economica, sia erronea, tutti vedono oggi e più si vedrà in prosieguo di tempo, a mano a mano che si accentuerà la prevalenza del fattore politico su quelli che si vogliono chiamare «interessi economici». Talvolta, trattandosi di movimenti storicamente chiusi, la dimostrazione è nitidissima. Uno dei più bei capitoli del libro di Fisher si intitola «L'Europa e la schiavitù». Mai, come all'inizio del secolo XIX, la schiavitù aveva acquistato tanta importanza economica e tanta bruta forza di oppressione. Tra il 1680 ed il 1786 più di due milioni di schiavi erano stati importati dall'Africa nelle colonie inglesi. Statisti come Chatam e marinai come Nelson reputarono il traffico degli schiavi fondamento essenziale della prosperità della marina mercantile britannica e quindi strumento necessario per il dominio del mare. La ricchezza delle Antille e quella degli stati sudisti a cotone parevano dipendere dal mantenimento della schiavitù. Eppure, nel 1772 il giudice Mansfield dichiara che lo stato di schiavitù non è conosciuto dalle leggi inglesi sul territorio inglese; nel 1807 una legge abolisce il commercio degli schiavi, nel 1811 un'altra legge lo dichiara «fellonia» e ne punisce il colpevole con la deportazione; nel 1833 la schiavitù è abolita in tutti i dominii inglesi. Opera degli economisti, come Adamo Smith e Geremia Bentham, i quali avevano dimostrato che il lavoro dello schiavo era meno produttivo di quello dell'uomo libero? Sì, in quella piccolissima misura in cui il ragionamento economico fa presa sull'animo degli uomini. I veri abolizionisti furono altri: Giovanni Wesley, Granville Sharp, Guglielmo Wilbeforce, Tommaso Clarkson, Zaccaria Macaulay, Giacomo Stephen, Carlo Giacomo Fox, Tommaso Fowell Buxton, ossia mistici, quaccheri, uomini profondamente religiosi che predicarono la parola di Cristo e, contro potenti interessi costituiti, rivelarono orrori e vergogne e persistettero nella predicazione sino alla vittoria. Viene spontanea sulle labbra la domanda: perché le forze morali vinsero gli interessi economici? Attraverso le pagine di Fisher non veggo la risposta. Forse non c'è. Vinsero perché esistevano. Gli addetti al servizio degli interessi economici usano schernire le forze morali, perché essi non le sentono e neppure immaginano che altri le senta. Ma fate che esista veramente un gruppo di uomini illuminati da un ideale morale e decisi a difenderlo a costo della vita. Dopo breve resistenza, ecco gli «economici» voltar casacca e mettersi al servizio degli ideali che dianzi schernivano. purtroppo, da questo punto ha inizio l'era dei profittatori.

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