Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

Sofismi comunisti

«Corriere della Sera», 19 agosto[1], 1 settembre[2] e 19 ottobre[3] 1920

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 814-828

 

 

 

I

 

La dottrina comunista e non quella liberale conduce alla guerra

 

Molti, leggendo le narrazioni delle gesta degli eserciti rivoluzionari russi ed assistendo allo scatenarsi dell’imperialismo comunista, ritengono che i comunisti contradicano così ai principii della loro dottrina umanitaria e pacifista e si riducano al livello degli altri partiti, che si sogliono chiamare individualistici o capitalistici. Si riconosce cioè che idealmente il socialismo sarebbe di fronte al fatto della guerra, come a tanti altri fatti della vita sociale, qualcosa di più perfetto delle altre dottrine; e che soltanto le deviazioni della dottrina, la caparbietà e l’ostilità dei nemici hanno potuto indurre i socialisti russi ad usare le armi, per respingere colla forza le violente aggressioni altrui. Tutt’al più, si giunge ad affermare che gli uomini sono impari alla bellezza della loro dottrina; che tutto il mondo è paese; che la teoria socialista ha per ufficio di conquidere all’interno le anime semplici, ed è un articolo di esportazione destinato ad affievolire la resistenza delle nazioni occidentali, facendovi nascere alleati del comunismo e rinnegatori della patria, pronti a render facile la via della conquista universale ai nuovi tiranni chiamati Lenin o Trotzki, invece che Guglielmo o Nicola.

 

 

Certamente, questa spiegazione, fondata sulla debolezza della natura umana e sulla fragilità delle dottrine ideali, quando sono in contrasto con le tendenze fondamentali dell’uomo, con lo spirito di violenza, di dominazione, di concupiscenza della roba altrui,ha un certo valore. Ma è un valore limitato, perché, riconoscendo che tutti gli uomini sono uguali e che i «comunisti» russi sono rissosi e violenti e desiderosi di ricchezza alla pari dei «capitalisti» occidentali, lascia in piedi l’acclamata eccellenza del comunismo sull’individualismo. È ben noto che non è lecito condannare la chiesa cattolica o anglicana o luterana o calvinista traendo argomento dalla corruzione e dai vizi del relativo clero. Le chiese accusate hanno trionfalmente risposto che i vizi dei sacerdoti non distruggono la verità della fede; e che questa anzi rifulge vieppiù e dura eterna, nonostante gli occasionali peccati dei suoi indegni sacerdoti. È una prova attraverso alla quale la verità deve passare, per dimostrare meglio la sua vigoria immarcescibile. Così è del verbo comunistico, destinato a trionfare malgrado i delitti di cui si è macchiato, la fame che lo caratterizza, la miseria che esso diffonde in breve ora tra le popolazioni, le guerre imperialistiche che esso scatena. Esso è la verità eterna, è il regno della felicità avvenire. Pestilenze, carestie, guerre sono prove passeggere a cui il proletariato deve assoggettarsi, per instaurare per sempre sulla terra il regno della uguaglianza e della felicità diffusa fra tutti gli uomini.

 

 

In verità, invece, guerra e comunismo sono due termini logicamente uniti in modo strettissimo. La guerra è un fatto connaturato all’idea comunistica di gran lunga più che all’idea individualistica. L’individualismo ripugna all’idea della guerra; mentre il comunismo quasi spontaneamente vi si adatta. La guerra deve superare gravi ostacoli per essere condotta in regime individualistico; mentre tali ostacoli non esistono in una società comunistica.

 

 

Una prima ragione, comune ad altre tendenze o credenze, si può trovare in ciò che il comunismo è una fede. Un popolo, il quale crede di avere scoperta ed attuata un’idea nuova, tende a propagarla, a diffonderla tra gli altri popoli. Maometto ed i suoi successori inondarono coi loro eserciti l’Asia minore, l’Africa, la Spagna, minacciarono l’intiera Europa, giunsero alle porte di Vienna, perché volevano diffondere un’idea religiosa nel mondo. I Cristiani risposero con le crociate. Nel cinquecento e nel seicento gli uomini si massacrarono per diffondere o difendere credi religiosi. La Francia conquistò l’Europa con le armi di Napoleone, ma in nome degli «immortali» principii della rivoluzione; e l’Europa riuscì a debellare Napoleone solo quando poté combatterlo in nome del principio di nazionalità. Il comunismo russo è una fede, e, come tutte le fedi, tende ad evangelizzare i popoli, con la persuasione e con la propaganda, e, se occorre, anche con la forza.

 

 

Ma v’è di più. Il comunismo non è solo una fede legata al proselitismo. Esso organizza la società in modo adatto, mentre l’individualismo tende ad organizzarla in modo disadatto alla guerra. È questa una verità la quale dottrinalmente è nota e pacifica; ma la quale non ha ricevuto nel pubblico tutta l’attenzione di cui è meritevole.

 

 

In un tipo di società, come erano quelle esistenti in Europa prima del 1914, la guerra era un fatto ripugnante, difficile e costoso. La grande massa degli uomini viveva di lavoro prestato in imprese indipendenti dallo stato, ricavava redditi di lavoro o di possesso di terreni o di esercizio di professioni, industrie e commerci condotti fuori dall’ingerenza dello stato. In una società siffatta, la decisione e la condotta della guerra producono un trambusto ragguardevole e debbono superare difficoltà ed opposizioni vivissime. Bisogna distogliere gli uomini dalle loro occupazioni solite, togliere ad essi il pane di bocca, mettere sul lastrico le loro famiglie e quindi concedere loro sussidi alimentari; fa d’uopo strappare professionisti, commercianti ed industriali ai loro uffici, negozi, ed imprese; dislocando e spesso disorganizzando e rovinando le organizzazioni le quali fin allora davano da vivere alla grande massa. Per ottenere il risultato importa istituire imposte gravi e contrarre prestiti onerosi; ossia portare via ai cittadini una parte sul reddito o persuaderli a dare a prestito allo stato risparmi che avrebbero preferito spendere od impiegare nelle loro aziende private. La guerra perciò non può essere condotta in una società individualistica senza violentare fortemente le abitudini, le occupazioni ed i guadagni della grandissima massa della popolazione. Con ciò non si vuole condannare tutte le guerre; ma solo mettere in chiaro come l’ordinamento individualistico della società implichi l’esistenza di ostacoli molteplici allo scatenarsi di guerre dovute al capriccio degli uomini di governo.

 

 

Guardisi invece ad una società comunistica. Attraverso a tutte le varie definizioni che se ne possono dare, a tutti i tipi svariatissimi che furono immaginati o tentati nelle varie epoche storiche, una caratteristica tendenziale è innegabile ed è dominatrice: al posto delle professioni, imprese e commerci liberamente esercitati dagli individui senza ingerenza dello stato, il comunismo mette imprese statali o comunali o corporative, esercitate secondo criteri di presunto interesse comune, da uomini i quali non lavorano in vista di un profitto o di un onorario liberi, ma di uno stipendio pagato dalla pubblica organizzazione. Ci sono ministeri o commissariati centrali i quali ordinano ai commissariati o consigli (soviet) od organizzazioni locali che cosa si deve produrre o coltivare; come e che cosa si deve trasformare. Lo stato ha esso, normalmente, in mano la vita economica dei cittadini; esso li indirizza al fine che il governo od i consigli ritengono necessario.

 

 

In una società di questo tipo, la guerra è una operazione infinitamente meno difficile a deliberare ed a condurre che in una società capitalistica. Non si tratta più di dislocare nulla, di sopprimere, con perdite per gli uni e vantaggi per gli altri, aziende floride per crearne altre destinate alla guerra. Non si toglie il pane di bocca a nessuno e non si devono mettere imposte e far debiti. Gli uomini sono già impiegati dello stato. Che cosa importa ad essi di lavorare a produrre cereali ovvero munizioni? La paga corre lo stesso. Invece di mettere imposte, il commissario degli approvvigionamenti ha solo da dare una razione di cibi e di vestiti minore ai civili ed una alquanto più abbondante ai soldati. La macchina bellica funziona con un attrito infinitamente minore che in una società individualistica.

 

 

La guerra ultima è la prova delle verità ora accennate. L’Inghilterra e gli Stati uniti furono i due paesi in cui più si stentò a costruire il meccanismo di guerra ed a persuadere gli uomini che bisognava imbracciare le armi, perché erano i due paesi in cui il tipo individualistico della società era più sviluppato ed in cui l’ingerenza dello stato nella vita economica era minima. Germania ed Austria-Ungheria erano già stati a tipo tendenzialmente socialistico, con una burocrazia forte e con ingerenze diffuse dello stato negli affari privati, sicché l’apparecchio bellico poté entrare in azione istantaneamente. Oggi, per fortuna, la Russia è comunistica solo alla superficie ed a chiazze: nelle grandi città ed in alcune zone industriali. Le campagne resistono o si trasformano in senso individualistico. Tuttavia, l’esercito, in mezzo al dissolvimento universale, funziona, perché esso è un organo connaturato ad una società in cui l’impulso a fare viene dal governo e non dai privati.

 

 

A torto, dunque, coloro i quali amano la pace guardano al comunismo. È questa una di quelle tante illusioni di cui vivono gli uomini. Il comunismo è assai più adatto a fare la guerra dell’individualismo. Garanzie assolute contro le guerre non esistono; ma è certamente tanto più difficile che una guerra scoppi quanto meno il governo domina la vita dei cittadini, quanto meno esso ha normalmente il diritto di regolarne le occupazioni; quanto più grande è il numero degli uomini i quali vivono di una vita indipendente da quella dello stato, epperciò atti ad opporre resistenza alle voglie dei governi.

 

 

II

 

Il blocco anglo-francese e le mistificazioni diplomatiche russe

 

Divertenti, questi comunisti russi, i quali si servono delle note diplomatiche per fare la polemica contro la società capitalistica. Non hanno ancora finito di mistificare l’Europa con la leggenda del blocco, il quale sarebbe la causa della miseria e delle sofferenze del popolo russo, che già ripetono il volgare sofisma di Carlo Marx per dimostrare che il loro è il solo governo democratico, pacifista, sincero ed umanitario.

 

 

A sentire essi ed i loro ripetitori italiani, l’Europa si troverebbe divisa economicamente in due campi: rigurgitante l’occidente di prodotti industriali, che non sa come collocare, mentre le popolazioni operaie languono per mancanza di pane e di alimenti; pane ed alimenti i quali abbondano invece nella Russia, assetata di tessuti, di macchine, di locomotive. In mezzo, ad impedire lo scambio vicendevole, il blocco anglo-francese, il quale costringe i russi a mancar di vestiti e gli occidentali a pagare il pane caro agli alleati d’America.

 

 

Sarebbe certamente utile, a dimostrare la fatuità di questa leggenda, che il blocco fosse abolito, senza compensi e senza condizioni. Salvo una: che gli scambi fra Russia sovietista e l’Europa occidentale dovessero farsi sulla base di merce contro merce, grano contro macchine, canape contro tessuti, petrolio contro locomotive. L’ultima mistificazione che si apparecchia dai comunisti russi contro le nazioni produttrici di cose veramente utili è quella di offrirci in cambio i resti di quelle riserve di oro e di platino che i comunisti hanno ereditato dal regime zarista. Dopo aver distrutta la vecchia organizzazione dei trasporti, del commercio e dell’industria, i comunisti vogliono riattrezzarsi a buon mercato dandoci qualche miliardo di rubli d’oro e qualche quintale di platino. Se i governi d’Europa hanno ancora una certa consapevolezza delle conseguenze dannose che in un paese produce l’abbondanza della moneta, essi debbono imitare, sebbene in ritardo, il saggio bando che la Svezia inflisse all’oro durante la guerra. Che la circolazione aumenti per la soverchia emissione di carta-moneta, come nei paesi belligeranti o per l’improvviso afflusso di oro, come nei paesi neutrali, Stati uniti, Olanda, Scandinavia, gli effetti sono gli stessi: aumento dei prezzi, malcontento delle masse, convulsioni rivoluzionarie. Forse i comunisti russi non hanno riflettuto al carattere diabolico dei loro piani di scambio di oro contro merci; ma è certo che l’Europa occidentale non ha nessun interesse a scambiare le sue buone merci contro una massa inutile di oro, la quale, dannosa per se stessa, parrebbe inoltre giustificare l’ulteriore danno di nuove emissioni cartacee, in apparenza garantite da una maggiore riserva metallica. Se i russi vogliono i tessuti, le macchine, le locomotive, i medicinali, il sapone dell’occidente, li abbiano pure, senza difficoltà e senza restrizioni. Ma li paghino in buone merci, in grano, in petrolio, in nafta, in canapa, di cui essi affermano di avere tanta abbondanza; non mai in strumenti di nuovi rialzi di prezzi e di malcontento delle masse. Vedremo che cosa e quanto essi sapranno darci per fare i loro acquisti. Speriamo che ci diano qualche cosa di più delle famigerate 4.000 tonnellate di grano, non si sa con quanta fatica messe insieme nei magazzini di Odessa e delle provincie vicine e neppure bastevoli per coprire il fabbisogno per l’Italia di 12 ore di importazione di frumento dall’estero! La esperienza dei fatti ci dirà se il blocco dell’intesa o la incapacità propria a produrre sia la causa della carestia e della miseria in cui si dibatte il popolo russo rovinato dalla oligarchia che si è impadronita del potere sotto la bandiera del comunismo.

 

 

I commissari di Mosca si offendono a sentirsi accusare di oligarchia. Le loro note diplomatiche ritorcono l’accusa contro l’intesa e specialmente contro l’Inghilterra. Oligarchia noi, che siamo tutti uguali, noi che, se patiamo la fame, la patiamo tutti insieme, d’accordo e felici nella nostra povertà, condizione necessaria alla creazione di una società più alta e più santa nell’avvenire! No. Oligarchici sono i governi dell’occidente, dove, secondo Cicerin, 1.250.000 persone si spartiscono 585 milioni di lire-sterline di reddito all’anno (alla pari dei cambi 11.700 lire italiane a testa in media), altre 3.750.000 se ne spartiscono 245 milioni (1.630 lire a testa) e infine i restanti 30 milioni di poveri hanno solo un reddito di 880 milioni di lire-sterline (750 lire italiane a testa all’anno in media). Non è un’ingiustizia che mentre ogni membro di famiglia ricca ha a sua disposizione 11.700 lire, i componenti il medio ceto abbiano solo 1.630 lire e quelli delle famiglie povere appena 750 lire? Non è più bello lo spettacolo di una società dove, mettendo tutte le ricchezze ed i redditi in monte, ogni uomo riceve la sua giusta quota parte di 1 miliardo e 710 milioni di lire-sterline di reddito annuo totale divisi per 135 milioni di persone ossia il quoziente medio di lire italiane 1.220 all’anno di reddito?

 

 

Alla giustizia della divisione del reddito in parti uguali non credono ora nemmeno più i comunisti russi. Ben lungi dall’ostinarsi a volere assegnare a tutti gli uomini l’identico salario a reddito medio – lire 1.220 invece dei tre diversi quozienti da essi rimproverati all’Inghilterra in lire 11.700, lire 1.630 e 750 rispettivamente per le tre classi dei ricchi, mediocri e poveri essi hanno cominciato ad assegnare razioni diverse di cibo e di altre cose necessarie ai lavoratori manovali, a quelli intellettuali ed ai borghesi (e che altro sono le razioni diverse fuorché espressioni gregge, in natura, di cifre diverse di reddito?); e quindi, sorpassato il periodo transitorio di sterminio della borghesia per mezzo della fame, hanno adottato il metodo permanente dei salari a trattamenti diversi per i tecnici o dirigenti e per i semplici lavoratori normali. Che cosa sono le promesse senza fine e gli inviti pressanti e le offerte di salari vistosi ai tecnici superstiti della Russia ed a quelli europei di buona bocca se non il riconoscimento lampante che a merito diverso, a qualità diverse debbono corrispondere compensi e salari differenti? Le critiche rivolte alla sperequazione fra i redditi inglesi di 11.700, 1.630 e 750 lire suonano falso in bocca di gente che ha riconosciuto la giustizia e la necessità di differenze ben più profonde nelle rimunerazioni dei collaboratori della produzione.

 

 

Ma rispondono i comunisti nelle loro note diplomatiche di propaganda – noi paghiamo i salari alti a chi dirige, al tecnico esperto, non al capitalista ozioso che sfrutta il lavoro altrui.

 

 

Anche ciò non è vero. Che cosa sono le concessioni di boschi, di miniere, di ferrovie che essi sono disposti a fare, sia pure sotto il manto di sorveglianze governative, ai capitali europei ed americani, se non il riconoscimento che non bastano i lavoratori ed i tecnici a produrre ma occorre anche il capitale; e che il capitale non si ottiene senza un risparmio precedente e il risparmio non si fa o almeno non si fa nella quantità voluta, senza la promessa di un interesse? Un interesse, i bolscevichi sono disposti a pagarlo al capitale che li aiuti a salvarli dalle distrette presenti. Imitatori dei vecchi canonisti medievali, i quali volevano salvare insieme il precetto di Cristo: mutuum date nihil inde sperantes e la necessità di consentire l’interesse, se si voleva far venir fuori il capitale, i bolscevichi, sofisti abilissimi, inventeranno qualche nuovo nome da dare all’interesse. Ma si può star sicuri che, nome a parte, accetteranno ed hanno anzi già accettato il fatto indeprecabile e benefico.

 

 

Chi invero si lamenta e si scandalizza nel vedere che vi sono tre classi sociali le quali hanno, a detta di Cicerin e compagni, rispettivamente 11.700, 1.630 e 750 lire italiane di reddito a testa all’anno fa all’incirca lo stesso ragionamento di colui il quale stupisce nel vedere che una lettera paga ugualmente 25 centesimi ad essere spedita da Milano a Monza come da Milano a Girgenti. Pochi chilometri in un caso e 1.600 nell’altro! Dove è la giustizia comparativa? Quando verso il 1830 in Inghilterra fu sostituito il diritto fisso di 10 centesimi agli svariatissimi prezzi di trasporto delle lettere a seconda della distanza, vi furono molti che gridarono all’ingiustizia. Fu risposto trionfalmente che, a voler far pagare tariffe diverse, si perdeva tanto tempo per controllare e pesare ogni singola lettera e misurare le distanze, che lo speditore da Milano a Monza avrebbe bensì ora la soddisfazione di veder pagare 5 lire al compaesano speditore della lettera a Girgenti, ma a costo di pagar lui stesso 50 centesimi e di sapere che la lettera sarebbe ricevuta a destinazione con tre o quattro giorni di ritardo. Così è: il buon mercato dei 25 centesimi si ottiene solo a prezzo dell’apparente ingiustizia di pagare tutti la medesima somma.

 

 

Parimenti, chi ha un reddito solo di 750 lire all’anno può impazientirsi nel vedere i redditi altrui più alti di 1.630 ed 11.700 lire. Ma la sua è una impazienza infondata. Se questa sperequazione non esistesse, il suo reddito non sarebbe di 750 lire. No. Questo è un semplice risultato aritmetico di una divisione, in cui si suppone il fattore dividendo immutato. Nella realtà, se si facesse la divisione in parti uguali, il dividendo non rimarrebbe immutato. Se ne sono accorti i comunisti russi quando hanno veduto che la produzione andava a rotta di collo se non si provvedeva a dare stipendi e poteri adeguati ai tecnici ed ai dirigenti. Se si tolgono le remunerazioni maggiori ai più abili e ai più volonterosi, il quoziente comune non sarebbe, non che di 1.220 lire, neppure l’altro di 750 lire. Probabilmente si ridurrebbe alla metà, al terzo, al quarto. La scelta non è fra l’avere 750 ovvero 1.220 lire; ma tra il riconoscere la necessità e la giustizia delle cifre differenti di 11.700, 1.630 e 750 lire ovvero l’adattarsi alle 300 od alle 200 lire e forse meno per tutti. Ciò non solo rispetto ai salari differenti per diversi lavori, ma ai compensi per il capitale. Le 11.700 lire di reddito individuale di cui, secondo Cicerin, la classe ricca gode in Inghilterra, si hanno e durano solo finché ed a condizione che la medesima classe ricca non consumi e non goda le sue 11.700 lire, ma ne dedichi una parte ed una parte notevole al risparmio. Questo è il segreto della prosperità inaudita a cui l’economia mondiale era giunta prima della guerra: l’esistenza di una classe, la cui forza e la cui potenza era condizionata assolutamente al servigio che essa rendeva alla società intiera col rinunciare al godimento di una parte dei propri redditi. Cicerin nel suo grottesco linguaggio di rimasticatore del famigerato primo capitolo del Capitale di Carlo Marx descrive la società occidentale composta di moltitudini lavoranti a beneficio di una oligarchia di capitalisti. È necessario dire che tutto ciò è un frusto sofisma; che il capitale non vive affatto a spese d’altri; che è altrettanto legittima la remunerazione data al risparmio come quella data al lavoro; che il voler negare il 4 od il 5% od altro saggio corrente al capitale equivale a negare l’attuale compenso al lavoro; che il voler togliere le 11.700 lire di reddito al ricco, significa ridurre la porzione del povero da 750 a 300 o 200 lire. Come è accaduto in Russia e come accadrà sempre ineluttabilmente, ovunque si voglia ripetere il medesimo esperimento.

 

 

Il vero pericolo non è nella differenza dei redditi e nel compenso al capitale; è nella differenza che in talune società si incontra tra pochi esorbitatamente ricchi e moltitudini di poveri privi di ogni fortuna.

 

 

Questa era in parte la situazione socialmente pericolosa della Russia, dove mancava una diffusa classe media e dove ad una classe latifondista ed industriale strapotente si contrapponeva un contadiname collettivista ignorante ed un proletariato cittadino facile alle esaltazioni. Se la crisi sociale cominciata nel 1917 in Russia rimedierà a questa situazione instabile, creando una nazione di piccoli proprietari a decine di milioni, di ex bolscevichi divenuti borghesi e di tecnici trasformati in industriali intraprendenti, ossia se essa creerà una società simile a quella occidentale, essa finirà per essere socialmente benefica.

 

 

In occidente, in Germania, in Italia, in Francia ed in Inghilterra non abbiamo bisogno di passare attraverso a questa crisi. La trasformazione sociale è già avvenuta. I poveri sono meno poveri che in Russia; i ricchi sono meno isolati e meno emergenti ed in mezzo esiste un vastissimo e profondo strato medio, di cui in Russia non si aveva alcuna traccia. In occidente occorre e basta che la evoluzione economica naturale ed una saggia legislazione continuino a smussare gli angoli, a temperare le punte estreme e ad accentuare il carattere di democrazia varia, progressiva, intraprendente per capitali nuovi e produttiva per lavoro esperto che innanzi alla guerra essa stava assumendo in maniera ognora più accentuata.

 

 

III

 

Le confessioni del commissario Rykow

 

I comunisti dell’«Avanti!», seccatissimi per le rivelazioni dei delegati della confederazione del lavoro, hanno l’aria di dire: «Ma sono fatti che si conoscevano già! che gli stessi capi bolscevichi russi avevano pubblicato, che noi avevamo riprodotto testualmente nell’“Ordine nuovo!” ed il cui unico significato è questo: la rivoluzione deve costare dolori e privazioni ma essere perciò appunto più bella e meritoria a farsi».

 

 

Questa è una illazione gratuita dei commentatori. Ascoltiamo intanto le verità che il commissario Rykow confessò al terzo congresso dei consigli economici di Mosca. Hanno qualche mese di data; ma sono un’ottima prefazione ai fatti riassunti da D’Aragona, Bianchi e Colombino.

 

 

Naturalmente la colpa della disorganizzazione è tutta del blocco, dell’intesa, della guerra, di Koltschak, di Denikin e via dicendo. Ma i fatti sono fatti e le confessioni sono chiare. Le locomotive fuori uso per deterioramento che erano il 15% sotto l’antico regime, ora sono il 60%; quelle in riparazione sono scese dall’8 all’1 e poi al 2 per cento. Perciò ogni mese le locomotive fuori uso crescono di 200. Ci sono 8 milioni di pudi di cotone – ricordiamo che le cifre russe sono sempre spettacolose perché invece che in tonnellate da 1.000 kg o in quintali da 100 kg, i russi ragionano in pudi da 16 kg – nel Turkestan; ma sarebbero necessari dei decenni per fare arrivare tutti quei milioni di pudi di cotone alle fabbriche, perché mancano i treni. C’è del metallo negli Urali; ma anche qui occorrerebbero decenni per farlo arrivare nei centri manifatturieri. C’è del grano nelle campagne; ma «gli operai delle città manufatturiere sono affamati e non riescono ad ottenere quella pur minima razione di pane che loro spetta di diritto» perché le ferrovie non funzionano. Anche la produzione è diminuita. La Russia raccoglieva ogni anno 20 milioni di pudi di lino. Nel 1918 il raccolto discese a 5 milioni; però «i risultati dei raccolti del 1919 e del 1920 rimangono assai al disotto di tale cifra». Le pelli diminuiscono, perché il bestiame non è più allevato nelle campagne, a causa della scomparsa dei signori e della diminuzione dei contadini ricchi che facevano l’allevamento. I contadini più poveri non allevano. Nel primo semestre del 1919 si era ancora ricavato circa 1 milione di pelli. In tutto il 1920 si spera di arrivare a 650.000. La raccolta della legna da ardere va discretamente – all’1 gennaio 1920 si era ottenuto circa meta del preventivo -; ma il carbone e la nafta vanno male. Sotto lo zarismo, il rendimento del carbone nel distretto carbonifero presso Mosca era stato portato a 40 milioni di pudi; adesso non ha superato i 30, sebbene trattisi di un distretto rimasto sotto la «nostra» influenza. Nell’industria meccanica la produzione è ridotta al 30% di quella normale; nelle tessili al 10 per cento. Salvo alcune «singolari» eccezioni, la produzione è al 30 per cento.

 

 

Naturalmente, ciò esaspera il commissario sovietista Rykow, il quale non sa capacitarsi perché mai il governo dell’ex zar fosse riuscito ad aumentare del 50% la produzione «per mezzo della coercizione governativa, con l’uso della forza, a vantaggio di una piccolissima minoranza di nobili e di capitalisti», mentre il governo comunista riesce appena ad ottenere il 30% pur lavorando nell’interesse di tutti gli operai e contadini della Russia. Non lo stupisce soltanto la mancanza delle materie prime o la difficoltà dei trasporti; sovratutto egli è colpito da quella che egli chiama «la dispersione della mano d’opera», per cui il governo non riesce a tenere in vita neppure le imprese «che pure eravamo riusciti ad approvvigionare di materie prime e di combustibili».

 

 

Il compagno Rykow non capisce perché impara solo ora, a gran fatica e sulla pelle degli altri, i primi elementi della scienza economica. Sotto gli zar, per quanto si avesse un governo corrotto e incapace, la produzione si svolgeva con normalità, perché esisteva la molla del lavoro: l’interesse a guadagnare, a costruire una impresa negli industriali, la certezza del salario e di un salario pagato in una moneta buona negli operai. Distrutta la vecchia organizzazione, che cosa vi si è sostituito? Impiegati, tecnici, sovrastanti ed operai, dovrebbero essere spinti a lavorare dall’interesse generale, dall’amore al pubblico bene, dal desiderio di far cosa utile in piccola parte a sé e in massima parte agli altri. Siccome gli uomini sono uomini e gli egoisti non si mutano in altruisti né in un giorno né in un anno – la storia direbbe che non bastano né i secoli né i millenni – è accaduto ciò che era fatale: rotta la molla dell’interesse individuale, quella dell’interesse collettivo non ha funzionato e tutto – produzione, circolazione e distribuzione – è precipitato nel caos. Uccisi o fuggiti all’estero gli industriali, gli operai si sono «dispersi», come dice il compagno Rykow. Ossia sono ritornati alla campagna.

 

 

Almeno, però, in Russia, gli operai possono «disperdersi», il che vuol dire abbandonare le città e gli stabilimenti per ritornare al villaggio nativo. La terra è estesa, gli abitanti sono ancora pochi; l’80 e forse il 90% vive della terra e dei mestieri strettamente connessi alla terra. Dove si disperderebbero gli operai italiani? Su 11.249.352 uomini di oltre 10 anni dediti in Italia a qualche occupazione, si dedicavano nel 1911 all’agricoltura solo 6.053.193. Gli altri 5 milioni e rotti dove si disperderebbero se le industrie, i trasporti si disorganizzassero per la rottura della macchina industriale, senza che si siano creati gli organi capaci di sostituire quelli che oggi, bene o male – male rispetto ad un ideale da nessuno finora visto attuato praticamente, benissimo rispetto al passato -, fanno funzionare la macchina esistente? In quale deserto si rifugerebbero per sottrarsi ai discorsi dei comunisti, i quali vorranno loro persuadere che la riduzione della produzione e quindi dei salari al 30% dell’anteguerra è un mezzo necessario per l’attuazione della felicità universale? (vedi «Ordine Nuovo» del 28 giugno). Su 13.608.201 donne al disopra di 10 anni viventi in Italia, solo 2.973.381 sono dedite all’agricoltura. Che cosa farebbero gli altri milioni di donne, se materie prime e macchine non arrivassero e le ferrovie non funzionassero? C’erano nel 1911, tra uomini e donne, 518.424 dediti alla lavorazione dei metalli. Forse oggi saremo al milione. C’erano 1.357.781 dediti alle industrie tessili, 664.015 alle chimiche. Impossibile risospingere tutti costoro all’agricoltura come si fece in Russia. Essi sono costretti a vivere nelle città ed a trarre i mezzi di vita dalla fornitura a getto continuo di minerali, di combustibili, di materie tessili, di alimenti dall’estero. Altrimenti si muore di fame. Nel 1919 arrivarono dall’estero: quintali 644.277 di residui della distillazione degli oli minerali, q 183.919 di gomme e resine, q 142.422 di legni e radiche per tinta e per concia, q 237.610 di juta greggia, q 1.790.101 di cotone greggio, q 344.968 di lane naturali, q 2.686.970 di legno comune, rozzo e segato, q 423.841 di pelli crude, q 962.466 di rottami di ferro, ghisa ed acciaio, q 5.962.760 di pietre, terre, gessi, calce e cementi, q 304.615 di semi oleosi, tonn. 6.226.451 di carbon fossile, q 2.140.826 di oli minerali e di resine, q 168.862 di acidi, q 297.567 di carbonati e bicarbonati, q 395.794 di pasta di legno e paglia, q 2.167.376 di ghisa in pani, q 1.891.612 di ferro e acciaio in verghe e fili, q 953.797 di ferro e acciaio in lamine, q 767.820 di rame, ottone e bronzo in pani, spranghe, lamiere e fili. E citiamo solo alcune tra le merci grezze e semi-lavorate; a cui bisognerebbe aggiungere i prodotti lavorati e le derrate alimentari. Per un buon terzo gli italiani vivono di alimenti esteri: q 364.715 di caffè , q 794.809 di zucchero, q 21.047.770 di frumento, q 2.384.100 di segale ed altre granaglie, q 3.952.784 di farine e semolino, q 2.065.461 di carni, q 869.973 di pesci, q 127.850 di latte fresco e condensato.

 

 

Far vivere 38 milioni di italiani sul ristrettissimo suolo nostro è un miracolo. Se la macchina esistente, per quanto migliorabile, non fosse buona, a stento vivrebbero 20 milioni dove oggi vivono 40 con una certa larghezza, con una larghezza di consumi ignota ai nostri padri. La soppressione del sistema funzionante e la sua sostituzione con un altro, non sperimentato, non cresciuto a poco a poco e dimostratosi vitale nei fatti e non nelle chiacchiere, vorrebbe dire la disoccupazione per 3 e forse 5 milioni di lavoratori, la crisi in altrettanti agricoltori, commercianti, impiegati occupati a soddisfare ai bisogni dei primi; la fame nelle rispettive famiglie. Che cosa farebbero e come vivrebbero i marinai, i lavoratori dei porti, i ferrovieri se il commercio internazionale si interrompesse? L’Europa può vivere e vive forse a un costo un po’ più alto, senza la Russia; ma la Russia, senza la ripresa delle relazioni commerciali, manca di macchine e non può far andare le ferrovie e va contro a un lento suicidio della popolazione cittadina. In Italia, dove i cittadini sono tanto più numerosi, si avrebbe una crisi grave, da cui non si potrebbe uscire se non dopo la morte di un terzo o della metà della popolazione e l’immiserimento del resto.

 

 

Forse, di ciò poco cale a coloro i quali nei manifesti promettono «la realizzazione piena e completa dell’ordinamento comunista». Alimenti e vestiti e scarpe e case e mezzi di godimenti ci saranno sempre per 100.000 dirigenti della nuova società e per 100.000 guardie rosse incaricate di fare razzie (requisizioni) nelle campagne e nelle riserve esistenti. Gente che professa di muovere in guerra contro la proprietà privata e non pensa al pericolo di distruggere la «organizzazione» che fa vivere 38 milioni, poco si inquieta al pensiero che l’esperimento di creare una nuova organizzazione possa costare la vita a 20 milioni di concittadini. Questi sono «incidenti» passeggeri che l’evocatore della felicità futura ha il dovere di trascurare. Resta da vedere se le masse siano così ingenue o cieche da rassegnarsi a fungere da «incidenti» nelle mani di alcuni fanatici e di parecchi violenti.

 

 



[1] Con il titolo Comunismo e guerra [ndr].

[2] Con il titolo Sofismi comunisti russi [ndr].

[3] Con il titolo Il conto dei sacrifici. A proposito della realizzazione del comunismo [ndr].

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