5 maggio 1821. Napoleone, il miraggio dell’impero universale e l’idea della libertà italiana

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 05/05/1921

5 maggio 1821. Napoleone, il miraggio dell’impero universale e l’idea della libertà italiana

«Corriere della Sera», 5 maggio 1921

 

 

 

Siccome i problemi storici che più interessano gli uomini sono quelli delle cose che sarebbero successe se quelle che furono non fossero accadute, così oggi a distanza di un secolo dalla morte di Napoleone la mente si rivolge volentieri a pensare: se un vinto non fosse morto il 5 maggio 1821 sullo scoglio di S. Elena, che cosa sarebbe oggi dell’Europa ed in particolare dell’Italia? Dell’Europa sarebbe arduo dire; dell’Italia ben si può affermare che nessun più grande pericolo avremmo corso da parecchi secoli in qua. Poiché quel vinto non era soltanto un condottiero di eserciti, un vincitore di battaglie, un imperatore che aveva dominato l’Europa, un conquistatore di territori stranieri. Era una delle poche menti sovrane capaci di governare gli uomini che siano mai comparse nel mondo. Gli antichi lo avrebbero creduto come Alessandro, figlio di Giove e, al par di Cesare, l’avrebbero noverato tra gli Dei. A ragione, se è vero che partecipa della natura divina colui il quale di una plebe divisa fa un popolo orgoglioso, dall’anarchia fa nascere l’ordine, dalla guerra civile fa scaturire l’impeto conquistatore e ricrea un mondo là dove tutti scorgevano i segni della corruzione e della morte.

 

 

Ripensiamo a quello che era la Francia quando il giovane Corso si fece innanzi a salvarla: ai confini la coalizione minacciosa e quasi vittoriosa, rotto l’impeto dei primi eserciti rivoluzionari, laceri ed affamati e stanchi i soldati; all’interno, sotto un direttorio di gente corrotta, cinica o dottrinaria, le fazioni inviperite, i realisti baldanzosi e quasi sicuri di prendere il sopravvento, i miti rivoluzionari scaduti di pregio, il disordine delle finanze, i contadini malcerti degli acquisti fatti e timorosi di vedersi cacciati via dagli emigranti di ritorno; il comando in mano di demagoghi incapaci di esercitarlo e dalle acquistate ricchezze fatti pavidi di nuovi cimenti e maldisposti a rischiare la vita per la difesa della repubblica. Il 18 brumaio, Bonaparte trova 160.000 franchi in tutto nelle casse del Tesoro, gli eserciti sconfitti, le vie maestre in balia di bande armate di grassatori, l’anarchia dilagante all’interno. Quando egli si assise per la prima volta al tavolo di lavoro dei consoli, Siéyès, il quale aveva saputo rimanere muto durante il Terrore, disse una delle sue storiche frasi: «Abbiamo un padrone che sa far tutto, che può far tutto e che vuole far tutto».

 

 

All’uomo prodigioso non mancarono le forze; doveva necessariamente venir meno la cooperazione altrui. Pochi gli resistevano a fianco. Accanto ad un uomo che riposava forse tre ore al giorno; il cui cervello ideava e lavorava senza tregua, senza dar mai un segno di stanchezza; i cui nervi sempre tesi e sempre calmi, eccetto quando voleva trascendere per imporsi al nemico o per inculcare ubbidienza ai servitori, tutti, generali, prefetti, ministri, segretari moltiplicavano le loro energie, riuscivano a far cose di cui essi medesimi erano meravigliati; ma tutti sentivano che la forza creatrice era in lui, non in se stessi e tutti erano convinti che, quand’egli fosse venuto a mancare, l’edificio costrutto si sarebbe sfasciato. «Quest’uomo ci conduce al disastro» dicevano quelli che gli stavano vicini, nel momento della sua più grande gloria, verso il 1810 quando egli a 40 anni aveva riempito di stupefazione i contemporanei con l’elenco strepitoso delle battaglie da lui vinte: Arcole, Rivoli, Marengo, Austerlitz, Jena, Friedland. Ma i contemporanei non sapevano che ognuna di quelle vittorie era frutto di previsioni e di calcoli, vasti e precisi, grandiosi e minutissimi perseguiti per mesi e mesi. Quella vittoria egli l’aveva voluta e vissuta prima di conseguirla; perché egli conosceva, meglio di qualunque dei suoi generali e quartiermastri, la topografia delle sue fortezze, la forza delle sue artiglierie, il numero esatto dei suoi soldati, dei suoi ufficiali, delle compagnie e dei reggimenti; sapeva come erano calzati, equipaggiati e nutriti, conosceva il costo di mantenerli e di farli muovere e le fonti da cui egli avrebbe tratto i mezzi per fronteggiare quel costo; giorno per giorno ne seguiva la marcia futura e nella sua mente li vedeva in anticipo prendere gli accampamenti, spostarsi, convergere verso il punto in cui avrebbero incontrato il nemico, in numero e forze bastevoli a batterlo. Fu un grande generale, perché fu un grande maneggiatore di uomini, suscitatore di energie, perché nello schema dei suoi calcoli strategici e tattici sapeva far vibrare tutte le forze umane dell’ambizione, del valore, della cupidigia, della paura, del sacrificio, dell’amore.

 

 

Quel che fu in campo, fu in palazzo. Per ricrear l’ordine dall’anarchia rivoluzionaria si giovò di tutte le forze, di quelle dell’antico regime e di quelle rivoluzionarie. I re di Francia, a poco a poco, in secoli di sforzi durati da Luigi XI a Luigi XIV, avevano mirato a distruggere la vecchia società feudale, spezzettata ed incapace di reggere all’urto dei grandi Stati stranieri, Inghilterra e Spagna, che le sorgevano accanto. Avevano abbassate le cervici dei grandi signori feudali indipendenti; con il patibolo e con la Bastiglia, con le notti di San Bartolomeo ed i letti di giustizia avevano insegnato agli uomini che la giustizia e la forza devono essere il privilegio dello Stato sovrano e non l’appannaggio di mille castellani orgogliosi. Nelle province, accanto ai Parlamentari sovrani ed ai Luogotenenti ereditari, avevano inviato i loro missi dominici, i quali, coll’umile nome di intendenti, avevano preso in mano il governo degli affari del paese, lasciando la pompa e gli onori ai rappresentanti dei vecchi stati nobiliare, ecclesiastico e borghese. La rivoluzione aveva distrutto la forma feudale ed insieme la sostanza moderna; né i commissari repubblicani presso gli eserciti e nei dipartimenti erano riusciti a sostituire nulla che fosse durevole agli ordinamenti scomparsi. Napoleone ricreò questa immortale figura del “prefetto”, questa lunga mano del potere centrale nelle province, questo strumento necessario in un paese che altrimenti cadrebbe in preda all’anarchia. Come creò o costruì l’amministrazione civile, con un piano semplice e logico, che ai contemporanei assetati di ordine pareva un capolavoro di orologeria sapiente, così egli sostituì al vecchio clero, profondamente diviso dal contrasto fra la minutaglia plebea dei curati poveri, di estrazione contadina, e l’aristocrazia dei prelati provveduti di pingui benefici, una burocrazia ecclesiastica decorosamente pagata per quel tempo, allo stipendio diretto dello Stato ed interessata più a servire il Principe vicino che il Pontefice lontano.

 

 

L’Università, da lui fatta una sola in tutta la Francia, il Conservatorio di arti e mestieri, la scuola delle miniere, quella dei ponti e strade, la Sorbona, l’Istituto di Francia portarono l’impronta del suo genio organizzatore. Al Consiglio di Stato, supremo corpo creato ad elaborare leggi e regolamenti, presiedeva egli stesso; e suo, discusso da lui in sedute faticose, insieme ai più insigni giuristi della Francia, è quel codice civile da cui è derivato il codice nostro attuale.

 

 

Nessuno aveva saputo costruire più in Occidente, dopo l’età d’oro dell’impero romano, che fu quella di Trajano, di Antonino Pio e di Marco Aurelio, una macchina di governo così perfetta. Nessuno maneggiò certamente un ordigno di guerra fornito di maggior forza offensiva. Anche quando si incoronò imperatore e volle sposare la figlia dei Cesari, Napoleone non cessò di chiamarsi primo soldato della rivoluzione francese. Consapevole della forza immensa che le idee hanno sugli uomini, egli affermò sempre di combattere in nome della libertà e della eguaglianza. Nuovi crociati, i suoi soldati avevano l’entusiasmo dei neofiti e la cupidigia dei plebei desiderosi di arrivare. Ogni coscritto credeva di essere un apostolo chiamato ad evangelizzare i popoli e a redimerli dalle barbarie. Geni sovrani, come Goethe, non avevano detto che da Valmy cominciava una nuova epoca nella storia del mondo?

 

 

Napoleone credette veramente di iniziare quest’epoca nuova, e si servì della Francia da lui amata ed idealizzata più che se ne fosse stato veramente figlio, per attuare l’idea dell’Impero universale. L’idea imperiale romana, che Dante Alighieri aveva teorizzata alla fine del medio evo ed invano Carlo V, Filippo II e Luigi XIV avevano tentato di attuare, nuovamente parve vicina al suo trionfo. Quella di Dante era stata una creazione filosofica, l’invito rivolto da un poeta al rappresentatore di quel Sacro Romano Impero che era già divenuto un fantasma privo di ogni potenza effettiva. Carlo V e Filippo II ebbero contro di sé l’idea della riforma protestante e della libertà religiosa; e se bastarono a salvare l’idea cattolica latina, non poterono farla prevalere contro le correnti di pensiero, le quali portavano al disfacimento dell’unità spirituale durata per tanti secoli nel medio evo. Oramai il germanesimo s’era fatto culto e voleva vivere di vita sua; e quando Luigi XIV replicò il tentativo di sottoporre l’Europa a monarchia universale, Inghilterra da una parte e Austria dall’altra, vincitrice l’una della Spagna e salvatrice l’altra dell’Europa dal Turco, seppero sventare l’ambizioso piano, a cui non rispondeva nessuna virtù creatrice.

 

 

Ai giorni nostri Napoleone ebbe un tardo ed infelice imitatore: Guglielmo II, cui il possesso di un esercito reputato invincibile, di un’organizzazione politica, civile ed economica perfetta, l’ubbidienza cieca di un popolo coraggioso, istruito, ricco e persuaso di essere eletto da Dio al dominio del mondo, indussero a tentare nuovamente l’impresa della monarchia universale. Ma nessuno mai seppe dire quale fosse l’idea che i germanici volevano far trionfare in contrapposto all’idea abbracciata dagli inglesi, dai francesi, da noi e dagli americani; sicché per mancanza di una propria superiore virtù intera l’impresa germanica era miseramente destinata a naufragare. Come oggi per chiarissimi segni appare destinata a morte sicura l’idea evangelizzatrice che viene da Mosca: il comunismo è verbo di odio, di saccheggio e di distruzione, non è parola di pace la quale possa tenere insieme cementati i popoli in uno Stato universale e duraturo.

 

 

Napoleone invece predicava la libertà e la pace, due ideali che furono sempre carissimi agli uomini e per cui questi condussero guerre senza numero, subirono strazi e patirono sacrifici inenarrabili. In ogni paese, in cui giungevano le aquile imperiali, ivi trovava simpatizzanti ed amici fedeli e devoti. Dappertutto, fuorché nella Russia divenuta deserta, i poeti lo cantavano, i filosofi guardavano con simpatia al suo governo, gli uomini nuovi si stringevano attorno a lui. I sudditi, fino allora chiamati a difendere regni e famiglie, patteggiati e divisi fra sovrani alla fine delle guerre, sentivano intensamente l’amore per la patria piccola, per il Piemonte, per la Lombardia, per San Marco, per la Sassonia o la Baviera o la Prussia; ma avevano una idea assai vaga dello Stato e della Nazione. Ed i sovrani, sebbene col distruggere i piccoli Stati incuneati nei più grandi e coll’umiliare l’orgoglio dei grandi signori semi-indipendenti, potentemente cooperassero alla creazione degli Stati nazionali moderni, tuttavia conservavano gelosamente le antiche tradizioni locali, sicché i siciliani guardavano alla corona di Sicilia come al loro palladio contro la prepotenza dei napoletani e nella monarchia piemontese gli abitanti del ducato di Aosta non credevano di aver alcunché di comune con gli uomini del Piemonte, e nella Repubblica Veneta i cittadini della Dominante reputavano se stessi superiori agli appartenenti alla città di Bergamo ed al suo contado. Mancando l’idea di uno Stato nazionale, gli uomini erano atti a sentirsi cittadini di un impero mondiale, e poco mancò che quell’impero sorgesse, con conseguenze spaventevoli per tutti.

 

 

Tutta la vita, Napoleone sognò l’Impero del mondo. Nel 1799, davanti a S. Giovanni d’Acri, il conquistatore dell’Egitto una sera diceva a Bourrienne:

 

 

«Se riesco a prender d’assalto la città, troverò in essa i tesori del pascià e le armi per 300.000 soldati. Con questi chiamo alle armi e a rivolta la Siria; marcio su Damasco e su Aleppo; ingrosso lungo la via il mio esercito di tutti i malcontenti. Annuncio ai popoli la liberazione dalla schiavitù e dalla dominazione tirannica dei pascià. Giungo a Costantinopoli a capo di moltitudini armate; rovescio l’impero turco; fondo nell’Oriente un nuovo e grande impero, che fisserà il mio posto dinanzi ai posteri e forse ritornerò a Parigi attraverso Adrianopoli e Vienna, dopo di aver annientata la casa d’Austria».

 

 

Tredici anni più tardi, non più generale prigioniero delle sue vittorie in Egitto, ma imperatore e padrone d’Europa, ritornava sulla stessa idea. La fantasia, che egli aveva fervidissima, come la più parte degli uomini grandi nei fasti della storia, consigliava Napoleone a giustificare così l’impresa di Russia:

 

 

«Dopo tutto, questa lunga e tortuosa strada è la strada delle Indie. Alessandro partì ugualmente da così lontano per giungere fino sulle rive del Gange; ecco una verità che io ripeto a me stesso fin dal tempo di S. Giovanni d’Acri. Oggi, io debbo prendere a rovescio l’Asia partendo da uno dei capi dell’Europa, se voglio abbattere l’Inghilterra. Supponete Mosca presa d’assalto, la Russia a terra, lo zar riconciliato o morto per una congiura di palazzo, forse un altro nuovo trono posto ai miei cenni; e ditemi se un esercito di francesi e di ausiliari, partito da Tiflis, non possa giungere sino al Gange e se non basti toccar questo con una spada francese per far crollare in tutta l’India l’edificio della potenza mercantile britannica. Questa sarà la spedizione gigantesca, ma non impossibile, del secolo XIX. Con essa la Francia avrà conquistato l’indipendenza dell’Occidente e la libertà dei mari».

 

 

L’indipendenza dei popoli dell’Occidente e la libertà dei mari: ecco i due ideali che egli disse sempre di voler realizzare, ed ecco le cagioni ultime della sua rovina. Desideroso del dominio del mondo lo dissero i nemici; e lo fu, ma non perché fornito dell’animo del tiranno a cui dà ombra il potere altrui e cuoce l’indipendenza dei popoli. A ragione, il nipote principe Gerolamo Napoleone ribatte che egli era sempre pronto alla pace. Dopo ognuna delle sue grandi vittorie, nel 1805, nel 1807, nel 1809, nel 1812, nel 1813 egli offrì al nemico vinto la pace; e la pace non è accettata dalla coalizione. Chi combatte per un’idea non può aver pace sino a che quest’idea non abbia trionfato dappertutto. Egli offriva la pace agli Stati vinti, purché questi riconoscessero davvero e per sempre il fatto compiuto della rivoluzione. Ma ciò sarebbe stato la morte per gli altri Stati, i quali avrebbero riconosciuto che essi non erano degni di vivere.

 

 

In apparenza erano due ideali che si contrastavano il campo: quello della sovranità del popolo, incarnato da Napoleone, e quello del diritto divino dei re, difeso dalla coalizione. Dei due principii in lotta, il solo evangelico e cattolico era quello napoleonico; poiché ognuno degli altri Stati aveva un proprio principio di legittimità da difendere; ed il principio dinastico dell’Inghilterra, che aveva tagliata la testa ad un re e cacciati in esilio gli Stuardi, non poteva adeguarsi a quello dell’Austria, cementato dal diritto di una famiglia secolare. Ambedue erano semplici miti, costruzioni fantastiche che i popoli si erano create per spiegare le azioni che essi compievano mossi da altre forze profonde. Le forze che si combattevano sul continente d’Europa erano due: la tendenza al predominio di un popolo giunto, prima degli altri, ad unità nazionale e la volontà, pressoché arrivata a maturazione, degli altri popoli di conquistare anch’essi la propria unità nazionale.

 

 

Quando nel 1821 giunse in Europa la notizia del tramonto, avvenuto il 5 maggio, di colui che aveva tenuto in pugno le sue sorti, gli uomini chinarono la fronte pensosi ed Alessandro Manzoni chiese, dubitando, se quella fosse stata vera gloria. Oggi a distanza di un secolo possiamo rispondere: Sì. Egli mirava ad un fine: costringere il mondo intiero a riconoscere che l’idea dello Stato incarnata dalla Francia rivoluzionaria era la sola vera e nel tempo stesso costringerlo ad inchinarsi all’uomo che il popolo eletto s’era eletto per capo. Né egli ottenne lo scopo; né lo raggiunsero i suoi avversari, ché invano nel 1814 la Santa Alleanza tentò di far risorgere l’antica comunità europea delle monarchie familiari. Ma Napoleone aveva gittato un seme fecondo, aveva chiamato gl’italiani ed i tedeschi a combattere sotto le sue bandiere per la libertà ed indipendenza dei popoli contro la tirannia dei re. Ed i popoli, sanguinanti per le vittorie conseguite sotto un comando straniero, avevano appreso di essere una nazione, di avere un’anima comune. Egli che invocava ognora l’indipendenza dei popoli, fu lo strumento per cui i popoli appresero a conoscere se stessi ed a conquistare l’indipendenza colle sole loro forze. Perciò Napoleone è un eroe nazionale in Italia, non perché sia nato in Italia, ma perché, conquistandoci e barbaramente spezzandoci ed incorporando con violenza gran parte della penisola ad uno Stato straniero e dando il resto in feudo ai suoi congiunti, aveva tuttavia creato un esercito italiano e dato ad un moncherino di Stato di nome di Regno italico.

 

 

Ma Egli è un eroe nazionale perché conseguimmo libertà ed indipendenza all’infuori e contro di lui. Guai a noi se egli avesse dato all’Europa la libertà sua, se egli davvero avesse liberato l’Occidente dal dominio britannico dei mari che Nelson aveva conquistato distruggendo a Trafalgar la flotta francese! L’Inghilterra, che già una volta aveva salvato l’Europa dalla tirannia di Filippo II, distruggendone la Grande Armata, che aveva tenuto testa a Luigi XIV, nuovamente salvò la libertà del continente impedendo che la potenza egemonica sul continente divenisse egemonica anche sul mare. L’Inghilterra, salvando se stessa, salvò la libertà d’Italia da un pericolo di gran lunga più grave di quello corso nel 1815, dopo la vittoria della Santa Alleanza, o nel 1917, quando la Germania pareva vittoriosa.

 

 

Poiché i tedeschi non riuscirono mai, anche quando dominavano in Italia, ad assimilare a se stessi gli italiani, ma sempre questi assimilarono gli uomini di razza germanica che si erano accampati in mezzo a loro e li costrinsero a parlare la lingua ed a prendere i costumi nostri. Di borgo in borgo, li circuimmo e li facemmo scomparire: dai ducati longobardi, nel mezzogiorno e dalla valle padana nel settentrione insino alla marca di Verona; ed a poco a poco li faremo nei secoli indietreggiare nell’ultimo loro rifugio atesino. Ma chi scriverà la storia dei quindici anni di dominazione napoleonica nel Piemonte dovrà narrare purtroppo quanto vicini fossero i francesi ad assorbire quella che allora si chiamava la nazione piemontese; quando la lingua francese era divenuta ufficiale e le classi colte l’usavano nel commercio epistolare ed il popolo, ignorando la lingua italiana, era pronto ad impararne un’altra. Contro il conte Gianfranco Galeani Napione, il quale nel 1791 aveva scritto: Dell’uso e dei pregi della lingua italiana, l’abate Carlo Denina, storico illustre, replicava con una lettera pubblicata nel 1803 intorno «all’uso della lingua francese», per dimostrare «che alla classe letterata di piemontesi codesto cangiamento di lingua sarà più vantaggioso che nocevole. Passato che sia quel turbamento, che arrecar deve nel primo arrivo, io tengo per cosa certissima che i nostri nipoti scriveranno in francese più facilmente assai che i nostri antenati e contemporanei abbiano potuto fare scrivendo in italiano».

 

 

Se il dominio napoleonico fosse durato più a lungo, se nel 1814 Vittorio Emanuele I in parrucca e codino non avesse fatta la sua rientrata solenne in Torino e richiamati al posto i vecchi funzionari scritti sul «Palmaverde» del 1798, l’unità d’Italia oggi probabilmente non sarebbe. Divenuto francese il Piemonte, sarebbe mancata all’Italia l’unica sua monarchia nazionale, dalle tradizioni secolari, fornita di un esercito e di una burocrazia, forte per l’esistenza di una aristocrazia fedele, di una borghesia operosa e di un popolo marziale e disciplinato. I Valois ed i Borboni crearono la Francia moderna; i Tudor fecero l’Inghilterra e gli Hohenzollern la Germania d’oggi. Senza i Savoia e cioè senza uno Stato forte sorto per virtù degli uomini del paese in terra paesana, avremmo avuto uno Stato balcanico inconsistente, non uno Stato nazionale, atto a passare attraverso i cimenti della grande guerra. Napoleone, che, distruggendo lo Stato piemontese e minacciando di portare i confini della Francia linguistica sino al Ticino, avversò la creazione dell’Italia nuova, finì, contro la sua volontà, coll’esserne uno dei maggiori fattori, perché, comprimendola ed esaltandola a volta a volta per i suoi fini imperiali, risvegliò la coscienza nazionale italiana ed avvertì gli italiani delle province piemontesi, tenute imbelli dai principi spodestati, che anch’essi sapevano tenere le armi in pugno e potevano alfine tenerle in difesa propria e non al servigio di stranieri. Innanzi che egli morisse, furono anche soldati suoi che a Torino nel marzo 1821 fecero il primo sfortunato tentativo per l’indipendenza italiana. Né a caso Alessandro Manzoni, mentre ristava attonito all’annuncio della morte dell’esiliato di Sant’Elena, salutava nell’ode Marzo 1821 l’apparire del giorno in cui gli italiani non avrebbero più atteso il riscatto dall’aiuto straniero, ma «sbocciati dal seno» della terra natia, «forti, armati dei propri dolori», sarebbero «sorti a pugnar, stretti intorno a’ suoi santi colori».

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