Le eccedenze d’impegni e la ragioneria generale dello Stato

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 23/07/1904

Le eccedenze d’impegni e la ragioneria generale dello Stato

«Corriere della Sera», 23 luglio 1904

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 161-164

 

 

Con rara sollecitudine un ordine del giorno votato il 29 giugno scorso dalla camera dei deputati, per invitare il governo a prendere i provvedimenti opportuni ad impedire in avvenire le eccedenze d’impegni, è stato già attuato; se pure si può chiamare attuazione la pubblicazione di un decreto sulla «Gazzetta ufficiale». Ad ogni modo il decreto è degno di nota e di lode per aver dato maggiore autorità alla commissione di vigilanza del parlamento, alla Corte dei conti ed al ministro del tesoro sulle eccedenze d’impegno.

 

 

È certo che se le nuove norme saranno attuate, molto sarà fatto per impedire il rinnovarsi dello sconcio delle eccedenze di spese; ma ad una condizione indispensabile: che cioè si proceda contemporaneamente alla riforma sostanziale dei nostri metodi di contabilità dello stato. Non già che le nostre leggi siano in proposito difettose o monche; difettosa e monta è la maniera con cui quelle leggi sono attuate. Chi non è addentro nella pratica degli uffici contabili centrali dura fatica a farsi un’idea chiara del punto a cui gli abusi sono giunti nella tenuta dei conti dello stato. Un articolo stato pubblicato di questi giorni da «La riforma sociale» di Torino e dovuto alla penna di un’assai competente persona che si nasconde sotto la sigla V. d’A., ci rivela infatti che qualche cosa di ben più grave di un imperfetto funzionamento si verifica nella nostra ragioneria generale ossia la sistematica e cosciente violazione della legge fondamentale di contabilità, violazione che sola ha reso fin qui possibili le eccedenze d’impegni. Quantunque non sia cosa facile, a causa del complicato linguaggio tecnico della contabilità di stato, procuriamo di spiegare in breve e chiaramente in che cosa consistano queste violazioni.

 

 

Secondo la nostra legge, la ragioneria generale dello stato dovrebbe dunque tenere un sistema di libri dal quale in ogni istante risultasse chiara la situazione rispetto alle somme stanziate per ogni capitolo, agli impegni di qualunque specie presi su questo capitolo, alle somme che si è già ordinato pagarsi ed a quelle che si sono effettivamente pagate. È chiaro che il libro più importante dovrebbe essere quello degli impegni; poiché se su un capitolo sono stanziate 10.000 lire, se ne sono impegnate già 9.000, si è ordinato il pagamento di 8.000 e se ne sono pagate 7.000, non varrebbe nulla il dire che si sono pagate solo 7.000 lire per giustificare una nuova spesa di 2.000 o 3.000 lire. Il vero si è che se ne sono impegnate 9.000 e quindi il disponibile è solo di 1.000 lire. Se la ragioneria generale tenesse al corrente giorno per giorno il libro degli impegni, essa potrebbe porre il veto agli impegni nuovi eccedenti le somme stanziate e sarebbe posto un freno assai efficace alle eccedenze di bilancio.

 

 

Disgraziatamente il libro degli impegni alla ragioneria generale dello stato non lo si tiene affatto; e per quanto la cosa possa parere incredibile, la ragioneria generale tiene in vece sua un certo informe libro, nel quale segna come impegno gli ordini di pagamento (mandati diretti, di anticipazione e a disposizione emessi e ruoli di spese fisse), dimenticando così tutti gli impegni assunti con atti e contratti di ogni genere! Soltanto se si segue il movimento degli obblighi a scadenza più o meno lunga, la contabilità degli impegni può servire di norma all’amministrazione; sono infatti gli impegni stati assunti con contratti ed altri atti amministrativi che formano quasi completamente le somme rimaste a pagare alla fine dell’esercizio e costituiscono altresì le deplorate eccedenze di spese. Si può dunque, senza tema di errare, dire col Cerboni, un antico ragioniere generale dello stato, che «oggidì la contabilità di stato non rappresenta che un amalgama complicato, pauroso ed informe di scritture e partite semplici, delle quali, non ostante i moltiplicati e dispendiosi riscontri personali, non ostante l’esercito dei revisori e degli ispettori, non ostante un dispendio rilevantissimo, è impossibile guarentire la esattezza». Da questa mancanza strana del libro degli impegni deriva che la ragioneria generale dopo la chiusura dell’esercizio (nel 1903 ciò si fece il 10 di luglio), è costretta a rivolgersi alle ragionerie dei singoli ministeri per chiedere l’elenco delle somme impegnate al 30 giugno, contentandosi di riceverlo insieme alla presentazione del rendiconto consuntivo. L’enormità della necessaria richiesta salta subito agli occhi. La ragioneria generale dovrebbe al 30 giugno sapere che su un capitolo di 10.000 lire, se ne impegnarono 9.000 a quella data; e quindi 1.000 devono andare in economia. Invece essa sa solo che si è ordinato il pagamento di 8.000 lire e che se ne sono pagate 7.000. In questo modo essa è in balia dei ministeri, dai quali va elemosinando le notizie. Ai ministeri, passato il 30 giugno, comincia una vera e propria fabbricazione di residui. Poiché la ragioneria generale dello stato non è in grado di sapere quanto resta ancora da riscuotere e da pagare su ciascun capitolo dell’esercizio, finito ma non chiuso, e quindi di esercitare un qualsiasi riscontro sulle somme residue determinate dalle varie amministrazioni, va da sé che queste non hanno alcun freno e possono segnalare somme arbitrarie come residui. Nessuno vuol rendere i fondi che ha avuti, e poiché la ragioneria generale dello stato, priva di scritture, non ha modo di riscontrare gli elenchi dei residui, si può impunemente porvi tutto ciò che si vuole. Insieme ai residui, si fabbricano le eccedenze di spese, sempre parecchi mesi dopo il 30 giugno. È curioso il modo con cui la ragioneria generale dello stato raccomanda ai ministeri di tenersi modesti in questa fabbricazione di eccedenze: «Occorre – si legge nella circolare già citata del 10 luglio 1903 – che le varie amministrazioni pongano tutta la cura possibile nel discernere ed illustrare le cause dalle quali derivano le eccedenze… procurando di eliminare… tutti quegli impegni che non rispondono ad imprescindibili bisogni del servizio o non effettivamente accertati nell’esercizio di cui si rende conto».

 

 

Siffatta prosa ufficiale è davvero stupefacente. Dunque, in un paese dove la legge impone di chiudere l’esercizio finanziario al 30 giugno, dove le spese che non sono impegnate in modo liquido e certo a quella data debbono portarsi per legge in economia, in questo paese, diciamo, non solo la ragioneria generale dello stato non sa nulla intorno all’ammontare delle somme impegnate, ma discorre delle eccedenze verificatesi nell’esercizio già chiuso come di somme che possono venire limitate dalle rispettive amministrazioni, come di cosa di cui occorra tuttora determinare l’entità! L’illegalità flagrante è eretta a sistema, bollata e cresimata col suggello dello stato.

 

 

Sperare che il decreto recentissimo sulle eccedenze d’impegni valga a sanare queste piaghe, è in parte una illusione. Quel decreto è certo provvido perché istituisce un controllo presso i singoli ministeri affinché non si compiano atti relativi a spese senza le dovute garanzie. Se ciò è provvido, non basta. In tutte le amministrazioni private si è trovato che per essere ad ogni momento in grado di conoscere la situazione dell’azienda, occorre che i libri siano tenuti al corrente giorno per giorno. Senza di ciò, immaginate quanti controlli ed ispezioni volete, e si riuscirà a ben poco. Il decreto recente si richiama ad un progetto di legge presentato alla camera il 17 marzo 1904 sul riordinamento dei servizi contabili dei vari ministeri, i quali verrebbero tutti posti alle dipendenze della ragioneria generale dello stato. Sarà anche questa una riforma assai utile, se prima si penserà a correggere i vizi di quella stessa ragioneria. Altrimenti la riforma equivarrebbe a porre un cadavere alla direzione delle ragionerie ministeriali.

 

 

Occorre dunque che le riforme felicemente iniziate vengano con coraggio condotte a compimento. L’on. Luzzatti dovrà certo, in questa intrapresa, lottare contro il misoneismo della amministrazione; ma nell’opera sua sarà sorretto dal consenso dell’opinione pubblica.

 

 

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