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L’economia politica nei Licei
Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Einaudi, Torino, 1965, vol. VII, pp. 451-453



Signor Direttore,

Una novità dei programmi per le scuole medie è l'introduzione dell'insegnamento dell'economia politica nel liceo classico, nel liceo scientifico ed in quello femminile. Prima, l'economia si insegnava soltanto, insieme alla scienza delle finanze ed alla statistica, nel terzo e quarto anno delle sezioni commercio e ragioneria dell'istituto tecnico; e vi si insegnerà ancora con un certo frutto, a titolo di necessaria integrazione dei corsi fondamentali di computisteria e ragioneria. Il ragioniere che deve tenere l'amministrazione e la contabilità di aziende industriali, commerciali e pubbliche deve avere la conoscenza dei fatti economici e delle regole di diritto, che sono la materia delle sue registrazioni.

L'insegnamento è tutto pratico; e non v'è pericolo che esso degeneri in divagazioni generiche. Il giovane che pensa ai metodi di calcolare interesse e sconto, alla partita semplice e doppia, a bilanci ed inventari afferra, anche in economia e in diritto, idee semplici, concrete, forse modeste, non certo inutili. Inoltre, l'insegnamento è abbastanza ampio, con parecchie ore alla settimana, per due anni di seguito. Possono seguire corsi più particolareggiati e quindi più concreti i futuri ragionieri che non gli stessi studenti della facoltà di legge.

Nei licei - classico, scientifico e femminile - lo scopo dell'insegnamento economico probabilmente è un altro. Esso deve servire non a dare certe nozioni pratiche, utili nella professione, ma idee atte a far capire meglio al giovane la storia e la vita. «Per l'economia politica - dicono le avvertenze - si richiederanno idee chiare che servano a ben comprendere l'elemento economico nella storia ed anche quegli avvenimenti della vita economica fra i quali il giovane vive». Meglio non si poteva dire, ma non si poteva neanche meglio mettere in piena luce la difficoltà che incontreranno i professori di storia e di filosofia nel nuovo arringo a cui sono chiamati. In poche lezioni - forse meno di un'ora la settimana in un anno solo del corso liceale - essi saranno chiamati non ad insegnare gli elementi dell'economia politica, ma a fornire ai giovani alcune chiavi fondamentali per ben comprendere i fatti economici o l'aspetto economico della vita nel passato e nel presente. Chi ha seguito il travaglio spirituale dei maestri di storia e di filosofia in Italia negli ultimi trent'anni, intuisce la ragione del nuovo insegnamento. I libri italiani di storia scritti negli ultimi decenni recano tracce profonde dello sforzo di comprendere l'aspetto economico della vita dei periodi trattati. Purtroppo, i risultati dello sforzo sono stati finora assai modesti. Gli economisti non si raccapezzano in quella storia impregnata di economismo e fortemente dubitano che gli storici abbiano scambiato per economia quella che tutt'al più era la interpretazione materialistica della storia, la quale con lo spirito della scienza economica non ha nulla a che vedere. Se l'insegnamento dell'economia nei licei da parte dei professori di storia e di filosofia dovesse ridursi a discussioni sulla interpretazione cosidetta economica della storia e della vita, non saprei davvero quali utili risultati se ne potrebbero ricavare.

Confesso che per quell'altra cosa che questo nuovo insegnamento dovrebbe invece essere e che il compilatore dei programmi - da quanto posso capire dal brano citato sopra - ha desiderato fosse, la difficoltà massima da superare è quella dei testi da raccomandare. In fondo, l'utilità della scienza economica per la vita è quella di mettere a nudo gli infiniti, ricorrenti, pullulanti errori volgari. È la lotta perpetua del buon senso contro il senso comune. Sarebbe magnifico che il giovane, il quale si prepara nel liceo ad entrare a far parte della classe dirigente del paese, si impadronisse di qualcuna di quelle meravigliose piccole chiavi logiche le quali valgono a scoprire la verità tra i moltissimi errori economici profferiti ogni giorno a migliaia nei luoghi e nelle occasioni più impensate; ma ho paura che a ciò poco giovino alcune appiccicature sul valore, sui prezzi, sulla rendita, sul salario, sulla libera concorrenza, sul liberismo, sui monopoli. Queste nozioni possono essere tutto o nulla, a seconda dello spirito con cui sono impartite. Per spiegarmi con alcune citazioni, temo che chi adottasse i meritatamente celebrati compendi di Cossa o di Nazzani - per ricordare solo due libretti oramai divenuti classici in Italia - non otterrebbe alcun frutto se non di noia, mentre chi sapesse far penetrare i giovani nello spirito dei capitoli economici dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni avrebbe pienamente raggiunto il fine civile e spirituale che parmi si sia proposto col nuovo insegnamento l'on. Gentile. Essere in grado di far gustare quei brani immortali vuol dire aver penetrato a fondo nello spirito della scienza ed avere veramente la sensibilità economica della storia e della vita. Sarebbe ingiusto chiedere agli attuali professori di storia e di filosofia nei licei di toccare d'un tratto quella meta che altri cerca da anni con fatica di raggiungere. Almeno almeno farebbe d'uopo che qualcuno raccogliesse i testi fondamentali, anche a base di estratti, della scienza, sicché, attraverso alle pagine tipiche di Adamo Smith, di Malthus, di Ricardo, di Senior, di Mill, di Jevons, di Ferrara insegnanti e studenti avessero l'impressione diretta della visione del mondo e delle chiavi interpretative dei fatti che sono proprie della scienza economica. Forse, attraverso la lettura di quei testi, il nuovo insegnamento economico potrebbe aver parte non ultima nella formazione mentale delle nuove generazioni italiane.

17 novembre 1923

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