La predica della domenica (XVII)

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 14/05/1961

La predica della domenica (XVII)

«Corriere della Sera», 14 maggio 1961

Le prediche della domenica, Einaudi, Torino 1987, pp. 59-62[1]

 

 

 

Scrissi nella predica di domenica scorsa che la beneficenza deve essere distinta dalla buona condotta economica. Il buon amministratore delle cose economiche, pubbliche e private, deve innanzitutto far quadrare il bilancio; curare che le spese, giustamente calcolate per materie prime, forza motrice, salari, stipendi, spese generali, manutenzioni, riparazioni, rinnovamenti, interessi al capitale investito altrui, dividendi, se ci sono, agli azionisti siano coperte da entrate effettive correnti ottenute con la vendita dei propri prodotti e servigi. Non opererebbe bene l’imprenditore il quale non accantonasse inoltre una parte del reddito netto per provvedere alle future contingenze avverse, alle annate agrarie cattive, alle crisi di vendita, alle innovazioni tecniche, alle svalutazioni monetarie ed alle varie possibili ragioni di incertezze politiche, sociali, fisiche le quali possono mettere in forse l’avvenire dell’impresa.

 

 

Fatto questo, l’uomo economico, persona fisica od ente, banca o cassa di risparmio, società industriale o commerciale, potrà fare, a norma dei doveri verso la famiglia propria o dei soci, delle esigenze della condizione sociale, della necessaria provvista per l’avvenire, beneficenza. Che può essere mero soccorso ai bisognosi e può diventare carità, fiamma viva usata a suscitare opere di bene, a perfezionare l’animo dei sovvenuti, ad elevarli all’azione feconda, a mutarli da disoccupati volonterosi o da parassiti oziosi a membri utili alla società.

 

 

Chi fa l’elemosina con le perdite, chi regala quel che ha ottenuto a prestito, dona la roba non sua e compie atto scorretto. Chi immagina di avere ottenuto un reddito ed invece ha negletto di riparare, mantenere, rinnovare la cosa sua, presto si accorge di non potere continuare la cosidetta opera di soccorso altrui, di incoraggiamento alle arti od alle scienze. Ha suscitato speranze che non potrà soddisfare. Se, con denaro non guadagnato, ha fatto il bene a scopo di pubblicità, è colpevole di inganno verso se stesso e verso il prossimo.

 

 

Tutto ciò fu detto senza riserva né eccezioni; a rischio, come scrissi altra volta, di farsi subito osservare: perché dimentichi i casi, nei quali si deve spendere sul vuoto, senza far quadrare nessun bilancio particolare chiuso in se stesso? Come potrebbero lo stato, i comuni, gli enti pubblici coattivi provvedere all’esercito, alla marina, all’aeronautica, alla magistratura, alla polizia, alle scuole, alle strade, ai porti, alle bonifiche, agli innumerevoli compiti propri pubblici, se dovessero tenere le spese entro i limiti delle entrate ottenute grazie all’adempimento di quei fini? Ma la giustizia, ma la difesa, ma la sicurezza non si vendono e non danno alcun reddito. Importa evidentemente provvedere con entrate economiche alle spese derivanti da imprese economiche; ed invece con imposte prelevate a forza dai contribuenti, ai fini propri dello stato, fini dai quali lo stato non ricava alcun diretto beneficio pecuniario. Sono nefande le tasse che lo stato esige per rendere giustizia, che è il dovere suo primo e sommo; ma non sono affatto nefande le tasse che lo stato riscuote dalla vendita dei trasporti ferroviari o dei carri, carrozze, rotaie, navi costrutte in stabilimenti governativi. Chi trae vantaggio o diletto dal viaggiare paghi; e non pretenda scaricare il costo dei suoi viaggi a chi può rispondere: viaggio io forse?

 

 

Anche nelle faccende private, la distinzione fra beneficenza e spesa di gestione è talvolta sottile. L’imprenditore pone a disposizione dei bambini lattanti una stanza confortevole, riscaldata, provveduta di illuminazione, di acqua corrente calda, di assistenti rimunerate dalla ditta? L’entrata dello Stabilimento non è un cortile disadorno, ostruito da cumuli di combustibili, da balle di cotone o di lana, da ingombri di ogni genere; ma è allietata da alberi ombrosi, da aiuole fiorite?

 

 

Nelle sale di lavoro la luce è abbondante e d’estate circola aria fresca; si usano impianti igienici ottimi e lindi, facilmente accessibili; è fornito a mezzogiorno un pasto abbondante sano ed a prezzo di favore ed esso è rapidamente servito in un refettorio accogliente, e nel giardino esistono panche opportune ad un breve riposo prima della ripresa? L’impresa ha provveduto ad ambulatori, dove si provvede gratuitamente a visite atte a curare tempestivamente i piccoli disturbi alla salute innanzi che volgano a malattia? Lo stabilimento è fornito di asili per la custodia e la refezione dei bambini durante le ore di lavoro? La ditta ha provveduto a creare nelle vicinanze campi di gioco e di divertimento per il personale? Si osservano gruppi di case e casette con giardino od orto costruiti per uso dei dirigenti e degli operai? Le case sono riscattabili con canone moderato entro un tempo ragionevole, con polizza di assicurazione sulla vita in caso di morte prematura del dirigente o dell’operaio?

 

 

Tutte queste opere belle ed altre ancora (biblioteche circolanti, luoghi di cura a turno in montagna od al mare, ecc. ecc.) le abbiamo viste ed ammirate in non pochi luoghi d’Italia. Ammirammo opere di beneficenza o di altra specie? Sarebbe erroneo ed ingiusto dirla mera beneficenza. La beneficenza non è elemosina, e la carità non è dovuta e non può essere opera dello stato. Accanto alle assicurazioni ed alle previdenze statali, le quali toccano milioni di cittadini, che sono obbligatorie, che si ispirano alla massima antica del «forte che porta il debole» ed oggi si chiama solidarietà, ha luogo ancora quella che, più che beneficenza, è la fiamma viva della carità, che San Paolo esalta, che vivifica e crea.

 

 

L’imprenditore, che rende viva ed accogliente la sua fabbrica, che la dota di asili, di refettori, di giardini, di luoghi di ricreazione, di case accoglienti, compie opera di elemosina con il supero dei suoi redditi e merita perciò ringraziamenti e riconoscenza? No. Egli non intende a riconoscenza. Ha fatto tutto ciò perché egli reputa sia fatto nell’interesse e per la grandezza della sua impresa. Non è frutto di egoismo né di altruismo. È il frutto necessario dell’impulso all’azione di coloro i quali dal nulla o dal poco, lui od il padre suo od i suoi avi, hanno a poco a poco, lentamente costruito l’impresa. Questa è posseduta dall’imprenditore, è l’opera sua; ma vive già di vita propria; è anche al di fuori di lui. Giustamente egli si adira al pensiero che altri, con pretesti sociali, gliela voglia portar via; ma poiché la vuole bella e forte sente il bisogno di renderla anche attraente per i suoi collaboratori.

 

 

Questa non è beneficenza; è necessità sentita dai creatori delle imprese durature. Così come lo scultore non è contento se non vede la statua a poco a poco uscir perfetta dal masso informe del marmo greggio.



[1] Col titolo Ancora sulla beneficenza [ndr]

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