Almanacchi anglosassoni

Tratto da:

Studi di economia e finanza

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 15/08/1903

Almanacchi anglosassoni

«La Riforma Sociale», 15 agosto 1903

Studi di economia e finanza, Società tipografico editrice nazionale, Torino-Roma, 1907, pp. 53-64

 

 

 

L’Inghilterra e l’America sono il paese degli almanacchi. Ve ne sono di tutte le forme e di tutti i colori. Ma, a differenza di quello che accade in Italia, gli almanacchi non sono soltanto un oggetto di ornamento per i salotti o di consultazione intorno al tempo che farà. Queste sono le forme preistoriche dell’almanacco. Il quale ora ha assunto la veste di informatore, di guida, di apostolo e di tribuno. Non vi è società religiosa o politica, non vi è gruppo di credenti in un verbo sociale qualunque, il liberista, il cooperativista ed il socialista che non prenda l’occasione di diffondere la buona novella per mezzo degli almanacchi. Più stabili dei fogli quotidiani, meno pesanti dei libri, non così frequenti come i fascicoli delle riviste, gli almanacchi si prestano mirabilmente a quest’opera di evangelizzazione delle masse. Essi sono letti perché contengono delle rubriche utili nella vita pratica. Mentre si va a ricercare un nome nella lista degli indirizzi od un dato nelle tabelle statistiche, l’occhio cade su un breve articolo, su un aforisma e, siccome la fatica è breve, si va sino in fine, imparando sempre qualche cosa ed imbevendosi insensibilmente di quelle idee e di quei credi che i compilatori dell’almanacco volevano appunto diffondere.

 

 

Spesso accade che i compilatori siano dei pazzi o degli stravaganti e che gli almanacchi divengano allora dei veicoli diffonditori di idee malsane. Ma ve ne sono pure di quelli i quali meritano di essere guardati con curiosità e consultati con profitto anche dalle persone ragionevoli. Io ho sott’occhio quattro di questi almanacchi anglosassoni: uno operaio riformista sociale, uno cooperativista, e due liberisti.[1]

 

 

L’almanacco operaio riformista sociale è il Reformers’ Yearbook, una volta più noto sotto il titolo di Labour Annual. È un bel volumetto di 228 pagine, fittamente stampate, con 55-60 linee per pagina e che costa solo uno scellino.

 

 

Nel volume per il 1903, nono della serie, si trova un po’ di tutto; a cominciare da una quarantina di ritratti di celebri agitatori, riformisti, apostoli, uomini di Stato, deputati operai, ad andare fino agli indirizzi di riformatori, scrittori, conferenzieri, di tutti coloro insomma che si distinguono nel campo delle riforme sociali. Sono una ventina di pagine in cui si vedono ordinati alfabeticamente gli indirizzi precisi, con il nome della città, la via ed il numero di una quantità di gente a cui può capitare di aver desiderio di scrivere. Un altro catalogo utile è quello delle società e delle istituzioni. Vi si trova ogni sorta di indirizzi distinti nelle seguenti categorie: Annuari, almanacchi e rapporti – Istituzioni e società politiche ed amministrative – Organizzazioni industriali e commerciali – Associazioni riformistiche – Corpi ed istituti educativi – Società ed istituzioni religiose ed etiche, filosofiche, spiritiste e secolari – Organizzazioni sociali, ricreative e per la educazione fisica – Società miscellanee. Mentre tante volte bisogna perdere moltissimo tempo per non trovar niente, qui in un batter d’occhio si trova tutto quello che si vuole: l’elenco dei libri ed opuscoli di genere sociale pubblicati nell’anno; il catalogo delle riviste e dei giornali col relativo prezzo; la cronologia degli avvenimenti politici e sociali; ed una serie di articoli sul movimento operaio, sul movimento a favore della temperanza, sul socialismo cristiano, sui partiti operai in Austria, Belgio, Canadà, Francia, Germania, Olanda, Italia, Nuova Zelanda, Russia, Stati Uniti, sul Congresso delle Trade Unions, ecc.

 

 

Ogni articolo è breve, con poche chiacchiere e con molti fatti e molte statistiche. Io non dico che essi siano sempre imparziali. Anzi il compilatore, quando si tratta di descrivere l’opera di una società, per esempio, la Fabian Society di Londra, la Società Internazionale per la pace, il Musée Social di Parigi od altra qualunque, si indirizza al segretario generale e chiede un rapporto sull’opera della sua società. Ogni segretario naturalmente dice bene della istituzione di cui fa parte; ma siccome la consegna è di narrare solo dei fatti, per quanto questi siano veduti sotto un punto di vista normalmente favorevole, il coro delle lodi non diventa ridicolo.

 

 

Carattere più austero e quasi ufficiale ha l’almanacco cooperativista The Cooperative Wholesale Societies Limited. Annual for 1903. È un bel volume, splendidamente legato, di 480 pagine, pubblicato dalle due grandi società cooperative di vendita all’ingrosso di Manchester e di Glasgow. A scorrerlo si ha un’impressione di forza e di grandiosità. Passano in riproduzioni ben riuscite le fotografie dei campi, delle officine, dei negozi, dei magazzini, delle navi di queste due potentissime organizzazioni. Le quali, non paghe di giovar loro col vendere a buon mercato, vogliono tornare utili altresì ai propri soci allargandone la cultura, mercé copiosi studi inseriti in ogni annuario.

 

 

Quello del 1903 comprende un esame critico della «Cooperazione all’estero» del Wolff, il noto cooperatore inglese; ed articoli del Macrosty sulle Cooperative di produzione, di W.S. Murphy su Roberto Owen considerato come Riformatore sociale, del dott. Macnamara sulla Questione dell’educazione, del Jeffreys sugli Uffici di conciliazione ed i salari, del Wood sul Movimento sociale e le Riforme, del Williams sulla Questione dello zucchero, del professore Long sui Nuclei agricoli per gli operai e del Chapman sulle Risorse in bestiame delle Isole britanniche. Ma la cosa più interessante di questo volume sono le statistiche sul movimento cooperativo nell’Inghilterra. Vale davvero la pena di farne qualche estratto.

 

 

Ecco un primo quadro in cui è descritto il progresso fatto in trentanove anni dalle cooperative di ogni genere del Regno Unito.

 

 

Anni

 

Vendite in lire sterl.

Anni

Vendite in lire sterl.

1862

……………………………2.333.523

1882

………………27.541.212

1863

……………………………2.673.778

1883

………………29.336.028

1864

……………………………2.836.606

1884

………………30.424.101

1865

……………………………3.373.847

1885

………………31.305.910

1866

……………………………4.462.676

1886

………………32.730.745

1867

……………………………6.001.153

1887

………………34.483.771

1868

……………………………7.122.360

1888

………………37.793.903

1869

……………………………7.353.363

1889

………………40.674.673

1870

……………………………8.201.685

1890

………………43.731.669

1871

……………………………9.463.771

1891

………………49.024.171

1872

………………………….13.012.120

1892

………………51.060.854

1873

………………………….15.639.714

1893

………………51.803.836

1874

………………………….16.374.053

1894

………………52.110.800

1875

………………………….18.499.901

1895

………………55.100.249

1876

………………………….19.921.054

1896

………………59.951.635

1877

………………………….21.390.447

1897

………………64.956.049

1878

………………………….21.402.219

1898

………………68.523.969

1879

………………………….20.382.772

1899

………………73.533.686

1880

………………………….23.248.314

1900

………………81.020.428

1881

………………………….24.945.063

 

 

Le vendite totali dal 1862 al 1900 salgono alla enorme cifra di 1.163.746.108 lire di sterline ed i profitti a 107.248.027 lire sterline. Il numero dei soci al 31 dicembre 1900 era di 1.886.252, i quali nel 1900 avevano comperato, come si disse, per L. st. 81.020 mila di merci, ottenendo un profitto di 8.177 mila L. st. con un capitale azionario di 24.156 mila L. st., ed un capitale obbligazioni di lire sterline 12.010 mila.

 

 

Se è gloriosa la storia di tutte le cooperative inglesi prese insieme, è pure splendida la storia delle due Wholesale (società di vendita all’ingrosso, che comprano per conto delle singole cooperative) inglese e scozzese.

 

 

Ecco un quadro delle vendite fatte dalla Wholesale inglese.

 

 

Migliaia di

 lire sterl.

1884 (53 settimane) ……………………………

51

1870 (  »        »       ) ……………………………

677

1875 (52        »       ) ……………………………

2.247

1880 (  »        »       ) ……………………………

3.339

1885 (  »        »       ) ……………………………

4.793

1890 (  »        »       ) ……………………………

7.429

1895 (53 settimane) ……………………………

10.141

1900 (52        »       ) ……………………………

16.043

1901 (53 settimane) ……………………………

17.642

 

 

Le vendite totali fatte in 38 anni, dal 1864 al 1901, ammontarono a 208.163 mila L. st. con un profitto di 3.073 mila L. st. Le società associate nella Wholesale sono 1092, le quali hanno 1.315.235 azionisti; hanno versato nella Wholesale un capitale azionario di 948.944 lire sterline; vi hanno fatto depositi per 1.664.765 L. st. e vi hanno accumulato un fondo di riserva di 285.132 L. st. e un fondo di assicurazione di 477.904 L. st.

 

 

Anche la Wholesale scozzese, sebbene in proporzioni minori, ha fatto continui progressi:

 

 

Vendite in migliaia di

 lire sterl.

1868 (13 settimane) ……………………………

9

1870 ( 50        »       ) ……………………………

105

1875 (52        »       ) ……………………………

430

1880 (  »        »       ) ……………………………

845

1885 (  »        »       ) ……………………………

1.438

1890 (  »        »       ) ……………………………

2.475

1895 (  »        »       ) ……………………………

3.449

1900 (  »        »       ) ……………………………

5.463

1901 (  »        »       ) ……………………………

5.700

1902 ( 26        »       ) ……………………………

2.919

 

 

Il capitale al 30 giugno del 1902 era di 2.038 mila lire sterline.

 

 

Nei 34 anni, dal 1868 al 1902, si erano vendute per 69 milioni di lire sterline di merci con profitto di 2.314 mila lire sterline.

 

 

Questi i fastigi raggiunti dal movimento che ebbe sua umile origine nella oscura taverna dei probi pionieri di Rochdale!

 

 

I cooperatori inglesi si vantano di avere aumentato di molto il potere acquisitivo della moneta, grazie ai ribassi di costo e di prezzo delle merci vendute dalle loro società; e benché non si possa scientificamente ammettere come dimostrata tale proposizione, troppi altri fattori avendo contribuito a diminuire i prezzi delle merci, pure è utile riprodurre dall’almanacco cooperativo una interessante tabella la quale – assunto come 100 la quantità in peso di diverse derrate che si poteva acquistare nel 1882 con una lira sterlina – ci dice quanto sia proporzionalmente cresciuta la quantità delle stesse derrate che si poté acquistare con la stessa somma negli anni successivi:

 

 

1882

 

1887

1892

1897

1901

Burro ……………………………..

100

112

110

125

112

Formaggio ……………………….

100

99

105

112

127

Farina …………………………….

100

152

141

149

177

Zucchero …………………………

100

173

158

216

184

The ……………………………….

100

115

130

141

135

Caffè ……………………………..

100

104

99

102

117

Un pacco misto nelle proporzioni delle vendite della Wholesale ….

100

129

118

134

145

 

 

È veramente una tabella questa che deve rallegrare il cuore delle masse operaie.

 

 

Le masse operaie hanno altresì molto da imparare dal Financial Reform Almanack per il 1903. Quest’almanacco è pubblicato dalla «Financial Reform Association», una società fondata nell’aprile 1848, l’anno delle speranze e degli entusiasmi, per invocare un governo poco costoso, delle imposte giuste ed una perfetta libertà di commercio. Dopo d’allora ogni anno la Società ha messo in luce al prezzo di uno scellino questo almanacco che per il 1903 in 228 densissime pagine contiene una massa enorme di dati utilissimi e ben disposti. È una specie di annuario statistico, senza avere il formato incomodo, l’aridità e la sconnessione degli annuari ufficiali. Il libero scambio è di nuovo in pericolo in Inghilterra, e perciò il Financial Reform Almanack, fedele alla vecchia divisa, ha ripreso la battaglia contro il protezionismo, pubblicando tabelle e cifre relative agli scambi internazionali.

 

 

Oggi che lo Chamberlain ha rimesso di moda il vecchio sistema dei dazi differenziali per favorire gli scambi fra la madre patria e le colonie, a detrimento del commercio con i paesi stranieri, è opportuno riprodurre una tabella che l’almanacco intitola: È vero che il commercio segue la bandiera?

 

 

Anni

Importazioni

 

Esportazioni

(Britanniche e irlandesi)

Paesi forestieri

Possessi britannici

Totale

Paesi forestieri

Possessi britannici

Totale

Milioni di lire st.

%

Milioni di lire st.

%

Milioni di lire st.

%

Milioni di lire st.

%

Milioni di lire st.

%

Milioni di lire st.

%

1855-59

129

76.5

40

23.5

169

100

79

68.5

37

31.5

116

100

1860-64

167

71.2

68

28.8

235

100

92

66.6

46

33.4

138

100

1865-69

218

76.0

68

24.0

286

100

131

72.4

50

27.6

181

100

1870-74

270

78.0

76

22.0

346

100

175

74.4

60

25.6

235

100

1875-79

292

77.9

83

22.1

375

100

135

66.9

67

33.1

202

100

1880-84

312

76.5

96

23.5

408

100

153

65.5

81

34.5

234

100

1885-89

293

77.1

87

22.9

380

100

147

65.0

79

35.0

226

100

1890-94

323

77.1

96

22.9

419

100

156

66.5

78

33.5

234

100

1895-99

355

78.4

98

21.6

453

100

158

66.0

81

34.0

239

100

 

 

 

Il che dimostra che il libero scambio limitato all’Impero non basta, poiché i tre quarti del commercio dell’Inghilterra si fanno con i paesi stranieri. Né questo commercio potrebbe essere trasferito alle Colonie. È cosa facile discorrere della varietà dei climi e della produzione delle varie parti dell’Impero; ma sta di fatto che le colonie sono abitate appena da dodici milioni di bianchi e che è impossibile per essi di prendere il posto delle centinaia di milioni di abitanti dei paesi stranieri con cui l’Inghilterra traffica.

 

 

Nel 1900 l’Inghilterra esportò merci ai paesi stranieri per il valore di L. st. 196.800.000 e alle colonie britanniche per L. st. 94.400.000 (che al punto di arrivo acquistano un valore di L. st. 110.600.000). Le importazioni totali nelle Colonie e Possedimenti per il 1900 salirono a L. st. 257.600.000, di cui 110.600.000 venivano dall’Inghilterra; L. st. 64.100.000 da altri possedimenti britannici (commercio intercoloniale) e L. st. 82.900.000 da paesi stranieri. Cosicché se le Colonie avessero assolutamente boicottate le merci straniere ed ottenuto tutto ciò di cui abbisognavano dalla madre patria, l’aumento di commercio sarebbe per noi stato al più di 83 milioni di lire sterline. «Ma esaminiamo nei particolari queste importazioni dall’estero nelle Colonie. Eccole: Canadà, L. st. 27.500.000; Stretti, 18.200.000; India 13.600.000; Australia, 11.300.000; Africa, 5.400.000; Ceylan e Maurizio, 1.900.000; Nuova Zelanda, 1.600.000; Indie Occidentali, ecc. ecc. 3.400.000. Di queste le importazioni nell’India consistono di merci che noi non potremmo provvedere per ragioni climatiche. Riguardo agli Stretti, si tratta di un commercio di transito, che è nato in conseguenza della franchigia doganale e che non verrebbe certamente a noi. In sostanza, ad eccezione di meno della metà delle importazioni Canadesi e di una parte del commercio australiano, l’Inghilterra non potrebbe provvedere le merci che le Colonie acquistano dai paesi stranieri. Cosicché in realtà ci si chiede di mettere in pericolo un traffico di L. st. 197.000.000 nella speranza di ottenere una quota più alta di un commercio di meno di 20 milioni di lire sterline!».

 

 

Né solo delle statistiche commerciali si occupa il Financial Reform Almanack. Non vi è fatto della vita economica del paese che non vi si trovi registrato: entrate ed uscite dello Stato, prodotti agricoli, emigrazione, popolazione della metropoli, delle Colonie e degli Stati stranieri, bancarotte; produzione della birra, degli spiriti, variazioni dei cambi, dei prezzi dei consolidati, statistiche scolastiche, elettorali, criminali, ecclesiastiche; debito nazionale, debito locale; statistiche dei poveri, delle ferrovie, delle poste e telegrafi, delle Casse di risparmio, ecc. Io non conosco un almanacco statistico che in forma così maneggevole ed a prezzo tanto mite contenga informazioni altrettanto copiose ed utili! Perché qualche uomo di buona volontà non inizia qualcosa di simile in Italia? È probabile che, dopo qualche anno, le sue fatiche otterrebbero degno guiderdone. Nove volte su dieci i giornalisti, gli uomini politici, gli oratori, gli uomini d’affari quando abbisognano in fretta di un dato preciso non sanno dove andarlo a trovare e benedirebbero chi lo facesse trovare sotto mano in un volume comprensivo, il quale risparmiasse il fastidio di ricerche lunghe e fastidiose.

 

 

Il Financial Reform Almanack è l’annuario di una società che può guardare con orgoglio ad un mezzo secolo di storia gloriosa e può additare con fiducia agli immemori i risultati di un mezzo secolo di applicazione fortunata del libero scambio. Perciò in esso è fatta poca parte alle dimostrazioni. I fatti parlano da sé; e le tabelle statistiche numerose, compatte e senza commenti, hanno un linguaggio eloquentissimo.

 

 

Invece l’American Free Trade League di Boston si trova a dover combattere la battaglia liberista in un paese devoto ancora al protezionismo, sebbene si vadano moltiplicando i segni di un nuovo periodo in cui industriali e commercianti americani saranno i primi a pretendere tariffe miti nel loro paese per ottenere altrettanto all’estero. Perciò il Free Trade Almanack, che l’Associazione pubblica in 48 pagine al prezzo di 5 cents di dollaro (25 centesimi di lira), è un curioso ed interessantissimo opuscolo di una combattività ardente e pugnace. Non che manchino le statistiche e i dati di fatto. Traduco ad esempio un breve articoletto intitolato: Prezzi e salari che il signor Byron W. Holt pubblica a pag. 9 dell’Almanacco.

 

 

«Sono stati pubblicati i bollettini del censimento sulle manifatture per 33 Stati e territori. Essi comprendono tutti gli Stati della Nuova Inghilterra e del Mezzogiorno, eccetto il Massachusetts, la Virginia e il Kentucky e tutti gli Stati all’occidente del Mississipi eccetto il Texas, la California il Washington e il Minnesota. Gli Stati di New Jersey e di Delaware vi sono altresì compresi. Secondo le statistiche di questi 33 Stati, 1.004.590 salariati ricevevano una media di dollari 418.48 ciascuno per settimana e dollari 1.39 al giorno nel 1890; e 1.463.365 salariati negli stessi Stati ricevevano una media di dollari 387.53 ciascuno all’anno e dollari 1.29 al giorno nel 1900. Il salario giornaliero del lavoratore medio nelle industrie manifatturiere era così diminuito da 1.39 a 1.29 dollari, ossia del 6 per cento dal 1890 al 1900».

 

 

Ora la Dun’s Review del 4 gennaio del 1902 contiene delle tabelle basate sui prezzi di 350 articoli, le quali dimostrano che il costo della vita è ora più grande che nel passato. Ecco alcuni degli index numbers di Dun (in dollari):

 

 

1 gennaio

1890

 

1 luglio

1897

1 gennaio

1900

1 gennaio 1902

Pane e farine ………………………………..

13.765

10.587

13.254

20.002

Carni ……………………………………………

7.620

7.529

7.258

9.670

Latticini ed ortaggi …………………………

12.675

8.714

13.702

15.248

Altri cibi ……………………………………….

9.935

7.887

9.200

8.952

Vestiti ………………………………………….

14.845

13.808

17.484

15.547

Metalli ………………………………………….

16.240

11.642

18.085

15.375

Miscellanei …………………………………..

15.111

90.191

12.288

72.455

16.312

95.295

16.793

101.587

 

 

I totali dimostrano che il costo della vita era del 6 per cento maggiore nel 1900 che nel 1890, del 31 per cento più grande nel 1900 che nel 1897 e del 40 per cento nel 1902 di fronte al 1897.

 

 

Se, come pretendono i promotori ed i difensori dei trusts, questi riducono il costo della produzione ed i prezzi, il costo della vita dovrebbe essere più basso invece che più alto. È una disgrazia per i trust ed i loro amici che il grande rialzo dei prezzi debba corrispondere esattamente al grande incremento dei trusts. Quasi la metà di questi trusts furono fondati durante il 1899, l’anno del massimo aumento nei prezzi. Il numero indice che si trovava ad 80.423 all’1 gennaio 1899, aumentò a 95.295 all’1 gennaio 1900. Altri trusts (incluso il maggiore di tutti) furono formati dopo il giugno 1890; ed i prezzi aumentarono ancora più.

 

 

Questi fatti dovrebbero per sempre imporre silenzio alle pretese che i trusts giustifichino la loro esistenza coi più bassi prezzi che essi ci garantiscono. I trusts possono ribassare e probabilmente ribassano il costo di produzione, ma questa è una cosa differentissima dal consentire dei prezzi più bassi ai consumatori. È indubbiamente vero che i trusts vendono i loro prodotti agli stranieri a prezzi insolitamente bassi. Essi sono l’effetto sui nostri mercati di dazi i quali sui manufatti si aggirano in media intorno al 75%. Spesso essi impongono a noi il 50 od il 100% di più di quanto impongono agli stranieri per le stesse merci.

 

 

Forse non tutte le illazioni tratte dagli indici del Dun sono del tutto giustificate; e per fare un’opera rigidamente scientifica converrebbe procedere ad un accurato lavoro di critica. Ma certo l’articoletto dell’Almanacco riassume lucidamente, ed in modo accessibile alle masse, un pensiero che è diffuso fra coloro i quali hanno studiato il dibattuto argomento dell’influenza dei trusts e della protezione sui salari. Poiché l’Almanacco non è un avversario sistematico dei trusts; li combatte in quanto vivono mercé le tariffe protettive, mercé l’artifizio legale.

 

 

Il medesimo B. W. Holt ha un altro articoletto di una pagina per dimostrare che il grande sindacato dell’acciaio è insieme un principe ed un mendicante. È un principe perché butta sul mercato 400 milioni di dollari di merce, ottenendo un guadagno nel primo anno di 111 milioni di dollari. Ma è un mendicante perché i due terzi di questo profitto sono un sussidio dato dal Governo mercé la protezione doganale. L’Holt fa il calcolo per ogni prodotto venduto dal trust quanto il prezzo venga accresciuto a causa del dazio e trova che il maggior prezzo pagato dagli americani è di dollari 72.600.000. Non solo; ma i prodotti del trust sono venduti a più basso prezzo agli stranieri;e perciò tutte le industrie consumatrici di acciaio lottano con difficoltà contro gli stranieri.

 

 

Il breve almanacco abbonda di dati e di articoletti indirizzati in tal modo a combattere i sofismi ed i danni del protezionismo. Persino il calendario è utilizzato in questa campagna. Alla data del 1° gennaio il Calendario segna: In questo giorno, nel 1863, esce il Proclama di Emancipazione di Lincoln, che libera gli schiavi. Ed il compilatore aggiunge: «Il vero americano crede nella libertà; libertà di scuola, di culto, di parola, di pensiero, di persona. Come può egli allora, se vuole essere coerente, credere in qualcosa di diverso dalla libertà di scambio?».

 

 

Alla data del 24 giugno, il calendario segna: Approvata la tariffa doganale Dingley nel 1897. Altezza media: 49.46%. Il compilatore commenta: «La tariffa del 40% imposta nel 1828 fu conosciuta per anni come la tariffa dell’abbominazione; la tariffa attuale, valutata a circa il 57% è circa il 17% più abominevole». E così di seguito. L’almanacco diviene in tal modo una cosa viva, che si immedesima nella vita del popolo, che lo persegue in tutti i giorni dell’anno per insegnargli qualche verità, per debellare qualche sofisma e per inculcare il verbo di una dottrina. Talvolta le dottrine insegnate saranno assurde; e spesso anche le verità appariranno dette in forma ingenua. Ma ciò non toglie che una grande opera di cultura si compia per essi nel mondo anglo sassone, e che alcune verità economiche giungano dove sarebbe follia sperare di giungere coi libri e coi discorsi accademici.

 

 

Non è forse questo un merito grande e duraturo di una letteratura apparentemente effimera?

 



[1] The Reformers’ Year book; formerly the Labour Annual, Editors John Edwards e Percy Alden. Published by The Echo, 19, St Bride Street’ London E. C.

The Cooperative Wholesale Societies. Annual 1903. Published by the Cooperative Wholesale Society Limited, 1 Balloon Street, Manchester.

Financial Reform Almanack, 1903. The Financial Reform Association, 18 Hackins Hey, Liverpool.

Free Trade Almanac, 1903. Issued by the American Free Trade League, 808, 809 Paddock Building, Boston, Mass U.S.A.

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