Opera Omnia Luigi Einaudi

Le peripezie della spedizione alla ricerca di Andrée Come vivono le popolazioni della Siberia – Il periodo di prova degli sposi – Chiusi dal ghiaccio.

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 18/02/1901

Le peripezie della spedizione alla ricerca di Andrée

Come vivono le popolazioni della Siberia – Il periodo di prova degli sposi – Chiusi dal ghiaccio.

«La Stampa», 18 febbraio 1901

 

 

 

Come è noto, la società geografica di Stoccolma ha organizzato, nel 1898, una spedizione per andare alla ricerca di Andrée, di cui ora il signor Jonas Stadling pubblica un interessante e movimentato resoconto nel fascicolo di febbraio del The Century Illustrated Monthly Magazine. A capo della spedizione era stato posto l’autore dell’articolo, dott. Stadling, e gli erano compagni nell’ardua impresa attraverso la Siberia il dottor Nilson, giovane scienziato, e l’ing. Froenkel, fratello di uno dei tre compagni di Andrée.

 

 

I tre andarono per terra a Yakutyk e di qui scesero la Lena sino alla foce; dove seppero dalla bocca dei nativi che nessuna traccia di Andrée si trovava sulle isole della Nuova Siberia e neppure sulle rive del Mare Artico fra Anabar, all’ovest della Lena, ed Indigirka, all’est del fiume, ad una distanza di più di 1.800 miglia.

 

 

Il dott. Stadling decise allora di passare fra i nativi del delta della Lena il tempo che ancora doveva trascorrere prima che i fiumi ed i laghi fossero gelati e fosse possibile mettersi sulla tundra alla ricerca di Andrée verso la foce dello Yenissei.

 

 

Nel pittoresco villaggio tunguso di Kumach Surt la spedizione incontrò il yakuto Androssoff, il quale aveva salvato la vita di Nindemann e Noros, che facevano parte della famosa spedizione della Jeannette nel 1881. Il capitano Long aveva ordinato ai due suoi uomini di fare una marcia forzata verso il sud per chiedere soccorso. Dopo sofferenze sovrumane, per fame e per freddo, essi giunsero il 19 ottobre a due piccole capanne sul piccolo fiume Bulkur, ad ottanta miglia al sud della località, dove avevano lasciato il capitano De Long; e sarebbero certamente ivi morti se l’Androssoff non fosse capitato lì, il 22 ottobre, e non li avesse condotti con sé ad un villaggio di nativi.

 

 

Androssoff afferma di non ricordarsi di essersi spaventato o di essere caduto ginocchioni, come si disse: «Io mi stupii nel veder i due uomini nella capanna, ma non ebbi alcun timore. Anzi strinsi loro le mani».

 

Androssoff ci fece vedere la medaglia d’argento che in quella circostanza egli aveva ricevuto dal Governo degli Stati Uniti.

 

 

«Il 17 settembre io – racconta lo Stadling – e l’ing. Froenkel ci separammo dal dottor Nilson, che ritornò al sud sul piroscafo Lena, e su una lodka primitiva ci avventurammo alla bocca dell’Olenek. Eravamo in tutto sei persone.

 

 

In tutti i luoghi dove sbarcavamo per pernottare, le giovani donne avevano grande timore di noi, immaginandosi che noi fossimo ufficiali o mercanti russi, e si rassicuravano solo quando le informavamo che noi eravamo di un altro paese molto lontano. Allora ci portavano regali e ci lasciavano prendere fotografie dei loro gruppi.

 

 

Dopo una navigazione difficile, in mezzo ad una tempesta di neve, toccammo Orto Stan, dove incontrammo il capo nativo della parte occidentale del delta della Lena, il yakuto Vinokuroff, il quale ci ricevette in alta uniforme, segno della dignità di principe conferita da Caterina II ai capi della Siberia settentrionale.

 

 

Egli era stato avvertito della nostra spedizione e ci aspettava in agosto. Ora era troppo tardi per traversare il mare dal delta all’Olenek. Le acque potevano ghiacciare da un momento all’altro.

 

 

Durante la notte, nella capanna del capo, ebbi un lungo colloquio intorno ai suoi popoli, che erano ora andati tutti alla caccia della renna. Una volta gli abitanti del delta erano circa mille; ma il vaiuolo li aveva ridotti, dodici anni fa, a circa la metà.

 

 

Sono divisi in distretti, con a capo un anziano; conducono una vita nomade, movendosi di luogo in luogo per procurarsi da vivere. In giugno, all’arrivo degli uccelli di mare, vanno nelle isole a raccogliere uova; dopo prendono oche selvatiche, principalmente per mezzo di reti. Accanto al pesce, il principale loro mezzo di nutrimento è la renna selvatica. L’intenso calore estivo e le zanzare delle immense regioni a foreste del sud spingono migliaia di renne selvatiche alle rive ed alle isole del Mare Artico. All’autunno esse ritornano al sud, ed in larghe frotte si gittano a nuoto in determinati luoghi, dove i nativi le aspettano nei loro canotti, uccidendole con ramponi. Ogni anno più di mille renne sono uccise nel delta.

 

 

Viene poi la volpe bianca dal polo, che i nativi cacciano in gran numero per mezzo di reti poste sulle rive del Mare Artico. I nativi hanno la credenza che le volpi del polo siano preannunciate dall’arrivo di una specie di topi chiamati brumings. Quando cade l’inverno, i nativi si ritirano ai villaggi d’inverno, dove colgono pesci con reti gittate nell’acqua attraverso buchi praticati nel ghiaccio.

 

 

Dopo aver letto le carte che ci erano state date dalle Autorità russe, Vinokuroff si decise ad accompagnarci finché avessimo trovato qualcuno dei suoi.

 

 

La navigazione fu spaventevole per tempeste di neve ed infuriare di ghiacci. Alla prima stazione non incontrammo nessuno. Fu solo nella seconda giornata che, calmatasi un po’ la tempesta, potemmo riprendere la navigazione; e dopo poche ore di viaggio incontrammo cinque degli uomini del capo che venivano vagando nelle loro pittoresche vetkas, carico di carne fresca di renna, di cui trenta erano state uccise il giorno prima. Il capo ordinò ai suoi uomini di seguirci, e tutti sbarcammo ad un luogo di ricovero, dove il capo, in disparte, tenne coi suoi consiglio intorno all’opportunità di concederci aiuto nella nostra impresa.

 

 

Io cominciavo già a disperare, quando Kusma, che aveva una certa autorità subalterna a quella del capo, venne inaspettatamente in mio aiuto.

 

 

Kusma era stato all’est sino alle isole Tschuktshees ed all’ovest sino ai paesi dei Samoiedi. Egli aveva aiutato il professor Nansen, nel 1893, a comprare i suoi cani, ed era stato alcuni mesi col norvegese Torgensen su un’isola nel Mare Artico, vicino alla bocca dell’Olenek in custodia dei cani di Nansen. Era un uomo di molto coraggio ed indipendenza di mente; ma, ora era un poco zoppo e reumatico; ma la sua poderosa eloquenza non aveva sofferto: e di ciò diede ora una chiara testimonianza, subitamente levandosi in piedi ed indirizzandosi in tono aspro e forte al capo nel modo seguente:

 

 

“Tu sei un vigliacco, e come un vigliacco tu parli. Credi tu che il grande Tangara (Dio) abbia mandati questi grandi e dotti uomini, questi uomini maravigliosamente potenti, in queste regioni per cercare i loro perduti fratelli, per lasciarli perire nelle tempeste e nel freddo? Via. – E sputò con indignazione sul suolo. – No, – continuò, – io, anche da solo, andrò con essi, per la vita e per la morte!”.

 

 

Il discorso ebbe un potente effetto. Altri due uomini offersero di accompagnarci, e il capo medesimo si risolse a venire con noi ancora per un po’.

 

 

Alla sera giungemmo a Balagan Syr, ove trovammo parecchie graziose capanne. Una vedova ci accolse offrendoci carne di renna e pesce gelato, e raccontandoci, in mezzo alle lacrime, la recente morte del suo marito. Il figlio più giovane aveva ora ereditato l’asse paterno. Secondo il costume dei nativi, il figlio più giovane soltanto eredita dal padre i beni ed i debiti. Gli altri ricevono solo alcuni regali. Se i figli sono tutte femmine, l’eredità va al più giovane fratello vivente del morto, e se non vi sono fratelli viventi, al suo parente più prossimo.

 

 

Nel giorno seguente, con molta fatica, lottando contro la tempesta e contro il freddo, – ci mancavano ancora i vestiti d’inverno, perché il nativo che aveva promesso di apprestarceli era scomparso, – giungemmo ad Uytang.

 

 

Anche qui trovammo capanne belle e gente ospitaliera. Nella famiglia dove alloggiammo vi erano due graziose giovani ragazze, che recentemente si erano maritate, ma che dovevano rimanere sole ancora due mesi, non essendo ritenuto conveniente dai nativi per una giovane coppia il coabitare prima che siano passati tre mesi dal giorno delle nozze.

 

 

I matrimoni si conchiudono di solito nel modo seguente: Quando un padre vuole una moglie per il figlio, va egli stesso o manda un incaricato per cercare una ragazza conveniente. Trovatala, occorre stabilire col padre il prezzo che per essa si deve pagare. Quando le parti si accordano intorno al prezzo, si deve pagare un primo acconto; un secondo si dà alle nozze, e l’ultimo quando la donna comincia a dirigere la casa alla fine del periodo di prova dei tre mesi.

 

 

La vita della donna maritata è assai dura. Non solo essa ha la cura dei fanciulli, ma deve anche apprestare la pelle della renna, fare i vestiti per l’intiera famiglia, erigere le tende, raccogliere e tagliare la legna, procurar ghiaccio e fonderlo per far bollire il cibo, ecc.. L’uomo va a caccia, a pesca e sta in agguato delle volpi. A casa l’uomo mangia e dorme. Al più rammenda le reti.

 

 

Il giorno dopo il capo si separò da noi. Ma prima ci indirizzò un solenne discorso. Volto prima a me, mi chiamò «il grande e dotto capo, inviato dal grande Sole bianco lontano (lo tsar)». Quindi mise in luce i pericoli della navigazione sul delta e sul mare, in una barca così piccola; e rivolto ai suoi uomini, loro ingiunse di adempiere fedelmente al loro dovere e di accompagnarci «nella vita e nella morte».

 

 

Nel pomeriggio, dopo aver salutato il capo ed avergli fatto dei regali, giungemmo alla piccola isola di Khangalatskii, l’ultima isola del delta della Lena verso occidente. Qui, avendo trovate alcune capanne disabitate, scegliemmo la migliore ed apprestammo un buon fuoco, lusso inapprezzabile per un viaggiatore artico.

 

 

Il terzo giorno della nostra permanenza in quel luogo la temperatura cadde a 20 centigradi al disotto dello zero; i canali ed il mare si copersero di ghiaccio, imprigionandoci sul desolato isolotto.

 

 

Non ci rimase altro da fare se non aspettare che il ghiaccio diventasse abbastanza resistente, in modo da potere inviare i nativi a cercare altri nativi con cani per trasportare noi ed il nostro bagaglio sul mare fino ad Olenek.

 

 

Durante i settanta giorni che passammo aspettando, noi facemmo osservazioni meteorologiche, mentre i nativi confezionavano vestiti d’inverno con la pelle di renna. Finalmente, l’11 ottobre, partimmo da Khangalatskii con nove slitte e più di cento cani pel nostro viaggio sul mare ghiacciato fino all’Olenek, donde continuammo per circa 1.600 miglia fino alla bocca dello Yenissei, e più oltre per 1.200 miglia di qui alla ferrovia a Krasnoyarsk.»

 

 

 

Questa seconda parte del suo viaggio l’autore descriverà in un secondo articolo, di cui noi non mancheremo di esporre ai nostri lettori le parti più interessanti.

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