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Dalla leggenda al monumento
Saggi bibliografici e storici intorno alle dottrine economiche, Ediz. di storia e letteratura, Roma, 1953, pp. 153-161



Correva da molti anni - ed ora si sa per dichiarazione esplicita dell'interessato che gli anni durante i quali i volumi sono stati in corso di stampa furono venti; e ad essa fa d'uopo aggiungere gli anni di preparazione - una notizia tra gli economisti di tutti i paesi del mondo: che la Reale società economica di Londra avesse affidato a Piero Sraffa il compito di una nuova compiuta edizione degli scritti di Davide Ricardo. Il trascorrere di tanti anni, senza che dell'annunciata edizione comparisse neppure un saggio aveva tramutata quella notizia in leggenda; e sulla leggenda si erano innestate talune dicerie: che Piero Sraffa profittasse dell'incarico ricardiano per esimersi dal tenere regolari lezioni a Cambridge; che alle lezioni egli preferisse gli ozi della cura della Marshall Library, ozi resi piacevoli da letture di libri rari e coonestati dal miraggio fantomatico della edizione ricardiana. Le dicerie erano maliziose; ché, se nelle università anglo-sassoni l'insegnamento non prende sempre forma di lezioni togate, ma alle lezioni si alternano le conversazioni tra insegnante e studente e le conversazioni in Cambridge hanno luogo nelle stanze dove ai libri ricevuti in dono dal grande Marshall si aggiungono preziosi acquisti e doni successivi, l'insegnamento acquista perciò efficacia ignota nei paesi dove sono di rito le sole lezioni togate; e chi viene da Cambridge racconta quale e quanta sia la stima che lassù si fa dell'opera dello Sraffa. Ora, d'un tratto, si ha la prova provata che quella della edizione di Ricardo non era una leggenda diffusa ad arte a spiegare la misurata rarità delle scritture di Sraffa; ma notizia vera, che oggi si può toccar con mano commossa ed ammirare con gli occhi avidi. Ahimè! che toccamento e vista mi sono consentiti in anni nei quali il tempo manca per guardare alla sostanza del pensiero ricardiano e mi debbo restringere a prender nota della forma in cui quegli scritti sono presentati dal nuovo curatore.

Perché tanta commozione e tanta avidità? Quanti sono oggi ancora persuasi, come molti eravamo al principio del secolo, che Ricardo è l'alfa e l'omega della scienza economica; il principe degli economisti che furono, sono e saranno; il sommo tra i sommi nella confraternita economica? Giova sperare che l'edizione Sraffa attiri nuovamente l'attenzione dei giovani studiosi sul grandissimo scrittore, non mai dimenticato, sempre largamente citato; ma, temo, ognora più scarsamente meditato e letto. Oggi, chi voleva leggere Ricardo nell'originale inglese, doveva ricorrere alla edizione di Mac Culloch di un secolo addietro, ai due volumi dei Principii e dei Saggi, curati con diligenza dal Gonner, alle sparse raccolte di lettere ed alle note su Malthus, edite dall'Hollander. Ma le edizioni erano quasi tutte esaurite sicché i più si dovevano contentare di comuni ristampe e traduzioni.

Sraffa non si contenta di ristampare le cose note. Per ora escono il primo volume contenente i Principii, ed il secondo con le Note su Malthus[1]; ma seguiranno due volumi (terzo e quarto opera) di Pamphlets and Papers (1809-1823); un volume (quinto) di Speeches and Evidence; quattro di Letters (dal sesto al nono, dal 1810 al 1823). Ai nove volumi, annunciati per il 1951 e il 1952, si aggiungerà in seguito un volume complementare di miscellanea biografica, in cui sarà compreso il rarissimo diario di viaggio sul continente (ed, ivi, in parte nell'Italia) e un indice generale in corso di compilazione.

I "tifosi" di Ricardo hanno ragione di essere soddisfatti. Nei volumi di saggi (terzo e quarto) essi leggeranno non pochi appunti inediti e sovratutto un saggio non finito sui concetti di valore assoluto e valore di scambio, al quale Ricardo aveva lavorato nelle ultime settimane della sua vita. Nel volume (quinto) dei discorsi e testimonianze sono raccolti per la prima volta i discorsi pronunciati alla Camera dei comuni e sparsi in undici volumi dei rendiconti Hansard, altri discorsi e le testimonianze rese dinnanzi alle commissioni parlamentari. Erano, con difficoltà, accessibili le testimonianze stampate nei rapporti sulla ripresa del cambio a vista del 1819; ma i discorsi seppelliti nei volumoni dei rendiconti Hansard pochissimi avevano potuto leggerli. Il trionfo massimo di Sraffa è tuttavia nei quattro volumi di lettere: su 555 lettere ivi raccolte, più di metà sono inedite. «È forse un fatto unico nella letteratura economica che gli scritti, le lettere ed i discorsi di un pensatore abbiano, come è il caso in Ricardo, siffatta unità di contenuto da consentire la pubblicazione dell'insieme praticamente compiuto delle sue opere e della sua corrispondenza come di cosa che interessa in ogni pagina l'economista». Si vede che Sraffa è orgoglioso di poter dire: «Io pubblico tutto ciò che ho trovato ed ho trovato praticamente tutto; e tutto ciò che pubblico è stato pensato e scritto per gli economisti».

Quale è al mondo il pensatore il quale abbia scritto solo di una data scienza, anche nelle lettere agli amici?

I volumi di lettere erano già composti presso il tipografo, quando accadde il fattaccio impreveduto e sino allora ritenuto impossibile. Erano andate perse le lettere di Ricardo a James Mill, grande amico suo e principale tra i suoi corrispondenti. Si temeva che alla morte del figlio John Stuart Mill le lettere di Ricardo fossero finite male: Bain, nella prefazione alla biografia di James Mill, non aveva forse scritto che «parecchie pregevoli collezioni di lettere erano state distrutte»? Nel 1922 le carte di John Stuart Mill erano state vendute all'asta; ma Sraffa appurò dagli acquirenti, ad uno ad uno interpellati, che nessuna lettera di Ricardo era tra quelle vendute. Per fortuna, John Stuart Mill, o forse più probabilmente la sua esecutrice testamentaria Miss Helen Taylor, aveva donato, con altre carte, le lettere di Ricardo a James Mill al noto economista John Elliot Cairnes. Il figlio, F. E. Cairnes, le aveva collocate in una cassetta di metallo chiusa a chiave, depositata nella sua casa di campagna a Raheny, nella contea di Dublino. Il genero di F. E. Cairnes, C. K. Mill, fatta aprire la cassetta da un fabbro, vi trovò un pacco indirizzato a J. S. Mill con su scritto: «manoscritti del sig. Davide Ricardo». Erano le lettere a James Mill, ritenute perdute, con altri scritti di Ricardo. Il prof. O'Brien, dandone notizia al Keynes, non si trattenne dall'esclamare: «La scoperta può quasi essere paragonata a quella dei manoscritti di Boswell nella cassetta del castello di Malahide. È curioso notare che il castello di Malahide e la casa di Raheny, dove vivono i Cairnes, sono vicinissimi». Per comprendere l'entusiasmo di O'Brien, ricordiamo che la scoperta dei manoscritti perduti di Boswell, l'uomo divenuto immortale per avere scritto, senza saperlo, quel capolavoro che è la vita di Johnson, è stato l'avvenimento letterario inglese più clamoroso degli ultimi decenni di questa prima metà di secolo.

La scoperta costrinse i tipografi a scomporre il volume dei saggi, dividendolo in due ed a crescere da tre a quattro il numero dei volumi di lettere; ma il monumento letterario elevato alla memoria di Ricardo poté dirsi così compiuto.

Chi voglia sapere perché siano stati necessari venti anni di lavoro tipografico e probabilmente almeno un quarto di secolo per approntare questa edizione definitiva ricardiana, legga le introduzioni ai due volumi sinora usciti alla luce e faccia scorrere le pagine del testo. Non si tratta di prendere una copia della terza edizione dei Principii, mandarla in tipografia e correggere poi accuratamente le bozze. No, Piero Sraffa, munito di una copia delle tre edizioni, del 1817, del 1819 e del 1821, volle rendersi conto della composizione originaria e delle successive variazioni. Quando Ricardo cominciò a pensare ai Principii? Quando li scrisse? Di getto o con interruzioni? Ebbe dei pentimenti durante la stesura? Quando l'editore Murray lo invitò ad occuparsi della seconda e poi della terza edizione, che cosa avrebbe voluto fare e che cosa fece? Nel passaggio dall'una all'altra edizione introdusse varianti? Di pura forma? Di sistemazione formale in capitoli e in paragrafi? Di sostanza e quali? Per rispondere, il curatore (od i curatori, perché il signor Dobb sembra abbia aiutato lo Sraffa particolarmente nella stesura delle introduzioni ai volumi primo, secondo, quinto e sesto) deve rifarsi ai volumi di corrispondenza, alle biografie ed ai ricordi di economisti, alle riviste del tempo; e ricostruire passo passo il cammino di Ricardo attraverso la giungla del suo faticoso scrivere.

Ricardo, grandissimo come economista, fu scrittore mediocre. Gli amici promettevano di aiutarlo, gli davano consigli generici di bello scrivere; ma in sostanza l'aiuto effettivo fu minimo. Sulle bozze Ricardo spezza un capitolo; ma poi si accorge di aver ripetuto il numerale del capitolo e si contenta di correggerlo con un asterisco. Sraffa nota tutto; compila meravigliose tabelle di concordanze fra la prima e la terza edizione, che devono avergli procacciato non pochi dolori di testa e faranno restare a bocca aperta generazioni di studiosi; e ci presenta un testo, che è quello della terza edizione del 1821, ultima curata dall'autore, con l'indicazione, a piè di pagina, di tutte le varianti in confronto alla prima ed alla seconda edizione. Soltanto per la Ricchezza delle nazioni di Adamo Smith, il professor Cannan aveva durato la medesima dannata fatica per indicare le varianti e ristabilire le citazioni, che gli autori usavano un tempo, e forse usano talvolta ancora, fare alla gran diavola. Sraffa emula e vince Cannan. Se Ricardo cita, rapidamente, un'edizione di un autore, quella che ha sott'occhio, Sraffa ristabilisce la citazione esatta e, se occorre, oltre alla seconda edizione, ad esempio, va su fino alla prima e cita anche quella. Pare un lavoro da poco, da far fare agli allievi. Ma guai a chi non lo fa lui, personalmente, perdendo giorni e qualche volta settimane allo scopo di accertare una minuzia che ad altri può parere trascurabilissima! Dell'errore commesso da lui o dal suo allievo si accorgerà un lettore su mille e forse se ne accorgerà quando lui sarà morto e seppellito. Ma sarà quanto basta per autorizzare l'unico lettore schifiltoso a squalificarlo per sempre come curatore della roba altrui.

Non c'è pericolo che qualcuno riesca mai a squalificare Sraffa. Quanto è più perfetta la edizione sua delle Notes on Malthus in confronto a quella curata nel 1928 da Hollander! Per un secolo il manoscritto ricardiano di Appunti o note sui Principii di Economia politica di Malthus era diventato un mito. Mac Culloch, Trower, James Mill l'avevano letto, commentato; lo stesso Malthus l'aveva avuto in mano e ne aveva discusso con Ricardo, ambedue ostinatissimi nelle proprie opinioni. Poi il manoscritto era scomparso sinché nel 1919 un pronipote di Ricardo, il signor Frank Ricardo, frugando nella legnaia di Bromesberrow Place, Ledbury, che era stata residenza del primogenito di Ricardo, Osman, lo ritrovò in una cassetta, insieme con cianfrusaglie diverse. Pubblicate dal professore Hollander, che le munì da par suo di una dotta introduzione, lessi le note di Ricardo con una certa tal quale mala soddisfazione. Il prof. Gregory aveva bensì riassunto i luoghi del libro di Malthus, a cui si riferivano le osservazioni critiche di Ricardo; ma il riassunto non dava un'idea precisa delle tesi malthusiane controbattute da Ricardo e non era comodo tener sempre dinanzi agli occhi il testo della prima edizione dei Principii di Malthus. Sraffa pubblica per intero i due terzi del testo di Malthus; quei due terzi cioè a cui si riattaccano le note di Ricardo; per il terzo, su cui Ricardo non ha niente da dire, egli riproduce il riassunto autentico e larghissimo compilato dal Malthus medesimo come sommario del volume. A capo pagina, in corpo minore, il testo di Malthus; in calce, in corpo ordinario, le note di Ricardo. Oltre, s'intende, le citazioni ristabilite, le correzioni e le ampliazioni esistenti nel manoscritto.

A che prò, dirà taluno, rinvangare dispute di 130 anni or sono? I nostri problemi sono diversi e di questi dobbiamo occuparci. Importa discutere Keynes, i keynesiani ed i loro obbiettatori; non attardarsi a quel che dissero e disputarono Ricardo e Malthus, Malthus e Say, Say e Sismondi, Mac Culloch e James Mill e Spence ed altri. Intanto si noti che Keynes fu il primo promotore di questa edizione ricardiana che volle affidata a Piero Sraffa; e sino alla morte ne seguì i progressi; diede consigli per le note, i richiami, le varianti; aiutò le ricerche degli scritti inediti e di quelli perduti. Keynes poté lamentare che la scienza economica si fosse fatta per un secolo sulle traccie di Ricardo, invece che su quella di Malthus (il Malthus dei Principii e delle dispute con Ricardo; non quello del saggio sulla popolazione); ma sotto sotto propugnava l'edizione delle opere complete di Ricardo, e non consta si sia fatto patrono di uguale edizione integrale di Malthus. Sovratutto, queste vecchie opere, di Ricardo e per contrasto, di Malthus, sono vive oggi come non mai. Crisi, disoccupazione, loro cause? Ad apertura di pagina, Ricardo e Malthus scrivono, su quegli argomenti, per noi, che viviamo nel 1951. I germi delle dispute moderne si trovan lì; anzi qualcosa più dei germi. Quelli erano uomini che disputavano come economisti, non come politici. Cercavano la verità; e si sforzavano, disputando, di venire in chiaro dei problemi posti. Ricardo si tormentava; sospendeva di scrivere; poneva quesiti agli amici prima di arrivare ad una conclusione. Se l'economia politica del tempo fra il 1800 ed il 1830 fu detta "classica" per antonomasia, non fu per complimento. Gli uomini che ho ricordato non erano accademici il cui mestiere fosse di studiare, insegnare e scrivere libri. Ricardo, il maggiore di tutti, era un agente di cambio; Giambattista Say, privato della cattedra da Napoleone, si era messo nell'industria; Sismondi era uno storico e si piccava di essere buon agricoltore nella sua fattoria di Toscana. Solo Malthus, oltrecché pastore d'anime, insegnava nell'India College. Tra i soci dell'Economic Club fondato a Londra nel 1821 erano numerosi i non accademici; e d'altronde le cattedre economiche erano rare come le mosche bianche. Quegli uomini vivevano nell'infanzia della scienza pura; ed avendo dimenticato Cantillon, ne mettevano, brancolando, le fondamenta. Quando gli uomini che brancolano ansiosi di scoprire i "principii" della scienza - i trattati d'allora si dicono per lo più Principii ed il solo Say intitola i suoi libri Traité e Cours - si chiamano Ricardo e James Mill, Mac Culloch e Malthus, Gian Battista Say e Sismondi e tra i cosidetti minori si ricorda un impiegato di banca, certo Pennington, il quale, senza darsi delle arie, scopre che, a parer suo i depositi in banca non sono la premessa delle aperture di credito; ma è vero il contrario od almeno è vero in un certo sistema bancario e sino ad un certo punto; quando nel club, dove i grandi discutono, il contenuto delle loro discussioni è annotato in un diario dal figlio del massimo tra i polemisti critici della rivoluzione francese, Mallet du Pan, dobbiamo riconoscere che quella fu davvero una epoca prodigiosa. Fanno compassione i poveri di spirito che collegano la nascita della nostra scienza con questo o quel presupposto materialistico: la rivoluzione industriale, gli interessi della borghesia, le lotte fra terra e capitale e simili cantafavole. Ogni epoca fornisce lo spunto dei problemi che devono essere studiati e risoluti teoricamente; ma le scoperte scientifiche sono il proprio non dei sicofanti prezzolati, bensì di uomini di genio o semplicemente di uomini ansiosi di vedere in fondo ai problemi, i quali indagano i fatti umani e scoprono le relazioni costanti tra di essi. Il caso, il quale fa nascere al momento giusto i giganti della politica, come Camillo di Cavour e di quei giganti ne fa nascere, sì e no, uno ad ogni secolo; il caso ha voluto che verso il 1820, attorno al gigante Ricardo, miracolosamente fossero nati e tenessero con lui commercio personale ed epistolare uomini di prima figura, come i James Mill, i Malthus, i Say, i Mac Culloch, i Sismondi; e tutti si ritrovassero e si criticassero a vicenda e si pungessero e si malmenassero in scritti immortali. Se noi oggi vogliamo sapere se siano logicamente possibili crisi generali, sovraproduzione, assenza di domanda, eccedenze di risparmio e simili modernissimi tormenti bisogna riandare a quei tempi intorno al 1820. Ed in quei tempi, la testa pensante e creatrice, nella scienza economica, aveva nome Ricardo; l'uomo al quale Piero Sraffa ha elevato oggi un monumento aere perennius.



1 The works and correspondence of David Ricardo . Edited by PIERO SRAFFA, with the collaboration of M. H. DOBB; published for The Royal Economic Society. Cambridge University Press.

Vol. Primo. - On The Principles of Political Economy and Taxation 1951; pp. LXII - 2 ff. nn. - 447. Prezzo 24 s. net.

Vol. Secondo. - Notes on Malthus's Principles of Political Economy 1951; pp. XVIII - 2 ff. nn. - 463. Prezzo 24 s. net. ù

 

> Approfondimento: Di una nuova edizione delle opere di Davide Ricardo

> Approfondimento: Che cosa ha detto Cantillon?

> Approfondimento: Intorno alla data di pubblicazione della "Physiocratie"

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