La causa di tutti i mali

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 06/02/1902

La causa di tutti i mali

«La Stampa», 6 febbraio 1902

 

 

 

Il fatto a cui assistiamo ogni giorno d’agitazioni fra il personale dello Stato o di Società esercenti pubblici servizi merita qualche considerazione generale: il fenomeno è grave e la malattia profonda, intaccando organi essenziali della vita dello Stato. L’agitazione dalle imprese private si estende ai servizi pubblici ed alle grandi imprese le quali dipendono direttamente dallo Stato. Oltre all’agitazione dei ferrovieri abbiamo quella degli impiegati postali e telegrafici.

 

 

Persino gli insegnanti delle scuole secondarie – gente tranquilla se mai ve ne fu – si riuniscono in Associazioni per la difesa dei loro interessi; Associazioni che, malgrado i loro scopi perfettamente legali, pur hanno un certo carattere di fronda.

 

 

Di fronte a questi fatti nuovi ed inquietanti, che cosa fa il Governo? O, meglio, che cosa ha fatto sinora?

 

 

Poiché tutte queste manifestazioni di malcontento negli impiegati dello Stato e delle imprese pubbliche dipendenti dallo Stato hanno un carattere diverso dalle dispute puramente operaie. Non vi si discorre tanto di aumento di salari o di diminuzione di ore di lavoro quanto di organici sempre promessi e non mai fatti, di carriere incerte e lunghissime, di oneri impreveduti al momento della assunzione in servizio. I ferrovieri si lagnano che si violi la legge che impone alle Società di fare un organico e di assicurare le vicende ed i progressi della loro carriera; si lagnano di essere parificati ai pubblici ufficiali negli oneri, ed assimilati agli impiegati privati quando si vuol loro far pagare un’imposta di ricchezza mobile del 9 invece che del 7 1/2 per cento.

 

 

Gli impiegati postali e telegrafici si lagnano anch’essi della incertezza e della arbitrarietà della carriera; ed additano gli organici fatti e disfatti ogni anno, mutati e rimutati da ogni ministro, – Maggiorino Ferraris, Nasi, Di San Giuliano, Pascolato, Galimberti, – il quale salendo al potere non trova nulla di meglio da fare che scombussolare tutto lo stato di fatto esistente rispetto agli impiegati. I professori anch’essi si lagnano degli stipendi irrisori, ma sovratutto si dolgono del fiscalismo con cui si interpretano dalla burocrazia centrale i criteri per le promozioni in guisa tale che a parecchi è convenuto rifiutare le promozioni per non perdere gli aumenti sessennali faticosamente acquistati in lunghi anni di servizio.

 

 

E dappertutto, in ogni Ministero e in ogni Amministrazione pubblica, si agitano gli straordinari a cui si fanno balenare innanzi promesse, destinate a non essere mai esaudite.

 

 

Di fronte a queste manifestazioni di malcontento il Governo non può, come Pilato, lavarsene le mani. Non lo può, poiché esso, e non altri, è stato la causa del male. Il Governo – ed intendiamo accennare a tutti i Governi che si sono succeduti – ha creato con la sua politica tumultuaria, incostante, imprevidente, le cause le quali conducono alle odierne morbose manifestazioni.

 

 

La baraonda che oggi dilaga nel basso è stata la conseguenza della baraonda

che fin qui ha dominato su in alto.

 

 

Se oggi i ferrovieri minacciano, la colpa risale a tutti quei ministri imprevidenti  e  colpevoli  che hanno fatto approvare le Convenzioni ferroviarie, ben sapendo che esse erano un enorme imbroglio da cima a fondo; risale a quei ministri che sono passati rapidamente, come le figure di un caleidoscopio, al Ministero dei lavori pubblici, e non hanno mai avuto l’energia e l’autorità necessarie per far rispettare la legge dalle Società divenute strapotenti. Anzi, hanno lasciato che l’alta burocrazia, desiderosa di vedere ripristinato l’esercizio di Stato, lasciasse andare le cose alla deriva, affinché dall’estremo scandalo apparisse urgente la necessità di ricorrere all’estremo rimedio dell’esercizio di Stato, che dovrà essere fonte di rapide promozioni alla burocrazia medesima.

 

 

Se il personale delle poste e dei telegrafi prende pretesto dalla divisa per agitarsi e radunarsi in Comizi, la colpa va all’instabilità ministeriale, che sempre impedì di regolare in modo stabile e sicuro per tutti – dall’infimo portalettere all’altissimo funzionario – i diritti ed i doveri di tutti i cooperatori di questo complicatissimo servizio.

 

 

E così via per tutte le altre forme di agitazione che oggi perturbano la vita del nostro Paese.

 

 

Qui non è più lo Stato che deve rimanere colle braccia incrociate dinanzi ai conflitti tra privati. Ma sono i cittadini privati, i quali chiedono ragione allo Stato del come esso ha soddisfatto ai doveri inerenti alle sue funzioni e fanno risalire la colpa della baraonda odierna all’imperfetto suo ordinamento costituzionale per cui alla continuità sapiente e giusta di criteri nel Governo della pubblica cosa viene sostituita la variabilità continua, il favoritismo, la debolezza dei Governi parlamentari.

 

 

Poiché l’origine di tutti i mali sta appunto nella assoluta mancanza di competenza e di stabilità dei ministri tecnici. Che volete che sappia delle poste e dei telegrafi un avvocato che in sua vita non ha fatto che cause? Come pretendere da un ministro dei lavori pubblici la coscienza del suo dovere  e  la conoscenza del suo ufficio,  quando arriva al potere assolutamente vergine di tutto, e non rimane che pochi mesi? Se non si vuole andare allo sfacelo completo dello Stato e dei pubblici servizi occorre che i ministri tecnici siano scelti fra gli uomini più competenti e rimangono al Ministero anche quando scoppia una delle cento crisi ministeriali. Altrimenti prepariamoci a cose peggiori.

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