Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Il Mondo

Risparmio ed investimento

«Il Mondo», 8 settembre 1953[1]

Wirtschaft ohne Wunder, Erlenbach-Zürich, Eugen Rentsch, 1953, pp. 11-32[2]

Ludwig Erhard, La Germania ritorna sul mercato mondiale, Garzanti, Milano, 1954[3]

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 277-318

Alfredo Lisdero, Luigi Einaudi, el hombre, el científico, el estadista, Buenos Aires, Asociacíon Dante Alighieri, 1965, pp. 103-122[4]

 

 

 

Le tre memorie che seguono sono state dettate, in momenti diversi, allo scopo di chiarire quale fosse il significato della politica degli investimenti, patrocinata principalmente, quasi eco di querele italiane contro inesistenti restrizioni monetarie, in suggerimenti di studiosi e pratici forestieri, principalmente americani. L’ultima memoria ha indole più generale e fu inserita in un volume «in onore».

 

 

I

 

Nota dominante in taluni circoli economici è che la ripresa italiana sia stata soprattutto limitata dalla mancanza di un programma di espansione negli investimenti. Sembra che si sarebbero potuti espandere di più gli investimenti se si fosse dato minore peso al mantenimento della stabilità finanziaria.

 

 

Che cosa si intende per «stabilità finanziaria» è difficile comprendere quando si abbia presente il fatto che, non solo il governo italiano finora non ha ancora conseguito il pareggio del bilancio, ma esplicitamente ammette che l’ideale del pareggio possa esser raggiunto soltanto in un certo numero di anni la cui fine, all’incirca, potrebbe coincidere con la fine del piano E.R.P.

 

 

L’aspirazione a conseguire verso il 1952 il pareggio del bilancio – intendo per pareggio l’uguaglianza fra le entrate da imposte e tasse da una parte e le spese correnti dall’altra parte, non inclusi fra le spese gli investimenti di capitale propriamente detto – ha avuto come caratteristica la ricerca dell’aumento del frutto delle imposte, così da controbilanciare e superare l’aumento delle spese pubbliche. In qual modo questa politica tributaria può avere ridotto gli investimenti?

 

 

La stabilità finanziaria, perseguita attraverso l’aumento progressivo del gettito delle imposte, ha consentito anzi allo stato di ricorrere in misura decrescente all’emissione di buoni del tesoro sul mercato. In tal modo la politica di stabilità finanziaria ha contribuito – caso mai – a rendere disponibile a favore degli investimenti una massa maggiore e non minore di risparmio.

 

 

Si legge spesso anche che le restrizioni sul credito e sui pubblici investimenti hanno significato un saggio minore di incremento nel livello dell’attività economica. È questa una leggenda, la quale corre in molti circoli economici italiani e di qui si è trasferita nell’opinione di taluni circoli americani. Ma perché questa leggenda possa essere considerata corrispondente al vero, sarebbe necessario dare la dimostrazione che nella realtà si è verificata una restrizione del credito. Dove sono i dati i quali dimostrano che una restrizione effettiva del credito ha avuto luogo? Qual è il paragone che può essere fatto fra la posizione del sistema bancario italiano e quella del sistema bancario dei paesi che ci sono offerti ad esempio? Data una certa massa di depositi e di conti correnti, quali sono i paesi nei quali è maggiore la percentuale degli investimenti sul totale dei depositi e conti correnti? Qualcheduno si è preso la briga di confrontare il rapporto fra depositi bancari ed investimenti in Italia, in Inghilterra, in Francia e negli Stati Uniti? Se questo paragone si facesse, non potrebbe darsi che l’Italia occupi un posto molto elevato nella scala del rapporto fra depositi ed investimenti? Non potrebbe darsi che un banchiere, abituato alla pratica bancaria inglese ed americana, troverebbe imprudente il limite a cui i banchieri italiani si spingono nel concedere credito in rapporto alla massa dei loro depositi e conti correnti?

 

 

In non pochi documenti si pone l’accento sulla necessità di espandere gli investimenti; ma in nessun luogo è detto quali possono essere le fonti per attingere i mezzi per i maggiori investimenti. Le fonti sono sempre le solite:

 

 

  • aiuti del piano E.R.P. per la parte di questo piano che può essere impiegato per l’acquisto di macchinari all’estero;

 

  • impiego del fondo lire;

 

  • aumento annuo del risparmio nazionale.

 

 

Se in passato l’aiuto del fondo E.R.P. è stato utilizzato principalmente per l’acquisto di frumento, petrolio, cotone, carbone, ciò fu dovuto alla circostanza che l’importazione di queste materie prime e combustibili si trovava al numero uno delle urgenze nazionali. A mano a mano che diventa possibile procurarsi con altri mezzi i beni di consumo, si possono acquistare macchinari ed altri beni strumentali.

 

 

Il fondo lire, a sua volta, non poteva essere impiegato prima di esser costituito, e nel frattempo esso fu, ed è ancora in parte adoperato per evitare l’inflazione che sarebbe la conseguenza dell’inevitabile emissione delle lire che si devono pagare agli esportatori italiani nell’area della sterlina.

 

 

Che cosa si direbbe se l’ufficio cambi per non far crescere la circolazione, rifiutasse di acquistare ai prezzi ufficiali stabiliti con convenzioni internazionali le sterline offerte dagli esportatori italiani di frutta e verdure, di tessuti ecc. ecc.? Non sarebbe venuta a diminuire per un altro verso quella attività economica di aumentare la quale si è così ansiosi?

 

 

Quanto all’impiego dell’aumento annuo del risparmio nazionale, quali prove si danno che l’aumento medesimo non sia stato intieramente impiegato sia per investimenti pubblici, che per investimenti privati? È probabile, anzi, che l’ammontare degli investimenti pubblici e privati non si sia di fatto limitato all’utilizzazione, fino al massimo consigliato dalla prudenza, degli aumenti dei depositi e conti correnti presso l’insieme delle banche, ed all’emissione di nuovi buoni del tesoro, di nuove obbligazioni e di nuove azioni.

 

 

Chi voglia giudicare dell’importanza degli investimenti in Italia deve tener conto dei nuovi risparmi «investiti» i quali non passano in alcun modo attraverso le banche ed il mercato. Nelle statistiche pubblicate non si tiene conto, o si tiene conto in misura molto approssimativa, dei risparmi impiegati direttamente.

 

 

Se un agricoltore compie una miglioria, se un proprietario di case migliora od innalza la casa, se un negoziante aumenta il suo magazzino e ricava i mezzi all’uopo opportuni direttamente dal suo lavoro o dall’incasso quotidiano, senza passare attraverso la banca, ci troviamo di fronte ad investimenti di cui non si ha notizia; eppure hanno nel nostro paese grande importanza.

 

 

Non si capisce, quindi, l’insistenza posta sulla necessità di aumentare gli investimenti senza alcuna indicazione sui metodi con i quali si può riuscire ad ottenere la premessa prima per i maggiori investimenti, ossia l’incremento nel risparmio.

 

 

Quando non si vogliono fare delle chiacchiere inutili, è necessario dire quali sono i mezzi con cui si potrà ottenere che gli italiani risparmino di più. È vero che si può pensare a prestiti ottenuti dall’estero; e questi saranno i benvenuti. In ogni caso, però, la somma totale degli investimenti non potrà superare la somma degli aiuti e prestiti esteri e del nuovo risparmio nazionale; e rimarrà sempre fermo che il massimo contributo agli investimenti dovrà sempre essere dato dal risparmio nazionale. A tal uopo una politica la quale rinunciasse al conseguimento del pareggio del bilancio (stabilità finanziaria), sarebbe suicida. Disavanzo nel bilancio non vuol dire invero altro che maggiori richieste fatte dal tesoro al mercato. Quindi diminuzione del risparmio disponibile per investimenti. Quindi timori di svalutazione e nuova spinta data al consumo immediato del reddito, che è caratteristica dei periodi in cui la moneta si deprezza ed in cui tutti si persuadono che risparmiare sarebbe una insigne sciocchezza. La psicologia del godimento immediato è purtroppo ancora tanto diffusa che si deve avere orrore di ogni nuova spinta verso l’inflazione.

 

 

Perciò le osservazioni che talvolta si ascoltano intorno alla necessità di espandere gli impianti termici dell’industria elettrica sono giustificate sì, ma lasciano senza risposta la solita domanda. Quali sono le fonti dalle quali dovrebbero ricavarsi i mezzi per i maggiori investimenti? Sembra, nel leggere, che basti dire che si devono fare investimenti perché questi diventino possibili.

 

 

Non bastano provvedimenti governativi per rendere disponibile il credito a saggi di sconto ragionevoli per le aree chiavi dell’economia italiana. I provvedimenti resteranno lettera morta finché i banchieri non abbiano masse maggiori di depositi a loro disposizione. In sostanza, perciò, tutto si riduce a vedere se ed in qual modo possono essere fatti aumentare i depositi a risparmio. Nella misura in cui i depositi a risparmio ed in conto corrente aumentarono, resta da provare che non siano aumentati altresì gli investimenti. Già ora, grazie al notevole aumento dei depositi, si nota una tendenza nel saggio di interesse bancario a diminuire. Fate che i depositi aumentino ancora e le banche saranno obbligate a ribassare il saggio dello sconto. Sembra che tutto consista nel sapere che cosa si dovrebbe fare per investire di più; non ci si preoccupa menomamente di indicare i mezzi con cui si dovrebbe far fronte ai maggiori investimenti.

 

 

Può darsi che quando si parla di aumentare gli investimenti, si voglia invece dire che si debbono compiere investimenti «diversi» da quelli che di fatto sono preferiti dagli interessati. Ad esempio può darsi:

 

 

  • si proponga un aumento degli investimenti pubblici ed una diminuzione degli investimenti privati;

 

  • si insista, sia per gli investimenti pubblici come per i privati, su una diversa direzione da darsi agli investimenti.

 

 

In ambi i sensi, qualcuno sostiene che la determinazione del tipo dell’investimento non debba essere lasciata all’iniziativa privata, ma debba essere regolata da una autorità pubblica secondo criteri pubblici.

 

 

In tutto questo vi è molta nebbia; e molta fede mistica sull’abilità delle pubbliche autorità a decidere quali siano i migliori investimenti; ma vi è materia per utili discussioni. L’essenziale è che non si confonda il problema della quantità degli investimenti con quello della loro qualità. Quando si dice che gli investimenti «pubblici» devono essere il 60% e non il 50% del totale disponibile per gli investimenti, non si dimostra che, fermi rimanendo gli investimenti privati a cinquecento miliardi di lire all’anno, gli investimenti pubblici possono aumentare senz’altro da cinquecento a seicento miliardi. Bisogna prima indicare dove si trovino i cento miliardi che si vogliono investire in più. Molte vane discorse si fanno a causa della confusione fra quantità e qualità degli investimenti.

 

 

Anche da altri punti di vista le critiche consuete degli stranieri lasciano insoddisfatti. Sembra che la riforma agraria in corso sia qualche cosa che potrà produrre incrementi di reddito notevoli, specialmente a favore della popolazione agricola.

 

 

Gli incrementi immediati ci saranno, nei limiti dei risparmi disponibili per effettuare gli investimenti, a causa dei salari pagati ai braccianti che costruiranno le strade, che compiranno le opere di rimboschimento, di raccolta delle acque, di canali d’irrigazione ecc. ecc. Ma si dovrebbe ricordare che gli investimenti nelle terre non sono mai a breve scadenza, ma sempre a lunga e talvolta a lunghissima scadenza. Tanta parte dell’Italia meridionale ha dovuto la sua rigenerazione alla vite ed all’olivo; ma la vite richiede almeno quattro anni per dar frutto, e l’olivo circa quindici. L’aumento nella produttività verrà certamente, ma non sarà prossimo e potrebbe anche darsi che la redistribuzione della terra per se stessa produca subito una riduzione nella produzione agricola. Ciò è accaduto in tutti i paesi dove ebbero luogo riforme agrarie, e non meraviglierebbe si verificasse anche in Italia.

 

 

La riforma tributaria fiscale darà anche alla lunga risultati buoni, ma importa protestare nel modo più reciso contro l’opinione corrente negli Stati Uniti e nell’Inghilterra che in Italia si paghino poche imposte. Il paragone con gli altri paesi dimostra che il contribuente italiano sopporta un carico d’imposta di gran lunga superiore a quello del contribuente inglese e del contribuente americano.

 

 

Il reddito medio per capite dell’italiano può essere calcolato in duecentoquaranta dollari. Lo stato, compresi comuni, province ed enti pubblici di assicurazione sociale, preleva su questi duecentoquaranta dollari almeno cinquantacinque sessanta dollari, rimanendo così un resto di centottanta dollari.

 

 

Il contribuente inglese paga circa duecentosessanta dollari di imposta su seicentoquaranta dollari di reddito medio per capite.

 

 

Il contribuente americano paga, probabilmente, cinquecento dollari di imposta su millecinquecento dollari di reddito per capite.

 

 

In apparenza il contribuente italiano paga solo il 25% del suo reddito in imposta contro il 40% del contribuente inglese ed il 35% del contribuente americano. Ma la realtà è che il 25% pagato dal contribuente italiano costituisce per lui un sacrificio in privazioni, in riduzione del suo tenor di vita di gran lunga superiore al sacrificio sopportato dai suoi colleghi inglese ed americano. Egli resta con centottanta dollari, mentre l’inglese rimane con un disponibile di trecentottanta dollari e l’americano con un disponibile di circa mille. Il sacrificio di pagare il 25% su un reddito di duecentoquaranta dollari per capite è certo notevolmente superiore al sacrificio sopportato da chi paga il 40 ed il 35% su redditi di seicentoquaranta o millecinquecento dollari.

 

 

Se il sacrificio del contribuente italiano è certamente maggiore di quello inglese od americano, è esso forse peggio distribuito?

 

 

Certamente la distribuzione del carico tributario potrà e dovrà mutare in Italia, diminuendo la quota gravante sui consumi e crescendo la quota gravante sui redditi e sui patrimoni. Anche a questo riguardo le cifre che comunemente si ricordano danno tuttavia un’impressione falsa a scapito dell’Italia.

 

 

Tra le imposte le quali gravano i capitali ve ne sono infatti di quelle che sono in Italia catalogate fra le tasse ed imposte indirette sugli affari, ed altre poste fra le miscellanee. Grosso modo, si può dire che, oggi, in Italia forse il 33% colpisce i redditi ed i capitali, ed il 66% i consumi. La proporzione dovrà essere cambiata, ma è assai meno criticabile di quello che appare se si pensa che ancora adesso in Inghilterra, dopo tanti progressi nell’arte tributaria, le imposte sui consumi forniscono il 45% delle entrate pubbliche. Quando l’Inghilterra e gli Stati Uniti si trovavano nel secolo scorso ad un livello di ricchezza e di reddito nazionale paragonabile, sebbene sempre più alto, a quello dell’Italia d’oggi, tanto l’uno come l’altro paese ricorrevano alle imposte sui consumi in misura notevolmente superiore alla misura di adesso.

 

 

È lecito ricordare che l’emendamento XVI alla Costituzione americana il quale autorizzò per la prima volta il congresso a stabilire imposte sul reddito risale soltanto al 1913? A quell’epoca l’Italia possedeva già da cinquant’anni l’imposta sul reddito. Né si può rimproverare al nostro paese se esso incontra difficoltà maggiori di quelle dei paesi anglosassoni nel riparto delle imposte sul reddito. Le imposte sui redditi e sui patrimoni sono caratteristiche dei paesi economicamente progrediti, e non è da meravigliare che l’Italia, paese notoriamente povero, debba ancora ricorrere in misura notevole alle imposte sui consumi, così come fecero in passato tanto l’Inghilterra come gli Stati Uniti, e praticamente fecero tutti i paesi del mondo.

 

 

Le critiche che sono rivolte al regime italiano a questo riguardo dovrebbero essere esposte con un maggiore spirito di carità e non dovrebbero partire dalla premessa che dappertutto si possa oggi seguire una politica tributaria che è stata adottata dai paesi più progrediti solo in tempi recenti.

 

 

È lecito ricordare che, sotto taluni rispetti, la legislazione tributaria italiana è più avanzata di quella sia dell’Inghilterra, come degli Stati Uniti. La distinzione, ad esempio, fra redditi guadagnati e redditi non guadagnati che in Inghilterra fu introdotta soltanto, se non si va errati, nel 1896, in Italia era stata introdotta, in forma assai più perfetta, sin dal 1864.

 

 

Ed è anche lecito ricordare che la distribuzione dell’imposta sui redditi della terra ha qualcosa da insegnare a tutti i paesi stranieri.

 

 

Se è difficile fare accertamenti esatti dei redditi in Italia non dimentichiamo che la tassazione comincia assai più dal basso e si innalza presto ad aliquote alte, prima che in altri paesi. Spesso si dimentica che le imposte sullo stesso reddito sono parecchie in Italia. Se si sommano anche solo le imposte reali (terreni, fabbricati e ricchezza mobile), le relative sovrimposte locali, l’imposta complementare progressiva sul reddito e l’imposta di famiglia, il medio contribuente americano rimarrebbe a sentire certe cifre nostrane terrorizzato, lui che, se è padre di famiglia ed ha due figli, sino a millecinquecento dollari circa non paga imposta federale sul reddito. In Italia, costui se denunciasse il vero, dovrebbe morir di fame.

 

 

Un contribuente italiano professionista o commerciante, con seimila dollari di reddito dovrebbe pagare, se denunciasse il vero, il 75% almeno del reddito a titolo di imposte varie. La riforma tributaria non avrà mai alcun successo se non si ridurranno le tassazioni a limiti più umani.

 

 

Fra le tante cose che dovremmo fare, si accenna anche talvolta alla necessità di stimolare la emigrazione e di provvedere allo stanziamento degli emigranti nei paesi sudamericani con adeguati investimenti di capitale. Se non si vuole che anche questi discorsi rimangano nell’ambito delle chiacchiere inutili, sarebbe necessario indicare quali sono i paesi disposti ad accogliere in quantità apprezzabile i nostri emigranti, e quali sono i mezzi con cui un paese, i cui risparmi annuali sono a malapena sufficienti per far fronte agli investimenti interni, possa in aggiunta prendersi il lusso di compiere investimenti all’estero, investimenti che dovrebbero essere colossali se soltanto si dovesse giungere a cifre corrispondenti alle esigenze della emigrazione italiana.

 

 

In passato l’emigrazione costituì una valvola di sicurezza per l’Italia sino a quando gli italiani poterono emigrare liberamente nei paesi dell’America settentrionale e meridionale e trovarono in quei paesi l’ambiente opportuno, affinché, pur essendo privi di qualsiasi capitale, essi potessero cominciare a lavorare e lavorando a risparmiare, così da potersi innalzare, come fecero, nella scala sociale. Pretendere che l’Italia invii duecentomila emigranti all’anno, come sarebbe necessario per risolvere «in parte» il problema della sovrapopolazione italiana, e li fornisca di un capitale d’impianto e di attesa di un milione di lire (milleseicento dollari) l’uno e cioè in totale duecento miliardi all’anno, è pura pazzia ragionante. Questa degli investimenti pare sia divenuta una mania. Investir di qua, investir di là, investire a mezzo dello stato, investire a mezzo dei privati, investire nelle regioni progredite settentrionali per trasformare impianti e macchinari, investire nelle regioni povere meridionali per farle uscire dalla depressione, investire all’interno, investire all’estero: con che cosa? Con il modesto risparmio che può fare un paese povero? Gli italiani risparmiano, in ragione della loro povertà, certo più degli inglesi e probabilmente più degli americani. Ma essendo poveri, avendo un reddito per capite di duecentoquaranta dollari, su cui pagano quasi sessanta dollari di imposte, non possono evidentemente morire di fame per risparmiare quanto sarebbe necessario per soddisfare le esigenze di coloro che, in certi uffici di Washington o sui giornali italiani, fanno le somme di quanto occorrerebbe investire per far scomparire la disoccupazione.

 

 

Tutti questi predicatori sulla pelle altrui farebbero bene anche a non dimenticare troppo che, prima di farla «scomparire», sarebbe bene non creare la disoccupazione. Ma qui il discorso sarebbe troppo lungo. La disoccupazione nasce, sovratutto, non si sa se altrove, ma nasce certamente in Italia non da ciò che non si fa, ma da ciò che si fa. Se non ci fossero

 

 

  • divieti di diritto e di fatto di licenziamento;

 

  • imponibili di mano d’opera;

 

  • divieti di trasferimento di mano d’opera da una provincia all’altra;

 

  • divieti di licenziamento e di trasferimento di mezzadri e di affittuari da un podere all’altro;

 

  • blocco dei fitti;

 

  • assunzione di operai e di impiegati inutili nelle pubbliche amministrazioni a scopo di carità verso i disoccupati;

 

  • mantenimento di salari e condizioni di lavoro privilegiate a favore degli operai impiegati nelle industrie protette, privilegiate, contingentate ecc. ecc.;

 

  • se fossero cioè abolite le leggi ed i regolamenti creati in apparenza per diminuire la disoccupazione;

 

 

il numero dei disoccupati sarebbe assai minore di quello che è e forse potrebbe persino accadere, sebbene sia improbabile accada in breve, di vederli diminuire a quei cinquecento – seicentomila che non sono occupabili o che stanno passando da una occupazione all’altra.

 

 

Se non si facessero le cose che non si debbono fare, si potrebbe parlare seriamente di investire quel che prima si è risparmiato; il capitale straniero accorrerebbe più volentieri in Italia perché il progresso economico sarebbe, data la buona volontà degli italiani di lavorare, rapido e progressivo. Raggiunta oramai la stabilità monetaria, ora importa che gli Stati Uniti ci aiutino a conseguire la stabilità economica e sociale. Meritiamo l’aiuto; purché questo non sia guasto da parole e consigli privi di senso comune.

 

 

Le osservazioni fatte sopra non intendono dimostrare che una politica di maggiori larghezze ereditizie sia in ogni caso da sconsigliare. Le banche possono «creare» credito allo scopo di dare impulso ad una attività produttiva capace di coprire i propri costi, compreso il costo del credito. Tale politica è in certi casi riuscita. Bresciani Turroni ha illustrato da par suo qualcuno di questi casi nel libro su il marco tedesco. Se esistono fattori disoccupati; se essi possono essere combinati economicamente; se manca solo all’uopo la spinta del credito, ben venga anche la creazione del credito, anche al di là di quel credito che può essere fornito dal risparmio nazionale (individuale, societario, forzato da imposte ecc.) e dagli aiuti americani.

 

 

Esistono oggi in Italia questi fattori produttivi disoccupati, in attesa di combinazione economica?

 

 

La risposta è grandissimamente dubbia. La sola affermazione che si può fare con sicurezza è che esistono innumerevoli cul di sacco (bottle necks), da cui i fattori disoccupati non possono uscire per combinarsi con quelli che non possono alla loro volta uscire da altri corrispondenti cul di sacco. Alcuni di questi cul di sacco sono stati elencati sopra; e chi volesse riflettere sull’argomento, altri forse ne potrebbe elencare. Bastano del resto quelli indicati.

 

 

Un allargamento del credito gioverebbe a buttare a terra le trincee entro cui si sono collocati i gruppi, industriali ed operai, privilegiati? Certamente no. Forse il credito sarebbe accaparrato in massima parte dagli stessi privilegiati.

 

 

Ad ogni modo ad una riforma della politica creditizia in senso di allargamento si dovrebbe pensare solo dopo che si sia provveduto ad indirizzare il risparmio corrente nazionale e gli aiuti americani a favore principalmente di quelle che si chiamano le zone depresse e che meglio si potrebbero chiamare le zone e le industrie abbandonate e danneggiate dalla concentrazione dei privilegi, restrizioni, protezioni doganali in talune altre zone ed in talune altre industrie.

 

 

Risparmio effettivo ed aiuti americani vogliono dire, sono sinonimi di beni economici (di maggior consumo per le masse disoccupate e sovratutto strumentali) effettivamente prodotti o ricevuti in più di quelli necessari al consumo corrente. Se non si impiegano male, essi producono sul serio incremento di produzione e di ricchezza.

 

 

Nelle condizioni attuali di fattori disoccupati in cul di sacco la maggior probabilità è che la creazione di credito a mezzo delle banche dia luogo ad una inflazione a spirale e ad un inasprimento dei contrasti fra gli industriali e gli operai organizzati del nord e le masse povere e disorganizzate del sud. Il che sarebbe grande sciagura per l’Italia.

 

 

11 marzo 1950.

 

 

II

 

La discussione odierna italiana intorno alla necessità di investimenti detti «massicci» rientra nel quadro di una teoria degli investimenti venuta in gran moda dopo la crisi del 1929.

 

 

In verità le origini della teoria sono avvolte in una nebbia entro la quale è difficile orientarsi senza commettere errori, anche gravi, di interpretazione del pensiero altrui. Quindi anche l’interpretazione che segue dev’essere accolta con riserva, senza cioè trarne elementi decisivi di condanna delle richieste divenute popolari di investimenti più vistosi di quelli che si fanno nel nostro paese.

 

 

Grosso modo si può dire che in un certo periodo storico intorno all’anno 1930 esistesse in alcuni pochi paesi, che potrebbero ridursi alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti, uno squilibrio tra risparmi ed investimenti. Parve allora a qualcheduno di osservare l’esistenza di un eccesso di risparmio. Non è facile configurare in che cosa consista l’eccesso di risparmio. Anche qui, facendo tutte le riserve, si può interpretare la tesi immaginando che in media gli uomini su cento unità di reddito ricavato nell’unità di tempo, ad ipotesi l’anno, si decidano a dedicarne a consumi solo ottanta, depositando gli altri in banca. Si suppone, per brevità, sebbene in verità il risparmio assuma svariatissime forme, che il deposito in banca costituisca la forma tipica del risparmio.

 

 

Normalmente la distribuzione del reddito fra beni di consumo immediato e beni-risparmio, ovverosia beni futuri, è ragionevole e non produce nessun inconveniente. Vuol dire soltanto che l’attività produttiva degli uomini si è già adattata alla propensione normalmente manifestata da essi: normalmente, cioè, si produrranno già ottanta unità di beni di consumo atti a soddisfare la domanda di ottanta unità degli stessi beni; e si produrranno, dall’altro canto, venti unità di cosidetti beni strumentali atti a soddisfare il desiderio da parte degli uomini di risparmiare appunto il 20% del proprio reddito.

 

 

Pare che quegli anni intorno al 1930 inglesi ed americani risparmiassero troppo, e la parola «troppo» sembra significare che quando essi portavano le loro venti unità di risparmio in banca, le banche poi non trovassero chi le voleva prendere a prestito, allo scopo di produrre nuovi beni strumentali atti in avvenire a crescere la quantità di beni di consumo. Dicevasi, cioè, che gli industriali non sapessero come impiegare il risparmio offerto perché dinnanzi a loro non vedevano prospettive di utile impiego di quel risparmio. Mancava l’opportunità di nuovi investimenti: anzi, gli impianti esistenti sarebbero stati capaci di produrre già beni di consumo per una quantità maggiore di quella domandata. Dicevasi ancora che era inutile risparmiare tanto perché a risparmiare troppo si faceva troppa scarsa domanda di beni di consumo immediato. E quando troppo pochi, ad esempio, desiderano e possono acquistare vetture automobili, a che pro investire nuovo risparmio in impianti destinati a produrre ulteriori vetture automobili, se il pubblico dimostrava, colla sua scarsa domanda, di averne fino sopra agli occhi di quelle prodotte con gli impianti già esistenti? Era l’epoca in cui la stampa di tutti i paesi del mondo denunciava inorridita il caso del Brasile, dove il caffè veniva buttato in mare od utilizzato come combustibile nelle caldaie delle locomotive ferroviarie. Si consuma troppo poco, si risparmia troppo e, non riuscendosi ad investire tutto il risparmio prodotto, non si producono beni strumentali a sufficienza per assorbire il risparmio nuovo e non si producono neppure beni di consumo. Di qui la teoria secondo cui il ristabilimento dell’equilibrio economico dovrebbe avvenire in seguito ad una compressione del risparmio da una parte e ad un aumento degli investimenti dall’altra. La teoria era confortata dall’osservazione che in quel torno di tempo nei due paesi indicati era alta la disoccupazione, vi erano impianti industriali oziosi, campi abbandonati, sicché nasceva un circolo vizioso per cui i disoccupati non facevano domanda di merci di immediato consumo; essendo scarsa la domanda di beni di consumo, gli industriali non avevano convenienza a produrli né ad aumentare gli impianti: quindi era scarsa anche la domanda di beni strumentali. Invece di allargare le imprese, i datori di lavoro le restringevano; nuovi disoccupati si aggiungevano agli antichi; sicché nasceva una spirale che paventavasi conducesse ad una disoccupazione ancora più forte. Occorreva, concludevasi, un colpo di frusta per cui o con lavori pubblici o con offerte di credito a buon mercato, sia pure a seguito di una certa inflazione cartacea e creditizia, si assorbissero i disoccupati, si aumentasse la domanda di beni di consumo da parte di questi e si rimettesse in moto la macchina che si era incantata.

 

 

Questa era la teoria la quale non sembra abbia avuto applicazione in altri

periodi e soprattutto in altri paesi e pure negli stessi due sopra ricordati

in momenti diversi da quelli da cui trasse occasione la teoria.

 

 

La situazione descritta sopra ha un aspetto eccezionale. La normalità sembra ancora quella che se una discrepanza esiste fra risparmio ed investimenti sia piuttosto nel senso della scarsità del risparmio in confronto agli investimenti «possibili». La situazione normale, quale si presenta nel tempo attuale nei paesi civili conosciuti è invero la seguente: tutto il risparmio che annualmente si fa dai cittadini di ogni stato – 10, 15, 20% del reddito annuo – trova collocamento. A seconda delle opportunità esistenti nei vari paesi, il risparmio che ivi si forma trova da collocarsi ad interessi più o meno alti; dicasi del 30% ad anno nei paesi poveri dove il nuovo risparmio si forma scarsamente e dove esiste poca sicurezza interna, e forti pericoli internazionali; del 10% nei paesi un po’ meno poveri a scarsa formazione di risparmio nuovo e con discreti rischi di mala sicurezza politica e sociale, sino al 2% o anche meno nei paesi dove il risparmio nuovo si forma con abbondanza e dove i rischi di sicurezza politica e sociale sono ridotti al minimo.

 

 

Non è possibile abolire le differenze di rendimento degli investimenti, se non si eliminano le cause di questi investimenti. Solo col favorire la formazione di nuovo risparmio, col dare sicurezza agli investimenti i paesi passano dal livello 30 a quello 20, e poi a quello 10 e possono sperare di arrivare ai livelli 2 e financo 1% del costo del risparmio utile ad investimenti.

 

 

Ciò che si può affermare è:

 

 

1)    che non si può investire annualmente se non la quantità di nuovo risparmio che si è prodotta. Il risparmio nuovo può essere prodotto all’interno ovvero può provenire dall’estero per mutui o regali, ma sempre occorre che si facciano investimenti nuovi entro il limite dei risparmi nuovi;

 

2)    è praticamente certo che, nelle circostanze e nei paesi che oggi conosciamo, tutto il risparmio nuovamente prodotto trova ad investirsi. Se c’è fame di qualcosa, cronologicamente viene prima la fame del risparmio. Calmata questa, gli investitori possono soddisfare il loro appetito di investimenti. Ma non basta schiamazzare: «Vogliamo investire di più», perché salti fuori il nuovo risparmio atto a fornire i mezzi agli investimenti. Anzi succede il contrario: più si schiamazza, più i fabbricanti di risparmio, e cioè i risparmiatori, pigliano paura e temono che qualcuno voglia investir male i loro risparmi; e riducono la quota del reddito risparmiata dal 20 al 15 ed al 10%, aumentando i consumi immediati. Peggio accade, se a qualcuno viene in mente di costringere colla forza gli uomini a risparmiare e ad investire. Scrittori celebri (Rousseau, Walter Scott, Vauban, Arturo Young) hanno descritto i modi con cui la paura induce gli uomini a fingersi prima e poi a diventare sul serio miserabili.

 

 

Se si produce poco risparmio il suo costo sarà alto, e solo a mano a mano che se ne produce di più il costo di esso diminuisce per gli investitori. Ma sembra assurdo esista normalmente un risparmio non investito. Talvolta può apparire ciò accada; ma anche allora trattasi di una scelta che i risparmiatori fanno fra un tipo e un altro d’investimento. Se talvolta i risparmiatori preferiscono investire i loro risparmi in verghe d’oro od in gioielli, ciò accade perché essi reputano, e spesso a ragione, che questa sia una maniera d’investimento più fruttifera di ogni altra. Non ragiona male colui il quale acquista verghe d’oro perché teme che, se facesse costruire una casa o migliorasse i suoi terreni, o comprasse una macchina per ampliare il suo stabilimento, qualcun altro avrebbe il potere di godere la sua casa a poco prezzo o quasi gratuitamente, di impadronirsi dei suoi terreni o di occupare il suo stabilimento. La ragione per la quale è scelto il tipo di investimento in verghe d’oro non è da attribuirsi a responsabilità del risparmiatore, ma a coloro i quali hanno consentito la creazione di un clima politico o sociale in cui i timori sovra elencati trovano clima propizio al loro sviluppo.

 

 

Se si vuole evitare che quei tipi di investimento trovino favore, occorre eliminare le cause le quali hanno creato quel favore.

 

 

Persuasi in parte da queste considerazioni pratiche, ma sovratutto in seguito ad una più approfondita analisi dottrinale, la teoria detta keynesiana sembra avere già sorpassato il punto di massimo favore nel mondo accademico. Tra gli economisti americani essa è già sul declino. Se fosse vivo, forse il primo a favorire il declino sarebbe lo stesso Lord Keynes, notoriamente dotato di spiccate qualità di autofagia.

 

 

Se una dottrina la quale ha una applicabilità teorica limitata a un caso specialissimo della storia economica recente – caso che è assai improbabile possa verificarsi di nuovo – ha trovato tanta eco in polemiche recenti, ciò dev’essere attribuito in notevole parte all’influenza esercitata da un gruppo di economisti ufficiali provveduti di convinzioni diverse da quelle di altri gruppi di economisti puri, annidati in qualche pubblica amministrazione americana.

 

 

Quando il piano Marshall ebbe origine tutti ricordano che lo scopo principale del fondo lire era stato indicato in primissimo luogo essere quello di risanare la moneta e di scemare il debito pubblico. Che questi fossero gli scopi essenziali del fondo lire è detto in maniera esplicita nel testo fondamentale delle leggi americane le quali regolano la materia, leggi trasfuse poi negli accordi con gli stati europei beneficiari del piano.

 

 

A norma di questi principi fondamentali, il provento in moneta nazionale della vendita dei beni regalati dagli Stati Uniti alle nazioni europee avrebbe dovuto essere versato in un fondo speciale, detto in Italia fondo lire. Queste lire, versate all’istituto di emissione ed accreditate al tesoro (italiano, francese, inglese, ecc. ecc.), avrebbero automaticamente diminuito di altrettanto il debito del tesoro verso l’istituto di emissione, e quindi avrebbero sminuito di altrettanto la circolazione dei biglietti di banca, od almeno avrebbero controbilanciato per altrettanta somma l’aumento di circolazione che si sarebbe reso necessario per altri motivi.

 

 

Che poi le idee di taluni economisti americani siano mutate e, col passar del tempo, si siano indirizzate a chiedere agli stati europei che le lire accumulate in Italia nel fondo lire, non dovessero più automaticamente annullarsi diminuendo di altrettanto la circolazione, è fatto di cui gli italiani non sono responsabili.

 

 

È accaduto che l’amministrazione italiana ha dovuto, in una prima fase, tener conto di quella che era la volontà esplicita dell’amministrazione americana. Se quindi il governo italiano non ha immediatamente destinato le lire del fondo lire ad investimenti, ciò è avvenuto perché ambedue le parti erano d’accordo nel ritenere che la politica da seguire fosse un’altra, e che lo scopo primo del fondo lire fosse non di servire ad investimenti, ma di provvedere al risanamento della situazione monetaria e di bilancio italiana.

 

 

Né gli italiani, né gli americani debbono rammaricarsi di aver seguito questa politica, perché soltanto essa ha consentito di porre un freno ad un tipo di aumento della circolazione che poteva essere definito di vera e propria inflazione. Frenata la marcia verso l’abisso, consolidato il rapporto fra la lira italiana ed il dollaro, reso approssimativamente stabile il potere di acquisto della lira, poteva, ma soltanto allora, rivolgersi il pensiero ad una possibile politica di investimento del fondo lire.

 

 

Se ritardo ci fu, fu dunque ritardo convenuto di comune accordo e fu ritardo benefico senza il quale qualunque politica successiva di investimenti sarebbe stata fatta a vuoto. Con una moneta che balla, si disinveste e non si investe, si distruggono capitali e non si crea nuovo risparmio.

 

 

Frattanto il fondo lire aveva trovato, in tutto od in parte, un suo investimento provvisorio facendo sì che l’ufficio cambi, per mezzo della Banca d’Italia, potesse, senza aumentare la circolazione, provvedere al pagamento all’interno di masse cospicue di merci e derrate esportate all’estero. È il caso, soprattutto, delle esportazioni verso l’Inghilterra: esportazioni indubbiamente facilitate dal mantenimento di un rapporto fisso di cambio fra la lira sterlina ed il dollaro. Il rapporto di un dollaro a 575 lire italiane era un rapporto che tutto fa credere fosse sperimentalmente aderente alla realtà. Non così del rapporto di una sterlina a 575 lire moltiplicato quattro, uguale a lire 2.300. Questo rapporto era tale indubbiamente da incoraggiare le esportazioni dall’Italia verso l’Inghilterra e da scoraggiare le importazioni dall’Inghilterra in Italia.

 

 

Non fu colpa nostra se noi siamo stati obbligati ad accettare un rapporto evidentemente disforme dalla potenza relativa di acquisto delle due monete nei due paesi.

 

 

D’altra parte coloro che adesso criticano la Banca d’Italia per essersi accollate tante lire sterline che non riusciva poi a smaltire perché troppa poca gente si induceva a comprare al prezzo di lire duemilatrecento le lire sterline necessarie per acquistare merci in Inghilterra, tutti coloro che oggi implicitamente accusano industriali e consumatori italiani di non aver comprato merce inglese a prezzi relativamente alti in lire italiane, dimenticano che siffatta politica era richiesta a gran voce da coloro che in quel tempo affermavano essere necessario dar lavoro ai contadini del mezzogiorno, esportatori di agrumi, od agli operai del nord, occupati grazie alle esportazioni di tessili nell’area della sterlina.

 

 

Se dunque per tutto il tempo per cui rimase in vigore il rapporto fisso di cambio fra la sterlina e il dollaro di uno a quattro, e conseguentemente tra la sterlina e la lira italiana di uno a duemilatrecento, la Banca d’Italia dovette accumulare lire sterline, ciò fu dovuto ad una particolare applicazione di quella che si dice politica di investimenti. Si incoraggiarono, cioè, gli investimenti del lavoro e dei capitali nella produzione dei beni esportati nell’area della sterlina. Seguendo questa politica si commise uno sbaglio, ma fu uno sbaglio forzato dovuto non alla volontà italiana, sibbene ad una politica monetaria estera a cui non era possibile sottrarsi senza maggiori inconvenienti. Fu, in ogni modo, una politica di investimenti.

 

 

Si trascuri a osservazione che la politica allora seguita, che era politica di investimenti, si riconobbe poi non essere conveniente. Si trascuri, cioè, di constatare che si possono commettere, sia pure involontariamente, anzi obtorto collo, errori nella politica di investimenti compiuti ad opera dello stato e per soddisfare alle clamorose esigenze della cosidetta opinione pubblica. Pur se si trascura tutto ciò, che non dovrebbe essere invece dimenticato, certo è che coloro i quali oggi affermano che il fondo lire non è stato investito, affermano, almeno in parte assai notevole, cosa contraria alla verità. Esso fu investito nell’incoraggiamento di certe industrie e di certi rami di attività. Ed è evidente che nel tempo stesso in cui il fondo lire era investito in quel modo, non poteva essere contemporaneamente investito in altra maniera. La pretesa di compiere con un fondo solo due investimenti non è una pretesa peregrina; è un comune errore in cui si cade molto spesso. Molte volte nelle cose economiche si pretenderebbe di conseguire con gli stessi mezzi due scopi: è il solito errore ben conosciuto col titolo della botte piena e della moglie ubriaca.

 

 

Ed è evidente che l’impiego del fondo lire nell’incoraggiamento delle industrie esportatrici verso l’area della sterlina e quindi dell’acquisto di lire sterline non impiegabili in acquisti di merci non interessanti il pubblico italiano perché troppo costose, potrà dar luogo ad un disinvestimento soltanto quando si verifichi una di queste due condizioni:

 

 

1)    Il disinvestimento dall’impiego in lire sterline per vendita delle sterline medesime: ciò che l’amministrazione italiana ha tentato e tenta di fare offrendo a lunga scadenza le lire sterline in prestito a quegli industriali italiani i quali vogliano provvedersi di macchine e di materie prime nell’area della sterlina senza sborso immediato di capitale. A mano a mano che gli industriali restituiranno l’importo dei prestiti così ottenuti, noi potremo reimpiegare le lire in altri investimenti senza dar luogo ad un doppio di investimento;

 

2)    L’impiego delle lire che tuttora figurano iscritte nel conto lire senza preoccuparsi della circostanza che le lire medesime sono già state impiegate una volta nel modo anzidetto.

 

 

Sia ben chiaro, però, che per quella parte per cui il fondo lire è controbilanciato da lire sterline non ancora vendute, o se vendute non ancora pagate, il suo investimento darebbe luogo ad un doppio di impiego e deve perciò essere considerato impiego inflazionistico.

 

 

D’altro canto i discorsi che si fanno intorno al mancato investimento del fondo lire e di altri fondi iscritti in bilancio e che qualche attento scrutatore di conti va scoprendo qua e là, sono discorsi di cui è ben difficile comprendere il significato sostanziale. Quel che si investe in un paese di anno in anno, di giorno in giorno, non sono fondi iscritti in qualche conto. Questi fondi che si vedono iscritti qua e là e che sembrano disponibili, sostanzialmente si riducono a mere scritturazioni, a cifre elencate in certe colonne di bilanci. Ora non si è mai sentito dire, anzi non si è mai visto, che si investano cifre e scritturazioni. La sola cosa che si investe è la differenza fra la massa totale del reddito nazionale prodotto di giorno in giorno, di anno in anno, e la massa totale di quel medesimo reddito impiegato in beni di consumo. Soltanto questa differenza, comunemente chiamata risparmio, è disponibile per investimenti.

 

 

Perciò coloro i quali affermano che si potrebbe e si dovrebbe investire di più, dovrebbero dimostrare che esiste in qualche luogo una massa di risparmio non investita.

 

 

Si aggiunga che la massa di risparmio disponibile per investimenti, praticamente è soltanto la massa di risparmio nuovo: quel risparmio che di giorno in giorno, o di anno in anno, costituisce la differenza fra la nuova ricchezza prodotta e la parte di questa nuova ricchezza consumata pure di giorno in giorno, di anno in anno.

 

 

Non si ha notizia di risparmi passati che giacciano inutilizzati in qualche misterioso luogo. Le supposizioni che si fanno al riguardo non sono fondate su dimostrazioni plausibili. Nessuno sa se esistano fondi monetari in oro o in valute pregiate a disposizione di risparmiatori italiani e quali dimensioni abbiano questi fondi. Se anche esistono, non si fanno uscir fuori con le minacce, ma esclusivamente:

 

 

a)    facendo cessare le ragioni della paura che induce taluno a tesaurizzare;

 

b)    in momenti a ciò opportuni, rincarando il costo del denaro, come si fece nella seconda metà del 1947 e nel 1948, restringendo il credito ed obbligando così i detentori di fondi monetari esteri a venderli per la necessità in cui si trovano di provvedere alle esigenze delle loro aziende, pressate dal bisogno di un credito difficilmente ottenibile in altra maniera. Ma rincarare il denaro farebbe salire alle stelle gli strilli di coloro che vogliono crescere gli investimenti. È veramente troppo stupido non vedere:

 

 

  • che il dare prestiti a buon mercato per favorire nuovi investimenti;

 

  • non è un mezzo adatto a far cacciar fuori l’oro da chi lo ha nascosto;

 

  • perché se si ottiene il denaro a buon mercato, che sugo c’è a disfarsi dell’oro nascosto per parare al pericolo, reale od immaginario, di vedersene in qualche modo portato via o svalutato il ricavo?

 

 

Se si vuole far venire alla luce l’oro che si dice nascosto, bisogna far venire meno in primo luogo la paura o controbilanciare questa col costo del denaro caro!

 

 

Non si può supporre che esistano disponibilità derivanti da risparmio passato che non prendano la forma di cui sopra. Se qualche italiano ha tesaurizzato biglietti di banca, ciò non costituisce fondo disponibile. Si è trattato semplicemente di un prestito gratuito che certi buoni uomini fanno al tesoro italiano tenendo in cassa dei biglietti di banca infruttiferi invece di buoni ordinari del tesoro fruttiferi di interesse. Il rimedio a questa tesaurizzazione cartacea è il solito: far venire meno le preoccupazioni che inducono i risparmiatori a preferire biglietti di banca a titolo di stato fruttiferi, a terreni, a case, a fondi di magazzino, ecc. ecc.

 

 

Nessuno riterrà oggi, dopo le esperienze recenti, che sia stata male ispirata la politica la quale ha consentito all’istituto di emissione di disporre di una massa di oro e di valute pregiate, cospicua in confronto allo zero di anni passati, ma sempre appena sufficiente a fronteggiare le necessità di acquisti all’estero in momenti nei quali i beni desiderati non potessero essere ottenuti a credito od in grazioso dono.

 

 

Sostanzialmente tutti questi discorsi sulle possibilità di investire risparmi passati si riferiscono a bazzecole, e sono buoni soltanto per alimentare polemiche inconsistenti. La realtà sostanziale è che la sola fonte degli investimenti è data da quella tale differenza sopra enunciata, la quale costituisce il risparmio corrente.

 

 

E qui viene spontanea una domanda: poiché si constata che nell’anno in corso la massa di risparmio investita o da investirsi dallo stato, dagli enti pubblici e da privati ammonta alla somma totale di milleseicento miliardi di lire, qualcuno può affermare che la colossale cifra non comprenda tutto il risparmio effettivamente compiuto in Italia durante lo stesso periodo e disponibile per investimenti.

 

 

L’onere della dimostrazione spetta a coloro i quali affermano che esiste in qualche luogo una massa di risparmio nuovo che non si investe. A lume di buon senso parrebbe di dover giungere ad una conclusione nettamente opposta, e cioè che la cifra di risparmio disponibile per investimenti di milleseicento miliardi è una cifra così enorme da far restare dubbiosi sulla consistenza sua quando la si metta a raffronto con l’altra cifra di settemilacinquecento miliardi di lire costituenti il totale reddito nazionale. Anche se il reddito nazionale lo si valuta, invece che a settemilacinquecento, a ottomila miliardi, un risparmio di milleseicento miliardi su ottomila miliardi di reddito nazionale resta una percentuale stupefacentemente alta.

 

 

Non bisogna lasciarsi ingannare dalla circostanza che su per giù una percentuale simile del 20% si osserva anche in altri paesi. Un risparmio – investimento del 20% in un paese povero come l’Italia corrisponde ad una percentuale non facilmente valutabile, ma sicuramente assai più alta di una percentuale uguale di risparmio in un paese ricco. Si può affermare con tranquillità che se gli Stati Uniti risparmiano ed investono, come pare, il 20% del loro reddito, essi risparmiano ed investono di gran lunga meno di quello che non si risparmi e si investa in Italia. Sarebbe troppo complicato analizzare le ragioni per le quali gli italiani investono proporzionatamente tanto di più di quanto non si investa altrove. Constatiamo il fatto e traiamo da esso soltanto una conclusione. I piagnoni, i quali tuttodì vanno lamentando la scarsità degli investimenti in Italia, dovrebbero piantarla con le loro comiche querele generiche.

 

 

Indichino invece quali sono e dove sono i risparmi che essi affermano non essere investiti. Fino a che ciò non si faccia, si ha ragione di affermare che la polemica sugli investimenti che non si fanno, non ha né capo né coda. – Per fare il pasticcio di lepre ci vuole prima la lepre. Dove è la lepre? Dove sono i risparmi nuovi che non si investirebbero?

 

 

20 ottobre 1950.

 

 

III[5]

 

La memoria, dettata in onore del ministro dell’economia della Repubblica federale tedesca, professor dottor Ludwig Erhard, fu pubblicato col titolo Sparen und Investieren nel volume Wirtschaft ohne Wunder inserito nei Volkswirtschaftliche Studien fur das Schweizerische Institut für Auslandforschung editi, a cura del dottor Albert Hunold, da Eugen Reutsh, in Erlenbach-Zurich (un vol. di pp. 359, 1955). Il saggio fu ripubblicato, a guisa di introduzione, a pp. XI-XXXI-31esimo, alla versione italiana dell’opera dell’Erhard, La Germania ritorna sul mercato mondiale, Milano 1954. Si ristampa nuovamente qui, ad integrare le memorie precedenti.

 

 

Avrei desiderato scrivere in onore del ministro dell’economia della Repubblica federale tedesca, professore dottor Ludwig Erhard, un contributo di studio rigorosamente scientifico sui metodi usati nel mio paese dal 1947 ad oggi, metodi analoghi a quelli che, con tanto successo e tanta benemerenza, ha applicato il dottor Erhard nella Germania occidentale. Ahimè! che l’assillo del lavoro quotidiano mi vieta di assolvere la promessa che, se non ad altri, avevo fatto a me stesso. Del resto, il contributo che il dottor Paolo Baffi ha fornito al presente volume compie e va al di là del mio desiderio, e, con impiego sapiente di ragionamenti e di dati statistici, lucidamente chiarisce le vicende italiane e tedesche attraverso le quali è passato il governo della moneta e della finanza nei due paesi. Dallo studio del Baffi si può trarre, fra l’altro, la conclusione che la politica monetaria dei due paesi è stata notabilmente influenzata dalla diversa quantità di risparmio monetario che in essi è stato prodotto dall’1 gennaio 1949 al 31 dicembre 1952: calcolati nella stessa unità monetaria, 14,8 miliardi di marchi in Italia, e 10,2 miliardi in Germania (vedi tavola allegata alla memoria Baffi). Nonostante che la formazione del risparmio sia stata compressa in Germania dal duro trattamento fiscale, dal mantenimento dei saggi massimi legali di interesse e dalla incertezza sulla condizione giuridica ed economica delle imprese; e nonostante che una ragguardevole percentuale del suo più largo flusso sia stata assorbita in Italia dal disavanzo del bilancio dello stato, determinato a sua volta in parte dalla politica di investimenti pubblici; la sapiente manovra del credito, inspirata in ambi i paesi dai principi tradizionali liberali elaborati lentamente nel secolo scorso, ha saputo assicurare la stabilità della moneta e perciò promuovere la rapida ricostruzione economica dei due paesi.

 

 

La limitazione del risparmio nuovo, sia in ragione di una certa politica economica o di una certa situazione internazionale (Germania), sia in relazione delle richieste di spese statali, correnti o di investimento (Italia), è dunque stato un ostacolo del quale le politiche economiche dei due paesi hanno dovuto tener conto, che esse hanno dovuto aggirare o sormontare sottoponendo il paese ad uno sforzo, ad un costo; del quale volentieri e fruttuosamente si sarebbe fatto a meno.

 

 

Può accadere, e sembra sia accaduto intorno al 1930 – sebbene sulla natura del fatto, sulle sue caratteristiche, sui limiti territoriali dell’area colpita, e sulla sua origine e durata si sia scarsamente informati, come parimenti poco si sa della intensità, della effettiva natura e consistenza, dei limiti di tempo e di spazio in cui, a leggere i racconti di Sismondi e di Malthus, il medesimo fatto si sarebbe verificato dopo la fine delle guerre napoleoniche – che talvolta il risparmio nuovamente prodotto ecceda notabilmente i possibili, se non i desiderabili, investimenti; e di qui nascerebbero terrifiche conseguenze di crisi, di svendite, di disoccupazione, di malcontento e di rivolgimenti politici e sociali. Non è questo tuttavia il fatto dominante nel momento presente e neppure il fatto tipico del passato e prevedibile per l’avvenire. Dappertutto, nei paesi vecchi ed in quelli nuovi, in quelli prosperi e in quelli che oggi si usa chiamar depressi o sottosviluppati, vi è fame, scarsità, insufficienza di capitali, sia che questi traggano origine da disinvestimento di capitali già investiti (disinvestimenti veri e propri e quote di ammortamento) ovvero da risparmi nuovi; e dicesi vi sia scarsità od insufficienza in rapporto alla massa di investimenti nuovi che si affermano possibili o desiderabili, in ragione del rendimento netto economico preveduto dagli imprenditori o dei vantaggi politici, sociali, morali o internazionali calcolati od immaginati dall’opinione pubblica, da parlamenti o da governi. Dicendo che vi è insufficienza o scarsità di risparmi in confronto agli investimenti si vuole esprimere semplicemente il concetto che l’equilibrio fra quantità offerta e quantità domandata di risparmio si effettua ad un saggio di interesse più alto di quel che da certi osservatori o periti o politici od imprenditori si ritiene essere l’optimum. Trattasi di sentimenti vaghi, di opinioni male precisate; in base a cui si opina essere dannoso che gli imprenditori privati, gli enti pubblici ed i governi, i quali reputano od immaginano di essere in grado di impiegare una data massa di risparmio quando il prezzo d’uso di esso fosse del 3%, debbano rassegnarsi ad impiegarne una metà od un terzo ad un costo del 5 o del 6 o più per cento. E poiché i mercati non sono intercomunicanti ed in taluno di essi il risparmio costa solo il 2 od il 3%, è giocoforza che in altri il costo salga al 5 od al 10 od al 20 o più per cento. Epperciò si parla di paesi sottosviluppati, di punto quarto Truman e della necessità di operare in questi ultimi investimenti detti massicci. Ad un certo punto nella letteratura economica volgare, i due concetti del risparmio e dell’investimento cessano di essere interdipendenti e si parla solo di investimenti. Nasce una politica degli investimenti; si inventano meccanismi incaricati di investire, meccanismi costrutti in certi paesi che si dicono ricchi allo scopo di trasportare ed investire risparmi in altri paesi detti depressi. A poco a poco quella che era detta politica, e quindi rimaneva nel campo della convenienza, dell’utile, della bilancia fra costi e rendimenti, fra costi economici e vantaggi politici o sociali o spirituali si muta in una teorica o filosofia di diritti o di doveri: di diritti dei paesi poveri o sottosviluppati o sovrapopolati ad essere aiutati con investimenti atti ad elevare la produttività ed il tenor di vita dei popoli miserabili e di doveri dei paesi ricchi a fornire i risparmi atti a quegli investimenti. Recata, – come leggendo i rendiconti del Comitato economico e sociale delle Nazioni unite si ha l’impressione sia stata recata, – la discussione nel campo dei diritti e dei doveri, dei diritti e dei popoli poveri e dei doveri dei popoli ricchi, essa non verte più sulla scelta dei metodi più efficaci di collaborazione fra le due specie di paesi per il fine della elevazione comune. Assistiamo ad una schermaglia politica fra i popoli ricchi, i quali fanno appello alla limitazione dei mezzi disponibili ed i popoli poveri i quali affermano l’urgenza di ottenere prestiti o sussidi, ambi a fondo perduto e sempre massicci, se i più fortunati non vogliono correre il rischio di vedere sommersi continenti interi, anzi pressoché tutto il mondo conosciuto, salvo, temporaneamente, l’Europa occidentale, l’America settentrionale e l’Australasia anglosassone, nel disordine della rivoluzione prima e poi nell’ordine comunistico.

 

 

Non spetta all’economista, e sarebbe del resto vano, dar giudizio sulla vicenda ora in troppe poche parole riassunta; spetta invece dire che la vicenda è resa possibile, per quel che negli avvenimenti umani è dovuto alla potenza delle idee, dalla scissione verificatasi nella testa degli uomini, dei due fattori: risparmio ed investimenti. Solo l’importanza, dominante e quasi esclusiva, attribuita nel secondo dopoguerra al fattore investimenti; solo il suo mistico isolamento ha potuto trasportare, nelle discussioni internazionali e in quelle interne di ogni paese, il problema dal campo solido dei calcoli di convenienza a quello insidioso dei diritti e dei doveri. Fissare lo sguardo sugli investimenti suppone che esista naturalmente una entità materiale, un qualcosa (tesori aurei nascosti in certe fortezze blindate, quantità indefinite di dollari) per propria indole destinata ad investimenti. Qual ragione mai v’ha perché il fortunato possessore del qualcosa lo tenga tutto per sé e non l’usi a sollevare le sorti dei popoli meno provveduti? La giustizia comanda l’equa distribuzione delle ricchezze della terra.

 

 

Giova riaffermare a questo punto alcune verità le quali, ai tempi nei quali esisteva un mercato ed i problemi economici non erano discussi ed apparentemente risoluti attorno ai tavoli delle conferenze internazionali o in trattative di diplomatici professionali, parevano assiomatiche.

 

 

Non esistono per sé, in natura, entità o cose destinate ad investimenti. Non sono tali i fondi, o riserve o tesori aurei esistenti in quantità vistose o mediocri o piccole presso gli istituti di emissione od i fondi di stabilizzazione, separatamente amministrati e dei quali non si pubblicano frequenti rendiconti. Quelle riserve auree sono utilissime per altri rispetti; ma per sé non servono ad investimenti. Si investono, all’interno od all’estero, beni strumentali: impianti, macchinari, utensili, materie prime, provviste alimentari e simili, tutte cose che debbono esistere di fatto e per esistere debbono prima essere prodotte. È verità lapalissiana, è verità elementare, tanto elementare che non si osa neppure enunciarla, che gli uomini non preferiscono produrre beni strumentali, i quali non danno ad essi nessun godimento diretto, invece che beni di godimento: case, cibo, vestiti, vetture automobili, apparecchi radio o di televisione, se non hanno una qualche convenienza, un qualche vantaggio a produrre gli uni invece degli altri. La convenienza può essere economica o politica o religiosa o umanitaria; ma una qualche ragione di preferenza deve esistere. Gli investimenti non sono dunque un dovere di chi possiede qualcosa che può essere investito; sono il risultato di un calcolo di convenienza compiuto da certi uomini i quali si debbono decidere a seguire una via piuttostoché un’altra. L’oro non si investe da sé; occorre sia scambiato con impianti, macchine, scorte ecc. che sono le vere cose investite; ed occorre perciò che ogni giorno si producano queste cose e che vi sia convenienza a produrle. Il che, in altre parole, per sinonimi, si esprime dicendo essere necessario, affinché un investimento si faccia, che vi sia stato prima qualcuno il quale abbia risparmiato, ossia abbia preferito rinunciare a consumi presenti a favore di consumi futuri; ed abbia consentito quindi a se stesso o ad altri di consacrare tempo e costi per fabbricare beni strumentali invece di beni di consumo. La rinuncia può essere compiuta volontariamente dal singolo risparmiatore; oppure per un atto di volontà indiretto e in parte inconsapevole a mezzo di enti collettivi (società per azioni, imprese di assicurazione, cooperative), oppure forzatamente, a mezzo di imposte versate allo stato od altri enti pubblici; ma una rinuncia deve essere compiuta ed ogni giorno rinnovata. Non basta fabbricare mezzi di pagamento: emettere nuovi biglietti di banca o di stato, decidere aperture più ampie di credito e simili. I biglietti (oggi i mitici dollari) e le aperture di credito per sé non servono ad investimenti. Con pezzi di carta non si prosciugano paludi, non si erigono fabbriche, non si fanno nascere spighe. I biglietti nuovi e le cresciute aperture di credito possono servire, a chi ne ottiene la disponibilità, per andare sul mercato ed acquistare ivi macchinari, scorte, derrate alimentari; ossia per indurre altri, con la offerta di prezzi più convenienti, a produrre beni strumentali a luogo di beni di consumo. Risparmio forzato, anche questo? Qualcuno dovrà stringere la cintola o rinunciare al cinematografo per rendere possibile la produzione di trattrici agricole, atte a dissodare terreni incolti, al luogo di derrate alimentari presenti o di paghe a stelle cinematografiche.

 

 

Nei paesi ricchi, industrialmente potenti, non esistono forse – si interrompe – impianti colossali, stabilimenti grandiosi, tenute agricole perfette, dove si producono impianti industriali, macchinari, utensili, derrate alimentari? Qual uso possono fare i produttori di tutti questi beni fuorché investirli? E sovratutto, se un paese è già saturo di beni strumentali, perché non investirli nei paesi meno progrediti?

 

 

Qui si tocca uno dei punti dolenti dell’economia contemporanea, una delle ragioni le quali fanno restare più ansiosi sulla capacità del risparmio a far fronte non alla domanda di investimenti nuovi ma soltanto alla conservazione degli investimenti esistenti. Le teorie nominalistiche della moneta hanno messo dappertutto profonde radici nell’animo degli uomini; non le sole corti giudiziarie sono rimaste attaccate al principio per cui il dollaro è il dollaro, il marco è il marco, la lira è la lira; epperciò il dollaro attuale, il marco attuale, la lira attuale è pienamente atta a rimborsare debiti vecchi, nonostante la svalutazione più o meno grande intervenuta nella loro potenza d’acquisto in confronto ai dollari, marchi e lire d’un tempo. Si incontrano resistenze tenaci a prendere atto della variazione anche in altri campi. Pericolosissima, fra tutte, la resistenza, che si incontra da parte degli uffici finanziari e delle corti tributarie, ad adottare la regola corretta secondo cui le quote di ammortamento o deperimento degli impianti industriali, delle migliorie agricole, degli edifici, delle macchine in genere ecc., non debbono essere proporzionate all’importo del costo originario di produzione o di acquisto, bensì a quello del costo attuale di ricostruzione o sostituzione dell’impianto medesimo o di un impianto moderno equivalente a quello oramai, per logorio fisico od economico, messo fuori uso. Il costo originario è un dato storico, il quale non ha alcun legame col costo attuale; e se il costo fu cento e se il tempo di uso fu calcolato in dieci anni, e se la quota annua di sostituzione in dieci anni è dieci, l’imprenditore, il quale ammortizzi soltanto il costo originario, alla fine del decennio disporrà di una somma di cento, di gran lunga insufficiente a ricostruire l’impianto che oggi costa trecento o mille o forse cinquemila.

 

 

Colpa dell’imprenditore, se egli, non avvertendo gli effetti della svalutazione monetaria, ha accantonato solo cento e, considerandola guadagno, ha consumato la differenza di duecento o novecento o quattromilanovecento; e si ritroverà alla fine del decennio con impianti aventi un valore economico ed un potere produttivo di gran lunga inferiori a quelli originari. La collettività vedrà scemato il patrimonio nazionale; ma anche l’imprenditore sarà, per ignoranza ed imprevidenza sua e non d’altri, ridotto a stato mediocre o povero. La previsione dell’evento certo dovrebbe preservarlo dall’errore.

 

 

Non è colpa sua, però, se gli uffici tributari, schiavi della teoria nominalistica della moneta, si ostinano a detrarre dal reddito soggetto ad imposta non le quote corrette di trenta o cento o cinquecento che dovrebbero essere calcolate sufficienti ad ammortizzare nei dieci anni il costo di ricostruzione di trecento o mille o cinquemila; ma la quota legale di dieci, sufficiente soltanto a ricostruire il costo storico di cento. Ecco le differenze, fra le trenta, cento o cinquecento vere e le dieci fittizie ma legali, trasformate in reddito netto e soggette ad imposta. Piccolo danno, nei tempi anteriori al 1914 quando il saggio di imposizione era lieve, talvolta del 2 o 3% e di rado superiore al 10 o al 15%, e variazioni nella potenza d’acquisto dell’oro dell’ordine di grandezza del 10 o del 20% producevano stupore e facevano scrivere libri memorandi o provocavano inchieste rigorose e ripetute. Il danno è gravissimo oggi quando le variazioni monetarie sono spettacolose e le imposte sono divenute progressive e paiono normali saggi di tassazione del 50%, con punte talvolta spinte assai al di là. Ecco una parte notabile del reddito lordo, che dovrebbe essere destinata a conservare ed a ricostituire il patrimonio produttivo nazionale, trasformata, in virtù di legge, in reddito netto e destinati, attraverso l’imposta, a spese correnti dello stato. Qua e là, con parziali riconoscimenti della verità, parecchi legislatori hanno riconosciuto che il costo originario è un dato storico, una cifra di conto priva di qualsiasi significato sostanziale e che, se si vuole conservare l’attrezzatura economica del paese, occorre mettere, al luogo di quella finzione, il dato attuale del costo di ricostruzione. Il dato non è facilmente precisabile, ma, sebbene incerto ed approssimativo, assai meglio atto del dato storico a preservare intatta la attitudine produttiva dei paesi ricchi. In alcuni dei quali non si ebbe neppure il riconoscimento parziale della verità; sicché lo sforzo dei risparmiatori deve in notevole parte volgersi non a produrre risparmio vero, destinato ad investimenti nuovi, all’interno od all’estero; ma a conservare a mala pena gli investimenti antichi. Per lo più, si conserva peggiorando; perché gli imprenditori ai quali il fisco porta via, reputandola falsamente reddito netto, parte cospicua delle quote di ammortamento, sono costretti, quando a ripienire i vuoti non basti, come spesso non basta, il residuo margine di utile, apparente od effettivo, a contrarre prestiti, ad emettere obbligazioni od azioni; e quindi a caricare l’impresa di un crescente onere fisso di interessi o di un inutile capitale azionario, il quale vive dei redditi che l’impresa produceva già quando il capitale azionario era minore.

 

 

Nei paesi dove l’amministrazione finanziaria è imperfettamente organizzata, gli imprenditori si sforzano di ovviare al danno, falsificando i dati dei bilanci, allo scopo di nascondere al fisco parte del reddito lordo e di prelevare sulle riserve nascoste le somme necessarie per coprire le quote di ammortamento legalmente non detraibili, sebbene richieste dalla esigenza di conservare il patrimonio esistente. Ma l’espediente è pericoloso; poiché agevolmente l’imprenditore è tratto a sorpassare i limiti della frode necessaria ed ai suoi occhi giusta e morale ed a trascendere nella frode volta a negare veramente allo stato ciò che allo stato è dovuto. Epperciò sarebbe d’uopo che le leggi fiscali fossero corrette in guisa da non fornire motivo o pretesto al mal fare.

 

 

Non è meraviglia che, dovendo essere una parte notabile del margine di reddito lordo disponibile, dopo aver provveduto alle spese di consumo, destinata a coprire i vuoti che la politica tributaria produce nelle quote di ammortamento, essendo diminuita la parte del risparmio prodotta dai singoli individui e cresciuta la parte propria degli enti collettivi o forzatamente devoluta allo stato, sia venuta meno gran parte del risparmio che i risparmiatori direttamente e volontariamente destinano, seguendo criteri economici, ad investimento, interno od esterno. Chi è provvisto, ad opera dello stato, di pensioni di vecchiaia, di invalidità, di assicurazioni contro le malattie e gli infortuni; chi è provvisto di casa a canone di favore, chi è garantito dalla disoccupazione, perché dovrebbe risparmiare qualcosa per ottenere risultati già per altra via ottenuti? Scema un tipo di risparmio, ed aumenta un altro tipo. Un confronto quantitativo dei due tipi non è agevole. Muta la struttura della società; e mutano gli ordinamenti del risparmio e degli investimenti. Una parte crescente del risparmio è investita da enti pubblici o da amministrazioni statali a norma di criteri o principi politici; e cioè per considerazioni che non sempre si ispirano al desiderio di ottenere dagli investimenti il massimo rendimento né lordo né netto. Anzi, molto spesso si afferma dagli enti investitori che essi debbono provvedere agli investimenti a lunga scadenza, a cui nessun privato pensa ed ha obbligo di pensare; a quelli, il cui rendimento diretto è scarso o nullo, ma notabili sono i frutti indiretti non monetari, come il progresso nelle condizioni igieniche, educative, artistiche; e così via ragionando in generale correttamente. Ogni ragionamento è però corretto fino ad un certo segno; ed il limite è varcato quando i frutti lontani ed indiretti sono scarsamente apprezzati dagli uomini viventi oggi, i quali hanno gusti variabilissimi e differenziatissimi, bene spesso diversi da quelli tipici che i governanti suppongono essere i gusti ed i bisogni di tutti e forniscono a tutti in misura uguale e perciò diversa da quella che, fuor di taluni beni elementarissimi, è ad ognuno gradita.

 

 

L’investimento, a sua volta, dei risparmi individuali e di quelli di enti collettivi aventi natura privatistica incontra, sovratutto se rivolto all’estero, un ostacolo al quale non si suole, nonostante la sua notorietà, attribuire il dovuto peso negli scritti e nei discorsi di coloro i quali trattano del dovere e del vantaggio di investire il risparmio dei paesi ricchi nei paesi sotto sviluppati o depressi. L’ostacolo si chiama misconoscimento del diritto dell’investitore a disinvestire ed a ritirare a piacimento, il che vuol dire secondo la convenienza sua, il risparmio investito. Sinché all’investitore è offerta libertà di scelta, egli non investirà se non là dove i trattati internazionali, la legislazione vigente, il costume politico e il consenso spontaneo dei popoli gli diano il diritto assoluto, illimitato, non sottoposto a nessuna autorizzazione di nessun anche minimo funzionario, a nessun visto, a nessuna domanda anche discretissima ed anche a scopo di semplice notizia statistica, di vendere ciò che si è acquistato, di chiudere lo stabilimento che si era aperto, di ampliarne o di ridurne la produttività, di aumentarne o di diminuirne le maestranze; e di riesportare liberamente i risparmi che erano stati importati, trasformandoli, senza alcun timore di penalità o di vincoli o di limiti, in quella qualunque moneta forestiera a lui piaccia. È ovvio che il risparmiatore non si impaurisca di dover pagare quelle imposte che in ogni paese si pagano, di dovere seguire le norme di contratti collettivi e di obblighi di assicurazioni sociali, oramai divenute dappertutto consuetudinarie nei suoi rapporti con le maestranze. Quel che a lui importa è di essere libero di smobilitare l’investimento, sia pure con perdita, quando a lui sembri che, per ragioni di cui egli solo è buon giudice, l’investimento non sia riuscito o minacci di andar contro ad insuccesso. È inutile soggiungere, che, oggi, dove più dove meno, il principio della libertà di disinvestimento, è dappertutto violato. In alcuni casi, i pericoli di confisca senza indennità, con la giunta della galera o, benevolmente, della espulsione per il disavventurato investitore, sono così evidenti, che da quei paesi l’investitore si tiene lontano come il diavolo dall’acqua santa. Dappertutto però, il principio è abbastanza offeso da bastare, da solo, a spiegare la assenza nel secondo dopo guerra di quella corrente di investimenti privati che furono durante il secolo XIX lo strumento grazie a cui le due Americhe, l’Africa, l’Australia erano state popolate e recate a grande sviluppo economico; investimenti che non erano venuti meno del tutto nel tempo corso tra le due guerre mondiali. Se, qua e là, qualche filone di investimenti privati ancora vive, esso è opera di avventurieri e di filibustieri, i quali si decidono a correre il rischio garantendosi, gli avventurieri, con la promessa di altissimi saggi di frutto, ed i filibustieri, grazie ai mezzi di corruzione del ceto politico ed amministrativo da essi adoperati senza alcun scrupolo.

 

 

Il risparmio privato tende perciò a non abbandonare il paese dove esso è stato prodotto; e tanto meno è tentato ad uscirne in quanto gli uomini si sono persuasi non valer la pena di correre dietro agli economisti predicatori e profeti delle teorie, che un tempo avevano fornito argomento ai consueti gingilli di dissertazioni accademiche e concursuali, con le quali si pretendeva di dimostrare che il mondo si avvicina al tempo della stazionarietà e della saturazione. Quando – chiedevano ansiosi i teorici della saturazione e ripetevano i politici preoccupati delle sorti dei risparmi altrui – quando saremo arrivati alla frontiera; quando dinnanzi a noi non ci saranno più terre vergini, quando le energie naturali saranno state domate; che cosa faremo? Quale sarà il tipo della società che allora diverrà dominante? Quale il suo congegno ed il suo funzionamento? Quali i nuovi territori da mettere in valore coi risparmi dei paesi vecchi? Poi si scoperse che non esistono frontiere; e che giunti al confine geografico, gli uomini scoprono terre nuove vergini, forze naturali ignote, occasioni di impiego e di investimento nei paesi vecchi; e che il fabbricar risparmio è una faccenda resa dal disprezzo e dall’avversione universale tanto disgustosa da far concludere non esistere i limiti all’investimento di quella scarsa quantità che gli uomini, distratti dagli allettamenti della vita civile moderna e dalle comodità offerte dallo stato di benessere, si decidono ancora a produrre. Sicché i risparmiatori privati, sicuri di ottenere dai lororisparmi buoni frutti all’interno del loro paese senza le preoccupazioni proprie di chi emigra in paesi stranieri male conosciuti, abbandonano volentieri agli stati il compito di contribuire, a fondo perduto, senza speranza di rimborso, ed ai grossi enti-società per azioni, enti assicurativi e semipubblici – quello di investire all’estero capitali nella speranza che i grossi rendimenti compensino il rischio delle confische, dei divieti e dei limiti al trasferimento in patria dei guadagni conseguiti e della mala fama di sfruttatori capitalisti imperialisti che universalmente si attacca allo straniero che si avventura fuor dei confini suoi nazionali.

 

 

All’interno ed all’estero, il mercato del risparmio e degli investimenti è altresì reso dappertutto rigido e quindi costoso dal divorzio sempre più accentuato fra la politica seguita nel governo dei cambi esteri e le tradizioni sempre più evanescenti del rispetto dovuto dai debitori verso gli impegni assunti in passato. Le dissertazioni e le discussioni intorno alla stabilità dei cambi della moneta nazionale in confronto alla moneta tipo (dollaro), alla preferenza da darsi alla stabilità dei cambi esteri od a quella dei prezzi interni, all’equilibrio della bilancia dei pagamenti internazionali in generale ed all’equilibrio particolare della bilancia nazionale con l’area del dollaro o con quella della sterlina o con l’altra dell’unione europea dei pagamenti diventano ogni giorno più sottili ed eleganti. Economisti e diplomatici, industriali e politici danno ogni giorno prove di attitudini squisite al ragionamento economico, di abilità mai vedute nel risolvere difficoltà momentanee di saldi attivi e passivi nelle bilance dei pagamenti fra nazione e nazione. Mai prima d’ora, i problemi dei saldi nei pagamenti internazionali si presentarono così nettamente come problemi non di transazioni singole, fra individui compratori e individui venditori da saldare automaticamente nelle stanze di compensazione nazionali ed internazionali, ma di masse collettive, al cui saldo debbono provvedere, con transazioni ai cosidetti alti livelli, diplomatici, ministri del tesoro, governatori di banche di emissione, fondi monetari internazionali, banche di regolamenti internazionali. L’epoca presente lascerà tracce profonde nella storia delle dottrine monetarie per l’acume, la sottigliezza, la profondità delle indagini condotte da ingegni addestrati da lunga meditazione e da fervide discussioni intorno ai metodi migliori da adottarsi per conciliare le esigenze contemporanee della stabilità interna dei prezzi, della pubblica finanza e dei redditi, della stabilità esterna dei cambi internazionali e dell’equilibrio delle bilance dei pagamenti internazionali. Ammirabili sforzi sono compiuti per studiare e scoprire come in un mondo dove tutto muta quotidianamente; e mutano i prezzi interni, i redditi, le entrate e le spese statali, si debbano muovere altresì i cambi della moneta nazionale con il dollaro, assunto a paragone di tutte le altre monete, in guisa da ottenere il risultato della massima occupazione e quindi del minimo turbamento alla pace sociale. Le mutazioni dei cambi esteri paiono, in questo schema, fatti di peso relativamente piccoli, in confronto al pulito fermo, unico veramente dominante, della piena occupazione, dalla quale dipende la stabilità, la pace sociale, ideale supremo di ogni uomo di stato.

 

 

Qui non si vuole muovere critica ad un atteggiamento politico, che probabilmente è fatale; né lesinare le lodi dovute agli uomini periti nella scienza e nella pratica economica, i quali debbono applicare gli strumenti della logica a risolvere i sottili problemi posti dalla premessa della piena occupazione; si vuole soltanto chiarire il significato dell’abbandono di una premessa a favore di un’altra. La premessa antica era che la politica monetaria e finanziaria fosse subordinata al mantenimento di un rapporto fisso della unità monetaria nazionale con un determinato peso di oro fino. La premessa moderna è che la politica monetaria debba essere subordinata all’osservanza del comandamento della piena occupazione. Non è il luogo qui di analizzare le illazioni che si debbono dedurre dalla premessa moderna; ché esse sono ampiamente esposte in libri illustri. Importa invece ricordare il contenuto dell’abbandono della antica premessa della fissità del rapporto fra l’unità monetaria e un dato peso d’oro.

 

 

L’abbandono non è una novità. Esso anzi è la regola della storia. I momenti nei quali la premessa fu effettivamente osservata furono sempre rarissimi e brevissimi. Le violazioni della premessa, lunghe e frequenti, erano tuttavia rinnegate come errori; e concordi i governanti promettevano e gli economisti consigliavano di ritornare, non appena possibile, alla osservanza piena del comandamento della fissità del rapporto fra unità monetaria nazionale e un dato peso d’oro, e quindi alla osservanza dell’obbligo del cambio a vista, a norma di un dato rapporto fisso, dei biglietti in oro. Avvedimenti ognor più ingegnosi erano posti in opera per violare il comandamento; ma i responsabili recitavano il mea culpa, mea maxima culpa e promettevano di emendarsi in avvenire. Talvolta, per brevissimi tratti di tempo, si emendavano; ma sempre, ricadendo nel peccato, si battevano il petto contriti. Oggi non più: la premessa del mantenimento del rapporto fisso fra dollaro, sterlina, marco, franco, lira ed oro è conservata sugli altari. Ancora si fanno dinnanzi all’idolo le genuflessioni di rito; ma trattasi di genuflessioni ad un simbolo, del quale si è dimenticato il significato sostanziale. La premessa antica fa ancora parte della liturgia ammessa; ma accanto ad essa sono accettate altre premesse, massima e più venerata, quella della piena occupazione; sicché quella premessa antica è ricordata ed osservata solo quando non paia incompatibile con altri più urgenti comandamenti.

 

 

Che cosa significava l’antica premessa? Che un impegno deve essere osservato; che lo stato il quale ha scritto su un biglietto di carta: pagherò a vista ed al portatore x grammi o milligrammi di oro al titolo di novecento per mille, doveva a vista ed al portatore senza eccezioni e senza ritardo soddisfare al suo impegno; e che il cittadino privato il quale, avendo ricevuto y lire in prestito, si era obbligato a rimborsare ad una certa scadenza in biglietti le stesse y lire, aventi la medesima attitudine ad essere cambiate in x grammi o milligrammi di oro al titolo di novecento per mille, doveva onorare la cambiale firmata. Oggi invece stati e privati sanno di non assumere più lo stesso obbligo quando contraggono obbligazioni; e ciò sanno anche i risparmiatori i quali hanno fabbricato il risparmio e lo danno a prestito altrui. Alla certezza, mitigata dalla violazione quotidiana, si è sostituita la certezza della incertezza. Quel che era prima deplorato come errore, come necessità imposta dal fato e dalle circostanze, di guerra e di pace; oggi è riconosciuto come un dato sicuro. Ancora taluno ripete la promessa di ritornare in un tempo futuro incerto, secondo un rapporto che nessuno prevede quale potrà essere, al cambio a vista della unità monetaria in oro; ma è promessa ripetuta senza fede, per adempiere ad un rito.

 

 

Ancora si scrive nei testi legislativi che trentacinque dollari sono uguali ad un’oncia d’oro fino; e che quindi cento lire italiane, cento franchi francesi o svizzeri o belgi, cento marchi, una lira sterlina sono uguali, al cambio col dollaro, a tanti grammi o milligrammi d’oro; ma poiché nessun privato ha mai neppure pensato, nonché provato – ed il Cannan raccontò in modo divertito le vicende dei suoi tentativi di cambiare lire sterline in oro agli sportelli della Banca d’Inghilterra – a tradurre in fatto le promesse scritte; tutti si sono persuasi che quelli dei dollari e delle sterline permutabili in once d’oro sono racconti di fate.

 

 

I risparmiatori che un tempo immaginavano e talvolta attuavano clausole atte ad assicurarsi l’osservanza della promessa da parte dei debitori, oggi sanno che non esiste alcuna salvaguardia atta ad assicurare loro la osservanza di una obbligazione non mai assunta seriamente. Epperciò essi cercano salvezza in due noti espedienti: l’uno dei quali è di non risparmiare dando la preferenza ai beni presenti in confronto ai beni futuri e l’altro è quello di aggiungere al prezzo di mercato della differenza, positiva o negativa che sia, fra beni presenti e beni futuri, il prezzo di mercato del rischio di essere rimborsati in una moneta diversa da quella ricevuta.

 

 

Quanto i due espedienti siano atti a promuovere l’attuazione della premessa odierna della piena occupazione è assai incerto; e volentieri si lascia il carico della soluzione del quesito ai teorici della premessa nuova. Non è inutile ricordare qui come l’abbandono della premessa antica della fissità del rapporto abbia contribuito al fallimento di una profezia che aveva avuto una qualche risonanza nell’ultimo quarto del secolo scorso. Saggi e libri erano stati scritti in quel torno di tempo a dimostrare la tendenza del saggio dell’interesse a diminuire nel tempo, sino a ridursi al livello (1 o 0,50%?) reputato allora necessario a compensare il risparmiatore della noia di amministrare i capitali investiti. Mirabili effetti erano prognosticati dall’avveramento della tendenza: riduzione e pratica eliminazione del reddito del capitale; scomparsa del peso economico sociale del capitalismo e dello sfruttamento del lavoro; automatica spontanea soluzione del problema sociale.

 

 

Tutti vedono che la profezia, con i suoi immaginati benefici effetti, non si è avverata. Due grandi guerre, grandiosi rivolgimenti sociali, inquietudine dei popoli arretrati, stupende invenzioni tecniche hanno mutato profondamente i rapporti fra quantità offerte e quantità domandate di risparmio. In un mondo sconvolto, dall’incerto avvenire, si produce da un lato una minor quantità di risparmio volontario; e nessun limite si intravvede dall’altro lato alle possibilità di investimento create dalle scoperte della scienza e della tecnica. La domanda crescente di risparmio male è soddisfatta dalla offerta del risparmio volontario privato; sicché si deve ricorrere ognora meglio al metodo del risparmio pubblico o forzato e degli investimenti statali.

 

 

Il metodo mutato a sua volta modifica il meccanismo con il quale si provvede ad attenuare o compensare gli effetti dannosi delle variazioni monetarie. A mano a mano che risparmi ed investimenti pubblici prendono il posto del risparmio e dell’investimento privato, diventano meno intense, meno rapide e meno automatiche le reazioni. Non occorre più che l’aumento nei saggi di interesse e di rischio e di provvigioni compensi le perdite della potenza di acquisto di tutto il risparmio investito; basta che un compenso ci sia per la quota investita da privati. La residua perdita, proporzionatamente crescente, sarà perdita di enti pubblici e graverà sui bilanci statali, provocando aumento di imposte ovvero prenderà nome di nuove emissioni di azioni ed obbligazioni ed assorbirà una quota crescente del nuovo risparmio pubblico. Quale debba essere il risultato finale dell’intrico sommariamente enunciato di azioni e reazioni tra forze contrastanti è difficile prognosticare. La domanda angosciosa è: i principi delle assicurazioni sociali, della piena occupazione e della uguaglianza delle fortune e dei redditi fino a che punto hanno prodotto risultati vantaggiosi alla collettività? Non si è già oltrepassato il punto critico, dimenticando i valori antichi della responsabilità individuale, della osservanza degli impegni assunti, dell’incentivo ad innalzarsi nella scala gerarchica della società economica? Non siamo ritornati troppo indietro, abbandonando il tipo di società basata sul contratto liberamente negoziato fra le parti a favore del tipo di società basata sui regolamenti prescritti da leggi e capovolgendo così la tendenza caratteristica per cui nel secolo diciannovesimo il contratto a poco a poco si era sostituito al regolamento? È possibile isolare il fatto irrigidimento per crescente progressiva regolamentazione del meccanismo economico e sociale, quale lo vedemmo ingigantire dopo il 1914 e misurarne l’intensità nei diversi paesi di civiltà occidentale? Esiste una correlazione fra il fatto irrigidimento ed il fatto incremento del reddito reale pro capite negli stessi paesi? È venuto meno davvero il valore della massima del pacta sunt servanda? L’osservanza delle promesse fatte in materia di onestà monetaria, il rispetto del diritto del risparmio, nazionale e straniero, a muoversi liberamente, il riconoscimento dell’utilità sociale della formazione dei risparmi privati disposti a correre rischi non hanno davvero più alcun titolo da vantare in confronto ai principi moderni della sicurezza sociale e della uguaglianza economica tra gli uomini?

 

 

Può darsi che oggi la somma del risparmio volontario privato, di quello semi volontario degli enti collettivi e pubblici e di quello forzato ottenuto con le imposte e la inflazione sia uguale e forse anche alquanto maggiore del risparmio volontario privato, che ieri era quasi il solo conosciuto. Può darsi perciò che le statistiche non rivelino alcun regresso apprezzabile nella formazione del nuovo risparmio nei paesi occidentali; ma con siffatta constatazione andiamo forse al fondo del problema? In un’epoca nella quale è davvero necessario che gli investimenti crescano rapidamente e si diffondano in tutto il mondo; in un’epoca nella quale l’ammontare del capitale necessario a dar lavoro ad una unità lavorativa diventa sempre più alto; in un’epoca nella quale urge sul serio la necessità di elevare la capacità produttiva media dell’uomo e quindi il suo tenor di vita e questa necessità è sentita per centinaia di milioni di uomini viventi ai limiti della fame, basta investire al solito ritmo e basta perciò produrre risparmio nelle quantità che oggi constatiamo? Se alla domanda si risponde negativamente, non è perciò urgente togliere di mezzo gli ostacoli che oggi limitano la formazione del risparmio privato: assorbimento tributario delle quote di ricostruzione del capitale, difficoltà di disinvestimento dei capitali investiti all’estero, scarso rispetto alla invariabilità del metro monetario aureo? Nella concorrenza tra i vari paesi del mondo, la palma sembra dover spettare a quelli di essi nei quali maggiore, se non compiuto, sia il rispetto alle regole tradizionali della condotta economica.

 

 

Febbraio 1953.



[1] Con il titolo Risparmio ed investimenti [ndr].

[2] Con il titolo Sparen und Investieren, [ndr].

[3] Con il titolo Risparmio ed investimenti [ndr].

[4] Con il titolo Ahorro e inversión [ndr].

[5] Questo brano è stato ristampato ne «Il Globo», 19 aprile 1956, con il titolo Investimenti, Fisco e risparmio [ndr].

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