Primo: certezza

Tratto da:

Il contribuente italiano

Data di pubblicazione: 01/02/1919

Primo: certezza

«Il Contribuente italiano», febbraio 1919, pp. 4-7

 

 

 

Una parola che da molto tempo in materia tributaria non si sentiva più, è stata di nuovo pronunciata: certezza. Prima di partire per l’Europa, il Presidente Wilson ha voluto affermare dinanzi al congresso che l’industria americana, per essere pronta ai cimenti del dopo guerra, aveva sovratutto bisogno di conoscere con certezza assoluta l’ammontare delle imposte che sarebbe stata chiamata a pagare.

 

 

Poter fare i conti, è una condizione preliminare per poter lavorare e rischiare e produrre. A nulla vale predicare il vangelo della produzione, se il produttore non sa sicuramente quanta parte del prodotto gli sarà portata via dal suo socio tacito, lo Stato. Sia pur alta la quota che dovrà cedere; ma sia nota in anticipazione.

 

 

Il Presidente Wilson, parlando così, riesponeva i dettami della sapienza dei secoli. Tommaso Tooke, il grande storico dei prezzi durante le guerre rivoluzionarie e napoleoniche, dopo essersi chiesto come la patria, l’Inghilterra, fosse uscita più ricca e forte di prima dal lunghissimo e terribilissimo cimento, additava, prima fra le altre cause, la sicurezza di cui i capitali godevano nell’isola e che li facevano ivi affluire a preferenza che nelle altre regioni d’Europa, soggette all’arbitrio e guaste da torbidi. E prima di lui, Adamo Smith il fondatore della scienza economica, fra i quattro canoni fondamentali delle imposte annoverava quello che i contribuenti conoscessero con certezza ed in anticipazione l’ammontare delle imposte che essi sarebbero stati chiamati a pagare. E prima ancora di lui, il maresciallo di Vauban, lamentando l’arbitrio e l’incertezza della taglia personale, l’accusava di essere la causa della povertà reale e finta in cui versava la popolazione francese: «Il (le taillable) faut qu’il cache si bien le peu d’aisance ou il se trouve, que ses voisins n’en puissent pas avoir la moindre connoisance. Il faut même qu’il pousse sa précaution jusqu’au point de se priver du nécessaire, pour ne pas paraitre accommodé. Car un malheureux taillable est obligé‚ de préférer sans balancer la pauvret‚ … une aisance, laquelle après luy avoir cot‚ bien des peines, ne servirait qu’… luy faire sentir plus vivement le chagrin de la perdre, suivant le caprice ou la jalousie de son voisin». (Projet d’une Dixme Royale, I. Ed. del 1717 pag. 62).

 

 

Queste parole ritornano invincibilmente alla mente, ripensando allo stato di incertezza e di inquietitudine, nella quale vivono le industrie ed i commerci italiani, in un momento in cui è maggiore la necessità di iniziative coraggiose, di slancio, di fiducia; in cui i risparmi disponibili fa d’uopo vengano alla luce per fornire lavoro ai reduci delle trincee e far sorpassare senza torbidi il pericoloso ponte dalla guerra alla pace. Non tutta l’inquietudine viene dal timore delle imposte. I vincoli, i calmieri, i divieti di importazione e di esportazione, la pretesa dei commissariati a voler continuare a regolare, a disciplinare ciò di cui nulla sanno, sono indubbiamente fra le cause dell’arresto della vita economica, la quale pare caratteristica del momento presente. Ma vi contribuisce in non piccola misura altresì l’incertezza tributaria.

 

La guerra è stata l’occasione – io persisto ad usare questo termine e non quello di causa perché non esiste un legame logico necessario tra le necessità di spendere fortissime somme e di crescere i tributi e la deliberazione presa di legiferare tumultuosamente imbrogliando vieppiù il groviglio già prima inestricabile della legislazione fiscale nostra – di una vera gragnuola di imposte, nuove soltanto nell’apparenza, vecchie nella sostanza. Centesimo di guerra, imposta militare, contributo straordinario militare, imposta sui militari non combattenti, contributo per l’assistenza civile, cinque per cento sui fitti, imposta complementare sui redditi, quale teoria di imposte fantasma, messe su soltanto perché non si ebbe il coraggio di aumentare abbastanza, riformandole e correggendole, le imposte esistenti e di creare una vera nuova imposta sui redditi, che questi colpisse sul serio e perequatamente!

 

 

Ognuno di quei fantasmi, per essere concepiti come istituti d’occasione, fu, come si espresse un ministro delle finanze, una sciabolata che colpì a caso e senza criterio di equità qualche isolata categoria di contribuenti, spingendola a gridare, spessissimo a ragione, contro l’ingiustizia che la colpiva e facendo restare tutte le altre classi finallora immuni col cuor sospeso, nell’aspettazione del nuovo colpo che, in direzione e con forza ignota, avrebbe colpito qualcuna di esse in un prossimo avvenire.

 

 

Il centesimo di guerra. Per non aver voluto aumentare per altro di un nuovo decimo le imposte vigenti sui redditi, si volle creare una immagine ingannatrice di nuovo tributo, che oltre ai redditi, colpisce anche i pagamenti fatti dallo Stato, e dagli altri Enti pubblici, come se un  «pagamento» fosse un «reddito» e non il compenso di una prestazione fatta allo Stato, il quale potrà dar luogo si e no, ed in proporzioni variabilissime ad un reddito, il quale solo dovrebbe essere eventualmente tassato. E l’effetto fu che i fornitori dello Stato, nell’incertezza del futuro ammontare del tributo, aumentarono del 2% il prezzo delle forniture; e lo Stato portò il tributo da un centesimo a due; ed i fornitori aumentarono le forniture del 4%; e lo Stato portò ancora il balzello a tre centesimi. Ognuno crede o s’illude di potersi rifare con aumenti successivi. Ma la conclusione è incertezza, aumento di costi, nessun reddito effettivo per le finanze.

 

 

L’imposta militare. Risponde ad un criterio razionale. Ma avrebbe dovuto essere il complemento di un’imposta generale sui redditi, fondata sulla conoscenza del reddito complessivo dei contribuenti, delle loro condizioni di famiglia, delle conseguenze che la guerra recava alla loro economia. Invece si tentò un testatico di 6 lire, con l’aggiunta di un contributo per classi, procedente bizzarramente, il quale lasciava esenti tutti coloro che non comparivano già sui ruoli delle tre imposte dirette. Il testatico diede luogo ad un numero enorme di quote inesigibili; e il contributo nel suo complesso fu un tale insuccesso che fu dovuto abbandonare per disperazione.

 

 

E si creò al suo posto il contributo straordinario militare. Il quale anch’esso non si fondò sulla conoscenza della vera situazione economica di coloro che non combatterono, ma è una pura aggiunta del 25 all’imposta pagata da coloro che figurano sui ruoli. Sempre i soliti contribuenti ai tributi dei terreni, fabbricati e ricchezza mobile, che oltre a sopportare le sperequatissime imposte fondamentali, ed i rispettivi centesimi provinciali e comunali e la grottesca imposta per l’assistenza civile, debbono ancora sopportare questa nuova aggiunta, la quale non di rado, specie per talune categorie di fabbricati, finisce per assorbirne l’intero reddito netto.

 

 

Ed or ora si è aggiunta alle altre la nuova imposta complementare sui redditi la quale, contrariamente al suo nome, non è un vero tributo il quale colpisca nel complesso i redditi del contribuente, ma una aggiunta, bizzarramente progressiva, alle imposizioni antiche le quali tassano i redditi disgiuntamente l’uno dall’altro. Qui se ne fa la somma. Ma che giova far la somma di elementi eterogenei, come redditi di terreni; la valutazione dei quali risale in certi casi fino al 1690; di fabbricati, valutati in anni variabili, dal 1890 al 1918; di ricchezza mobile, aggiornati taluni durante la guerra ed altri risalenti ancora al periodo ante bellico? E qual somma è cotesta la quale lascia fuori tutti i redditi esenti, e son miliardi di lire pagati dal solo Stato, i redditi tassati per ritenuta, e sono altri miliardi, e gran parte dei redditi tassati per rivalsa, inferocendo sempre e soltanto contro i redditi iscritti a ruolo al nome del percipiente? E quale specie nuova di imposta personale è questa, che è progressiva non in confronto a chi riceve e gode il reddito, ma agli Enti – società per azioni ed Enti morali – che lo producono e lo pagano; la quale colpisce con alte aliquote le Ditte composte forse di decine di persone, quasiché ognuno dei soci o dei condomini avesse l’intiero reddito e non talvolta solo una miserevole parte di esso?

 

 

I contribuenti hanno forzatamente l’impressione che, trattandosi di un pasticcio, il nuovo balzello non possa durare; così come non durò l’invenzione stravagante del cinque per cento sugli affitti, vero duplicato dell’imposta sui fabbricati; il quale lasciava esenti i fabbricati abitati dal proprietario. E poiché si è costrutto sulla sabbia e l’edificio minaccia rovina, ognuno tenta di salvarsi e teme della sorte che lo attende quando si farà il nuovo sperimento fiscale.

 

 

Poiché questa è la sorte delle costruzioni tributarie, che si pretendono  «provvisorie» create «per la guerra». Che nessuno può prevedere che fine avranno, quali risultati produrranno; da quale altre novità saranno sostituite. Dal 1842 dura l’imposta sul reddito inglese; e sebbene essa sia stata modificata, integrata, perfezionata, i contribuenti sanno che essa durerà; ne conoscono i principi e vi si sono adattati. Ma non ci si può adattare a ciò che non ha a principio; e che è noto non potrà durare. Una imposta razionale non richiede modificazioni ad ogni piè sospinto; ma si svolge a poco a poco, adattandosi lentamente e sovratutto per via giurisprudenziale alle nuove esigenze della vita economica. Invece i tributi d’occasione, come si fanno per decreto luogotenenziale, così si disfano e si rifanno, per altri decreti luogotenenziali. L’industriale non ha ancora finito di imparare quali sono i suoi obblighi d’imposta sulla base del decreto vigente, che già un nuovo decreto vien fuori che gli guasta tutti i calcoli. Disperato, egli rinuncia di sbrogliar la matassa; ed è costretto ad affidarsi a specialisti, che studino, discutano e decidano per lui. Una gran parte del suo tempo è presa dalla lotta fiscale. Le indagini, pur doverose in base alla legge vigente, sui criteri da lui adoperati per gli ammortamenti e per le riserve, lo obbligano a tenere i suoi contabili impegnati nelle verifiche fiscali, sottraendo tempo al lavoro fecondo della amministrazione interna della sua azienda. Se una riforma si facesse, quelle indagini si renderebbero inutili, ove fosse accolto il concetto sano delle esenzioni delle riserve fino a che esse non siano in qualunque maniera ripartite.

 

 

Meglio di qualsiasi altro, l’attuale ministro delle finanze, on. Meda, conosce queste verità che sono venuto rapidamente accennando; egli che ha pronto un disegno di riforme dei tributi diretti il quale, comunque lo si voglia giudicare nei particolari, ha almeno il pregio di rispondere ad una concezione d’insieme semplice e chiara, quella stessa che serve di fondamento alle riforme più antiche dei paesi tedeschi e recentissime della Francia e degli Stati Uniti, adottata ai precedenti legislativi nostri. Bisogna avere il coraggio di mettere un po’ d’ordine nella baracca sconquassata del nostro ordinamento tributario. I contribuenti sentono la necessità delle nuove imposte; e solo si augurano che presto sia fatto loro conoscere quale sarà il peso definitivo che su di loro dovrà gravare. Finché si seguiranno gli uni agli altri i tributi provvisori, l’aspettativa non sarà soddisfatta ed il timor di peggio crescerà e seguiterà a produrre i suoi consueti e dannosi effetti.

 

 

Dannosi non solo per la ripresa economica del paese, ma anche per lo Stato. Quando queste pagine vedranno la luce, forse sarà in corso il nuovo prestito della pace vittoriosa. Chi può dire l’influenza che sull’esito di questo come dei precedenti prestiti è destinata ad avere l’incertezza intorno all’avvenire tributario? Non basta promettere l’immunità da qualunque imposta presente e futura; poiché i risparmiatori sanno che lo Stato non può promettere ciò che sarebbe immorale mantenere. Esenzione dai tributi gravanti sul titolo, si; esenzione dalle imposte personali, gravanti sul contribuente come possessore d’un reddito complessivo, no. Se si sapesse quale sarà questo tributo personale, che è nell’aria, che deve venire, molti dubbi verrebbero meno e molti risparmi, timidamente nascosti verrebbero fuori. Ognuno sa essere suo dovere pagare sul complesso dei suoi redditi, compresi anche i redditi ricavati dai titoli di Stato esenti dalle imposte particolari gravanti su di essi in modo distinto; ognuno sa che se i suoi redditi sono piccoli egli dovrà essere esente; ed esente sarà, anche se il suo reddito è un po’ maggiore, se gravi sono i suoi carichi di famiglia; ed ognuno sa di dover pagare se il suo reddito totale, da qualunque fonte proveniente, gli lascia un margine oltre l’assolutamente indispensabile; e tanto più dovrà pagare quanto più il suo reddito è alto. Ma ognuno desidera sapere quanto e come e con quali regole d’accertamento dovrà pagare; ed esita a impiegare i suoi risparmi nei titoli di Stato o ad azzardarli nelle industrie, per l’incertezza di essere poi preso di mira in particolar modo dal fisco. È questa incertezza di diventare, per effetto di tributi d’occasione, lo zimbello del fisco che spaventa e trattiene; non la certezza di dover pagare. Perciò fa d’uopo non stancarsi mai di ripetere che la necessità più urgente del momento economico attuale di fronte alle imposte è: certezza, e poi certezza, e poi ancora certezza.

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