Tratto da:

Lettere politiche di Junius

Corriere della Sera

Lettera quattordicesima.
Il commento della farmacia del villaggio
«Corriere della Sera», 17 ottobre 1919
Lettere politiche di Junius, G. Laterza, Bari 1920, pp. 185-197
Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 468-475

 

 

 

 

Signor direttore,

 

 

Il farmacista del mio villaggio, i cui scaffali si adornarono del breve corso di storia d’Italia di Ercole Ricotti e dell’atlante geografico del Marmocchi, vecchi ricordi di antichi studi, è esultante. Ha letto il discorso di Dronero dell’on. Giovanni Giolitti e vi ritrova tutte le idee che egli ha sempre accarezzato, tutte le verità che gli sono sempre parse evidenti. «Il nostro forte carattere» – il farmacista applica a se stesso, sebbene egli non appartenga precisamente al collegio di Dronero, le qualifiche che si convengono agli abitanti del monte in genere, anche se il monte ha una certa tendenza a degradare verso il piano – «sceglierà certamente l’austera via del dovere». Dopo essere stati «senza distinzione di parti e senza riserve unanimi nella devozione al re, nell’appoggio incondizionato al governo, nella illimitata fiducia nell’esercito e nell’armata» oggi ci dobbiamo accingere – sotto la guida di colui il quale ha pronunciato un discorso di una taglia tale che per trovare un uomo capace di «proferirne» uno consimile «bisogna risalire ai grandi del nostro risorgimento» – a ricostruire l’Italia. Tutti i farmacisti dei villaggi italiani ricostruiscono ogni giorno l’Italia e il mondo e sono felici di vedere in istampa il loro pensiero.

 

 

Prima di tutto bisogna – ed anche questa è sempre stata l’opinione nonché del farmacista, anche del parroco e del sindaco – cominciare a rifare la scuola. Il farmacista ha conservato il breve corso della storia d’Italia perché ogni tanto gli piace rinfrescarsi nella mente i ricordi del tempo quando nel suo paese c’erano gli stranieri, per liberarsi dai quali ci vollero secoli di «una serie non interrotta di lotta» ed insieme l’atlante del Marmocchi, per vedere subito, a colpo d’occhio, se uno stato è grosso o piccolo e val la pena o no di averlo per alleato ed amico; ma ha scaraventato lungi da sé la grammatica latina e la regia parnassi, perché gli suscitano il ricordo della licenza liceale non potuta ottenere e del «patentino» strappato, quando la cosa era possibile, con la semplice promozione dalla seconda classe liceale. Il parroco è d’accordo con lui nel dispregio delle scuole classiche, perché gli studi latini del seminario gli sono sempre sembrati più efficaci di quelli del liceo, oramai caduto dappertutto nelle mani dei «framassoni». Ed il sindaco assente, a quanto dicono gli altri due, per la buona ragione che di imparare il latino egli non ha mai avuto bisogno per fare quella onorata carriera nel regio esercito dalla bassa forza fino al grado di capitano, che gli ha permesso di reggere in età matura, finché durerà la «goldita» della sua pensione, le sorti del paese natio. E tutti tre, mentre giuocano ai tarocchi dietro il paravento e ricordano che lassù nella Rocca di Cavour, questo e il biliardo sono i passatempi favoriti anche dal solo «uomo di governo capace di spingere le forze antiche, di incanalare le energie nuove alla ricostruzione della nuova Europa» – che onore avere avuto le stesse idee dell’unico e più che maggiore uomo di stato «europeo»! – confessano il loro ingenuo stupore che ci volesse Giolitti per accorgersi che bisogna abolire quasi tutti i licei ed i ginnasi a rendere l’istruzione non soltanto «veramente pratica» ma anche «diretta a scopi veramente pratici». Chi non vede che invece delle attuali scuole medie bisogna creare «una vasta rete di scuole pratiche e specializzate di agricoltura e di arti e mestieri»? Se per insegnare in queste scuole non si troveranno subito maestri abbastanza esperti e «pratici» e se sarà difficile attirare ai politecnici incaricati di fabbricare quei maestri un numero bastevole di professori «al corrente di ogni passo della scienza» specie sotto la minaccia di veder messa la propria cattedra a concorso ad ogni dieci anni, poco male, commenta il farmacista. Per ora potremo nominar maestro qualche mutilato o qualche invalido di guerra, conseguendo così meglio lo scopo, che l’on. Giolitti giustamente addita, «di manifestare loro in ogni forma la riconoscenza del paese». Forse i mutilati preferirebbero qualche guiderdone diverso da quello di diventare lo zimbello di scolari scaltriti dallo studio esclusivo della «pratica»; ma farmacista e sindaco sono d’accordo nel ritenere che «con un po’ di pratica» si possano in poco tempo imparare tutti i mestieri. Anche i più difficili.

 

 

Quando tutto il popolo, nelle cui «mani saranno d’ora innanzi i destini dei Popoli», non avrà più la testa infarcita di reminiscenze classiche, di belle imprese e di trattati solenni e segreti, ma sarà in possesso di una «scienza tecnica veramente pratica» saranno impossibili le guerre. Tutti, coll’aiuto della fisica, della chimica, dell’elettrotecnica, della meccanica, sapranno fin da prima che in caso di guerra bisognerebbe «mettere in gara i sottomarini, gli aeroplani, i dirigibili, i gas asfissianti, i carri d’assalto, le artiglierie di portata oltre i 100 chilometri» ed altre simili diavolerie. Tutti saprebbero fin da prima, come avevamo preveduto noi, insieme con Giovanni Giolitti, che le guerre, tutte le guerre devono ormai «essere lunghissime» di «almeno tre anni» e quindi le guerre sarebbero impossibili quando il popolo avrà avocato a sé la direzione della politica estera – e qui l’occhio del farmacista va all’atlante del Marmocchi, aiuto inestimabile nelle discussioni invernali sulla preferenza da darsi a questa o quella alleanza in base al territorio, agli abitanti, alle frontiere più o meno «formidabili» -; sarà, come bene osserva l’on. Giolitti, «esclusa la possibilità che minoranze audaci o governi senza scrupoli riescano a portare in guerra un popolo contro la sua volontà». C’è in verità l’inconveniente che, se non in Italia altrove, qualche «governo senza intelligenza e senza coscienza riesca a portare in guerra un popolo contro la sua volontà». In tal caso bisognerà per forza accingersi all’impresa di rintuzzare il nemico, pur riconoscendo che l’impresa succitata «sarà ardua e richiederà gravi sacrifici». Ma, se i lumi della scienza veramente pratica si saranno diffusi in tutta Europa, come ce ne dà affidamento la «taglia» dell’uomo «che ha proferito il discorso di Dronero» non ci saranno più in Europa «conservatori di corta vista» e «Partiti reazionari» che possano scatenare guerre. Le guerre sono il frutto «dello spirito imperialista, di malsane ambizioni e di loschi interessi»; esse hanno per promotori lo spirito ed i partiti «reazionari» i quali hanno ridotto al silenzio ed a battere le mani sotto il tavolo i circa 300 deputati portatori di lettere e biglietti di visita nella portineria dell’on. Giolitti; lo spirito ed i partiti i quali «proseguirono una campagna di diffamazione contro il parlamento, ben comprendendo che essi, avendo contro di sé la maggioranza del popolo, non potevano mai avere la maggioranza del parlamento, che è l’espressione del suffragio universale».

 

 

Se al mondo ci fossero stati solo i 300 deputati «veramente pratici» le «classi privilegiate della società» avrebbero forse condotto il restante dell’«umanità al disastro», ma almeno l’Italia non sarebbe stata condannata «ad un mezzo secolo di esaurimento economico per arricchire una generazione di speculatori» e non sarebbe stata ridotta alla «totale rovina» a cui erano votati «quei paesi ai quali non avesse arriso una completa vittoria». E farmacista, parroco e sindaco, tentennando la testa, sono concordi nel riconoscere, sì, con l’on. Giolitti, che la nostra vittoria fu «completa e definitiva»; ma devono aggiungere melanconicamente, pure insieme all’on. Giolitti, che quella vittoria «completa e definitiva» ha tutta l’aria di una sconfitta e che le speranze di ottenere le città, i mari, i fiumi e le colonie che ci spettano sono, ahimè !, piccolissime.

 

 

Eppure ci voleva così poca «perspicacia» ad avere la «caratteristica della Storicità». Bastava essere uno «storico di razza» come è facilissimo diventare con il breve corso del Ricotti e l’atlante del Marmocchi. Bastava «soffrire e tacere, offerire alla patria il proprio dolore e nella solitudine della propria contemplazione e del proprio essere maturare il rinnovamente del proprio spirito, il ringiovanimento del proprio essere». Dopo queste taumaturgiche operazioni di reincarnazione, chi non era capace di comprendere, fin dal primo giorno, che «la temibile guerra avrebbe segnato l’inizio di un periodo storico assolutamente ed intieramente nuovo»? Bastava prendere in mano l’atlante del Marmocchi e «considerare» i colori diversi con cui dopo ogni grande guerra fu necessario pitturare le carte geografiche per persuadersi che le guerre segnano l’inizio di periodi storici nuovi. Stavolta la guerra «ha creato sulle rovine dei grandi imperi molti piccoli stati in conflitto fra di loro»; ha trasformato «gli ordinamenti politici, riducendo a minoranze i popoli retti a monarchia». Chi ama viver tranquillo e non desidera entrare, senza congruo preavviso, in un periodo storico «assolutamente ed interamente» nuovo, non può essere amico delle guerre, perché più o meno queste hanno sempre trasformato gli imperi in repubbliche e le repubbliche in imperi, fatto diventare duchi i conti e ridotti i regni a semplici ducati, hanno spezzato i grandi in piccoli stati e fatti diventare grandissimi alcuni tra i grandi.

 

 

Le guerre hanno sempre prodotto un gran rimescolio di regni e di teste coronate a partire da quelle di Alessandro Magno sino a quelle di Napoleone ed hanno sempre cagionato qualche novità di imposte e taglie, non gradite alla gente che ama giuocare a tarocchi nei retrobottega della farmacia di villaggio e non desidera essere costretta, nemmeno se lo propone l’on. Giolitti, a mettere al nominativo i titoli al portatore, facendo conoscere i propri affari intimi, anche i più gelosi, a tutto il vicinato.

 

 

Tanto più noiosa è questa faccenda dei regni che diventano repubbliche e degli stati grossi che si spezzettano in quanto adesso sappiamo che i cittadini tedeschi o quelli ex austro-ungarici, rovinati e impiccioliti dalla guerra, non potranno più fare i loro consueti viaggi in Italia e gli italiani non potranno più imparare da essi come si faccia a viaggiare all’estero con economia e senza lasciare mancie ai camerieri d’albergo. Pur tuttavia, quando i tedeschi viaggiavano in Italia, lo sbilancio commerciale era appena di un miliardo all’anno, mentre adesso perdiamo 20 miliardi all’anno, nei nostri affari cogli stranieri: fatto commentatissimo in tutte le farmacie ed i caffè d’Italia e destinato indubbiamente a condurre l’Italia alla rovina.

 

 

Tutta colpa, osserva giustamente il sindaco, di non aver «considerato» subito, come «considera» l’on. Giolitti, «che l’impero austro-ungarico, per le rivalità fra Austria e Ungheria e sovratutto perché minato dalla ribellione delle nazionalità oppresse, slavi del sud e del nord, polacchi, cechi, sloveni, romeni, croati, italiani, che ne formavano la maggioranza, era fatalmente destinato a dissolversi, nel qual caso la parte italiana si sarebbe pacificamente unita all’Italia». Consentono il farmacista ed il parroco, inteneriti dinanzi all’idilliaco spettacolo di tutti questi popoli che se ne vanno pacificamente ciascuno per conto suo a ricongiungersi alle rispettive madrepatrie; dei tedeschi emigranti volontariamente dall’Alto Adige, degli sloveni fuorusciti dal Goriziano e dall’Istria orientale, dei croati abbandonanti i sobborghi di Fiume per lasciare gli italiani liberi di ricongiungersi in pace con l’Italia. Ma, dentro al breve corso della storia d’Italia e all’atlante protestano Ricotti e Marmocchi, non dimentichi di essere stati storici e geografi d’Europa, oltreché d’Italia; e ricordano che nessuno stato si dissolse «fatalmente» permettendo alle sue membra di ricongiungersi pacificamente ad altri popoli. Dieci secoli e più durò l’agonia dell’impero romano, pur composto come l’Austria di popoli di favelle e credenze diverse.

 

 

Durò tre secoli la Francia a persuadersi della vanità dei suoi tentativi di egemonia sul mondo, dalla battaglia di Pavia che fiaccò Francesco I a quella di Waterloo che ruppe il sogno napoleonico. Ci vollero guerre lunghe e sanguinosissime a persuadere la Spagna che l’impero su cui il sole mai non tramonta non aveva diritto di opprimere lombardi e napoletani, siciliani e sardi, fiamminghi e messicani, peruviani ed argentini. Se i pacifici giuocatori delle partite ai tarocchi e ricostruttori serotini delle carte politiche avessero potuto sentire le impressioni scambiate tra i due maestri di storia e geografia alla generazione piemontese che fu contemporanea di Giovanni Giolitti, si sarebbero avveduti che Ricotti e Marmocchi eran d’opinione che senza un gran cataclisma l’Austria-Ungheria non si sarebbe decisa a «dissolversi». Essi che erano storici e geografi alla buona, almeno tanto grandi come Giovanni Giolitti è sommo politico alla buona, non conoscevano esempi di imperi che si dissolvono, senza un grande commovimento dei regni e dei popoli aspiranti alla loro eredità. Sotto i replicati assalti di Napoleone, dell’Italia, e della Russia, l’impero austro-ungarico era rimasto vivo, quasi più forte di prima, fornito di un esercito da molti reputato il primo del mondo. D’un tratto, si scopre che, fin dal 1914, vi è chi crede che quell’impero è destinato a dissolversi, mentre la Germania gli è alleata, mentre l’Italia dovrebbe rimanere neutrale e degli stati nemici, Francia ed Inghilterra sono lontane e ansiose di tirarlo, con bei trattamenti, dalla parte loro, la Serbia è una quantità trascurabile, e la Russia «pareva dubbio potesse resistere ad una guerra di molti anni». Ma, si sa, i miracoli in politica si possono compiere solo dai geni; e solo un genio come colui, a paro con la cui voce «non s’è alzata dalla cessazione delle armi in Europa alcuna voce che possa neppur da lontano reggere al confronto» poteva concepire un fatto storico grandioso come quello di uno stato il quale misteriosamente si dissolve in conspetto di nemici morti o sorridenti. Tanto più corre l’obbligo a farmacisti, parroci e sindaci di villaggi di credere alla parola «austera» che annuncia il verbo del «dovere»: il dovere di prendere tutto senza nulla sacrificare.

 

 

Per non aver sentita la voce del dovere, l’Italia si trova ora ridotta allo stremo di assistere al trionfo dell’imperialismo anglosassone. Sicché maggiore appare la colpa di quei giovani pieni di intelligenza e coscienza, i quali non si accorsero mai, mentre tutti i lettori del giornale devoto allo statista erede delle grandi tradizioni piemontesi lo sapevano a memoria sin da tempo immemorabile, che la grande guerra era una lotta «per la egemonia del mondo» fra Germania ed Inghilterra. Interesse dell’Italia era che nessuna vincesse l’altra, per poter seguitare a ballare sulla corda dell’equilibrio tesa tra i due giganti della terra e del mare. Quanto diverso il compito dell’Italia da quello, che inconsultamente si proposero gli Stati uniti, di rompere l’equilibrio delle forze tra i due e farlo pencolare in modo risoluto e definitivo dalla parte inglese! Qual mai tarantola punse gli Stati uniti ad una risoluzione a cui «nel 1915 nessuno pensava né poteva pensare»? Se non era di quei transmarini disturbatori dell’equilibrio europeo, la guerra poteva durare qualche altro anno e forse finire con la vittoria germanica. Poco male, conchiudono quasi senza avvedersene, tratti dalla logica ferrea e semplice dello statista di Dronero, il farmacista, il parroco e il sindaco. Perché uno solo deve avere tutto? Agli inglesi spettava il mare e ai tedeschi la terra. Il guaio si è, commentano tra le morte pagine i Ricotti e i Marmocchi, che il dominio dei mari giova alla sicurezza delle comunicazioni, mentre il dominio della terra uccide le idee e trasforma l’anima dei popoli, facendoli dimentichi delle tradizioni e delle glorie nazionali. Questo non sentono i farmacisti di villaggio che hanno vissuto, leggendo il discorso di Dronero, un’ora di compiacimento dinanzi alla visione dei balli di corda trasportati dalle aule di Montecitorio alla grande scena della storia. Ma i 500.000 morti del Carso, del Grappa e del Piave gridano di aver sacrificata la loro vita appunto perché l’Italia cessasse di essere l’infima delle pedine nel giuoco degli equilibri europei e diventasse attrice nel grande giuoco mondiale dove si giuoca nei secoli l’avvenire delle nazioni degne di vivere.

 

 

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